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    Thumbs up Perchè dire NO! alla società multirazziale

    Perché dire “no!” alla società multirazziale.

    3.1 I fautori del disordine.

    L’immigrazione extracomunitaria è favorita e sostenuta da un’insieme di forze che la presentano come un fenomeno spontaneo ed irreversibile al quale non è possibile opporsi; la società multirazziale è principalmente sostenuta da un’alleanza fra il mondialismo finanziario e la sinistra internazionale che si basa su ragioni economiche ed ideologiche.
    L’economia globale, prescindendo da Popoli e Stati, concepisce il mondo come un mercato unico attraverso il quale spostare gli uomini ed i capitali seguendo esclusivamente la logica del profitto. Per accelerare il processo di mondializzazione si vuole dunque creare la figura del consumatore globale, sradicato da storia e tradizioni, senza identità alcuna se non quella assegnatagli dalla pubblicità di turno sul modello di società multirazziale santificata dai vari Benetton, Mac Donald, Nike, Nestlè, Del Monte o Adidas, ecc. .
    Il nemico principale di tale sistema di disvalori ed interessi sono i Popoli e la loro volontà di indipendenza ed autodeterminazione.
    I sostenitori dell’immigrazione extraeuropea vogliono negare l’esistenza di Popoli e Nazioni, sostenendo un cosmopolitismo individualista di massa che sgretola le identità e i sentimenti di appartenenza territoriali, a tutto vantaggio del mercato globale. In questo sistema, paradossalmente, la sinistra favorisce i grandi potentati internazionali che attraverso la globalizzazione del lavoro hanno come obiettivo la sistematica riduzione dei salari europei e mettono i nostri lavoratori in concorrenza diretta con gente disposta a lavorare per pochi euro, minacciando altrimenti di delocalizzare le attività nel Terzo Mondo.
    L’immigrazione extracomunitaria in Padania ed in Italia, favorita dai precedenti Governi miopi, se non complici, ha assunto le proporzioni di una vera e propria invasione: infatti, oltre un certo limite percentuale, l’arrivo di popolazioni straniere, sia anche pacifico, si trasforma in un fenomeno di sostituzione e depossessamento territoriale nei confronti del popolo che abita originariamente il territorio in oggetto: lo insegnano la storia ed il buon senso. Chi poteva immaginare solo 15 anni fa che interi quartieri di città come Torino, Milano, Genova, Padova, Brescia (solo per fare degli esempi) sarebbero stati dominati territorialmente da extracomunitari?
    Di fronte alle accuse di razzismo che vengono lanciate contro chi si oppone alla distruzione del nostro popolo, bisogna ribadire con forza il sacrosanto diritto della nostra gente a mantenere e difendere le proprie identità etnico-culturale e religiosa e a non essere ridotta ad una minoranza residuale.
    Un argomento che le lobbies immigrazioniste adducono a sostegno dell’arrivo degli extraeuropei, è che tale fenomeno risolverebbe il grave problema dell’invecchiamento e del calo demografico del nostro Paese; assurdo! Costoro pensano di risolvere questo problema prevedendo di sostituire popolo a popolo! Oggi la Lega di Governo tutela invece la famiglia e la maternità, applicando il principio della preferenza nazionale e comunitaria.
    3.2 Società Multirazziale e Mondialismo.

    La cosiddetta società multirazziale che si vuole imporre, è ben lontana dal paradiso propagandato.
    Ciò è dimostrato dalle enormi tensioni che attraversano le nazioni occidentali a più alto tasso di immigrazione.
    Gli Stati Uniti, modello di riferimento ideale e pratico di tale conformazione sociale, sono teatro quotidiano di conflitti interrazziali che sfociano spesso in vere e proprie esplosioni di violenza. Nella vicina Francia, tradizionale terra d’immigrazione, intere comunità di extraeuropei si mettono in posizione di antagonismo e conflitto con la società di “accoglienza”, ricordiamo per esempio i quartieri nord di Marsiglia e le “Banlieus” calde di Parigi.
    La società multirazziale, togliendo punti di riferimento culturali ed identitari comuni, è un ulteriore passo in avanti sulla strada dell’alienazione e della solitudine dell’individuo che si sente solo e schiacciato di fronte ad uno Stato-apparato sempre più lontano e privo di senso (non basandosi più su dei valori e delle origini comuni) ed un mercato globale sempre più spietato.
    La nostra critica muove da principi, che vanno trasmessi ad un’opinione pubblica che è in larga maggioranza istintivamente contraria al fenomeno dell’immigrazione extra-europea di massa. Se si accusa continuamente gli europei di razzismo e xenofobia, non è perché da noi l’odio per gli altri è sviluppato in maniera maggiore che altrove nel mondo. Al contrario è proprio perché da noi il sentimento di appartenenza nazionale ed etnico è più combattuto che altrove. Non è certo in Cina, in Turchia o nel mondo Arabo, che i matrimoni interetnici ed interreligiosi, sono pratic ati e presentati come un bene. Questa forma di tolleranza è praticata solo da noi. Perché quindi i nostri popoli sono continuamente accusati di razzismo?
    La ragione sta in una regola psicologica elementare: quando si dubita di se stessi e ci si giustifica, l’avversario non esita ad attaccare. E’ infatti questa cattiva coscienza, questa vergogna verso se stessi, instillata dal pensiero nichilista post-sessantottino che dà la sensazione ai nemici della civiltà europea di aver già vinto la battaglia.
    La forza dei nostri nemici è la conseguenza della nostra debolezza. La minaccia “razzista” va ricercata nel pensiero e nell’azione distruttrice del mondialismo, il quale attraverso una sottocultura commerciale planetaria, progetta di edificare un “Villaggio Mondiale”, anglofono e totalitario sulle rovine dei popoli. Questi mondialisti sono i veri razzisti in quanto negano le diversità delle culture e dei popoli. Il patriottismo è l’ultimo ostacolo al progredire degli imperi planetari americani e islamici.
    Coloro che lottano per preservare la sopravvivenza delle loro nazioni, rappresentano il campo delle diversità delle culture della vera tolleranza e della libertà, mentre il multicuturalismo americanomorfo rappresenta quello dell’uniformità dello sradicamento e dell’asservimento.
    La Lega Nord per l’Indipendenza della Padania afferma una visione differenzialista del mondo.
    Spesso e volentieri coloro che si oppongono all’immigrazione extracomunitaria sono solo persone che non disprezzano i propri antenati, la propria lingua e la propria cultura, sono fiere della propria comunità etnica senza per questo giudicarla superiore alle altre, accettano le differenze, preferiscono a priori il loro prossimo ai membri di altri gruppi etnici, senza per ciò rifiutare la cooperazione.
    Altro che razzisti queste persone hanno solo una reazione difensiva di fronte ad un fenomeno che minaccia l’identità della comunità alla quale appartengono.
    Nel campo dell’immigrazione l’ipocrisia regna sovrana, si arriva addirittura a sostenere la necessità da parte dei media, di occultare l’identità o l’origine etnica dei malfattori quando questi non sono di origini europea: per esempio, in Francia in questi casi si parla genericamente di “giovani”.
    Per imporre l’immigrazione, si è messa in campo una legislazione che reprime ogni espressione di sentimenti definiti “razzisti” in senso ampio, reprimendo potenzialmente ogni senso di appartenenza identitario, pensiamo ad esempio alla Legge Mancino.
    Cancellando la memoria della propria storia e la consapevolezza dei doveri verso i propri discendenti, un popolo perde la sana facoltà di distinzione del medesimo e dell’altro.
    La semplice presenza degli immigrati extra-comunitari sul nostro territorio, non può essere considerata sufficiente per naturalizzarli e concedergli i diritti di cittadinanza. Per diventare membri di una società bisogna esprimere un consenso. Ma chi deve farlo? Su questo punto i mondialisti e le lobby immigrazioniste tengono conto solo del consenso degli immigrati, ovvero di coloro che hanno tutto l’interesse di accordarlo, sostenendo in pratica che nel momento in cui costoro ritengono di trovare vantaggioso rimanere nel paese che li ha accolti la naturalizzazione dovrebbe essere una pura formalità. Chiaramente si dimenticano di chiedere il consenso delle popolazione autoctone che subiranno gli effetti di questa immigrazione.
    Dunque in quest’ottica perversa si sostiene che gli immigrati hanno il diritto “sacro” di venire e restare da noi (conservando la propria cultura), mentre i padani vengono invitati a dimenticare la loro storia, la loro cultura e la loro identità.
    Concretamente è in atto una forma di imperialismo demografico che tende a far diventare le nostre nazioni demograficamente, culturalmente e politicamente, un appendice di paesi che non appartengono al continente europeo.
    La presenza di milioni di extra-comunitari in Europa potrà essere un elemento inibitore per la politica internazionale dei nostri paesi nei confronti di altri Stati, che utilizzeranno le loro comunità immigrate come forza di pressione e di ricatto; pensiamo per esempio alla Turchia, paese islamico aderente alla Nato e aspirante membro dell’Unione Europea.
    In questo quadro si assiste ad uno spostamento delle frontiere verso l’interno, che creano così delle “enclaves” etniche extraterritoriali, le quali in caso di tensioni condurranno ad una “libanizzazione” dei nostri paesi.
    Il “pensiero politicamente corretto”, sopprimendo la dicotomia tradizionale straniero-autoctono e colpevolizzando ogni sentimento di appartenenza patriottico, squalifica di fatto le ricerche geostrategiche per la semplice ragione che esse prendono in considerazione la valutazione delle minacce in base alle costanti geografiche, culturali, ed etniche dei popoli e delle nazioni.
    Al contrario l’Europa non è mai stata multirazziale. Sebbene nella sua storia millenaria si siano verificate migrazioni interne ed immissioni di componenti razziali differenti, tuttavia le etnie europee hanno mantenuto una sostanziale omogeneità ed una reciproca affinità derivante dalla comune origine indoeuropea.


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    Intervento del capogruppo Lega Nord Alessandro Cé

