Kosovo: le chiese cristiano-ortodosse che avevano resistito a 5 secoli di
dominio dei turchi ottomani sono state spazzate via in 5 anni di gestione
dell'UNMIK ("Missione delle Nazioni Unite in Kosovo").

Serbi del Kosovo: o la valigia o la bara [Un riferimento al motto "la valise
ou le cercueil" che i musulmani algerini scrivevano sui muri di Algeri nel
1960-61 quando capirono che sarebbe stata concessa l'indipendenza ma non
volevano che restassero i loro vicini di casa cristiani].


Per la prima volta dal 1999, i dipendenti delle agenzie internazionali
evocano pubblicamente una "pulizia etnica". Obiettivo degli estremisti
albanesi: liberarsi degli ultimi 100.000 serbi della regione. Un reportage
sui dannati della guerra.


Dal nostro corrispondente speciale Jean-Louis Tremblais, 9 aprile, 2004
(http://www.lefigaro.fr/magazine/20040408.MAG0020.html)

L'ultima volta che ci siamo visti, Borislav Kevkic era giunto ai "tempi
supplementari". Questo sacerdote ortodososo stava tenendo in vita San Sava,
l'ultima chiesa della parte sud di Mitrovica (il settore albanese di questa
città divisa dal fiume Ibar; il nord è dei serbi ndr). Accanto a lui,
alloggiati in tre capanne, c'erano sei serbi: sua moglie, altri due
sacerdoti coraggiosi, una donna anziana paralitica e paranoica, e i nipotini
di questa poveretta, che andavano a scuola tutte le mattine con la scorta
militare. E poi i gatti. Tanti gatti, né serbi né albanesi, felini apolidi
che ingannavano i check-point e altri fili spinati.
In quest¹ultima enclave, protetta 24 ore al giorno dai soldati della KFOR
(la forza multinazionale della NATO), con il divieto di uscire per non
rischiare il linciaggio, questa comunità inflessibile e anacronistica a
malapena sopravviveva. Sei serbi in mezzo a 80.000 albanesi. Gli ultimi dei
mohicani. Ogni sabato, Padre Borislav suonava le campane con tutte le forze.
Per principio, perché Saint-Sava restava vuota, in quanto i serbi del
settore nord di Mitrovica si rifiutavano di avventurarsi dall'altra parte
del ponte, ai Shiptars (nome che si danno gli albanesi e che i serbi usano
con disprezzo). Ciononostante, il prete stava dicendo messa. Per lui e per
la sua gente. Per Dio e la Serbia. "Se me ne vado," mi ha detto,
"costruiranno una moschea."
Otto mesi dopo, la moschea non è ancora stata ricostruita, ma la chiesa è
già distrutta .... incendiata il 18 marzo durante il pogrom che ha causato
28 morti e 600 feriti in tutto il Kosovo. Di San Sava rimane solo un palazzo
bruciato e il crocifisso sul tetto (troppo alto per i vandali). Dentro non
c'è altro che un mucchio di ceneri: icone, statue, pulpito, altare, ecc. Lo
stesso vale per le case, che sono state prima saccheggiate poi bruciate. Il
cimitero del giardino, dove riposano alcuni religiosi, è stato dissacrato.
Lapidi rovesciate e schiantate. Adesso i paracadutisti francesi (la Brigata
Multinazionale della KFOR Nord-est, che controlla la regione di Mitrovica, è
sotto il comando francese) sta a guardia di questo mucchio di rovine che
hanno abbandonato perfino i gatti, creature selvatiche demoralizzate dallo
spettacolo della follia umana.
"Era buio," ricorda Padre Borislav, che oggi è un profugo a Mitrovica nord,
in zona serba e quindi al sicuro. "Gli albanesi hanno abbattuto il cancello
con un calcio. Volevano uccidermi. Li sentivo gridare. Per fortuna, i
soldati marocchini della KFOR sono venuti a cercarci e ci hanno tolti
dall'inferno. Non abbiamo avuto il tempo di fare le valigie. Abbiamo
arraffato il possibile con un sacchettino di plastica e poi ce ne siamo
andati per sempre. Gli albanesi hanno iniziato con l'irruzione, con il
saccheggio. L'indomani hanno bruciato tutto. Quarant'anni della mia vita
andati in fumo!"



