Dal Cile al Brasile
In Sudamerica cresce la voglia di destra
Viene a scadenze periodiche quasi come il famoso fenomeno meteorologico del Niño, e i latino-americani lo chiamano “l’anno elettorale”. Dodici mesi nel corso dei quali oltre metà della popolazione della regione andrà alla urne. E la grande domanda è se davvero, come alcuni segnali fanno intravedere, sta per cominciare una contro-ondata a destra, dopo la grande ondata a sinistra che ha cambiato il volto dell’America Latina negli ultimi dieci anni: dall’insediamento al potere di Hugo Chávez in Venezuela, il 2 febbraio del 1999, a quello di Mauricio Funes in En Salvador, lo scorso primo giugno. Ma già il 3 maggio a Panama il miliardario Ricardo Martinelli si era imposto sulla filo-chavista Balbina Herrera, candidata del partito Rivoluzionario Democratico del presidente uscente Martín Torrijos.
Pure già in archivio sono le elezioni di domenica scorsa 25 ottobre in Uruguay. Ma ci sarà una coda il prossimo 29 novembre, perché nessun candidato ha ottenuto la maggioranza assoluta. L’ex-guerrigliero Pepe Mujica, candidato della coalizione di sinistra del presidente uscente Tabaré Vásquez, ha avuto alla fine il 48,16%. Luis Alberto Lacalle, del Partito Nazionale “Bianco”, il 28,94. Se si somma il 16,9% del Partito Colorado, il cui candidato Pedro Bordaberry ha garantito il suo appoggio a Lacalle, il centro-destra sta al 45,84. Decisivi, insomma, saranno i voti dei candidati minori.
Riconferme e novità
Lo stesso 29 novembre si vota in Honduras, dove alla fine l’inviato di Obama Thomas Shannon è riuscito a imporre un accordo di riconciliazione tra i due presidenti, Manuel Zelaya e Roberto Micheletti. Entro il 5 novembre sarà dunque costituito un governo di unità nazionale, presumibilmente con Zelaya di nuovo presidente fino all’insediamento del suo successore il 27 gennaio. Sei sono i candidati, di cui due pro-Zelaya: il sindacalista Carlos Humberto Reyes e il leader del Partito di Unificazione democratica César Ham. Ma in testa sono i candidati dei due grandi partiti storici, il nazionale Porfirio Lobo e il liberale Elvin Santos. E Lobo, di centro-destra, appare favorito, col 77% dei sondaggi contro il 21. Dopo la rissa tra i suoi due leader Zelaya e Micheletti il Partito Liberale ha un evidente momento di appannamento.
Il 6 dicembre in Bolivia Evo Morales dovrebbe essere rieletto al primo turno. L’opposizione si è frammentata tra ben sette candidati differenti, e dunque non c’è storia. Il 52% che gli viene accreditato, però, è al di sotto del 53,7% del 2005, anche se al Congresso il suo Movimento al Socialismo dovrebbe avanzare, e in particolare conquistare la maggioranza in quel Senato che per quattro anni è stata una roccaforte dell’opposizione.
Vecchi fantasmi e déja-vu
Una vittoria della destra annunciata appare invece quella del Cile: 13 dicembre, con probabile ballottaggio il 17 gennaio. Dopo aver avuto molti problemi la presidentessa uscente Michelle Bachelet è riuscita infine a attestarsi su una popolarità del 70%, ma i vent’anni che la Concertazione di centro-sinistra ha governato sono ormai troppi, e la candidatura dell’ex-presidente Eduardo Frei Ruíz-Tagle, democristiano, sa troppo di déjà-vu. Negli ultimi sondaggi sta attorno al 20-22%, contro il 33% di Sebastian Piñera: uomo più ricco del Cile, fratello dello Juan Piñera inventore del famoso sistema pensionistico cileno, e candidato post-pinochettista. Due dei partiti della sua coalizione appoggiarono infatti il regime militare, ma ce n’è un terzo di fuoriusciti dalla Concertazione, e lui dichiarò pubblicamente il suo voto contrario a Pinochet al referendum del 1988. A danneggiare Frei è anche il successo del 36enne Marco Enríquez-Ominami Gumucio; figlio di un famoso guerrigliero dell’estrema sinistra ucciso in un conflitto a fuoco durante il regime militare quando lui aveva appena un anno; con patrigno un senatore socialista; e lui stesso deputato socialista, fino a quando non ha rotto col partito per candidarsi come indipendente.
Segue il 7 febbraio il Costa Rica, dove tutti i sondaggi prevedono la vittoria di Laura Chinchilla Miranda, dello stesso socialdemocratico Partito di Liberazione Nazionale (Pln) del presidente uscente Óscar Arias Sánchez. E poi la Colombia: il 14 marzo le politiche; il 30 maggio le presidenziali. Ma fino a quando a dicembre la Corte Costituzionale non giudicherà la legittimità del voto con cui il Congresso ha convocato un referendum per permettere la terza rielezione di Álvaro Uribe Vélez, non si sa se il popolarissimo presidente sarà in lizza. Altrimenti dovrebbe toccare all’ex-ministro della Difesa Juan Manuel Santos.
Cruciale il voto in Brasile del 3 ottobre, dove Lula è popolarissimo ma non può ricandidarsi, e la sua delfina Dilma Roussef pur carismatica ministra si sta rivelando una candidata debole, afflitta da problemi di salute e danneggiata da due altre candidate spuntate alla sua sinistra. Favoritissimo, anche se manca ancora parecchio, è il governatore dello Stato di San Paolo José Serra: di centro-destra, e di origini calabresi.
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carlomartello




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