    Signor Presidente, gli aspetti salienti del dibattito parlamentare sull'immigrazione sono stati caratterizzati dalla rabbia, dalla violenza verbale e dalla disperazione dell'onorevole Turco e dell'onorevole Soda. Non si è trattato di episodi estemporanei dettati da intemperanza caratteriale, ma della reazione razionalmente aggressiva di fronte ad una legge che segna la sconfitta della strategia globalizzatrice della sinistra. L'ideologia della società multirazziale che ci è stata falsamente presentata come ineludibile portato della storia ha rappresentato, per la sinistra e per l'Ulivo, ben assecondato dall'utopismo pauperista di rifondazione comunista, lo strumento per scardinare la democrazia in Europa. La democrazia si basa, infatti, sul rapporto stretto fra cittadini e istituzioni, fra territori e popoli, fra persone in azione e non può prescindere da precisi diritti e doveri strettamente correlati fra loro di cui è titolare ogni membro della comunità. Tutto questo per la sinistra non conta; l'importante è massificare il mondo rendendo tutte le persone uguali nel modo di pensare, di agire, di vestire; l'importante è cancellare le diversità, le identità dei popoli, le loro tradizioni, la loro storia i loro costumi per cementare il tutto nella formula della società multirazziale, del melting pot. La sinistra e i cattocomunisti inseguono la nemesi del comunismo, sconfitto e condannato dalla storia, che risorge in una formula nuova dove l'utopia non consiste più nell'uguaglianza giuridico-formale davanti alla legge, né nell'uguaglianza economica, rivelatasi fallimentare, bensì nell'uguaglianza dell'anonimia, dell'impotenza, della cancellazione dell'identità. Una società siffatta, in realtà, lungi dall'essere integrata, è caratterizzata da grande conflittualità sociale, da scontro tra culture e civiltà e, pertanto, non può che rimandare, petulante, a poteri sempre più lontani ed autoritari. Se a questo quadro aggiungiamo l'attacco frontale portato negli ultimi anni dalla sinistra alla famiglia naturale ed alle formazioni comunitarie intermedie, viste come ostacoli al proprio progetto strategico, risulta evidente la disumanità dell'ideologia della società multirazziale. La sinistra italiana, partecipe del progetto, rivelatosi fallimentare, dell'Ulivo mondiale, ha svenduto la dignità e l'identità delle persone, delle comunità e dei popoli all'utopia antidemocratica del Governo mondiale, alleandosi, a tal fine, con la grande finanza italiana ed internazionale: un patto diabolico che avrebbe dovuto assegnare agli illuminati dell'Ulivo, cioè ad una stretta cerchia di tecno-burocrati, la pianificazione legislativa svincolata da reali poteri di controllo democratico da parte dei singoli popoli, e, alla grande finanza, un tornaconto in termini di nuovo sottoproletariato extracomunitario funzionale a tenere bassi i salari anche per i lavoratori autoctoni. In questi giorni ne abbiamo avuto la riprova attraverso i ripetuti interventi, in particolare quelli svolti dall'onorevole Violante, a sostegno degli interessi della grande industria. È vero, in Italia esiste un alto costo del lavoro - noi lo sosteniamo da sempre - le cui responsabilità ricadano in buona parte sui governi dell'Ulivo. Su questo tema, e sulla riduzione degli oneri per le piccole e medie imprese, bisognava intervenire, ed il nostro Governo ha già approvato alla Camera provvedimenti che vanno in questa direzione. L'onorevole Violante si dimentica però, o vuole dimenticarsi, che esiste una disoccupazione altissima nel Mezzogiorno, che esistono lunghe liste di disoccupazione comprendenti decine di migliaia di extracomunitari, che i salari sono spesso al limite della sopravvivenza. Questo spiega, in parte, anche perché gli italiani rifiutano lavori molto pesanti e sottopagati. Non sarebbe miglior causa, onorevole Violante, lavorare insieme per aumentare il salario netto ai lavoratori italiani, piuttosto che introdurre fattori ulteriormente calmieratori dei salari stessi con l'invasione extracomunitaria? Vede, onorevole Violante, dai suoi accorati interventi è evidente che ormai la sinistra si preoccupa molto di più degli industriali che non dei lavoratori, e ciò conferma che il patto con la grande finanza e la grande industria sono essenziali al progetto egemonico, di gramsciana memoria, che volevate realizzare. In sostanza, onorevole Violante, vi siete venduti l'anima! La grande finanza, a sua volta, ha appoggiato il vostro progetto di potere. Per realizzarlo vi serviva una massa di diseredati che venissero a scardinare la legalità nel nostro paese, che mettessero in discussione i principi ed i valori di riferimento della nostra comunità, un nuovo sottoproletariato e dei nuovi disperati da contrapporre ai colpevoli lavoratori italiani e per alimentare, come vostro solito, i complessi di colpa della vecchia Europa nei confronti del terzo mondo. Per realizzare il vostro progetto di potere dovevate sostituire l'emorragia di consensi da parte dei lavoratori e dei piccoli imprenditori italiani con il voto degli immigrati, secondo la vecchia logica del connubio assistenzialismo - voto di scambio. La vostra non è mai stata solidarietà disinteressata, bensì solidarietà «pelosa». Inoltre, per quanto riguarda la concretezza della vostra solidarietà, come spiegate il fatto che negli anni di Governo dell'Ulivo la cooperazione con i paesi terzi, che è la vera strada maestra da percorrere per risolvere i problemi della povertà dove essa è presente, ha raggiunto i minimi storici? Si è investito infatti solo lo 0,14 per cento del PIL, che rappresenta il più basso livello tra i paesi del mondo occidentale. Per raggiungere il vostro scopo avete adottato la politica del buonismo irresponsabile, avete abdicato al ruolo di garanti della legalità, di difesa e di inviolabilità dei confini, esponendo il paese e la collettività all'insicurezza, all'illegalità diffusa, al dilagare della piccola e grande criminalità, all'aumento dello spaccio di droga, alla vergogna della prostituzione ovunque ed in qualsiasi ora del giorno e della notte, alla devastazione di interi quartieri, all'inciviltà ed al degrado delle nostre città, al commercio abusivo tollerato come fonte di reddito per irregolari e clandestini in spregio ai cittadini onesti Avete fatto ricadere tutto questo, anche in termini di costi economici, sulla collettività, nonostante autorevoli istituti statistico-economici avessero quantificato da tempo l'ammontare di queste risorse drenate dalle tasche inconsapevoli dei cittadini: circa 8 mila miliardi annui per assistenza sociale, sanità, case, sicurezza e carceri. Avete continuato a mistificare la realtà, sostenendo che gli extracomunitari avrebbero pagato le nostre pensioni future, nascondendo che solo un quarto degli extracomunitari regolari presenti nel nostro paese sono iscritti all'INPS e che oltre un milione di irregolari e clandestini, logicamente non pagando nulla, usufruiscono dei servizi di assistenza previsti nel nostro paese. Sarebbe questa, secondo voi, la ricchezza portata dall'immigrazione extracomunitaria? Almeno due milioni e mezzo di persone presenti, di cui solo 400 mila versano contributi all'INPS? Avete perpetrato nei confronti dei cittadini italiani e padani le vessazioni più discriminatorie consentendo, ad esempio, agli extracomunitari di ritirare i contributi versati con il 5 per cento di interesse dopo solo cinque anni di lavoro, mentre le nostre donne - lo ripeto: le nostre donne - le cosiddette donne silenti non hanno lo stesso diritto, pur avendo versato contributi per 13-14 anni per la sola colpa di aver lasciato il lavoro per accudire i figli. Ma si sa: voi odiate la famiglia! Avete offeso e umiliato i nostri vecchi in condizioni di povertà, togliendo loro il diritto alla casa e attribuendo punteggi di favore, specie nelle amministrazioni governate dall'Ulivo, agli extracomunitari. È questo il vostro senso della giustizia sociale? Avete approvato norme come alcuni articoli della legge Turco-Napolitano e la vergognosa legge Mancino che, con lo strumentale pretesto di lottare contro la xenofobia, hanno introdotto l'ignominia dell'inversione dell'onere della prova nei procedimenti di accusa per atti di presunta discriminazione razziale, una specie di condanna anticipata dell'accusato che inficia nel profondo l'idea stessa dello Stato di diritto nel quale chi accusa è tenuto a fornire le prove e le testimonianze contro l'imputato. Da tutto ciò si evince un odio profondo nei confronti dei cittadini italiani, della nostra cultura e della nostra civiltà; un odio nei confronti della civiltà europea, dei suoi valori e della sua matrice cristiana. Onorevole Turco, piuttosto che accusarci di razzismo e di gridarci «vergogna», perché non prova ad uscire da questa aula ed a confrontarsi con la gente comune e non con le platee addomesticate e ideologicamente affini predisposte dalle vostre associazioni militanti, spiegando il motivo per cui avete compiuto queste discriminazioni nei confronti dei cittadini italiani? Sono sicuro che la stragrande maggioranza dei cittadini la prenderebbe, metaforicamente, a calci. La Lega nord Padania - e concludo, signor Presidente - ritiene l'approvazione della legge Bossi-Fini un grande risultato politico, oltre che una grande vittoria del nostro movimento, che premia l'enorme impegno profuso dai nostri militanti sul territorio per evitare che il diabolico disegno dell'Ulivo potesse diventare una triste realtà.


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    Elogio delle differenze, Prof. Damiano
    intervista di Radio Padania Libera (De Bono e Rondini)
    Intervista telefonica rilasciata dal prof. Giovanni Damiano a Radio Padania Libera (conduttori: Marco De Bono, Marco Rondini) il 20 novembre del 2001.

    Marco De Bono. - Nel corso dei nostri incontri radiofonici abbiamo affrontato, da diversi punti di vista, fenomeni come la globalizzazione e l’immigrazione, cercando di dimostrarne la non spontaneità. Ne riparliamo con un ospite che è Giovanni Damiano, professore di filosofia. Lo contattiamo perché il saggio del quale è autore: Elogio delle differenze, per una critica della globalizzazione, rispecchia posizioni molto vicine a quelle del nostro Movimento: di difesa e salvaguardia delle differenze e delle specificità etniche e culturali.

    Entro subito nel vivo dell’argomento ponendole la domanda che lei inserisce nel prologo di Elogio delle differenze: la globalizzazione è il nostro destino? Ed è quindi irrealistico opporvisi?

    Giovanni Damiano. - Io non credo affatto che la globalizzazione possa essere intesa come destino. Anche perché questo implicherebbe una visione della storia di tipo deterministico che mi sembra, francamente, un residuo ottocentesco. Quindi credo che, al contrario, la storia sia invece il regno della libertà e della possibilità. Scrivere la storia in anticipo è sempre una forzatura, di tipo ideologico.

    Marco Rondini. - I più ritengono che la globalizzazione sia un fenomeno puramente economico, mentre nel suo saggio ne viene sottolineato il carattere onnipervasivo; cosa che tra l’altro il nostro segretario ha più volte denunciato. Che cosa intendiamo per multidimensionalità della globalizzazione?

    Giovanni Damiano. - Io ho cercato di mettere in evidenza come il ridurre la globalizzazione ad un fenomeno esclusivamente economico sia un impoverire, in maniera decisiva, questo concetto. La globalizzazione, proprio perché è una spinta all’unificazione, tende ad interessare tutte le dimensioni della realtà. Quindi ritengo che si debba parlare di globalizzazione anche in ambiti diversi da quello economico. Avremo allora una globalizzazione economica ma anche politica, sociale e culturale. In questi ultimi tempi diversi autori si stanno avvicinando a questo concetto; penso ad esempio ad Habermas, Giddens, Beck ecc. Stanno cioè riconoscendo che la globalizzazione è un fenomeno onnipervasivo, che si sviluppa su più dimensioni. Ecco perché ho utilizzato questo concetto di multidimensionalità, soffermandomi soprattutto sulla dimensione sociale. Cioè su come la globalizzazione potrebbe trasformare le nostre società, riducendole ad una società globale, che perde di vista quelle che sono le specifiche differenze insite nei diversi assetti sociali, presenti nel mondo, per costruire un tipo di società che in ogni punto del pianeta rimandi sempre e solo agli stessi principi e allo stesso modo di intendere le relazioni sociali.

    Marco Rondini. - Nel suo saggio si sofferma, in particolar modo, su uno degli aspetti della globalizzazione e cioè sul tentativo, insito nel progetto mondialista, di annullamento delle differenze. Progetto che si compie attraverso l’instaurazione dell’utopica società multirazziale. A questo opponiamo la salvaguardia delle differenze.

    Marco De Bono. - Va qui ricordato che più volte il nostro movimento che professa il differenzialismo, si è trovato a difendersi da accuse di razzismo e xenofobia – intendendo con questi termini, i nostri detrattori, la propaganda di una supposta superiorità e il tentativo di fomentare, nelle nostre comunità, la paura, l’odio e l’annullamento del diverso. È vero invece esattamente il contrario perché la nostra posizione differenzialista implica, ancor prima della difesa delle nostre specificità, l’esistenza dell’altro, di qualcuno di diverso con il quale avviene il confronto.

    Giovanni Damiano. - Queste accuse sono semplicemente un argomento polemico e anche, a dir il vero, pesantemente moralistico usato contro tutti quelli che cercano di difendere la propria identità. Queste accuse sono soltanto il paravento dietro il quale si nasconde la volontà di screditare moralmente chi la pensa diversamente. Perché io non credo affatto che la difesa della propria differenza possa mai essere intesa come paura del diverso. Questo è uno psicologismo senza alcun fondamento, io in realtà non ho paura del diverso, ho semplicemente interesse a difendere quello che è il mio modo di vita, coi miei valori, con i miei usi, con i miei costumi e con le mie tradizioni. Non vedo come questo possa essere inteso come paura dell’altro. Né tanto meno difendere la propria identità può mai significare di screditare l’identità altrui. Anzi al contrario, se io difendo la mia identità è proprio perché riconosco che ci sono altre persone, che rimandano a delle differenze, cioè a delle identità diverse dalla mia.

    Marco De Bono. - Noi abbiamo sempre visto gli Stati Uniti come una società multirazziale, bene o male, priva di veri valori. Ora però di fronte ad un pericolo sembra che abbiano riscoperto un’unità come popolo americano. Per riscoprire dei valori comuni abbiamo proprio bisogno che incomba su di noi un pericolo?

    Giovanni Damiano. - Indubbiamente i momenti di pericolo rafforzano. Rendono forse più consapevoli di ciò che si sta perdendo, o di quello che si rischia di perdere. Ecco il motivo per cui, in genere, quando ci sono questi momenti di mobilitazione, dovuti ad un qualsivoglia tipo di pericolo, interno o esterno, c’è sicuramente un rafforzamento dei propri valori. Nel caso degli americani credo possa essere riferito a quella sorta di religione civile che loro da sempre praticano. Una sorta di culto laico basato su una serie di valori, e su una serie di riflessioni sul proprio destino e sul proprio carattere. Indicativi della loro stessa nascita. Gli americani si sono sempre visti come il nuovo popolo d’Israele, un nuovo popolo eletto, un popolo che in qualche modo è destinato a compiere una sua missione, e questo sin dal 1600 e ancor più nel 1700. Credo che abbiano individuato in queste caratteristiche di novità e di diverinvengono nelle loro costituzioni: dalla dichiarazione della Virginia alla dichiarazione di Indipendenza. Si tratta di una vera e propria religione civile che nei momenti del pericolo riesce a coagulare un’intera nazione intorno a dei valori condivisi. Valori che sono di per sé oggettivamente astratti, non riconducibili ad una specificità culturale o etnica. La cosa non deve stupire, perché, altrimenti, la società americana sarebbe deflagrata già da tempo.

