Un vecchio articolo di Pietrangelo Buttafuoco per il Foglio che vi ripropongo.
L'omofilia di destra. L'arditismo, il paganesimo di un'estetica militare che non conosce nè il bene nè il male e poi Brasillach, Mishima, Youcenar...
Altro che Pecoraro Scanio. Presupponendo tè o caffè (o cappuccino), lo steward del volo Roma-New York, alla delegazione parlamentare che gli si apparecchia a bordo, prima della buona notte, chiede: "Come volete essere svegliati domani mattina?". Il deputato Nino Strano, sbattendo maliziosamente le ciglia, sussurra: "Dipende, verrà con le piume o con la frusta?". Altro che Pecoraro Scanio. Nino Strano - futuro sindaco di Taormina - non è certamente un personaggio minore della destra italiana, anzi: è uno dei protagonisti della generazione di Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri e Fabio Fatuzzo, quella generazione che ha trovato in Gianfranco Fini il suo leader. E' stato assessore del governo siciliano, e quando Fini fece la sua battuta contro i maestri o mosessuali, in una dirchiarazione ci scherzò allegramente: "Camerati, il presidente ha parlato di maestri di scuola, non di assessori...". Intervistato da Pierluigi Battista sulla Stampa, Strano che in tema di sesssualità fa metafisica del brancatidmo, fece un numero straordinario rievocando la sua Catania da movida dove spadroneggia nelle campagne elettorali accompagnandosi con il suo policromo mondo di travestiti e altri personaggi a colori. Altro che Pecoraro Scanio. Strano è un libertino assoluto, un gentiluomo di straordinario garbo su cui la sinistra spesso si scaglia, marchiandolo di insinuazioni e volgarità, come quando alla prima di "Storia di una Capinera", il film di Franco Zeffirelli, i democratici del politicamente corretto non poterono che fischiare grevemente i titoli di cosa dove a un certo punto spuntava la dedica "A Nino Strano". I giovanotti dei Centri sociali, gli stessi che oggi si spellano per il Gay Pride, stamparono una volgare fanzine: "Ninetta Strano, Storia di una tappinara". Altro che Pecoraro Scanio, altro che sinistra allora, perché la storia della destra (a dispetto degli esorcismi dell'Arcigay) non può coniugarsi all'omofobia, anzi. Ignazio La Russa ricorda per esempio che "il primo cinema omosessuale di Milano nacque per iniziativa di due ragazzi del Fronte della Gioventù". Negli stessi anni del bigottismo comunista poi, è proprio un deputato monarchico leccese, l'onorevole Cicerone, meglio noto come "zia Cenzina", che svezza a Roma "gli ambigui rappresentanti del corrotto mondo omosessuale". Due omosessuali del Msi di Torino riusciranno a superare la loro crisi "coniugale" nonostante uno dei due fosse passato con gli scissionisti di Democrazia nazionale. La destra, in virtù del proprio Dna, non può permettersi slanci omofobi. C'è un filone culturale, prevalentemente legato all'arditismo, dove l'omosessualità si esplicita nell'essenza pagana di un'estetica militare che non conosce ne bene ne male. Tutto è orgiastico, tutto è aristocratico "nel cameratismo senza limiti". Se avesse potuto fare un più sostanzioso outing, Luchino Visconti, piuttosto che alle Feste dell'Unità, per giustificare le sue scelte estetiche e la bionda bestia, avrebbe dovuto finalmente consegnarsi alla tradizione cinematografica del nazionalsocialismo elitario di Leni Riefentsthai, altro che Aggeo Savioli (se n'era accorta Gaia Servadio scoprendo quanto Visconti fosse affascinato dal p-ganesimo nazista, tanto quanto era inorridito dal fascismo cattolico). Tutto è panico nel senso del dio Pan e la grande letteratura fascista vanta un pantheon dove ci sono Robert Brasillach, Yukio Mishima, Henri de Montherlant e Marguerite Yourcenar. Tutto è natura. Nella stagione dei Wanderwogel - il movimento giovanile tedesco che, in anticipo su Pecoraro Scanio, teorizza la bisessualità - affondano le radici del comunitarismo di sangue e suolo e il culto della giovinezza (primavera di bellezza). Ma gli è che la democrazia ha un obbligo, quello di scompaginare le consuetudini, figurarsi gli orientamenti. E la stessa avventura di Thomas Mann è significativa in questo senso, allorquando il suo diventare democratico doveva consistere anche nel rifiuto della sua stessa identità. Quell'identità dove però c'è un groppo irrisolto costituito di anima tedesca, attrazione per la morte, per la musica, il fascismo e l'omosessualità. Un groppo dove ciascuno è simbolo dell'altro. Ma nell'inconscio e persino nel conscio di Mann questi elementi rappresentano un'unità oscura, quella che nel quarto sonetto de "La Fleur du mal" produce l'immortale verso: "Dans une ténébreuse et profonde unite". Tutto è orgia, tutto è maschio di maschia gioventù. Altro che Pecoraro Scanio.




Rispondi Citando
