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    Angry L' arroganza degli immigrati: qui vogliamo comandare anche noi, questa è democrazia.

    Dal Manifesto. Leggete per rendervi conto


    Il voto agli immigrati

    CHE NE PENSANO LORO
    Manuela Cartosio


    Con una mossa a sorpresa e `contronatura' Gianfranco Fini è uscito dal freezer. La sua proposta di concedere agli immigrati forniti di alcuni (pesanti) requisiti il diritto di voto attivo e passivo alle elezioni amministrative è stata analizzata in lungo e in largo come mossa, appunto, di una partita a scacchi, per l'intenzione che veicola - sparigliare il gioco della coppia Bossi-Berlusconi, accreditare An come destra `normale' - e per gli effetti provocati nel teatrino del centrodestra. L'argomento è stato requisito dagli officianti della nota politica, ridotto a scontro tra l'intelligente astuzia di Fini e l'ira funesta di Bossi. Gli immigrati sono rimasti sullo sfondo, massa indistinta in attesa che dall'alto cada un osso.
    Non è così. Gli immigrati non sono tutti uguali. C'è chi non sa nulla della proposta di Fini. C'è chi è informato ma, pressato da un mare di guai, considera il diritto di voto l'ultimo dei suoi problemi. C'è chi, conoscendo bene la bestia ma non l'italiano, ha preso la notizia «Fini vuole dare il voto agli immigrati» come una minaccia sanzionatoria (e sbagliando quasi ci azzecca, visto che per An potrà votare solo chi risiede almeno da sei anni in Italia, ha un reddito sufficiente per mantenere se stesso e la famiglia, non è stato rinviato a giudizio per reati per cui è previsto l'arresto obbligatorio o facoltativo). C'è chi pensa che la legge sia già cosa fatta e, felice, vuol sapere «quando si comincia a votare». E c'è una robusta minoranza superinformata e colta, attiva nelle associazioni e nel sindacato, protagonista delle lotte per i diritti, che il voto lo rivendica da un pezzo. Questi uomini e donne sanno che il leader di An ha aperto un varco a destra e ha tolto qualsiasi alibi alle paure e ai tentennamenti del centro-sinistra. Ora che il tabù è stato infranto, non si ritirano in buon ordine delegando ad altri - tanto meno a Fini - il compimento dell'opera. Bene che vada, l'iter parlamentare di una legge che modifica l'Articolo 48 della Costituzione sarà lungo. Non sarà un tempo vuoto, ma pieno di un'iniziativa che si sta diffondendo in diverse città e in alcune regioni: ottenere il diritto di voto amministrativo attraverso la modifica degli Statuti comunali o regionali.
    Rientrano in questa robusta minoranza gli immigrati che abbiamo incontrato alla Camera del lavoro di Brescia. Prima di dare a loro la parola, qualche cifra. Le prossime elezioni comunali a Brescia si terranno nel 2008. A quella data una legge pur restrittiva come quella proposta da An aprirebbe le urne a circa 13.000 immigrati. Non sono pochi se si considera che alle amministrative della scorsa primavera solo i Ds hanno ottenuto più di 13.000 voti; Forza Italia, il secondo partito, ne ha avuti di meno. I consiglieri più votati hanno superato di poco le mille preferenze. La Cgil di Brescia prevede di chiudere il 2003 con 7000 iscritti extracomunitari. Tolti i pensionati, un tesserato su sette è straniero. La percentuale record spetta agli edili (settore dove un buon 30% degli addetti in regola non sono italiani): il 45% degli iscritti alla Fillea di Brescia sono immigrati.
    Ibrahima Niane, 32 anni, tornitore, senegalese, carta di soggiorno in tasca e, ciò nonostante, pratiche per la ricongiunzione familiare in corso da oltre un anno. Uno che, quando parla Bossi, «cambio canale». Uno che a Bossi, e a molti padani, potrebbe insegnare l'italiano. Se gli chiedete cosa pensa del consigliere `aggiunto', nominato per dare una pennellata di `colore' al consiglio comunale, risponde: «Non mi interessa fare il figurante». La rappresentanza etnica, per di più calata dall'alto, non gli piace, «è apartheid». Lui vuole «confrontarsi sullo stesso piano», perché un immigrato «è in grado di rappresentare anche gli italiani». Quando partecipa ai dibattiti parla di tutto, «la gente in sala si stupisce e continua a farmi domande solo sull'immigrazione». Tra le tante cose che fa, Ibrahima Niane un po' del suo tempo lo passa dietro allo sportello immigrati della Cgil a Rovato. Dopo l'uscita di Fini, molti gli chiedono se «è lo stesso della legge Bossi-Fini». Ha voluto smarcarsi? Cerca voti? «Certo, ci sarà strumentalità nella mossa del segretario di An. Però, per noi, va bene lo stesso. L'importante è che si arrivi al voto». Per la sinistra è «una spinta» e, soprattutto, «una lezione». Temeva di perdere voti, dando il suffragio agli immigrati. «Li ha persi lo stesso». La proposta di Fini - occorre dirlo? - è troppo restrittiva: chi ha il permesso di soggiorno da almeno tre anni, deve poter votare. Tutti i senegalesi hanno cominciato vendendo accendini, «mica vorranno tagliarci fuori perché abbiamo fatto i vu' cumprà?». E poi cos'è questa distinzione tra voto amministrativo e voto politico? «Le tasse le paghiamo allo Stato, non solo al Comune. Le leggi, comprese quelle sugli immigrati, le fa il Parlamento. Perché devo votare solo per il sindaco?».