Le case incendiate e altre vicende del pogrom

Per sottrarlo ai suoi torturatori, il monaco lo hanno evacuato con un
elicottero francese. Adesso abita in casa di un sacerdote, ha con se una
coperta e alcuni indumenti in un fagotto. Nella stessa situazione ci sono
3,200 serbi (?). Nel gergo dell'ONU, si chiamano IDP (persone dislocate
internamente). Una sottigliezza legale che evita di segnalarli come profughi
e permette a tutti di salvare la faccia. "Avete diritto di ritornare," aveva
promesso Harri Holkeri, l'amministratore finlandese dell'ONU in Kosovo. Ma
ritornare dove? Sette villaggi serbi sono stati totalmente cancellati dalla
mappa: Svinjare, Obilic, Kosovo Polje, Gnjilane, Caglavica, Lipljan,
Urosevac. A Pristina, la capitale della provincia, non c'è più nemmeno un
serbo. I 200 che ancora sopravvivevano a malapena nel palazzo del Programma
YU sono fuggiti dai loro appartamenti, lasciati in balia della rapina e del
saccheggio.
Attualmente sono in alloggi o nei campi della KFOR, o nelle enclave
circostanti come Mitrovica Nord e Gracanica. E' sempre la stessa storia,
con qualche variante. Un'atmosfera di "déjà vu" in questi maledetti Balcani.
Sempre di primavera, uno sgorgare di resina e di sangue, come nel Medio Evo,
dopo la tregua d'inverno. Sempre e ancor alle stesse maschere, tragiche e
stanche, segnate dal destino. Appena sotto il monastero di Gracanica,
Ljubica Milkovic, 73 anni, con il polso ingessato dopo aver subito un duro
pestaggio, racconta di quando ha visto centinaia di albanesi sbarcare nel
suo villaggio e di come i soldati della KFOR l'hanno salvata dalle fiamme.
Nell'ospedale di Mitrovica, Goroljub Janackovic, 64 anni, sdentato e con la
testa fasciata, racconta di come si è barricato in bagno quando gli albanesi
hanno invaso la sua casa. E' riuscito a liberarsi e scappare via nei campi,
beccandosi però nella fuga un colpo di accetta alla testa.
Nessuno crede più alla storia delle rappresaglie spontanee che sarebbero
scoppiate dopo l'affogamento di tre bambini albanesi nel fiume Ibar il 16
marzo. Secondo questa teoria, sviluppata dai media e dai leaders albanesi, i
tre bambini, inseguiti dai serbi, si sarebbero gettati nell'acqua per
sfuggire ai loro persecutori. Questa è la versione riferita dal quarto
adolescente, presentato come sopravvissuto a questo caso sinistro. Trasmessa
il giorno stesso da una tv locale, si disse che la sua testimonianza aveva
provocato l'ira degli albanesi del Kosovo e innescato la vioenza del 17 e 18
marzo.
"La realtà è molto diversa," confida un funzionario dell'ONU purché gli si
prometta l'anonimato. "Innanzitutto, la cronologia dei fatti: i giorni 12-16
marzo, tre serbi erano stati uccisi da proiettili e un quarto è stato
ferito. Il segnale "Caricate senza pietà!" era stato già dato prima
dell'annegamento. Poi il sopravvissuto in realtà era una sopravvissuta, una
femmina! Ci si domanda allora chi fosse il bambino che ha parlato davanti
alle telecamere. Chi gli ha detto cosa doveva dire? E poi colpisce la
simultaneità degli attacchi, accaduti in tutto il Kosovo quasi allo stesso
momento. E con mezzi pesanti: armi automatiche, granate, bottiglie Molotov .
Come se tutto fosse stato progettato da tempo."
E' stato impossibile verificare le affermazioni riguardanti l'annegamento:
citando ordini superiori, la polizia dell'UNMIK (United Nations Mission in
Kosovo, 4 000 uomini di tutte le nazionalità) si rifiuta di parlare del
caso.



