OCCIDENTALISMI
Perché è finita la guerra dei neo-cons
La guerra dei neo-cons è finita. Non nel carcere di Abu Ghraib, ma prima. La pubblicazione delle foto ne è solo la rivelazione, che forse non sarebbe neanche avvenuta se la guerra non fosse stata già persa in America. La storia, si sa, la scrivono i vincitori. E la pubblicano sui giornali, o nei libri di Woodward. La guerra dei neo-cons era già finita con la rinuncia di Bush alla de-baathificazione dell’Iraq, con la consegna di Falluja a un generale iracheno, con l’ammissione che le truppe inviate per la guerra leggera erano insufficienti per il dopoguerra pesante, con il via libera al piano Brahimi, con la fine delle minacce all’Iran e alla Siria, con l’annuncio della visita del presidente nella Vecchia Europa. L’amministrazione americana sta sostituendo in corsa, a uno a uno, tutti i capisaldi dell’ideologia neo-cons. A fatica, e per questo va aiutata. Se la conversione sarà completa, Bush si presenterà in Europa con due concessioni di fondo: il sì a una nuova forza multinazionale non a comando americano, che protegga il personale dell’Onu, distinta da quella della coalizione; il via libera a onorare, da parte del nuovo Iraq, il terzo grande contratto petrolifero firmato da Saddam, oltre a quelli con l’Eni e con Lukoil: l’affare francese della Elf-Total.
In che cosa consisteva la guerra dei neo-cons? In un progetto rivoluzionario: mettere una vetrina dell’Occidente (e forse due, o anche tre) nel Medioriente. Fare dell’Iraq una Berlino ovest nel cuore del mondo arabo. Spezzarne l’unità olistica di stato e religione usando l’arma della democrazia. L’America di Bush (o anche di Kerry) sembra ora accontentarsi di molto meno: tutto sommato l’obiettivo principale - la caduta di Saddam - è raggiunto; ciò che più conta adesso non è l’esportazione della democrazia, ma la stabilità dell’area. Bene prezioso, da ottenersi in qualsiasi modo, pena la sconfitta nella prima guerra mondiale al terrorismo. Bene prezioso per Bush, perché il sessanta per cento degli americani, che non sono tutti neo-cons, pensano ancora che la guerra meritava di essere combattuta, ma se si convincono che non si può vincere mandano a casa il presidente, per quanto scialbo sia lo sfidante. E bene prezioso per noi, che viviamo a tre ore di volo da Baghdad. Se l’America perde, l’Europa perde. Poiché hanno capito questo, molti democratici europei, tra i quali Prodi, dicono che una cosa era partire e un’altra tornare.
Perché i neo-cons hanno perso e si sono persi? Perché hanno fatto una politica «occidentalista». Chi ha letto un recente saggio di Ian Buruma sa che cosa si intende per «occidentalismo». E’ l’immagine dell’Occidente che hanno i nemici dell’Occidente, formatasi su teorie nate e cresciute nell’Occidente. Il mondo arabo ha assorbito dal pensiero occidentale l’odio per il capitalismo senza anima, per le metropoli di lussuria, per le torri babilonesi anche se gemelle, e l’odio per America. Il mondo arabo ha appreso l’anti-americanismo dal nazismo e dal comunismo. Il Baath di Saddam ne era una felice crasi. E’ avvenuto per l’antiamericanismo nel mondo arabo ciò che accadde a certe stoffe colorate francesi, esportate a Tahiti e indossate dalle indigene, e poi trasformate dai dipinti del francese Gauguin nel simbolo dell’esotismo orientale.
I neo-cons hanno perso perché hanno dato un’immagine occidentalista dell’Occidente. La tortura non è un incidente. Era, come in Algeria per i francesi, il metodo per preparare i detenuti arabi all’interrogatorio: «dovevano vedere l’inferno». Era esattamente ciò che è sembrata all’opinione pubblica mediorientale: la dimostrazione che quella araba è «una nazione senza dignità». Rumsfeld è da dimettere perché ha concepito la guerra come puro clash of civilization, di un genere che non risulterà sconosciuto ai tanti lettori nostrani delle Fallaci esecrazioni dei «figli di Allah».
La sconfitta dei neo-cons produce conseguenze politiche innanzitutto nella destra. Ne è prova lo stato di smarrimento ideale in cui si trova un loro solitario ma orgoglioso sostenitore, Giuliano Ferrara: «La tortura è dovunque, dunque in nessun luogo. Ne siamo responsabili in quanto uomini e donne, abitanti del pianeta. Il male radicale attraversa i secoli e continenti». Una teodicea da partito della Bibbia, che condanna la fecondazione assistita ma giustifica altre tentazioni del demonio. Ricorda quel personaggio di «Alto gradimento» che si spiegava tutti i guai del mondo sempre nello stesso modo: «L’uomo è una bestia».
Ma se la guerra dei neo-cons è finita, quella al terrorismo no. Si apre un grande spazio per una sinistra non anti-americana e non occidentalista. C’è una ragione in più per sventolare, il quattro giugno, la bandiera a stelle e strisce invece di quella di Saddam. Ed è che l’America non è già più quella di un anno fa.




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