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  1. #1
    ardimentoso
    Ospite

    Predefinito Un Kibbutz in "Liberazione"

    La sinistra bertinottiana, sedicente alternativa ed anti-imperialista, fa in realtà il gioco degli autentici terroristi, quelli con base a Tel Aviv, per intenderci. Basta leggere “Liberazione”: tra isteriche denunce dell’ “antisemitismo” perennemente risorgente e fuorvianti descrizioni in malafede della cricca al potere con Bush, il quotidiano di Rifondazione non perde occasione per sviare l’attenzione dai crimini sionisti.

    Guido Caldiron è uno che scrive su "Liberazione", organo del PRC. Ci
    scrive più spesso di tutti e su questioni tra le più delicate. Il
    suo ambito è la cultura, ma non solo. Il suo ambito è l'universo
    mondo quando si tratta di antisemitismo. No, no, cosa avete capito?
    Qui non si parla dell'antisemitismo che tutti conosciamo, di cui
    abbiamo tragiche testimonianze ogni giorno, che pare costituire
    la "Weltanschauung", la degenerata costante culturale ed ideologica
    del tempo, per dirla ancora in tedesco (dopotutto, chi ha pensato
    meglio di loro?), lo Zeitgeist dell'ultimo e di questo secolo. Il
    Caldiron non si occupa di questo, non da la minima importanza a un
    antisemitismo che cerca di liquidare due popoli semiti, palestinesi
    e iracheni, in un botto solo (poi verranno gli altri: Siria e Sudan
    sono già in lista d'attesa), non se la prende con una campagna
    planetaria che, innescata sapientemente da non semiti l'11/9, ha per
    obiettivo 300 milioni di semiti arabi e, per sovraprezzo, un
    miliardo e quattrocento milioni di loro correligionari. Neppure
    riserva grande attenzione neppure a quell' atteggiamento europeo
    verso semiti arabi e verso musulmani che minaccia di superare in
    efficacia il pogrom contro quegli altri semiti attuato, sempre da
    queste parti, negli anni '40 e '50. No, Caldiron punta più in alto,
    è uno specialista, ha il dono dell'originalità. Mica si fa offuscare
    la vista dalla caccia all'arabo in atto in tutti e cinque
    continenti, vuoi con le bombe, vuoi con soluzioni finali alla Sion,
    vuoi con la repressione poliziesca, vuoi con l'ostracismo sociale.
    Lo sguardo di Caldiron trapassa tutto questo e va a fissarsi su cose
    che quasi nessuno riesce a vedere: l'antisemitismo imperversante
    contro gli ebrei, così spesso mascherato da antisionismo e da
    critiche alla politica di Israele. Caldiron non si fa fregare e, tra
    un inno alla cultura jiddish il lunedì e la recensione apologetica
    all'ennesimo libro dell'ennesimo finto dialogante israeliano il
    martedì, e il silenzio sulla cultura palestinese nei giorni dispari
    e pari, sa bene quale è il male del tempo: la perdurante, dilagante,
    universale campagna antisemita, intesa come persecuzione degli
    ebrei. No, ancora una volta no: mica si riferisce ai fascisti e post
    e cripto e para-tali. Figurarsi, con l'ottimo Gianfranco Fini che va
    a Gerusalemme tenuto per mano dal capo delle comunità ebraiche, o
    con l'altrettanto ottimo La Russa e camerati che sfilano sotto le
    bandiere israeliane ("dal Nilo all'Eufrate")dal Campidoglio alla
    Sinagoga per zittire e smerdare quei facinorosi antisemiti autentici
    che, dall'altro lato della piazza, gridano "Sharon boia".