    Marco Rondini. - Recentemente con Maurizio Cabona, de Il Giornale, ci siamo soffermati, sottolineandola, sull’attualità dell’analisi svolta da Oswald Spengler, nel testo Anni della decisione (Edizioni di Ar) . E per farlo abbiamo dato lettura di alcuni brani che rileggo per poi lasciarle la possibilità di commentarli: "In Africa è il missionario cristiano, specialmente il metodista inglese, colui che in tutta innocenza – con il suo predicare l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio e il peccato di essere ricchi – ara il terreno sul quale poi il messo bolscevico semina e raccoglie. Inoltre il missionario islamico ne segue le tracce con progressivo successo. Dove ieri sorgeva una scuola cristiana, sorgerà domani una capanna destinata a moschea. Il sacerdote cristiano appare sospetto soprattutto perché rappresenta un popolo bianco dominatore, contro il quale si rivolge la propaganda islamica più politica che dogmatica".

    Giovanni Damiano. - È sicuramente un passaggio particolarmente complesso, gravido di conseguenze anche per l’oggi. Indubbiamente ci sono alcune colpe dell’Occidente. Ma oggi impera un terzomondismo troppo spinto che ci porta ad una continua autoflagellazione. Indubbiamente una certa tolleranza mal intesa può dare un’impressione di debolezza, e finire con il permettere che altri possano sostituirci. Vi è da un lato un atteggiamento della Chiesa cattolica, che io francamente non condivido, troppo tollerante e disarmante, nel senso letterale del termine, che ci priva dal punto di vista culturale della difesa della nostra identità e dall’altro apre la strada ad un Islam aggressivo, sicuramente ecumenico e universalistico, indubbiamente proteso alla evangelizzazione. Lo stesso proliferare di moschee in Italia è indicativo di questa situazione.

    Marco Rondini. - In una recente recensione, pubblicata su La Padania, il suo saggio veniva definito come il manifesto del differenzialismo. Cosa intende quando dice che il differenzialismo si regge sul rapporto differenziale?

    Giovanni Damiano. - Io ho cercato di mettere in evidenza alcuni aspetti del pensiero differenzialista, che oggi ritengo sia fondamentale per opporsi a questo tipo di processi globali. Il pensiero differenzialista riconosce che ogni specificità, ogni cultura ha diritto all’esistenza, a svilupparsi e a divenire, ovviamente nel rispetto di se stessa. Il differenzialismo presuppone una reciprocità, quindi un reciproco rispetto, un reciproco riconoscimento della dignità di ogni posizione culturale, etnica e tradizionale. Totalmente alieno da qualsiasi pretesa di superiorità. Quindi nessun annullamento del diverso, perché nel momento in cui il diverso fosse annullato sparirebbe anche la propria identità, non esistendo più alcun termine di paragone. L’annullamento delle differenze è il processo cui tende la globalizzazione, nei suoi aspetti soprattutto sociali.

    Marco de Bono. - Esiste una globalizzazione positiva e una negativa, come i così detti no global vogliono darci ad intendere?

    Giovanni Damiano. - Già nel mio testo avevo indicato come potessero esserci frizioni fra i diversi apologeti della globalizzazione. Perché i no global sono soltanto per un altro tipo di globalizzazione, quella dal basso, di tipo cosmopolitico – democratico, che eventualmente vorrebbe mettere un freno a quelle che sono le disuguaglianze, sempre più ampie, che si verificano a seguito della globalizzazione economica. Personalmente ritengo che questa forma di globalizzazione dal basso sia quella più pericolosa dal punto di vista sociale. Quella che fa passare l’idea della dissoluzione delle differenze, l’idea della trasformazione delle nostre società, e delle nostre tradizioni, in vista di una società globale, di una società di eguali dove non ci siano più differenze di sorta. La globalizzazione considerata cattiva, mi riferisco a quella economica, è indubbiamente da rivedere, perché è chiaro che l’economia non può essere lasciata a se stessa. Quindi credo che anche in quel caso vadano apportati dei correttivi, soprattutto per evitare che certe forme di globalizzazione economica e finanziaria possano avere delle pesanti ricadute sul popolo. Ritengo però che dal punto di vista ideologico la globalizzazione dal basso sia quella più pericolosa.

    Marco De Bono. - Vi sono state molte polemiche per la questione dei crocefissi tolti dalle aule scolastiche per non turbare la sensibilità dei bambini stranieri, non cattolici. E ultimamente sentiamo parlare, cosa che l’anno scorso è successa un po’ ovunque, di un’eventuale eliminazione delle canzoni di Natale in quelle classi, delle scuole elementari, dove sono presenti bambini di altre religioni. In più assistiamo all’edificazione di scuole islamiche, specificatamente in Inghilterra, così i figli di questi immigrati, di religione islamica, non rischiano di perdere le proprie tradizioni. Ma allora, contrariamente a quello che ci viene raccontato, non sono più integrabili. La soluzione qual è: li dobbiamo obbligare ad accettare la nostra tradizione, anche perché sono sempre di più "purtroppo".

    Giovanni Damiano. - Innanzitutto, trovo assolutamente inaccettabile che si possa venir meno a degli usi e costumi consolidati per compiacere gli islamici. Credo che si tratti, in questo caso, di una tolleranza disarmante, cioè di una tolleranza che dimostra la nostra debolezza. Sarebbe sicuramente un passo in avanti quello di creare delle strutture dove gli islamici, ad esempio, possano seguire le proprie tradizioni senza per questo entrare in conflitto con le nostre, altrimenti finiremo per pagare, poi, noi questo malinteso multiculturalismo. La cosa sicuramente migliore sarebbe quella di tendere ad un restringimento del fenomeno, questo credo che sia a monte il discorso di fondo. Il problema dell’immigrazione dovrebbe essere impostato in termini molto più seri, bisognerebbe cercare innanzitutto di favorire un’immigrazione più organica, più "integrabile" e compatibile, per evitare situazioni di questo tipo che ci vedono perdenti. Perché una posizione di quel tipo, come l’eliminazione dei canti di Natale, agli occhi di un islamico è la dimostrazione di una nostra debolezza.

    Marco De Bono. - Tra l’altro alla nostra debolezza viene contrapposta una sorta di volontà di conquista che anima l’attività dei centri islamici. Spesso leggiamo riportate dalla stampa nazionale, le dichiarazioni di questo o quell’ esponente islamico che ci ricordano che vale di più di cento battaglie vinte aver sposato e convertito all’Islam una donna cristiana. Mentre noi, come cristiani, non rivendicheremmo come vittoria la conversione di un islamico.

    Giovanni Damiano. - Io credo che ciò derivi da una diversità di impostazione. Il Cristianesimo, ormai, mi sembra sulla difensiva rispetto ad un Islam che indubbiamente sta avanzando. Al di là delle discussioni, che lasciano il tempo che trovano, sullo scontro di civiltà, rimane il fatto di fondo, che loro tendono ad una penetrazione qui da noi. Ed è evidente che qualsiasi conversione di un europeo all’Islam finisce con l’essere una conferma di questa penetrazione.

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    Thumbs up NO! al voto agli immigrati

    SFASCIO E MARTELLO
    di Epòptes



    Da alcuni giorni è per così dire "saltato alla ribalta" un nuovo caso di bassa politica, ovverosia un'estemporanea proposta di estendere - automaticamente e per il sol fatto di possedere la condizione giuridica di stranieri non cittadini – il diritto di elettorato amministrativo attivo e passivo agli extracomunitari.
    La proposta ha la paternità del leader di un partito denominato Alleanza Nazionale, successore politico (tant'è che il suo logo ufficiale ne ingloba tuttora il simbolo) del vecchio MSI, ovverosia la sponda parlamentare che si dichiarava erede dell'impostazione culturale del ventennio fascista.
    Il disegno di legge, che tante polemiche ha sollevato, è in primo luogo una tragedia per le sue caratteristiche giuridiche, giacché consiste nella modifica di un articolo della Costituzione che – ove passasse – non potrebbe più esser soggetta a vaglio popolare diretto (ad esempio tramite un referendum), dal momento che i suoi promotori sembrano essersi preventivamente assicurati il voto favorevole del centro sinistra e delle rappresentanze comuniste in Parlamento, il che permetterebbe di raggiungere il fatidico quorum dei 2/3 dei votanti in Aula e – dunque – l'insindacabilità popolare di tale decisione.
    Dall'aumento degli aventi diritto al voto ne discende – per mera matematica – una riduzione del potere sovrano di quelli che già ce l'hanno: la riforma in esame, quindi, è innegabilmente riduttiva della sovranità popolare autoctona, al di là delle patacche "solidali" con cui i populisti del 2000 cercano di ammantarla. Né c'è da illudersi che i promotori di questa "riforma illuminata" (più corretto sarebbe dire "allucinata", se non esistessero evidenti motivi d'interesse privato alla sua base) la sottopongano comunque ad una preventiva approvazione popolare, data la gravità della materia su cui va ad incidere: l'italia, non a caso, è lo Stato europeo (almeno dal punto di vista geografico) che si è sempre distinto per non aver mai sottoposto alcunché al vaglio preventivo dell'elettorato (né la Costituzione del 1948, né i Trattati CEE ed UE, né l'adesione all'Euro, né i vari Trattati internazionali che via via ne eliminano la sovranità sostanziale ...).
    Questo è l'articolo unico del disegno di legge costituzionale di An, che modifica l'articolo 48 della Carta Costituzionale aggiungendo il seguente

    Articolo 48 bis: «Agli stranieri non comunitari che hanno raggiunto la maggiore età, che soggiornano stabilmente e regolarmente in Italia da almeno sei anni, che sono titolari di un permesso di soggiorno per un motivo che consente un numero indeterminato di rinnovi, che dimostrano di avere un reddito sufficiente per il sostentamento proprio e dei familiari e che non sono stati rinviati a giudizio per reati per i quali è obbligatorio o facoltativo l'arresto, è riconosciuto il diritto di voto attivo e passivo nelle elezioni amministrative in conformità alla disciplina prevista per i cittadini comunitari. L'esercizio del diritto di cui al comma 1 è riconosciuto a coloro che ne fanno richiesta e che si impegnano contestualmente a rispettare i principî della Costituzione italiana.»

    Come si legge, il diritto di voto è attivo e passivo (gli stranieri potranno dunque essere eletti nei consigli comunali e circoscrizionali), arriverà dopo sei anni di regolare soggiorno ed è condizionato ad alcuni requisiti necessari: nessun reato grave commesso, permesso di soggiorno rinnovabile, reddito sufficiente per sé ed i propri familiari. Il tutto, ovviamente, senza alcun criterio di riferimento certo (a partire dal predetto, genericissimo, «reddito sufficiente», su cui già adesso fioccano denunce e frodi nell'applicazione della c.d. legge "Turco-Napolitano", pur emendata dalla c.d. "Bossi-Fini"). Inoltre, il diritto di voto è riconosciuto «a coloro che ne fanno richiesta e che si impegnano contestualmente a rispettare i principi fondamentali della Costituzione italiana».
    La vaghezza (e dunque, di fatto, la non vincolatività) di questo principio è così evidente e smaccata da apparir quasi priva di ritegno.
    La proposta inizia il suo iter (che prevede, modificando l'art.48 della Costituzione, la doppia lettura di Camera e Senato) con la firma dei deputati di An Anedda, La Russa, Fiori, Landi, Landolfi, Carrara, Briguglio, Bocchino, Cristaldi, Migliori e Nespoli. L'assenza delle firme dei ministri Fini, Gasparri, Matteoli, Alemanno e Urso, sarebbe stata spiegata con un éscamotage tipicamente democristiano: come spiega il coordinatore La Russa, «se lo avessero firmato i ministri di An sarebbe diventato un provvedimento del governo, che doveva essere approvato dal Consiglio dei ministri». Si tratta invece di un disegno di legge di iniziativa parlamentare, distinzione in questo caso assai significativa dopo le feroci polemiche delle ultime due settimane, nelle quali si è passati dalle minacce leghiste di crisi di governo al tentativo di mediazione tra Fini e Bossi - solo parzialmente riuscito - del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
    «Cerchiamo i voti di tutta la Cdl», ha detto lo stesso La Russa nella conferenza stampa di presentazione del progetto. Ma più che una vera richiesta, quella del coordinatore di An sembra è una mossa diplomatica per allentare la tensione nel centrodestra. È ben difficile (ed in tal senso auspicabile), infatti, che la legge riceva i voti dei parlamentari della Lega.
    «Non saremo noi a chiedere un vincolo di maggioranza - spiega La Russa - ma l'auspicio è che anche senza questo vincolo la proposta passi con il voto determinante della Casa delle libertà, perché i numeri ci sono». E ancora, riferendosi alle recenti polemiche, il coordinatore di via della Scrofa riconosce «che non si tratta di un impegno previsto del patto di governo», ma dice che la proposta è «una logica prosecuzione della legge Bossi-Fini». Più verosimilmente, dicono i maligni, un logico passaggio nel tormentato iter diplomatico che dovrebbe un giorno portare il leader dell'ex area neofascista a Gerusalemme, anche se a spese della sovranità di un intero popolo.
    Nel merito, continuando nella sua improbabile "arrampicata sugli specchi", La Russa parla di un «criterio nuovo, quello dell'effettivo inserimento nel tessuto sociale», e segnala le differenze tra questa legge e quella pensata dal centrosinistra. «La Turco-Violante» - dice l'esponente di An - «prevede la residenza semplice come unica condizione, noi invece poniamo una serie di condizioni».
    Queste ultime, sol che si legga il testo sopra indicato, sono giuridicamente una farsa, perché genericissime o automatiche.
    Da novembre dovrebbe cominciare la discussione alla commissione Affari Costituzionali della Camera. Dove Bossi - fermamente contrario - ha promesso di «tenerla bloccata per anni» con la presentazione di migliaia di emendamenti.