    Fini ha sorpreso il suo partito, non Ouanchi El arbi, marocchino, imprenditore turistico. «È furbo, ha bisogno di un biglietto d'ingresso nella destra europea» e l'argomento immigrati - che dovrebbe essere della sinistra - si presta allo scopo. «Per fare politica ci vuole un po' di fegato». La proposta non gli fa paura perché è targata Fini, ma perché «divide gli immigrati tra buoni e cattivi, li seleziona in base al reddito e al numero di anni di permanenza in Italia». Certo, bisogna migliorarla. Cosa non impossibile, quando persino il ministro dell'interno dice che la Bossi-Fini va modificata. Cosa cambierà per gli immigrati con il diritto di voto? «Cambierà tutto, non saremo più quelli che chiedono la carità. Il voto è potere e dovremo esercitarlo, non venderlo. Il voto è una cosa grossa che si trascina dietro tutte le altre. Per questo dobbiamo puntare in alto». Con il voto l'immigrato «dà importanza a se stesso, la sua vita non si riduce a casa-lavoro-supermercato». Ouanchi riassume quel che pensa in una formula: «Lotta + Voto è meglio».
    Viene dal Marocco anche Enniya Driss, in Italia dal 1989 fa il metalmeccanico in Val Trompia e ha «quasi» la cittadinanza italiana. Il diritto di voto non l'ha inventato Fini, esordisce, da anni i comitati migranti lo rivendicano e continueranno a farlo. «Per noi il voto è una cosa sacra. Paghiamo le tasse e i contributi, facciamo i lavori più pesanti, ci manca il diritto d'esprimere la nostra opinione sul governo locale e nazionale». Fini è quel che è, la legge è tanto sua quanto di Bossi. «Se però dalla sua proposta può venire del bene per gli immigrati, io non mi faccio problemi, guardo ai nostri interessi». Votare anche alle politiche sarebbe l'ottimo, ma il voto amministrativo non è da buttar via. «L'applicazione della sanatoria, i servizi sociali non sono uguali in tutte le città. A Brescia, dove abbiamo fatto delle lotte, abbiamo ottenuto dei risultati. Votando avremo voce in capitolo. La scheda elettorale non ci porterà in paradiso, però ci sarà un po' più di uguaglianza. La coda non la faremo solo alla Questura, la faremo anche ai seggi e insieme agli italiani». L'uguaglianza elettorale farà scemare la disparità di trattamento riservata a un immigrato persino quando vuol comprare un materasso a rate? Driss è convinto di sì. Per intanto, ha mandato a quel paese il commerciante che, quando ha realizzato che l'acquirente era marocchino, pretendeva il pagamento in contanti.
    «O votiamo tutti o non vota nessuno». La mette giù dura Kebe Peinda Gotha, la senegalese che nella lotta degli immigrati bresciani per il permesso di soggiorno ha sfoderato un piglio da leader naturale. Ha sfoderato anche un paio di sberle a un vigile urbano, «e dunque Fini non mi farà votare». «Fanno le leggi senza gli immigrati, questo è il più grande sbaglio. Invece di classificarci, ci convochino, ascoltino quel che abbiamo da dire, trattiamo. Questa è democrazia». Peinda boccia il «partito degli immigrati». Però, aggiunge, «dobbiamo avere candidati nostri, perché certe cose le sai solo se le hai vissute direttamente». Il diritto di voto agli immigrati cambierà «il linguaggio» della politica, un candidato sindaco non potrà fare una campagna elettorale tutta contro gli immigrati. Anzi, potrà, vedi i vari Gentilini, Borghezio, Le Pen, «ma noi gli voteremo contro».
    Samir Benotham, dell'associazione La penisola, non ha mai votato in vita sua. Ha lasciato la Tunisia quando era troppo giovane per votare. In Italia da sedici anni, potrebbe chiedere la cittadinanza ma perderebbe quella tunisina. Non sa decidere. In fondo, dice, «io voglio essere un africano». Fini ha dato una prova d'intelligenza, «ma tra la nostra gente resta comunque quello della Bossi-Fini, una legge che ci sbatte in galera e che ci obbliga a sborsare migliaia di euro per fare carte false per la sanatoria. La maggior parte di noi sa distinguere tra un fascista e un democratico».