    No Caldiron la sa più lunga: l'antisemitismo senza ebrei è un
    controsenso, un'invenzione demagogica e strumentale, anche se al
    momento pare ci siano qualcosa come alcune centinaia di milioni di
    semiti criminalizzati e perseguitati fino all'estinzione da meno di
    mezza dozzina di milioni di altri semiti che però,
    istituzionalmente, nascono crescono e muoiono vittime, hanno l'arma
    termonucleare, praticano il terrorismo e vengono intrattenuti con il
    Gioco del Piccolo Torturatore dai più potenti e prepotenti genitori
    che inerme bimbetto abbia mai avuto. In questo senso Caldiron Guido,
    ben supportato da un consimile Salvatore Cannavò, la cui furia
    dialettica si dispiega al meglio quando gratta nelle ferite inferte
    al mondo "dal terrorismo islamico", o fa altre argute analisi
    geopolitiche del genere, ne ha fatte più di Carlo in Francia e,
    senz'altro, la comunità ebraica italiana, la più silente su quanto
    viene perpetrato nell'espropriata (o ci siamo dimenticati?)
    Palestina, non mancherà di esprimergli adeguato consenso e
    apprezzamento. Soprattutto quando, contro venti e tempeste soffiate
    da importune verità, il suo giornale riesce a rivoltare la frittata
    di quell'enorme fiasco che fu la "ragazza ebrea aggredita da
    maghrebini nel metro a Parigi" (provocazione stavolta fallita,
    diversamente da tante altre che alimentano il vittimismo ebraico a
    fronte dell'olocausto palestinese), tornando sulla bolla scoppiata
    con questa fulminante argomentazione: la bugiardona non avrà detto
    una sua verità, ma ha detto una verità universale! Mio padre diceva:
    se non è vero è ben trovato.

    Ma recentemente (29 agosto 2004), il Nostro è riuscito in un'impresa
    che ha del sovrumano. Ha colmato di immagini, riquadri, e uno
    smisurato articolone ben due pagine di "Liberazione". Ha
    titolato "La rivoluzione conservatrice di George W.Bush", ha messo
    l'occhiello "Alla vigilia della convention repubblicana, che si apre
    lunedì a New York, viaggio nelle radici politiche e culturali della
    Nuova Destra americana" e, senza falsa modestia, ha
    sottotitolato "Un bilancio del percorso compiuto fin qui dai nuovi
    conservatori. Un'occasione per cercare di capire come il blocco
    ideologico e sociale che ha portato Gorge W. Bush a guidare il paese
    più potente del pianeta, potrà essere sconfitto di qui a pochi
    mesi". Mica male, no? C'era da leccarsi i baffi prima ancora di
    inciampare nel sottotitoletto "La genesi della coalizione delle
    destre". Ebbene sì, Caldiron ha viaggiato. Un po' come quei poveri
    ronzini delle nostre antiche botticelle, con i due lembi neri di
    cuoio accanto agli occhi.

    Insomma, Caldiron ci ha scaricato addosso una chilata abbondante di
    piombo sul "chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo" della banda
    Bush, riuscendo al contempo di non dire una parola, di non
    menzionare un nome, di non rintracciare un segno che facesse
    riferimento alla squadra da cui l'ex-alcolizzato redento e
    evangelizzato è stato selezionato ed esposto nelle vetrina
    dell'ipermercato della menzogna nordamericana. Li avete presenti?
    Non vi dicono niente i nomi degli ideologi, propagandisti, lobbysti,
    programmatori, della "guerra preventiva", altrettanti criminali
    cospiratori che da prima di Reagan e per tutti gli ultimi trent'anni
    hanno lavorato per arrivare dove Bush è stato messo adesso e per
    esercitare sull'universo mondo un terrorismo da inevitabile,
    ineluttabile apocalisse? Un bel quadro ve lo potrebbe fornire il
    libro di Mauro Bulgarelli "L'Impero invisibile", dove trovereste
    anche tutti i riferimenti, i documenti, le citazioni, insomma le
    prove di una congiura in cui tutti, ma proprio tutti i protagonisti
    sono estremisti della comunità ebraica statunitense: autentici
    neonazisti per i quali resta aperto solo un interrogativo: se nella
    loro crociata di sterminio dei peccatori e di colonizzazione degli
    schiavi debba avere la parola definitiva Israele o gli USA, se cioè
    la potenza sterminatrice statunitense serva da apripista per gli
    scopi israeliani in Medio Oriente, nelle metropoli, nelle risorse,
    oppure se sia l'ideologia razzista ed espansionista del sionismo ad
    aver fornito agli USA, in combinazione con il fondamentalismo
    evangelico e la tolleranza papalina, la base etico-religiosa per la
    guerra totale di appropriazione del mondo.