    Ma lasciamo da parte per un attimo il merito sulla gradevolezza o meno dell'idea, e passiamo all'analisi giuridica di quelle che saranno – oggettivamente – le conseguenze tecniche e concrete (quindi ineccepibili) dell'ennesimo aborto italiota.
    Nel testo di An sul voto agli immigrati si scopre una formulazione che la rende molto più generosa di quella dei Ds.
    Curiosamente, in quelle dieci righe di testo non si dice che l’immigrato, per poter votare, ha bisogno della carta di soggiorno. L’onorevole La Russa, presentando questo progetto di articolo 48-bis della Costituzione, ha pateticamente detto che la carta di soggiorno "è sottintesa". Il che è o una svista drammatica, o una fandonia legale.
    Il testo si riferisce agli stranieri non comunitari in italia da almeno sei anni, che siano peraltro «titolari di un permesso di soggiorno che consente un numero indeterminato di rinnovi». Ma questo non è la carta di soggiorno (ovverosia il certificato che attualmente dà all'extracomunitario un diritto di permesso permanente).
    Il non aver citato letteralmente questa condizione giuridica, in un sistema giuridico in cui dovrebbe valere il c.d. "principio di legalità" (ovverosia il criterio per cui l'esatta disciplina di una situazione giuridica è dettata dalle norme che la regolano, interpretate letteralmente) ci porta a scoprire un nuovo, "radioso futuro" prospettatoci dagli ex idolatri di un'inesistente identità nazionale.
    Nel tenore della legge vigente (che ovviamente sarebbe un crimine abrogare e riscrivere da capo, ad esempio copiando alla lettera il modello israeliano o quello della Città del Vaticano, due realtà che difficilmente qualcuno potrà mai accusare di razzismo e pregiudizio...), i permessi che consentono un «numero indeterminato di rinnovi» sono tutti quelli per lavoro subordinato, autonomo, per asilo politico e ricongiungimento familiare. A parte, invece, vi sono quelli umanitari e per esigenze di studio, più o meno limitabili quanto a proroghe.
    In poche parole, i giuristi di An si sono riferiti alla tipologia dei "permessi". E questo cosa comporta? Due bei vantaggi, per l’immigrato. Non essendoci la necessità della carta è sufficiente che passino i sei anni di soggiorno. I tempi burocratici per ottenere la carta sono di circa un anno. E spesso la questure li ritardano chiedendo all’immigrato di avanzare la domanda solo a contratto di soggiorno scaduto, anziché quando «matura il suo diritto». Il secondo vantaggio? La carta di soggiorno, se chiesta anche per i familiari a carico, comporta la certificazione da parte delle Asl, o del Comune, che il richiedente dispone di un "alloggio idoneo" inteso come alloggio confortevole, con criteri (teoricamente) molto rigidi (ma in realtà quasi sempre disattesi), determinati dalle varie leggi regionali.
    E, detto per inciso, spesso e volentieri le amministrazioni regionali sono le prime nel non utilizzare questo seppur minimo potere di argine all'immigrazione incontrollata, infischiandosene del problema o dettando regole più che lassiste ...
    In Veneto, peraltro, un nucleo di tre persone, padre, madre e figlio, oltre a cucina e bagno deve avere a disposizione due camere da letto, e non è idoneo per sei persone un alloggio che ne abbia tre.
    La nuova legge di An, a fronte di questo pur remoto rischio, aggira l'ostacolo all'ecumenismo coatto: senza carta (che già di per sé è un istituto abnorme ed automatico...) tutto diventa ancora più facile.
    Il diritto di voto è subordinato a un reddito minimo, risibile solo se raffrontato al costo medio della vita quale indicato dagli indici ISTAT, notoriamente "ritoccati" al ribasso.
    Ed infine, era proprio necessaria una legge costituzionale, che come tale impedirà agli elettori di pronunciare – eventualmente – un giorno il loro gradimento?
    Sì, se non si persegue l'obiettivo reale di blindare il provvedimento in questione. Infatti è dal 1996 che gli stranieri, purché cittadini comunitari, votano senza che ci sia stato bisogno di cambiare la Costituzione. Ma c’è di più. La riforma del Titolo V, con la nuova formulazione dell’articolo 117, sottolinea al comma 1 che sono competenze ordinarie dello Stato la condizione giuridica dello straniero, l’immigrazione e la legislazione elettorale. Poiché in nessun punto si specifica che ci vuole una legge costituzionale, le ragioni dell’intervento ordinario vengono rafforzate.
    An non ha neppure il pudore di nascondere che con la sua "ricetta" il diritto in materia diviene più stabile. Certamente, così stabile che solo una secessione politica o una nuova maggioranza costituente potrà smantellare il suo consapevole furto di sovranità popolare. Del resto, non dimentichiamoci che è in buona e fidata compagnia: anche la nuova (e sotto molti punti di vista analoga) proposta di legge "Turco-Violante" è di riforma costituzionale.
    Come dire: una volta trovata l'occasione, non lasciamocela sfuggire.
    A complemento, si può riportare un documenti ufficiale che la dice lunga sul clima in cui si iscrive questa orgia normativa apparentemente scoppiata come un temporale estivo: una lettera inviata dall'ARCI a tutti i parlamentari e senatori.

    Lettera ai Deputati
    Roma 15 Ottobre 2003
    Egregio onorevole,
    finalmente si determinano le condizioni per l’approvazione da parte del Parlamento di un provvedimento che sancisca il diritto di voto per i migranti, obiettivo per il quale da 15 anni si batte il movimento antirazzista. Questo non attenua il giudizio negativo che abbiamo espresso sulle forze politiche che hanno approvato la legge Bossi-Fini, per i contenuti discriminatori e razzisti che la caratterizzano. Ci sembra giusto però cogliere questa possibilità che oggi si apre, entrando nel merito della proposta per portare il punto di vista di chi da tanti anni lavora a fianco dei migranti per promuoverne l’integrazione e i diritti. La scelta, già annunciata da Fini e dagli esponenti del suo partito, di riconoscere il diritto di voto solo a coloro che sono in possesso di carta di soggiorno [errore, cfr. retro; nda], va secondo noi contrastata. Far dipendere l’esercizio del diritto di voto dal possesso della carta di soggiorno vuol dire consentire di votare solo a chi, essendo presente in Italia da 6 anni, può dimostrare di avere un reddito pari alla pensione sociale minima e una abitazione con le caratteristiche previste dalle leggi regionali per l'edilizia popolare. Questo comporta che una famiglia mono -reddito di quattro persone deve dimostrare di avere un reddito pari a due volte la pensione minima e che tra due immigrati con la stessa storia e lo stesso lavoro, quello senza famiglia potrebbe votare, l’altro con moglie e figli no. Se si considera poi la difficoltà per un immigrato di accedere ad un normale contratto d'affitto si capisce come la condizione della carta di soggiorno diventa una discriminante inaccettabile per l’accesso a un diritto civile. Si determinerebbe insomma una discriminazione basata sul censo nell’esercizio di un diritto, discriminazione che, in contrasto col dettato costituzionale, sancirebbe la non uguaglianza tra cittadini immigrati e tra immigrati e cittadini italiani. Per questo riteniamo che l’esercizio del diritto di voto deve essere subordinato alla sola condizione della residenza, come d’altra parte è previsto in molti paesi europei. Ci rivolgiamo dunque a tutti i parlamentari che si riconoscono nell’articolo 3 della nostra Costituzione per chiedere un impegno a sostenere come unico vincolo quello della residenza, in modo da rendere davvero universale un diritto civile, convinti che la democrazia è per tutti. Ringraziandola per l’attenzione e restando a disposizione per qualsiasi ulteriore chiarimento, inviamo cordiali saluti.
    Tom Benetollo, Presidente
    Filippo Miraglia, Responsabile nazionale immigrazione

    Per concludere l'excursus normativo, qual'è l'attuale situazione in ambito UE?.
    Di fatto, da nessuna parte (pur negli Stati che più reprimono i reati d'opinione a presidio del "pensiero unico solidale", in primis Francia, Germania, Spagna e Belgio) è dato ritrovare una bestialità del tipo di quella proposta dai supposti alfieri dell'«italianità» (ovverosia di un ectoplasma letterario).
    Solo la Svezia ha concesso – disgrazia sua – un generalizzato diritto di voto amministrativo agli immigrati dopo tre anni di regolare residenza. Altrove, in Portogallo possono votare (anche alle elezioni politiche, ma per particolarissime ragioni diplomatiche bilaterali) anche i Peruviani, i Brasiliani, gli Argentini, gli Uruguayani, i Norvegesi e gli Israeliani. Idem in Gran Bretagna, dove sono ammessi alle elezioni politiche anche i cittadini di Cipro, Malta ed Irlanda (ex colonie con statuto speciale), ed alle amministrative i cittadini UE e del Commonwealth.
    In Spagna gli stranieri votano solo se esiste un accordo di reciprocità con il loro paese. In Germania e Francia, infine, possono votare alle amministrative (così come accade anche in italia, dal 1996) solo i cittadini UE; nella stessa Francia, inoltre, l'Assemblea Nazionale ha respinto, nel novembre 2002, una proposta di legge per attribuire il diritto di voto anche agli extracomunitari.

    La sintesi di queste righe porta alle conclusioni ultime la logica da cui è nata questa proposta di legge, che non a caso proviene dall'area populista culturalmente più inconsistente del dopoguerra.
    Lasciamo stare il fatto che il diritto di voto è la radice stessa della sovranità statale dell'individuo e con essa della legittimità di un governo; lasciamo pur perdere (tanto son cose rétro...) il fatto che voto e cittadinanza sono elementi complementari ed inscindibili, poiché il primo rappresenta contemporaneamente il mezzo di esercizio, controllo e sanzione del potere politico che deriva la sua legittimazione di rappresentanza esclusivamente dal secondo. Lasciamo perdere tutto, ed immergiamoci nella palude di quell'osannato, irreversibile caos globalista modello "strip-tease" mentale alla ricerca di se stessi...
    Lasciamo perdere il fatto che fino a prova contraria è l'immigrato che viene a lavorare nell'UE a ricevere un beneficio (quello cioè di trovare un sostentamento altrove negatogli), e non certo l'opposto, ragion per cui non si coglie il fondamento di un preteso "dovere solidale" di attribuirgli cittadinanza, diritti politici, importazione dei familiari e via dicendo.
    Al più sarebbe il beneficiato a dover dir grazie, e non il sistema "benefattore" a doversi scusare o privare di qualcosa...
    An – e prima ancora l'MSI – ha sempre giocato un ruolo politico "di nicchia", sbandierando determinati principî (l'identità nazionale italiana, il primato dello Stato etico, un militarismo da parata, forme "machiste" improbabili, l'«ordine» genericamente inteso etc.) che, se anche apprezzabili, sono tanto facili da dirsi quanto difficili da attuarsi. Anzi, proprio la loro assoluta genericità, ai limiti del grottesco, li rende di fatto inattuabili, perfino in un regime dittatoriale ed assolutista. Una cosa è mitizzare i «bei tempi andati» richiamandosi alle fotografie di propaganda dell'epoca ed ai memoriali più avvincenti, un'altra credere veramente che sia mai esistita una qualche "età dell'oro".
    Per i paladini dell'italianità sacra ed inviolabile, forse, questo processo verso tutto ciò che è estraneo alle realtà autoctone è perfettamente logico e strumentale: in fondo, se si pon mente al fatto che l'italia è uno Stato creato dalle conquiste territoriali dei Savoia (e più ancora di Napoleone III), e non certo dalla libera riunione di un unico popolo "disperso" (come accadde invece in Polonia, per fare un esempio), è ovvio che tutto quel che sradica e contraddice le realtà preesistenti è ben accetto, o comunque non viene avvertito come fuor di luogo. Né v'è da stupirsi che proprio un partito populista (e sedicente "patriottico") abbia partorito una legge così estemporanea: dal populismo e dalla politica urlata non può nascere nulla di reale, ponderato e costruttivo: uno schiamazzo da stadio è come un orgasmo onanista, piace subito ma dura poco, e non crea assolutamente nulla. Neppure un ricordo degno di essere menzionato.
    Non è vero che la proposta normativa di cui oggi si discute sia antinazionale, nel senso di anti – italiana: è piuttosto l'incarnazione stessa dell'identità italica, il suo più lucido e moderno concretizzarsi: un'identità del divenire, del variabile, del futuro mutevole, dell'indeterminato. In una parola, un'identità del nulla.



    dal sito MGP

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    Wink front national

    Le Front National n’a pas inventé la “question de l’immigration”. Il l’a seulement portée devant l’opinion. Les élites dirigeantes (politiques, économiques, médiatiques) auraient de loin préféré qu’elle restât ignorée de notre peuple. Cela explique leur unanimité dans l’amalgame le plus odieux, les abus de pouvoir, la violence contre notre Mouvement.