    «La notizia è buona e ci dà forza, ma il risultato quando arriverà?». Iqbal Mazar, leader della folta comunità pakistana, ricorda che il diritto di voto era una delle richieste della Carovana dei diritti del 2000. Fa un piccolo esempio di come gli immigrati potrebbero incidere sulle decisioni amministrative. «Alcuni comuni stanno imponendo ai phone center di chiudere presto alla sera. Non tengono conto dei fusi orari. Per telefonare a casa o in un ufficio in Pakistan bisogna che qui sia passata mezzanotte». Ma il desiderio di votare di Iqbal va oltre l'ordinaria amministrazione. Lui lo esprime in un modo semplice e quasi commovente: «Votando vogliamo dimostrare che ci preoccupiamo dell'Italia e di Brescia».
    È la volta del `padrone di casa', Ibrahima Diallo, senegalese, responsabile dell'ufficio immigrati della Cgil. Più che sorpresa, racconta, tra gli immigrati in regola la proposta di Fini ha suscitato «emozione». La sensazione diffusa è che «indietro non possono tornare». Non c'è imbarazzo perché il tabù l'ha rotto Fini. Semmai si dice: «caspita, sinistra, se prima andavi a venti all'ora, adesso hai le porte aperte, devi andare a 280». Diallo è convinto che, «se la sinistra lavorerà bene», si potrà portare a casa il diritto di voto entro la fine della legislatura. «Io la proposta di An la prendo perché non mi porta indietro. E poi parliamoci chiaro, mica è tanto diversa da quella dei Ds. Il requisito del reddito, indirettamente, lo contempla anche la proposta di legge Turco». La sinistra, dunque, non faccia tanto la «schifiltosa». La sanatoria più grande l'ha fatta la destra. Il primo politico che, stando al governo, ha aperto sul diritto di voto è di destra. Finirà che gli immigrati voteranno per Fini? «Può succedere, se la sinistra tentenna». Dal voto agli immigrati gli italiani «hanno tutto da guadagnare». I migranti non si sentiranno più «ospiti», avranno «più attenzione e rispetto» per le cose italiane. Dubbi sul potere reale conferito dalla scheda elettorale Diallo non ne ha manco mezzo: «È un potere enormissimo. Solo chi non ce l'ha, sa quanto è grande. Liberi gli italiani di astenersi. Noi il diritto di voto non ce lo metteremo in tasca, lo eserciteremo in massa. I politici, se vorranno i nostri voti, dovranno confrontarsi con noi. Nelle campagne elettorali smetteremo di essere usati dagli altri, saremo protagonisti. Quando potrò votare, io conterò di più anche in questa Camera del lavoro. Chiaro?» Chiarissimo. In due righe Diallo fa capire che persino una Camera del lavoro attenta e sensibile agli immigrati come quella di Brescia stenta a fare i conti con la novità che l'ha investita. È piena di immigrati, ma restano confinati ai piani bassi. C'è una palese asimmetria tra la base degli iscritti, che è già cambiata, e la struttura dirigente. Gli immigrati restano truppa di complemento. Il collo di bottiglia segnala che anche il sindacato deve risolvere un problema di rappresentanza. Non si tratta di `dare' il voto agli immigrati: nei luoghi di lavoro e nella vita interna dei sindacati gli immigrati possono votare (o non votare, se sono metalmeccanici, ma questa è un'altra storia) tanto quanto gli italiani. Si tratta della disponibilità degli iscritti italiani a farsi rappresentare dagli immigrati e della disponibilità del sindacato a farsi dirigere dagli immigrati. È una disponibilità ancora acerba.
    In attesa del suo turno fuori dall'ufficio di Diallo c'è Redouane, marocchino, laureato in economia, in Italia da un paio d'anni. È uno dei tanti ancora alla prese con la sanatoria. Sposato? «No, di poveri disgraziati ne basta uno». Sa della novità di Fini, ma la guarda da lontano. «Se non finirà in una bolla di sapone, servirà a far cambiare la mentalità degli italiani». Anche quella dello sceriffo Gentilini? Per tipi così è troppo tardi, «ma noi dobbiamo lavorare per il futuro». Intanto, però, è il presente che assilla Redouane. È senza lavoro, «devo cercarne uno con le mani, perché la testa e la laurea qui non servono. Adesso devo fare il corso per saldatori. Giro con il vento. Dove va il vento, vado io. Se hai la pancia vuota e non hai la casa, al diritto di voto non è che ci pensi». Dopo un po', Redouane sputa il rospo. «Sono qui perché ho dato 3400 euro a uno che mi ha firmato la domanda per la sanatoria e adesso ne vuole altri 2800. Se lo denuncio, rischio». L'espulsione? «No, una pistolettata. È un capozona». Redouane significa `porta del paradiso'.

