I Ds cercano voti con la tortura
di RENATO FARINA
Fassino usa (gratis) i prigionieri iracheni come sponsor della campagna elettorale. Senza dire che l'America ha già fatto giustizia
C' è una pagina pubblicitaria, la meglio pagata, a colori, l'ultima. Sta sull'Unità. Lo sponsor è un partito: i Democratici di Sinistra. Vi appare quel povero iracheno mascherato con un mantello e un cappuccio, e collegato a fili elettrici. Il Torturato. Sulla pubblicità compare questa scritta: «La barbarie di Saddam Hussein si combatte con altra barbarie?». Vorremmo porre una domanda al segretario dei Ds, Piero Fassino. Almeno lo avete pagato come testimonial, almeno gli avete chiesto il permesso per poterlo adoperare così, come piedistallo di un successo elettorale? E voi, bravi ragazzi dell'Unità: vi sembra bello accettare messaggi a pagamento che adoperano così la carne altrui? I Diessini si rivolgono ai lettori dell'Unità sapendo che voteranno già a sinistra e dunque desiderano tranquil- lizzarli: siamo duri contro Bush e gli americani, contro Blair e Berlusconi, almeno quanto Rifondazione, i Verdi e i Comunisti di Cossutta, anzi di più. Vota Triciclo. A questo siamo. C'è chi usa la tortura per strappare informazioni ai prigionieri, oppure per il semplice gusto di umiliarli. Ed è ignobile. Nessuna persona va violata. Questa vergogna ci pesa addosso come l'avessimo fatta noi, è tremendo di quanta abiezione gli uomini (e le donne) siano capaci al riparo di qualsiasi bandiera e di qualsiasi causa. Ma c'è chi usa la tortura e il torturato per sentirsi migliore e alzarsi in punta di piedi per mostrare che si è di un'altra statura umana, altro che civiltà superiore, proprio una razza superiore. Troviamo questa operazione meschina e ripugnante. Poteva essere discutibile se praticata da un quotidiano. Il Manifesto lo fa, amen. Ma se è un partito sotto elezioni che pratica questo riciclaggio dell'orrore ci sentiamo offesi come cittadini, afferrati per la collottola e trascinati a tracciare una croce su un simbolo in nome di sentimenti che debbono appartenere a tutti e non soltanto ad una parte. Ci vuoi comprare così, Fassino? Rileggiamo lo slogan: «La barbarie di Saddam Hussein si combatte con altra barbarie?». La malizia sta tutta nel punto interrogativo. Non si capisce la necessità della domanda. A chi è sbattuta in faccia? A chi si vuol dare una lezioncina? Ma sì che lo capiamo il vero senso di questo interrogativo. C'è un sacco di non detto, un mondo di allusioni e di ideologia dentro questa apparente ingenuità da senso comune. Il messaggio non è: no alla barbarie. Bensì, in maniera nemmeno troppo subliminale, quest'altro: c'è qualcuno che con la scusa della tirannide di Saddam Hussein ne vuole imporre un'altra, ed io e te sappiamo bene chi è. È gente che finge di volere i diritti umani ed invece li calpesta per metodo pur di impossessarsi della buona fede dei gonzi e dominare il mondo. Mostrando quella vittima, si lascia intendere chi ne è il torturatore: non la soldatessa di Kansas City con i suoi colleghi, ma un sistema, la democrazia americana. Ed è lei che si accusa, con il suo capo Bush. In fondo anzi meglio Saddam: farebbe meno danni e romperebbe meno le scatole la sua barbarie di cui nulla sapremmo, quieti e sereni. C'è qualcosa di perverso in quanto sta accadendo. Si sta consumando un'alleanza atroce e - fino a prova contraria - inconsapevole tra il terrorismo islamista e la sinistra europea ed in particolare italiana. Aggiungendoci a voci autorevoli abbiamo chiesto all'ala riformista dell'Ulivo di scrollarsi di dosso le incertezze e di scegliere un campo, quello occidentale. Senza rinunciare a critiche anche aspre, ma nella lealtà verso alleanze e tradizioni umanistiche. Ora ci tocca imbatterci in questo manifesto politico. Coincide perfettamente con quanto chiede Al Qaeda alle forze d'opposizione ai governi legati agli Usa: cedere, obbedire (all'Islam), non combattere. Il documento strategico di Al Qaeda da noi pubblicato in esclusiva ieri, esplicita i desiderata di Osama Bin Laden verso popoli e governi del Vecchio Continente: l'abbandono dell'America e il nostro cedimento, in cambio di pace, sicurezza e persino di una bella unità europea. Al Qaeda è in grado di usare le democrazie ai propri fini. Con la bomba di Madrid ha dimostrato - e lo dice - di poter entrare nei meccanismi del libero consenso e del libero voto su cui si regge il sistema occidentale. Un «modesto attacco», si vantano, quello dell'11 marzo, è bastato «nell'orientare gli spagnoli a votare per un altro partito». Bisogna rendersi conto prima che sia troppo tardi di questo ricatto. E denunciarlo senza giri di parole. Invece il bersaglio è, senza neanche il coraggio di chiamarlo per nome, il duo di torturatori Bush-Berlusconi. C'è un altro pilastro decisivo per le nostre società e i suoi equilibri: l'opinione pubblica. La rete terroristica, islamo-comunista, ha forti basi e appoggi da noi e tra noi, conosce il nostro spirito anemico. Ed ecco, improvvisa, l'offensiva dei mass media, concentrata, scandita sulle torture. Giusto. Noi siamo così. Bisogna essere così. Non perdonare niente a chi si copre del manto della democrazia per fare del male. Ed è necessario risalire la catena di comando per individuare negligenze e manchevolezze. I Diesse però tacciono un punto di verità decisivo per giudicare fin dove giunge la barbarie e se si sta lottando contro di essa. Ed è questo. Come siamo in grado di documentare, gli autori della tortura a quel prigioniero iracheno sono stati individuati e colpiti. C'è stata un'inchiesta severissima condotta sin dal 19 gennaio scorso dal generale americano Antonio Taguba. I prigionieri torturati hanno avuto voce, hanno potuto accusare, sono stati tutelati. La giustizia provvederà. Anche questa è la verità che va detta, ed è decisiva per giudicare il sistema. Tacere significa sostenere la campana di delegittimazione non solo e non tanto della nostra presenza in Iraq quanto della stessa essenza della nostra democrazia e -osiamo dire - civiltà. Fioriscono ormai fotomontaggi (ne è stata smascherata una specie di fabbrica in un sito internet egiziano), la denuncia delle atrocità è diventata un gioco a seminare il cancro della sfiducia nelle istituzioni e nei valori essenziali senza cui non ci sarebbe nemmeno la speranza di una convivenza pacifica. Noi ci crediamo. Per questo non cediamo dinanzi alla guerra scatenataci contro dal terrorismo. E il ricatto e la minaccia non ci fanno piegare la schiena. La pieghiamo per chiedere perdono a Hiadar Saber Abed Miktub-Aboodi (ha un nome quell'uomo torturato). Torturato due volte.
Che schifo di gente


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