    On ne peut, en effet, comprendre la gravité comme l’aspect passionnel de l’immigration si on ne les rattache pas à la vision du monde qu’ont nos gouvernants et leurs obligés : ils ne pensent et n’agissent plus en fonction de la France. Pour eux, elle a rejoint le cimetière des civilisations mortes. Que des Français luttent pour la pérennité de la Patrie leur est insupportable : cela rappelle trop leur trahison.

    Dès le début des années Cinquante, doutant de la capacité de notre pays à effacer les séquelles de la défaite de 1940, une partie des milieux dirigeants français était acquise à un effacement de la France : soit, ils faisaient allégeance idéologique au bloc communiste, soit ils pensaient que la France n’avait d’autre avenir qu’en liant son sort aux intérêts anglo-saxons.

    Les deux positions pouvaient d’ailleurs très bien se combiner : l’homme d’influence que fut Jean Monnet, planificateur et banquier, proche des dirigeants soviétiques comme de la haute finance américaine, fut "l’inspirateur "de l’Europe fédérale. Pour eux, la France a cessé d’être par elle-même un modèle de civilisation: elle n’a plus ni mission, ni message à porter dans le monde et doit renoncer à son Empire. C’est le moment où se mettent en place les institutions européennes (entre 1951 et 1957) et la politique d’immigration, la SONACOTRA (société destinée à l’hébergement des travailleurs immigrés) est créée en 1956 et le FAS (Fonds d’Action Sociale pour les travailleurs immigrés et leurs familles) est institué en 1957.

    Passée inaperçue de l’opinion publique à la faveur des "Trente glorieuses ", cette évolution, accélérée par l’indépendance des possessions françaises d’outre-mer et le recul économique qui s’ensuivit, se caractérise par une politique européenne qui tend à faire du marché commun d’origine une entité ouverte sur le monde entier (avec Valéry Giscard d’Estaing puis Jacques Delors) et par le démantèlement progressif du droit de la famille et de la filiation, source de la nationalité et fondement de la citoyenneté.

    Avec l’effondrement institutionnel des régimes communistes est-européens, cette vision cosmopolite, teintée autant d’internationalisme marxiste que de techno-capitalisme, va donner le mondialisme. Les politiciens de l’Établissement pensent que “le dernier verrou à faire sauter, c’est la nation”. La France doit se banaliser dans l’ordre international, se dissoudre dans la fédération européenne, devenir un simple “territoire de résidence ”... dont le Parlement européen fait désormais le fondement du droit de vote et d’éligibilité (résolution sur le Rapport annuel relatif au respect des droits humains dans l’Union européenne, 16 mars 2000).

    Depuis 1960, chaque décennie qui s’est écoulée a vu se développer la présence toujours plus nombreuse de ressortissants immigrés et s’amenuiser la protection de la qualité de Français comme l’indépendance de la France. Or, l’identité et la souveraineté sont bien indissolublement liées. L’ouverture inconsidérée des frontières et l’admission massive de populations allogènes, paraissent répondre à des logiques différentes, la première plus économique, la seconde plus idéologique.

    En réalité, elles se nourrissent à la même source et concourent à la même fin : la disparition de la France comme entité historique autonome, ultime obstacle sur la route de l’Utopie. Pierre Rosanvallon, un des tenants de la “pensée unique”, a résumé le tout en une formule : “Être tiers-mondiste aujourd’hui, c’est être libre-échangiste” (L’Expansion, 24 juin 1993).

    SUBMERSION PROGRAMMÉE SUR FOND DE MENSONGES

    La première vague d’immigration que connut la France au lendemain de la seconde guerre mondiale s’achève au début des années Soixante-dix : elle provient principalement des pays latins (Italie, Espagne, Portugal). Il s’agissait d’une immigration provisoire qui disparut progressivement par l’assimilation des arrivants ou le retour dans leur pays d’origine pour participer à son développement économique.

    Immigration de travailleurs : la "logique "du capitalisme à la française

    Dans les années Soixante, les gouvernements Debré et Pompidou mirent en place, avec le grand patronat, une immigration de facilité, celle de travailleurs originaires de nos anciennes possessions d’outre-mer. Elle ne cessa d’augmenter pour atteindre les 200 000 personnes par an au début des années Soixante-dix. Une telle pratique opéra un véritable transfert de charges des entreprises vers la collectivité publique. Elle permit de peser à la baisse sur les salaires des travailleurs français, alors que se mettaient en place le Marché commun et la division internationale du travail. Elle retarda la modernisation de l’industrie française : les travailleurs français en paieront lourdement le prix au cours des années Quatre-vingt (disparition de 650 000 emplois industriels).

    Contrairement aux affirmations officielles, cette immigration n’a jamais véritablement cessé. Un des responsables du MEDEF déclarait en 1990 : “ Dans trop de cas, il faut quatre quartiers de nationalité française pour accéder à de vraies responsabilités”. Le président de l’Union patronale artisanale (UPA) a, de son côté, demandé que soient mis en place des quotas obligatoires de travailleurs étrangers dans les professions artisanales (Le Monde, 1er octobre 1999). Quant au gouvernement Jospin, il a fait officiellement étudier par le ministère de l’emploi (sic !) la reprise d’une immigration de travailleurs, sous prétexte de satisfaire aux besoins de la “nouvelle économie”.

    Dans les années qui suivent la crise pétrolière de 1973, les conséquences de cette politique commencent à se faire sentir dans la vie quotidienne des Français (sur le marché du travail et dans les statistiques de l’insécurité). Aussi, pour échapper à la colère du peuple, les gouvernements successifs tentent-ils d’accréditer un double mensonge : l’immigration aurait été arrêtée, les ressortissants immigrés présents sur notre sol s’intégreraient.

    Regroupement familial : l’installation de colonies de peuplement

    Le 5 juillet 1974, le gouvernement de M. Giscard d’Estaing décide certes la suspension “à titre provisoire” de toute arrivée nouvelle, décision confirmée le 21 mai 1975 mais avec des exceptions permanentes au bénéfice des services, de la confection et du bâtiment. Dès le 1er juillet 1975, les regroupements familiaux sont à nouveau autorisés et le décret du 29 avril 1976 (signé par MM. Chirac et Durafour et par Mme Veil) rétablit l’immigration familiale de plein droit.

    La mécanique du regroupement familial, confirmée en 1994 par Édouard Balladur, a encore été amplifiée en 1999 par Lionel Jospin (décret du 8 juillet) qui abaisse de deux à un an la condition de résidence pour le demandeur de regroupement, lequel n’a désormais même plus besoin de justifier de “ressources stables et suffisantes”.

    Alain Juppé ne craint pas de déclarer au même moment : “Le regroupement familial est un droit et l’Europe, compte tenu de sa démographie, aura sans doute besoin d’apports de main-d’œuvre étrangère.” (Le Monde, 1er octobre 1999).

    Droit d’asile et carte de séjour renouvelable : l’immigration devient incontrôlable

    Durant la même période, les procédures du droit d’asile sont détournées de leur finalité première (protection accordée pour cause de persécution politique de la part d’un autre état) pour devenir une seconde voie d’immigration : de deux mille demandes annuelles dans les années 70, on est passé à près de 20 000 en 1980 et à plus de 50 000 dans les années 90. Si toutes les demandes n’aboutissent pas à l’attribution de la qualité de réfugié, les “déboutés” n’en restent pas moins en France puisqu’ils ne sont expulsés qu’au compte-gouttes (4.500 expulsions effectives pour 37.260 décisions de reconduite à la frontière prononcées en 1998). La réglementation française crée donc des “clandestins” officiels...

    Plus grave encore, la loi constitutionnelle du 25 novembre 1993 intègre dans notre Loi fondamentale un article 53-1 nouveau qui autorise la France à donner asile à tout étranger “pour un autre motif” que l’asile politique proprement dit. La finalité du droit d’asile est totalement pervertie quand il est accordé à des ressortissants algériens menacés par les islamistes, alors qu’il s’agit d’un conflit interne à un pays tiers.

    Le 30 juin 1984, l’Assemblée nationale, sur proposition du gouvernement Mauroy, adopta à l’unanimité de ses membres RPR, UDF, PS, PC, une loi créant un titre unique de séjour et de travail de dix ans, automatiquement renouvelable. Cette loi confère, en quelque sorte, aux étrangers présents en France un droit permanent à l’installation : l’immigré provisoire est ainsi appelé à se transformer en immigré définitif... qui finira par être naturalisé.

    Au titre du regroupement familial (60%), de l’admission pour travail (25%) et de l’asile (15%), plus de 100.000 ressortissants étrangers ou immigrés supplémentaires (116_903 “entrées à caractère permanent” selon Migrations et Nationalité en 1998, le document annuel de la Direction de la population et des migrations établi par André Lebon) s’installent en France chaque année, soit l’équivalent d’une ville comme La Rochelle. La plupart ne repartiront pas dans leur pays d’origine, puisque entrés majoritairement par le biais du regroupement familial, ils n’ont désormais aucune raison sérieuse de quitter la France. Il faut enfin y ajouter les étudiants étrangers (122.126 au titre de l’année universitaire 1998-1999), dont 80% sont originaires d’Afrique, du Maghreb et d’Asie.

    Code de la nationalité : des Français de papier

    Au mépris de la plate-forme commune de gouvernement RPR-UDF, le gouvernement Chirac renonça définitivement en 1987 à réformer le Code de la nationalité laxiste voté en 1973. Quant à la seule innovation issue de la mini-réforme Méhaignerie de 1993, la “manifestation de volonté”, elle fut supprimée par la loi Guigou du 16 mars 1998.

    En effet, tout étranger peut acquérir la nationalité française par de multiples artifices juridiques, notamment :

    - s’il réside depuis cinq ans en France, pour un majeur;

    - s’il est né en France, pour un mineur, à dix-huit ans ou dès treize ans s’il y réside depuis cinq ans;

    - s’il est né en France d’un parent français et d’un parent étranger;

    - s’il est né en France, même de deux parents étrangers, si l’un de ceux-ci est lui-même né en France ou dans un ancien territoire français d’outre-mer, etc...

    La nationalité française est donc accordée automatiquement ou semi automatiquement à une centaine de milliers de ressortissants étrangers ou immigrés chaque année, sans qu’ils en aient émis le désir ou prouvé leur assimilation à notre civilisation. Ces “naturalisations automatiques” ne sont souvent même pas comptabilisées comme telles, car beaucoup entrent dans le cadre d’une “attribution” de nationalité à la naissance.

    Ceci n’empêche pas qu’en 1998, par exemple, 123.761 ressortissants étrangers ont été naturalisés (soit l’équivalent de la ville de Troyes), tout en gardant généralement leur nationalité d’origine. Ces naturalisations concernent pour 59% des originaires d’Afrique, 23% d’Asie et seulement 15% d’Europe. Cela permet de rayer chaque année 100.000 personnes au moins des statistiques des étrangers et de prétendre que leur nombre reste stable...

    Régularisations : quand la clandestinité crée un “droit du sol” d’un genre spécial

    A l’ensemble de ces législations faisant bon marché du droit des Français à rester maîtres chez eux, s’ajoutent périodiquement des régularisations de masse qui consistent à adapter le “droit” au fait : la présence de centaines de milliers de ressortissants immigrés clandestins. En 1981, le gouvernement socialo-communiste de Pierre Mauroy régularise, selon ses propres chiffres, 130.000 immigrés clandestins. Edith Cresson procède à une “petite” régularisation de 20.000 clandestins en 1991. Jean-Pierre Chevènement procède à nouveau à une telle opération en 1997 (près de 70.000 régularisations, selon les chiffres de l’OMI), à l’approbation d’Alain Juppé qui déclare : “Il y a des lois qui permettent de régulariser... Appliquons-les !” (Le Monde, 1er octobre 1999). Là aussi, les “déboutés” créés par ces pratiques administratives demeurent sur notre sol et finissent, tôt ou tard, par être régularisés, sans parler de l’appel d’air que leur exemple suscite dans les pays d’émigration.