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    Voto agli immigrati, mina per la società
    di Ruben Razzante

    «Con arroganza stanno minando le fondamenta delle società occidentali, sacrificando le identità dei popoli in nome di un evidente disegno di cancellazione della cittadinanza».
    Fiorello Provera, senatore della Lega Nord, commenta sconcertato le ultime decisioni del Consiglio d’Europa, l’assemblea della quale fanno parte parlamentari di 46 Paesi (tra i quali alcuni della disciolta Unione Sovietica) che emana rapporti d’indirizzo politico e dunque non vincolanti per gli Stati membri, nei quali vengono abitualmente trattati temi legati ai diritti umani, alle condizioni di vita delle minoranze, eccetera. Ebbene, secondo Provera, che ferocemente si sta opponendo a tali iniziative, i rappresentanti socialisti che fanno parte di quell’organo stanno facendo passare decisioni assai pericolose per la stabilità degli Stati e delle società.
    «L’ultima in ordine di tempo racconta Provera è la decisione che il Consiglio d’Europa ha preso venerdì scorso. In un’aula pressoché deserta, su proposta di un relatore socialista, è stata fatta passare una mozione che chiede ai singoli Stati membri, dunque anche all’Italia, di estendere almeno per le elezioni amministrative i diritti politici attivi e passivi a tutti i residenti senza cittadinanza, e quindi anche agli extracomunitari. Un altro esponente socialista svizzero ha addirittura rincarato la dose, chiedendo che questa estensione riguardasse anche le elezioni politiche. Alla fine è stata approvata la mozione che limita l’estensione alle elezioni amministrative. Ma si può ben comprendere come già questo sia un primo pericoloso passo verso la concessione di tutti i diritti politici attivi e passivi agli extracomunitari e agli stranieri residenti ma privi di cittadinanza».

