Sabrina Harman, incriminata, racconta al Washington Post
La polizia penitenziaria prendeva ordini dalla Cia e dai civili, e doveva fiaccare la resistenza dei prigionieri iracheni
WASHINGTON - «Far vedere ai detenuti l'inferno»: era questo il compito che era stato impartito a Sabrina D. Harman, una delle soldatesse statunitensi incriminate per le torture nel carcere di Abu Ghraib. La soldatessa lo ha dichiarato in un'intervista via e-mail al «Washington Post». Regole zero, preparazione ridotta, ma una missione chiara: fiaccare i detenuti per l’interrogatorio. «Ci portavano da uno a diversi prigionieri a volta già incappucciati e ammanettati», ha scritto al Washington Post. «Il lavoro della polizia militare era di tenerli svegli, rendergli la detenzione un inferno in modo così da farli parlare».
La soldatessa Sabrina Harman sorride dietro ai prigionieri iracheni nudi (New Yorker)
PRIVATI DI TUTTO - Sabrina Harman, riservista di 26 anni di Alexandria (Virginia), ha precisato che i membri della sua unità di polizia militare prendevano ordini dagli ufficiali dell’intelligence militare, dagli uomini della Cia e dai contractors civili che conducevano gli interrogatori. «La persona che ce li consegnava fissava gli standard, se essere o meno ’gentili’ - scrive Harman - Se il prigioniero cooperava, allora poteva tenere la sua tuta, il materasso, le sigarette o persino del cibo caldo. Ma se il prigioniero non forniva quello che volevano, venivano privati di tutto fino a quando lo decideva (l’intelligence militare).Sonno, cibo, vestiti, materassi, sigarette erano tutti privilegi e venivano dati in cambio di informazioni».
Prigionieri torturati clicca su una foto
NIENTE CORSI - «Nessuno di noi ricorda di aver mai partecipato a corsi sulla Convenzione di Ginevra - ha aggiunto l’agente - La prima volta che l’ho letta è stato due mesi dopo aver ricevuto l’incarico. L’ho letta tutta, sottolineando tutto quello che veniva violato in prigione. Un mucchio di cose». I prigionieri era denudati, perquisiti e «fatti stare in piedi o in ginocchio per ore», ha raccontato. «Qualche volta erano forzati a stare su scatole o a tenere con le braccia alzate scatole fino allo stremo». Il volto della giovane è diventato tristemente noto per le foto che la ritraggono dietro a un mucchio di prigionieri nudi.
TESTIMONE IN GRAN BRETAGNA - Intanto, in Gran Bretagna, un altro soldato ha contattato il «Daily Mirror» per denunciare gli abusi fatti regolarmente subire ai detenuti iracheni e le fotografie dei pestaggi, considerate da chi le scattava veri e propri trofei. Il «soldato D.», così lo ha identificato il quotidiano che pubblica oggi la nuova testimonianza sulle torture, ha ammesso - dicendo ai suoi interlocutori di «non essere un angelo» - di aver preso parte ai maltrattamenti per paura di opporsi ai suoi commilitoni e sempre per paura non ha raccontato quanto accadeva alla polizia militare. Nel riferirne, il giornale pubblica una foto a piena pagina che sostiene di aver ricevuto dal 'soldato D' e che ritrae un commilitone che fotografa un prigioniero legato e sanguinante all'interno di un veicolo militare.
8 maggio 2004 -




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