    Vague planétaire d’immigration : l’ONU en proie au délire de la "projection"

    Alors que la France est déjà largement en passe d’être submergée par ses propres défaillances en la matière, deux rapports de l’ONU (janvier et mars 2000) prescrivent l’installation sur son sol de 1,7 million d’étrangers par an jusqu’en 2050 pour... régler le problème des retraites. Étrange sollicitude et solution proprement délirante dont le seul intérêt est de légitimer, sous prétexte de projections démo-économiques, la poursuite d’une immigration débouchant sur la submersion pure et simple des Français de souche et la disparition de la France, dont pas un seul des gouvernants n’a réagi à ces fadaises criminelles.
    On ajoutera que les traités européens signés par la France (Schengen, Maastricht, Amsterdam), le projet d’entrée de la Turquie dans l’Union ou les engagements de Lionel Jospin au sommet de Tempere (Finlande) relatifs aux flux migratoires et à “la lutte contre la xénophobie”, vont tous dans le sens d’une amplification de l’installation de ressortissants immigrés sur notre sol. On ne peut qu’admirer la patience du peuple français face à cette déferlante : la Commission nationale consultative des droits de l’homme a péniblement recensé 27 actes de “violence raciste” en 1999 (85 en 1990) sur... 3 600 000 crimes et délits selon le ministère de l’Intérieur, et même 17 300 000 selon l’INSEE !

    "Politique de la ville " : beaucoup d’argent pour rien

    Dès le milieu des années Soixante-dix, il est patent que l’urbanisation par “grands ensembles” menée durant les deux décennies précédentes est un échec. Échec sur le plan conceptuel, tout d’abord, des ZUP (zones à urbaniser en priorité, lancées en 1958, à l’origine des “quartiers”), qui a conduit à la réalisation de “cités” sans âme, produit d’un modernisme technocratique dans le logement (inspiré du “modèle” soviétique), qui prétendait “faire la ville” ex nihilo.

    Échec, ensuite, dans la réalisation technique, la construction en quelques jours (comme au Val Fourré à Mantes-la-Jolie !) d’immeubles-barres étant “le résultat d’une série d’économies à courte vue et d’imprévoyances graves dans l’emploi des matériaux et les techniques du bâti” (Julien Damon, La politique de la ville, page 21).

    Échec, enfin, par la concentration de populations étrangères, ou principalement d’origine immigrée, dans le logement social à la suite de la mise en place du regroupement familial et de la résorption des cités de transit et des foyers, dans le même temps où la demande de logements individuels l’emportait sur le logement collectif dans la population française, conséquence de l’élévation du niveau de vie et du crédit rendu facile à la demande des pouvoirs publics.

    Le chômage et la “tertiarisation” de l’économie française ont aggravé la fracture ethnique de ces quartiers – au nombre d’environ 500 –, alors même que les travailleurs immigrés, sédentarisés sur place, ne trouvaient plus à s’employer, comme dans les années Soixante où le grand patronat les avait faits venir pour occuper des emplois industriels ou de service de très basse qualification. Cette politique, servante d’intérêts à courte vue, allait créer une “bombe” dont nous n’avons pas fini de payer les dégâts.

    Le triple échec des “quartiers” aujourd’hui couverts par la “politique de la ville” (expression de Michel Rocard qui, en 1989, la destinait prioritairement à “faire reculer le Front national”) est donc, sans ambiguïté aucune, celui de tous les gouvernements de Ve République. Les initiatives pour “reconstruire la ville sur la ville” n’ont alors plus cessé : programme Habitat et vie sociale (HVS, 1976), Développement social des quartiers (DSQ, 1981), Zones d’éducation prioritaires (ZEP, 1982), Développement social urbain (DSU, 1988), loi d’orientation pour la ville (LOV, 1991), contrats de ville (1993), sites-pilotes d’intégration du FAS...

    Les sommes consacrées par l’État, les collectivités locales, les bailleurs sociaux – souvent refinancés car en cessation de paiement chronique –, la Caisse des dépôts et consignations, progressent chaque année et Plan national après Plan national : 35 milliards de F. entre 1989 et 1993 (Xe plan), 50 milliards de F. entre 1994 et 1999 (XIe plan). En 1994, le gouvernement Balladur a décidé d’inclure la “politique de la ville” dans les contrats État-régions. En 1996, le gouvernement Juppé a lancé son “Pacte de relance pour la ville” (3,8 milliards de F. supplémentaires).

    En 1999, le gouvernement Jospin a décidé d’en faire une “dimension transversale et permanente de toutes les politiques publiques” sur la durée des contrats Etat-régions 2000/2006. Le budget européen, au travers du programme d’initiative communautaire URBAN ou du FEDER (fonds de développement régional), contribue également au financement de la “politique de la ville”. Sur les sept prochaines années (XIIe plan), ce sont officiellement près de 100 milliards de F. (contrats État-région, crédits État seul, crédits européens), qui seront investis dans les “quartiers”, tant dans le bâti (les “cages d’escalier” chères à Harlem Désir) que dans les “associations”.

    Enfin, la “discrimination positive”, prônée par les milieux multiculturalistes depuis des années, a été pour la première fois introduite en droit français par le “Pacte de relance de la ville ”, au travers du dispositif des “zones franches urbaines” (exemptions fiscales et de charges sociales). Le gouvernement Jospin a décidé d’étendre cette discrimination à l’ensemble des politiques portant sur les “quartiers ”.

    La “politique de la ville”, dont l’origine est une succession d’erreurs catastrophiques des gouvernements de la Ve République, n’a ni amélioré la sécurité, ni fait progresser “l’intégration”. C’est, en revanche, une politique d’exclusion des Français sur leur propre sol.

    Droit de vote des étrangers : les Français dépossédés du droit de décider de leur avenir

    Ultime preuve de la volonté de faire disparaître la France en tant que nation maîtrisant son destin : la longue campagne – appuyée sur un sondage bidonné – menée tout au long de l’année 1999 en faveur du droit de vote pour tous les ressortissants étrangers, qui a débouché début mai 2000 à l’Assemblée nationale sur la discussion de la proposition de loi du député “vert” Noël Mamère.

    Il s’agit là, bien évidemment, du vieux serpent de mer du lobby immigrationniste. Mais il prend d’autant plus de force que la situation semble aujourd’hui mieux s’y prêter. La présence de millions de ressortissants étrangers ou immigrés sur notre sol, acceptés par la “loi” ou dans les faits par des pouvoirs publics en mal de régularisation, les multiples enclaves sur notre sol occupées majoritairement par des colonies de peuplement, tout cela permet de mettre en relief le sophisme qui veut qu’étant ici chez eux, ils devraient y avoir les mêmes droits que les Français, à commencer par le plus important, le droit de vote, élément de souveraineté qui permet au seul citoyen français d’avoir son mot à dire sur l’avenir de la France.

    Cependant, on ne le dira jamais assez, c’est la supra-législation européenne entrée en droit français grâce à Charles Pasqua en 1994 (loi 94-104 du 5 février relative au vote des ressortissants communautaires) qui fournit à la proposition Mamère, comme à ses pareilles, le fondement de leur démonstration. Cette disposition ne devait, à l’époque, concerner que les ressortissants de l’Union et l’élection au parlement européen. Le Front National avait été le seul à voter contre et à dire que c’était un leurre : la porte était désormais ouverte à d’autres ressortissants et à d’autres élections. Les propositions de loi Mamère et autres ne se privent pas de le dire : “L’instauration d’une citoyenneté européenne par le traité de Maastricht a ébranlé le lien restrictif qui unit droit de vote et nationalité” !

    Et si l’on rapproche cette disposition de la loi Gayssot “solidarité et renouvellement urbain” du 13 décembre 2000, fixant un quota obligatoire par commune de 20% de logements sociaux – dont on connaît l’attribution préférentiellement étrangère – , on voit clairement où veulent en venir les euro-mondialistes. Il s’agit de verrouiller leur œuvre de submersion du peuple français et de destruction de la souveraineté de la France par attribution de la citoyenneté sur la base du seul critère de résidence : le parlement européen a “recommandé” le 16 mars 2000 que les États membres de l’Union accordent cette citoyenneté à tout ressortissant étranger à partir d’une présence de 5 ans sur leur territoire!

    L’IMMIGRATION : DES MENACES MORTELLES POUR LA FRANCE ET LES FRANÇAIS

    Une menace mortelle pour l’identité française

    La présence et le développement, année après année, de colonies de peuplement, confortées par des dispositifs législatifs et sociaux très favorables et une délirante propagande de préférence étrangère, baptisée “lutte contre le racisme”, sont pour notre identité nationale une menace mortelle : ils modifient en profondeur la substance même du peuple français. La formation de communautés fermées, constituées sur des bases ethniques, s’oppose évidemment à toute l’histoire de la société française.

    Plus le temps passe, plus s’installe dans une partie de l’opinion l’idée que ces ressortissants étrangers sont définitivement installés. La conviction est que se crée, petit à petit, un pays multiculturel et multiethnique dont on sait qu’il est inéluctablement multiconflictuel : l’actualité internationale le prouve tous les jours. N’est-ce pas ce que veulent les mondialistes ? “Pour passer au xxie siècle, il ne doit plus exister que des États multiethniques” (général Wesley Clark, commandant des forces de l’OTAN pendant la “guerre” du Kosovo).

    La France est une nation “venue du fond des âges” et sa population est, pour l’essentiel, fixée depuis plus de deux millénaires. Elle est principalement issue de la fusion de trois composantes européennes : celte, latine, germanique. Le baptême de Clovis à Reims, premier sacre royal, et la réception des insignes de consul romain que lui adresse l’Empereur depuis Constantinople, symbolisent à la fois la fusion des Gallo-romains et des Francs dans le catholicisme, et l’acceptation de l’héritage gréco-romain. Par là, l’identité propre à la France s’ouvre à des valeurs universelles. Elle a ainsi donné naissance à une civilisation exceptionnelle, qu’elle a portée par-delà les mers qui la bordent. Mais, contrairement à l’immigration venue des pays européens au milieu du xixe siècle et au début du xxe siècle ou aux élites venues des possessions d’outre-mer, l’intégration massive de millions de ressortissants immigrés – que l’on conforte, qui plus est, dans leurs différences les moins acceptables ! – détruit cette identité. Il faut donc inverser le courant de l’immigration.

    Pour s’assimiler, il faut respecter et partager des valeurs spirituelles, morales, culturelles suffisamment fortes et entraînantes pour abandonner les siennes. Or, les quartiers ethniques et les cités-ghettos, repliés sur eux-mêmes et fonctionnant trop souvent grâce à l’argent de la drogue, peuvent d’autant moins “faire France” qu’ils voient des dirigeants politiques et médiatiques montrant ouvertement leur hostilité aux valeurs nationales et leur adhésion au mondialisme. Comment pourraient-ils “respecter la loi française” quand ils voient ces derniers pratiquer la corruption, ou acheter la paix civile à coup de subventions publiques de la “politique de la ville”?

    Comme l’a toujours dit le Front National, la responsabilité de l’immigration et de ses conséquences relève –exclusivement– des hommes politiques qui nous gouvernent depuis 40 ans.

    Une menace mortelle pour la souveraineté française

    Résultat de cette politique, la présence en France de nombreux étrangers et d’un nombre grandissant de binationaux, français au regard de la loi française, mais algériens, marocains ou turcs au regard de la loi de ces pays, met en cause la souveraineté et l’ordre intérieur.

    Elle pose la question du loyalisme. Elle autorise les États dont les immigrés sont originaires à peser sur la politique intérieure de la France. C’est ainsi, par exemple, que lors d’une émeute dans les quartiers nord de Marseille, après une opération de police au cours de laquelle on avait tenté d’arrêter les auteurs d’une attaque à main armée, le consul général d’Algérie à Marseille, appelé par les autorités françaises (!), est intervenu “pour calmer les esprits”.

    Elle importe en France les affrontements internes à ces pays, comme l’ont montré, entre autres, l’activité de réseaux qui ont commis des attentats sur notre territoire ces dernières années, comme l’ont prouvé aussi bien l’affaire Khaled Kelkal que l’affaire de Roubaix (réseau de soutien aux musulmans bosniaques), ou encore les manifestations armées organisées par l’extrême gauche kurde en plein Paris. Ils font de la France le champ de bataille de conflits dans lesquels elle n’a pas à être partie prenante.

    Non à l’islamisation de la France !

    “Deuxième” religion de France selon l’expression de Jacques Chirac (il y avait 50 mosquées en 1974, 1_536 officiellement en 1999, deux fois plus si l’on comptabilise les lieux de prière privés), l’islam pose la question jusqu’à présent jamais sérieusement débattue, de sa compatibilité avec notre civilisation sur le territoire français. Selon différentes études sérieuses et convergentes (Pierre Milloz, Michel Massenet, Jean Lambert, Paul Mottin), il y aurait entre 5 et 8 millions de musulmans en France, dans leur immense majorité d’origine immigrée.