    Come va letta questa decisione?

    «Per me è una decisione aberrante. Lei pensi cosa potrebbe succedere se gli Stati europei decidessero di uniformarsi a tale decisione. Finiremmo con l’avere nei parlamenti anche persone elette che però non sono cittadini di quello Stato e che pertanto non ne hanno a cuore le sorti, non ne incarnano la tradizione storica, ne ignorano perfino l’identità».

    Quindi significa che se un italiano dovesse andare a lavorare in Francia e fissare lì la residenza, potrebbe anche essere eletto parlamentare francese?

    «Proprio così. Non solo, ma potrebbe anche andar via di lì dall’oggi al domani, non essendo cittadino francese, e la Francia resterebbe senza un parlamentare».

    Perché è potuto passare un orientamento del genere?

    «Me lo chiedo anch’io. Il relatore ne ha spiegato i presupposti dicendo che, siccome gli immigrati sono sempre più numerosi, bisogna concedere loro anche i diritti politici. Portando questo discorso alle estreme conseguenze, però, bisognerebbe legalizzare tutti i fenomeni, anche deteriori, che la società ci propone man mano. Questo per me è pericolosissimo».

    E in Consiglio, al momento dell’approvazione, nessuno si è opposto al provvedimento?

    «Io personalmente ho detto la mia. In passato, quando era stata proposta la legalizzazione, in tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa, dell’adozione dei bambini da parte delle coppie gay, ero riuscito a bloccare quell’iniziativa chiedendo il numero legale, che mancava. Questa volta non ho potuto eccepire aspetti procedurali perché il regolamento è cambiato e ora il numero legale non si può più chiedere: casi del genere, con un’aula semideserta che fa passare provvedimenti del genere, possono verificarsi tranquillamente».

    Secondo lei si tratta di un caso isolato o di una strategia ben precisa messa in atto dalla sinistra europea?

    «Da tempo in tutt’Europa i centri di potere di matrice socialista stanno lavorando scientificamente per scardinare le società e gli Stati. Ogni Stato ha un sua storia, che è il frutto dei comportamenti dei suoi cittadini. Chi vuole concedere diritti a tutti, prescindendo dalla cittadinanza, si propone l’obbiettivo preciso di cancellare le identità dei popoli, massificando tutto e tutti. Cancellare la cittadinanza vuol dire cancellare l’identità, l’appartenenza, che sono elementi distintivi di uno Stato dall’altro. Le ideologie socialiste da tempo mostrano chiaramente di voler inseguire tale obbiettivo».

    Lei cosa auspica contro questa manovra?

    «In questo momento mi sto impegnando nelle sedi opportune perché questa deriva globalizzatrice non prenda mai il sopravvento. Nel frattempo, però, mi auguro che i partiti moderati vincano le elezioni nei vari Stati europei, a cominciare proprio dall’Italia, affinché i socialisti non abbiano più la maggioranza per poter decidere cose così aberranti come questa dei diritti politici per i non cittadini. Il futuro dei nostri Stati non può essere affidato a chi non appartiene al popolo».

 

 

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