TORTURE
Più della vedova ci dice il colonnello




Lasciate stare l’intervista fatta, smentita, corretta o integrata della vedova del maresciallo Bruno. Si tratta in ogni caso di affermazioni de relato, che ci approssimano alla verità ma non ce la rivelano. Troppo imprecise, ambigue su un punto cruciale (il marito le parlava di un carcere gestito dagli americani o dagli iracheni?), emotive come non altrimenti potrebbe essere da parte di chi ha appena perso in Iraq la persona più cara. Cavalcarla politicamente può rivelarsi un boomerang.
Il diritto-dovere del Tg3 di mandarle in onda è secondo noi fuori discussione. Non foss’altro perché - siamo onesti - nessun altro telegiornale italiano l’avrebbe fatto. Più si restringe il pluralismo dell’informazione, più si scava la nicchia della controinformazione. E’ uno stato di cose che non ci piace, ma è così. Le urgenze della controinformazione inducono infatti a una certa fretta e sommarietà professionale. L’intervista della signora Bruno meritava un secondo check, magari affidato a un giornalista di maggiore esperienza, qualche domanda in più sui punti poco chiari del suo racconto, un diritto di replica immediato dei comandi militari o del ministero della difesa. Lo diciamo perché era in gioco l’onore dell’Arma dei carabinieri, una delle poche cose preziose che ci sono rimaste, e non l’onore di Berlusconi o di un suo ministro, sul quale è lecito dubitare quasi con ogni mezzo, in una società aperta e di libera stampa.
Lasciate dunque stare l’intervista alla vedova Bruno e discutete dell’intervista al colonnello Carmine Burgio, comandante del Tuscania a Nassiriya. Essa dice infatti cose ben più circostanziate, non smentite, e se permettete più gravi. Il fatto che l’ufficiale spieghi che le torture erano opera della polizia irachena e non dei soldati degli eserciti occupanti non toglie infatti nulla al problema che abbiamo davanti. La polizia irachena agisce in un regime in cui la sovranità è della coalizione. La coalizione è responsabile dei suoi comportamenti, e anzi i militari italiani sono stati inviati in Iraq anche per addestrarla. I soldati italiani arrestano iracheni che poi devono consegnare a questa polizia (o ai militari inglesi nei casi più gravi). Ci riguarda dunque, eccome se ci riguarda, il modo in cui i nostri prigionieri sono trattati. Ai militari italiani non si può imputare nessun comportamento scorretto. Anzi, il colonnello Burgio ci fa sapere che ci sono state proteste, segnalazioni alle autorità irachene, e in un caso anche uno scontro a fuoco per evitare che i prigionieri venissero brutalizzati. Ma all’Italia, cioè al governo italiano, si può imputare di non essere riusciti a fermare questo andazzo, esercitando sulla coalizione e sulle autorità irachene tutta la necessaria pressione diplomatica. Ne consegue un danno non solo alla nostra coscienza, ma all’interesse nazionale. I nostri soldati, i nostri connazionali e i nostri ostaggi sono infatti tanto più esposti a rischi di vendetta quanto più l’Italia appare anche involontariamente corresponsabile di comportamenti belligeranti e per giunta illegali.