    L’islam est bien plus qu’une simple croyance. C’est une théocratie qui est à la fois religion, État et système de gouvernement : “La religion islamique ne fait pas de distinction entre le pouvoir temporel et le pouvoir religieux ; bien au contraire, elle les associe et les confie à l’État” (Docteur Soufy Aboutalib, Le statut de la religion dans la pensée musulmane, in Église et pouvoir politique, Actes des journées internationales d’histoire du droit, Angers, juin 1989).

    Reposant, à l’instar du marxisme, sur une opposition dialectique entre le dâr-al-harb, territoire où se déroule la guerre légale contre l’infidèle (jihâd) et le dâr-al-islam, territoire conquis où s’applique la loi de Mahomet, l’islam se caractérise par la permanence d’une éthique qui modèle dans un sens unificateur des normes sociales et des comportements (vie quotidienne, statut de la femme, héritage, droit social) qui ne sont, ni de près, ni de loin, compatibles avec notre civilisation, notre conception de l’homme, nos traditions juridiques.

    Selon le journaliste du Monde Jean-Pierre Péroncel-Hugoz, “le musulman qui veut s’intégrer dans notre cité cesse d’affirmer que les préceptes qui sont les siens sont, en tout temps et en tout lieu, supérieurs aux législations civiles... Il doit donc renoncer à une partie de lui-même, à des positions doctrinales et à un statut des personnes forgés il y a plus de mille ans”.
    Sur le plan géopolitique, l’islam est le lien qui unit, avec un sentiment de supériorité, l’ensemble des musulmans, où qu’ils résident, et qui forment alors l’Umma ou communauté des croyants. Cette notion de communauté interfère avec la réalité politique des États et s’oppose directement à l’indépendance nationale. Elle est à l’origine d’une constante volonté de regroupement des musulmans qui se manifeste soit dans la vie internationale, soit à l’intérieur des communautés immigrées, en pays non musulman.

    C’est en ce sens que l’islam devient alors une menace pour notre souveraineté nationale en créant un système de double allégeance, d’autant plus dangereuse que les dirigeants actuels de notre pays laissent les pays musulmans continuer à avoir une autorité politique (Algérie) ou religieuse (Maroc) sur leurs ressortissants, et financer les lieux de culte (Arabie saoudite) ou les institutions caritatives musulmanes liées, comme on l’a vu à Lille, au pèlerinage à la Mecque.

    Le Front National a toujours respecté la pratique religieuse des anciens combattants français musulmans et de ceux qui ont vraiment choisi la France, souvent au péril de leur vie. Il constate d’ailleurs que ceux-ci sont souvent dépouillés dans les faits de leurs lieux de culte, confiés à des imams ou à des organisations étrangères. Cependant, le Front_National ne saurait tolérer que ces autorités ou organisations religieuses et politiques prétendent encadrer un nombre toujours croissant de musulmans étrangers ou d’origine étrangère, que ce soit directement ou par le biais d’organisations à prétentions cultuelles, culturelles ou caritatives.

    Pire encore, comme la DST et les Renseignements Généraux l’ont révélé en tentant - en vain - d’alerter les pouvoirs publics, de nombreux réseaux propagent un discours radical en direction des immigrés musulmans, particulièrement ceux dits “de la deuxième génération”, les détachant d’une “intégration“ ressentie comme destructrice de l’identité islamique, et participant donc explicitement à la ghettoïsation communautaire.

    Cette situation culmine parfois dans des incidents dramatiques très révélateurs, comme le meurtre à Nancy d’une jeune turque, sous prétexte qu’elle voulait épouser un Français de souche.

    Elle rencontre le laxisme des pouvoirs publics qui font appel à des “intermédiaires” lors d’affrontements dans les “quartiers” au lieu de faire respecter la loi, donnent une couverture sociale et une reconnaissance juridique à la polygamie, tolèrent le port du voile à l’école, les abattages massifs d’animaux au mépris des règlements sanitaires et la construction de mosquées sous le contrôle d’États qui ne laissent aucune place sur leur territoire au culte chrétien.

    Ces capitulations, consenties sous couvert de libéralisme, méconnaissent la réalité des faits, qui veut que de telles pratiques, revendiquées au nom de la tolérance, soient ensuite, par des pressions diverses de leurs promoteurs, imposées à tous les musulmans du voisinage, avant que de l’être aux non-musulmans eux-mêmes.

    Le Front National s’oppose à cette menace pour la souveraineté et la civilisation françaises. Convaincu que la seule solution de fond est l’inversion du courant de l’immigration, il s’opposera dans l’attente à ces formes de prosélytisme agressif et ne permettra pas que des moyens quelconques y soient consacrés.

    Une menace mortelle pour la paix civile française

    La présence sur le territoire français d’ethnies de plus en plus nombreuses, dont les membres privilégient souvent leur appartenance communautaire par rapport à leur assimilation au modèle français, pose à terme un problème de paix civile. En mêlant des hommes et des femmes d’origines ethniques et religieuses différentes, les ressortissants immigrés se trouvent déracinés, coupés de leurs traditions, tout comme les Français dans les quartiers immigrés se sentent étrangers dans leur propre pays. L’immigration est donc une source majeure d’insécurité.

    Le lien entre immigration et insécurité est tellement évident que le sociologue de gauche Christian Jelen a pu écrire : “On ne peut résoudre un problème en le posant mal ou en omettant un certain nombre de ses paramètres essentiels. C’est pourtant ce qui se passe, depuis des années, avec les violences urbaines. Les politiques mises en œuvre pour restaurer le calme n’ont pas échoué par hasard ou par malchance, mais par refus de reconnaître que les auteurs des violences sont majoritairement issus de l’immigration” (La guerre des rues).

    L’emploi par les médias d’euphémismes tels que “jeunes”, ou la volonté de dissimuler l’origine d’auteurs de crimes particulièrement atroces (cf. l’affaire Rezala), sont autant de preuves supplémentaires de la réalité du lien insécurité-immigration.

    Les statistiques établissent clairement ces faits : ainsi, selon le rapport annuel du ministère de l’intérieur (Aspects de la criminalité et de la délinquance constatée en France), comparativement au taux de mise en cause des nationaux, on constate que, proportionnellement, les étrangers commettent plus de crimes et de délits que les Français : un délit sur cinq, alors qu’ils ne représenteraient que 6% de la population française. Encore faut-il préciser que la délinquance des binationaux n’est pas comptabilisée dans cette statistique !

    La préfecture de police de Paris a, pour sa part, relevé que, dans la capitale, 40% des délinquants (et 32% des auteurs identifiés) sont des étrangers alors qu’ils ne sont officiellement que 16% dans la population parisienne, 44% de ces délinquants étrangers étant en situation irrégulière. La délinquance étrangère représente, à Paris, 34% des violences volontaires, 35% des viols, 39% du proxénétisme, 48% du trafic et de la revente de stupéfiants, 50% des “atteintes volontaires à la vie” (source Contrat parisien de sécurité, 12 avril 1999).

    Cette forte délinquance étrangère se retrouve dans les statistiques de la population carcérale. Comme le notait la Revue du corps préfectoral, 30% de la population pénale est d’origine étrangère, un autre tiers étant composé de bi-nationaux considérés comme français dans les statistiques officielles.

    Sur ce point, au-delà des chiffres, les responsabilités morales et politiques de l’Établissement sont immenses : comment des ressortissants immigrés pourraient-ils “s’intégrer” quand se multiplient les “affaires” dans lesquelles trempent des centaines d’élus ou que les bateleurs du sport commercial et de la télévision font régner l’argent-roi ? Comment pourraient-ils être impressionnés par des “rappels à la loi” quand les médias, la publicité, les livres scolaires font étalage de vulgarité ou ridiculisent les valeurs morales ? On ne s’assimile qu’à un modèle supérieur d’organisation sociale, pas à une société qui se dissout à vue d’œil.

    Une menace pour la prospérité française

    La division internationale du travail, le modèle de développement prôné par les institutions internationales (FMI, Banque mondiale, CNUCED), la destruction des agricultures vivrières africaines au profit d’un modèle urbain et administratif déracinant, accélèrent les migrations internationales. Le mondialisme est, là-bas, la cause première de cet exode alors même qu’il se pose, ici, en modèle d’organisation des peuples.

    Les prestations sociales que les ressortissants immigrés savent recevoir automatiquement en arrivant en France, constituent donc autant de pompes aspirantes des populations du tiers-monde. Pour beaucoup de ces personnes, mieux vaut être chômeur en France que de demeurer à travailler dans le pays d’origine. Le lobby immigrationniste a, en effet, su entretenir une législation attractive, fondée sur l’absence de distinction selon la nationalité.

    Le Conseil constitutionnel, sortant complètement de son rôle, a validé cette conception. Non seulement le ressortissant immigré et sa famille deviennent de plus en plus "résidents "et de moins en moins expulsables, mais ils peuvent alors prétendre, du fait même de cette présence, à une prise en charge complète par les dispositifs sociaux. Le bénéfice de ces prestations n’est en effet qu’exceptionnellement lié à la régularité du séjour : l’immatriculation à la Sécurité sociale des parents comme la scolarisation des enfants ne sont pas, par exemple, conditionnées par la régularité du séjour.

    Tout cela a un coût que supporte l’économie française, c’est-à-dire chaque Français. Maurice Allais, prix Nobel d’économie, estime que chaque ressortissant immigré coûte en infrastructures collectives quatre années de salaire et vingt années s’il vient avec femme et enfants. Pour les 6_600_000 résidents immigrés (estimation minimale), la différence entre ce qu’ils payent en impôts et cotisations et ce qu’ils perçoivent en prestations des organismes publics, s’élève dans le même temps à près de 300 milliards de F en 2000, soit environ ce que rapporte l’impôt sur le revenu des personnes physiques.

    Dès la première publication du Rapport Milloz (1990), le Commissariat au Plan et le Haut Conseil à l’Intégration annoncèrent leur intention de démentir ses conclusions en réalisant une contre-expertise. Dix ans plus tard, on l’attend toujours. Force est donc de reconnaître que cette estimation n’est pas sérieusement contestable ; peut-être est-elle même en dessous de la réalité...

    Le rapport 1999 du Haut Conseil à l’Intégration relève que ce ne sont pas les ressortissants immigrés “rentables” (sic) qui arrivent dans notre pays. Pour la troisième année consécutive, selon le rapport, le nombre de personnes bénéficiant du regroupement familial, originaires aux deux tiers du continent africain, a augmenté de 11,2%. L’immigration pour motif de travail a reculé de 10% et “5% à peine des entrants sont des travailleurs.”

    Le 13 janvier 2000, le démographe Jacques Dupâquier, membre de l’Académie des sciences morales et politiques, a estimé que “si l’on considère l’immigration en terme d’emplois, le moins que l’on puisse dire est que l’offre ne répond pas à la demande. Le taux de chômage parmi les Français est de 11,1%. Chez les Européens établis dans notre pays, de 10,2%. Et chez les non-Européens, de 28,3% pour les hommes et de 37% pour les femmes. Si l’Europe accueille trop de personnes étrangères non qualifiées, elle deviendra un continent sous-développé”.



    FRANCE ENRACINÉE CONTRE SOCIÉTÉ MULTICULTURELLE

    L’IDENTITÉ FRANÇAISE

    Le refus de la société multiculturelle, au nom de l’identité de la France, est le combat fondamental du Front National. L’identité est, à la Nation, ce que la personnalité est à l’individu. Elles sont la condition de sa vie et de sa liberté : privés d’identité ou privés de personnalité, la Nation ou l’individu ont définitivement perdu la maîtrise de leur destin. Aussi convient-il de respecter, en France comme ailleurs, le principe selon lequel chaque peuple doit disposer d’un territoire qui lui soit propre.

    L’histoire de l’humanité et l’observation des peuplements de la planète confirment cette loi : partout où cohabitent des peuples de race, de langue, de culture ou de religion radicalement différentes, l’assimilation se révèle impossible et des conflits surviennent, tôt ou tard. Or, l’immigration massive que nous subissons porte atteinte à notre identité et, par voie de conséquence, à l’existence de la France. Quant au déracinement qu’elle entraîne, il est nocif aussi bien pour la population française que pour les immigrés eux-mêmes.

    Pour que la France reste la France, les Français doivent rester maîtres chez eux. Cela a été le cas le cas jusque dans les années Soixante (son histoire le prouve) et il est essentiel que cela le demeure.