Chiese ortodosse saccheggiate

Una cosa è certa: gli autori della violenza non hanno agito a casaccio,
sotto la spinta emotiva. Basta guardare i loro bersagli. Oltre ai privati
cittadini, gli attivisti albanesi (veterani dell'UCK, l'ex - esercito di
liberazione del Kosovo, fortemente sospettati di aver guidato le operazioni
a distanza) hanno mirato ai monumenti, simboli della "Gerusalemme serba" -
il nome che la chiesa ortodossa usa spesso per riferirsi al Kosovo. Trenta
chiese o monasteri ortodossi, fra cui diversi gioielli dell'architettura
medievale, sono stati bruciati in meno di 24 ore.
A Prizren, per fermarsi solo a questa città: le chiese di Cristo Salvatore,
di San Nicola, dei Santi Cosma e Damiano, il monastero dei Santi Arcangeli,
tutti monumenti del 14mo secolo. Dal 1999 sono stati distrutti allo stesso
modo ben 145 luoghi santi. Molti avevano resistito a cinque secoli di
occupazione ottomana, ma non sono sopravvissuti a cinque anni di gestione
ONU...
Un fatto nuovo: è la prima volta dal 1999 che degli alti funzionari del
leviatano multinazionale che presiede al destino del Kosovo parla di
"pulizia etnica". Questa è l'espressione usata dall'Ammiraglio Gregory
Johnson, comandante NATO per il sudest europeo. Per il Generale italiano
Alberto Primiceri, che comanda una delle 5 brigate della KFOR, "questo piano
di spingere il Kosovo nel fuoco e nel sangue era pronto da tempo". Anzi,
questa tragica primavera illustra una escalation della violence. Siamo
riusciti a ottenere un "documento da far circolare all'interno" dell'Onu,
che insiste su due elementi finora non pubblicati.
Primo, indica la nota, "il cambiamento più significativo è la comparsa di
cecchini". I cecchini tipo Sarajevo, il che è un brutto segno per il futuro.
E' successo a Mitrovica (dove un cecchino albanese, che stava prendendo di
mira soldati danesi della KFOR, è stato ucciso), a Pristina e a Lepo Selo,
sulla strada per Skopje. Secondo, il rapporto continua, "c'è una voluta
tendenza ad attaccare la KFOR e la polizia UNMIK". In altre parole, di
attaccare la comunità internazionale. E' così che l'ONU ha perso un
centinaio di veicoli, distrutti o incendiati, che diversi dei suoi uffici
(compreso quello del Direttorato delle Case e della PRoprietà a Mitrovica
Sud) sono stati distrutti, che un gran numero dei suoi impiegati ha dovuto
essere trasferito in un posto sicuro, con il divieto di muoversi sulle
strade. Da non dimenticare il prezzo pagato dai soldati della KFOR: 61
feriti, di cui tre gravemente.
Per i serbi, il risveglio degli internazionali alla realtà è superficiale e
tardivo. 250,000 di loro hanno lasciato la regione dal tempo
dell'intervento della NATO. Su un totale di due milioni di abitanti del
Kosovo, adesso i serbi ne costituiscono appena 100,000. Doppiamente puniti
dalla pulizia etnica quotidiana e dalla segregazione sociale (sono rimasti
solo i serbi più poveri, quelli che non hanno né i mezzi né i contatti per
andare a vivere altrove). Il problema è che benché alcuni individui stiano
iniziando ad aprire gli occhi, questo non sembra stia succedendo ai vertici
degli organismi internazionali che governano il mondo. Questo comunicato
surreale del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, emesso il 18 marzo (dopo i
fatti) lo dimostra: "La creazione di una società multietnica, tollerante e
democratica in un Kosovo stabilizzato rimane un obiettivo prioritario della
comunità internazionale. " Morire dal ridere? "No, simplicemente morire,"
rispondono i serbi.

(Fonte: http://www.lefigaro.fr/magazine/20040408.MAG0020.html)


Le fosse comuni in Kosovo e le menzogne della Nato
(S?) Quello che da cinque anni accade in Kosovo non è soltanto paragonabile
al supposto ³genocidio2 che provocò l¹intervento della Nato ma lo supera
largamente, almeno stando alle cifre ufficiali Nel 1999, quando l¹Alleanza
Atlantica decise i bombardamenti sulla Jugoslavia conteggi piuttosto precisi
dell¹Osce che schierava migliaia di osservatori sul terreno ascrivevano 1007
vittime (per la metà serbe) ad un anno e mezzo di guerriglia nella regione.
Oggi nonostante i 19mila soldati d¹Europa che controllano l¹area non
esistono stime ufficiali, però fonti serbe parlano di un migliaio di
³scomprsi2 nel dopoguerra e quelle albanesi di due o tremila. (S?) la nuova
³polizia² locale risulta formata al 94 per cento da ex guerriglieri dell¹UCK
che l¹Onu aveva cercato di disarmare (S?)
Qualche mese fa i primi dati sulle fosse comuni (che al momento dei
bombardamenti Nato si voleva contenessero i corpi di diecimila albanesi)
avevano destato qualche sconcerto, finendo comunque sepolti tra le vicende
afgane e quelle irachene. Fra i circa quattromila corpi scoperti in
numerosissimi, piccoli tumuli, circa la metà erano appartenuti a ³non
albanesi², per usare l¹eufemismo dei medici legali dell¹Onu.
(Da La Stampa del 19 marzo 2004)


Kosovo: chiese e monasteri dati alle fiamme dagli albanesi musulmani
«Se saremo costretti ad abbandonare il monastero di Decani e il Patriarcato
di Pec, sarà il fallimento del concetto di un Kosovo multietnico che la
comunità internazionale sta cercando di costruire da cinque anni». Non ha
inflessioni l'italiano con cui si esprime il monaco ortodosso padre
Ksenofont. «L'ho imparato bene con i soldati italiani della Kfor, che ci
assicurano protezione qui», cerca di sdrammatizzare. Ma la sua voce tradisce
il timore che il furore etnico possa travolgere anche tesori inestimabili
della culla dell'ortodossia serba: il monastero medioevale di Decani, che re
Stefano Uros volle costruire intorno al 1327. Oggi è il meglio conservato
tra i monumenti sacri del Kosovo: i blindati con le nostre insegne
all'esterno del muro di cinta, di fronte agli abeti secolari della valle
della Bistrica, sono l'unica garanzia per evitare che gli eccezionali
affreschi vengano polverizzati dalle granate. «Mercoledì sera sono caduti
alcuni colpi di mortaio poco lontano dal nostro cortile». Nella prima
interminabile notte di violenze in Kosovo si è unito in preghiera agli altri
trenta religiosi che vivono tra le antiche pietre bianche di Decani. La
veemenza anti-slava degli albanesi si sta comunque abbattendo su altri
luoghi sacri del Kosovo: a Skenderaj, nella valle della Drenica - vivaio
dell'irredentismo albanese - un gruppo di manifestanti ha dato alle fiamme
un monastero ortodosso. Gli edifici sacri, dalla fine della guerra nel 1999,
sono stati sistematicamente presi di mira dagli estremisti. E ora di nuovo:
a Prizren, verso il confine con la Macedonia, «è stato incendiata l'antica
cattedrale ortodossa e anche il seminario è andato distrutto» racconta
ancora padre Ksenofont. Lì c'è la sede del vescovo Artemjie, ma il presule
da tempo si è trasferito a Gracanica, a una ventina di chilometri da
Pristina, uno dei massimi esempi di architettura bizantina dei Balcani.
L'itinerario artistico-bellico dei monumenti esposti alle violenze
dell'estremismo albanese e del disciolto esercito dell'Uck non po' non
passare dal Patriarcato di Pec (che gli albanofoni chiamano Peje). Qui, nel
Kosovo nord-occidentale, ha sede anche il contingente italiano, schierato
dall'immediato dopoguerra a difesa del grande complesso monastico, dove
negli ultimi cinque anni hanno trovato riparo spesso i profughi serbi in
attesa di tornare alle proprie case o in visita ai pochi parenti rimasti ad
abitare in zona. Il Patriarcato di Pec, che comprende quattro chiese
costruite fra il XIII e il XIV secolo nella stretta gola della valle di
Rugova, è stato per secoli il centro del Patriarcato serbo ortodosso e
dipende direttamente da Belgrado. «Anche il monastero dei Santi Arcangeli,
vicino a Prizren - aggiunge ancora il monaco - è stato evacuato». A Giakova,
nel sud-ovest, quattro serbe si sono nascoste nella chiesa ortodossa per
sfuggire alla collera della folla e solo l'intervento della Kfor italiana ha
permesso di affidarle a padre Ksenofont. A Decani anche all'inizio del
Novecento c'era chi scortava i pellegrini: le mostrine allora erano quelle
degli ottomani. «Il monastero giace precariamente sul baratro insanguinato
delle cose e solo i meravigliosi marmi bianchi della chiesa ci raccontano la
sua gloria passata», annotò sul suo taccuino nel 1904 la viaggiatrice
inglese Mary E. Durham dopo aver pernottato a Decani.
(Da Avvenire del 19 marzo 2004