    LA PRÉFÉRENCE FRANÇAISE

    Dans les relations avec l’étranger, le principe de la préférence nationale - le Français jouit en France de privilèges auxquels l’étranger ne peut accéder - doit prévaloir. La préférence nationale est un sentiment naturel : elle instaure un devoir de solidarité entre compatriotes, comparable à celui qui unit les membres d’une même famille. Elle a une dimension universelle qui est la preuve de sa pertinence : elle donne de la valeur à l’échange entre nations car elle le fonde sur une relation d’égalité.

    Cette notion, dont la simple évocation heurte les bonnes consciences de l’Établissement, est d’autant plus légitime que la France ne doit rien aux immigrés venus sur son sol. Un très grand nombre d’entre eux a pénétré clandestinement en France et continue d’y résider de la même façon. Quant à ceux qui sont entrés légalement sur notre territoire ou que l’on y a fait venir, ils sont ici parce qu’ils y ont aussi trouvé leur intérêt. Si cela cessait d’être le cas, ils repartiraient d’eux-mêmes. Beaucoup, enfin, viennent de pays qui ont souhaité cesser d’être sous souveraineté française et devenir indépendants. Ils doivent en assumer les responsabilités.

    UNE POLITIQUE NEGOCIÉE DE CO-DEVELOPPEMENT

    Chacun sait que l’immigration est avant tout le résultat de la misère qui règne dans les pays du tiers-monde, causée par les orientations économiques mondialistes comme par leurs propres dirigeants. Aussi n’est-il pas question d’accabler les immigrés ni même de les rendre responsables d’une situation dont ils sont les vecteurs souvent inconscients. Consciente de leurs difficultés, la France ne refusera pas son aide à ces pays : elle pourra d’autant plus se le permettre qu’elle sera exigeante envers ceux qu’elle accueille chez elle.

    Mais la générosité n’est possible que lorsque l’on a les moyens de la pratiquer. Elle prendra place dans le cadre d’une politique négociée de co-développement : ces populations seront aidées sur place après leur retour, car le regroupement doit se faire dans le pays d’origine, pas en France. Le mondialisme broie les peuples et méprise les hommes : fidèle à sa vocation, la France française respecte les nations et civilise les hommes.

  6. #6
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    Predefinito le proposte del FN

    RENVERSER LE COURANT
    INVERSER LES FLUX MIGRATOIRES

    1. Mettre fin à toute immigration

    Officiellement “suspendue” depuis 1974, l’immigration se poursuit en droit et en fait. En dehors de cas exceptionnels et sauf accords spécifiques passés avec certains pays, l’immigration légale sera totalement interdite en France.

    2. Abroger le regroupement familial en France

    Le regroupement familial est, aujourd’hui encore, responsable de l’entrée en France, chaque année, de dizaines de milliers de femmes, d’enfants ou de proches de travailleurs étrangers présents en France : il est impératif d’abroger ces dispositions. Le regroupement familial doit se faire dans le pays d’origine.

    3. Ramener le droit d’asile à sa vocation initiale

    Ce droit ne pourra plus être accordé qu’à des personnes subissant, directement à titre individuel, une grave persécution de la part de leur État d’origine.

    4. Lutter contre le faux tourisme

    Les touristes en provenance de pays avec lesquels la France n’aura pas passé d’accord spécifique, devront justifier de ressources suffisantes et d’un hébergement réel ; en outre, ils seront soumis à un contrôle mensuel. La non-soumission à ces contrôles les fera entrer dans la catégorie des clandestins expulsables. Quant aux ressortissants des pays avec lesquels la France n’aura pas passé d’accords similaires, ils devront, avant de pénétrer sur le territoire national à titre touristique, verser une caution qui leur sera restituée au moment de leur départ de France.

    5. Procéder à l’expulsion effective des immigrés clandestins

    Tout immigré clandestin sera expulsé et renvoyé dans son pays d’origine. Il ne pourra prétendre à aucune aide pécuniaire ou allocation de secours. Entre la période de son arrestation et celle de son expulsion, il sera placé en centre d’hébergement surveillé. Les compagnies aériennes, les armateurs ou les transporteurs ayant favorisé l’entrée de clandestins en France seront frappés de lourdes amendes. De même, les employeurs de main-d’œuvre clandestine seront durement sanctionnés.

    REFONDER LA NATIONALITÉ FRANÇAISE

    6. Réaffirmer le droit de la filiation

    Le mode normal d’acquisition de la nationalité française, c’est-à-dire la filiation, sera réaffirmé comme base du Code de la nationalité et de la citoyenneté : “Naît français tout enfant né de père ou de mère français”. Le droit de vote ne sera accordé qu’aux citoyens français.

    7. Interdire la double nationalité

    Sauf cas de réciprocité, la France interdira à ses nationaux d’être également citoyens d’un pays étranger. Les binationaux actuels devront choisir : soit rester français et renoncer à leur autre nationalité, soit abandonner la nationalité française.

    8. Fonder la naturalisation sur l’assimilation

    Toute procédure d’acquisition automatique (“droit du sol”) sera abrogée. La seule procédure d’acquisition de la nationalité française désormais reconnue sera la naturalisation, laquelle suppose donc le désir de devenir français, désir exprimé sous la forme d’une demande expresse. Cette naturalisation ne pourra être obtenue qu’après vérification de l’assimilation du candidat, c’est-à-dire l’acquisition démontrée, par le candidat et ses proches mineurs, des valeurs spirituelles, des mœurs, de la langue et des usages qui fondent la civilisation française.

    Les naturalisations seront individuelles et ne s’étendront qu’aux enfants mineurs. Comme en Suisse, toute naturalisation sera soumise à l’avis du conseil municipal de la commune de résidence du requérant. Tout naturalisé devra prêter un serment solennel de loyauté envers la France. Il abandonnera ipso facto sa nationalité d’origine.

    La naturalisation à raison du mariage ne sera plus automatique : le conjoint étranger restera soumis à la procédure normale de naturalisation.

    9. Instaurer une période probatoire

    La naturalisation ne deviendra définitive qu’après une période probatoire de longue durée au cours de laquelle le naturalisé devra s’abstenir de toute activité politique, conformément au devoir de réserve, le droit de vote n’étant accordé qu’à l’issue de cette période.

    10. Appliquer la déchéance de nationalité

    Le Code de la nationalité prévoit que toute personne naturalisée pourra être déchue de la nationalité française si elle commet des crimes tels que, notamment, un assassinat, un acte terroriste, une prise d’otages, un rapt d’enfant, un viol, le trafic de drogue. Aujourd’hui tombée en désuétude, cette loi sera remise en vigueur, étendue, et appliquée avec toute la rigueur nécessaire.

    APPLIQUER LA PRÉFÉRENCE NATIONALE

    11. Accorder la priorité d’emploi aux Français

    En cas d’embauche, une juste législation fera application de la préférence nationale et donnera priorité d’emploi aux Français. De la même façon, en cas de licenciements dans les entreprises, les salariés français, à égalité de compétences, seront prioritairement maintenus dans leur emploi.

    12. Assurer aux nationaux la priorité d’accès aux logements sociaux

    Les Français bénéficieront de la priorité dans l’attribution des logements sociaux et des prêts immobiliers leur permettant de s’en rendre propriétaires. Par ailleurs, les foyers Sonacotra seront progressivement transformés en centres d’hébergement pour nos compatriotes démunis.

    13. Réserver les allocations familiales aux familles françaises

    Comme cela était prévu lors de leur création, les prestations familiales sont destinées à encourager la natalité et les familles françaises. Les allocations familiales seront exclusivement réservées aux familles françaises.

    14. Réserver aux Français les aides sociales

    Les clandestins ne recevront plus ces aides qui seront versées seulement aux citoyens français. Le RMI sera, par exemple, réservé aux nationaux.

    PROTÉGER L’IDENTITÉ NATIONALE

    15. Rester maîtres de nos frontières

    Les traités européens qui entraînent l’ouverture sans contrôle de nos frontières ou transfèrent la politique d’immigration et de visa à l’Europe seront dénoncés (Schengen, Maastricht, Amsterdam...).
    La France ne s’interdira pas, en revanche, de proposer une politique coordonnée de surveillance des frontières à d’autres pays européens, à commencer par ceux qui ont des frontières communes avec elles. En tout état de cause, la France gardera son propre système de contrôle des frontières et décidera souverainement, par la politique des visas, qui p eut ou ne peut pas pénétrer sur son territoire.

    16. Supprimer les cartes de séjour de dix ans tacitement reconductibles

    Les cartes de séjour actuellement délivrées pour dix ans et automatiquement reconductibles seront remplacées par des cartes d’un an non renouvelables automatiquement. Les immigrés en situation régulière sont censés résider en France pour y travailler. S’ils n’ont plus de travail, il est logique que leur départ soit envisagé. Les chômeurs étrangers arrivant en fin de droits verront leur carte de séjour devenir caduque. Ils seront, à ce moment, invités à retourner dans leur pays d’origine.

    17. Interdire toute subversion sous couvert d’islamisme

    En application du principe de réciprocité prévu par le droit international, la construction de mosquées financées par des États n’autorisant pas le culte chrétien ou punissant de mort l’abandon de la religion musulmane ne sera pas autorisée. En application des principes du droit public français au premier rang desquels la souveraineté nationale, la propagande anti-française sera interdite. Les agitateurs politiques étrangers agissant sous couvert d’islam seront expulsés sans faiblesse. Les lieux de culte traditionnels prévus pour les anciens combattants français musulmans seront soustraits à l’influence étrangère et rendus à leurs premiers destinataires. La polygamie cessera de faire l’objet d’une couverture sociale et d’une reconnaissance juridique, notamment au titre du regroupement familial. Les abattages d’animaux se feront en conformité avec la réglementation sanitaire française en vigueur.

    18. Démanteler les ghettos ethniques

    Les ghettos ethniques des cités et banlieues seront démantelés. Cela passera par la réhabilitation des logements sociaux et par leur attribution aux Français, auxquels les plus grandes facilités seront accordées pour accéder à leur propriété.

    19. Contrôler les associations étrangères

    Les associations étrangères devront obtenir un agrément administratif préalable, précaire et révocable ; elles ne pourront bénéficier de subventions publiques. Toute propagande ou manifestation de partis politiques étrangers sur le territoire national sera interdite et les bénéficiaires de l’asile politique seront invités à s’abstenir de tout activisme.

    20. Expulser les condamnés étrangers à l’expiration de leur peine

    Au terme de leur peine, les délinquants et criminels étrangers seront systématiquement expulsés vers leur pays d’origine à moins qu’ils n’y accomplissent celle-ci, dans le cadre de conventions de transfèrement. Les forces de police multiplieront les contrôles d’identité pour interpeller les délinquants immigrés présents sur notre sol.

    ORGANISER LE CO-DÉVELOPPEMENT NÉGOCIÉ

    21. Organiser par voie diplomatique les mouvements de population

    La France provoquera la réunion de conférences bilatérales avec les pays de provenance de l’immigration afin de régler la question de la présence de leurs ressortissants sur notre sol.

    22. Créer une contribution patronale d’aide au retour des immigrés

    Pour donner un caractère concret au principe de la préférence nationale en matière d’emploi et pour faire payer aux employeurs les charges induites par l’immigration (logements, écoles, retour), il sera créé une contribution patronale assise sur le salaire versé aux étrangers.

    23. Instituer une épargne-retour

    Ainsi qu’il est exposé au chapitre Social, les cotisations sociales des nationaux et des ressortissants immigrés seront affectées à des caisses distinctes. Les cotisations chômage et retraite des ressortissants immigrés seront placées sur un plan d’épargne-retour dont le capital sera versé lors de leur réinsertion dans leur pays d’origine.

    24. Coupler le retour des immigrés avec l’aide à leur pays d’origine

    Le retour des immigrés chez eux devra s’opérer dans des conditions décentes, en liaison avec les États dont ils sont originaires, surtout quand ceux-ci relèvent de la sphère francophone. L’aide aux pays du tiers-monde sera proportionnelle au nombre de leurs ressortissants qui rentreront chez eux.

    Cette aide ne sera plus prodiguée directement à l’État concerné : elle passera par le canal de sociétés mixtes d’appui à des projets de développement agricole ou économique portés par des ressortissants immigrés retournant dans leur pays d’origine. Toute formation professionnelle d’un apprenti ou d’un salarié d’origine immigrée sera conditionnée par un contrat de retour dans son pays d’origine.

    25. Organiser le retour chez eux des étudiants étrangers à l’issue de leurs études

    Les étrangers qualifiés désirant venir couronner leurs études supérieures en France et ayant de la langue française une maîtrise suffisante seront les bienvenus dans nos établissements d’enseignement supérieur. Toutefois, à l’issue de leurs études, ils devront retourner dans leur pays d’origine pour mettre les compétences acquises en France au service de leurs compatriotes. Les dépenses correspondant à leur formation seront intégrées dans le budget de la Coopération.

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    chiedo ai moderatori il rilevo o l'accorpamento ad un thread già in rilievo, se è possibile


    grazie

 

 

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