    Eppure sono nomi che rimbalzano tra le carte, o no? Sono tutti
    ministri, segretari, sottosegretari, vice-sottosegretari,
    consiglieri, direttori, esperti dell'attuale amministrazione. Sono
    tutti in pasta per milioni di dollari con il complesso militar-
    industriale, con le milizie mercenarie, con le multinazionali della
    ricostruzione di quanto l'apparato militare distrugge. Sono tutti
    sicofanti di Sharon e viceversa. Prima o poi hanno tutti coperto
    spie di Israele. Michael Ledeen, teorico del fascismo universale,
    Zgbniev Brzezinsky, uomo della grande scacchiera tutta americana,
    Lewis Libby, protagonista di quell'Iran-Contras con il quale, mentre
    si fingeva di dare appoggio diplomatico a Saddam, onde sputtanarlo
    negli ambienti antimperialisti, si armava fino ai denti l'Iran e con
    il ricavato da ciò e dal traffico di droga si faceva fuori il
    Nicaragua; Richard Perle, detto anche "principe delle tenebre",
    malvivente in affari d'armi con Adnan Kashoggi; Donald Rumsfeld,
    basta la parola, ma anche il suo progetto per un Gruppo "Proactive
    Preemptive" che avrebbe dovuto compiere azioni terroristiche da
    attribuire ai presunti terroristi nemici; Paul Wolfowitz, star di
    tutte le associazioni per delinquere succedutesi negli USA in questi
    decenni, Trilateral, Bilderberg, PNAC, disco rotto della
    frase "Dobbiamo assumere le necessità di assicurare con ogni mezzo
    la supremazia americana nel mondo"; William Bristol, primo
    consigliere di Bush e direttore del PNAC (Project for a New American
    Century); John Bolton, segretario di Stato per il controllo degli
    armamenti e leader della ONG dell'infiltrazione USA USAid (quella
    che per prima lanciò "l'allarme Darfur", così splendidamente
    raccolto dalla nostra stampa di sinistra); Richard Armitage,
    pluricondannato per Iran-Contras, azzardo e droga, protagonista
    dell'operazione "Phoenix" che liquidò in Laos qualcosa come 35.000
    civili; Elliott Abrams, protagonista assoluto dell'Iran-Contras,
    sottosegretario di Reagan che ha coperto i massacri compiuti da
    commando americani in Guatemala e Salvator. Ce ne sono altri, da
    superare la spedizione olimpica degli USA: Samuel Huntington
    ("Scontro di civiltà"), Paul Nitze, Eugene Rostow, Max Kampleman,
    Iames Woolsey (direttore Cia), Phyl Kaminsky, Dick Cheney, Douglas
    Feith (export-import di armi con Israele).. Nove su dieci sono
    esponenti autorevoli della comunità ebraica: E' un caso? Provengono
    tutti dalla covata di Reagan, sono tutti delinquenti coinvolti
    pubblicamente in commerci di droga, stragi, conflitti di interessi,
    operazioni sporche. Ovunque sono arrivati, hanno collocato al potere
    la criminalità organizzata, dalla Jugoslavia alla Georgia, dai
    dittatori sudamericani alla Russia di Eltsin, dalla repubbliche
    centroasiatiche all'Iraq. Sono tutti membri delle varie lobby, o
    think tank (serbatoi di pensiero) che, negli ultimi trent'anni,
    hanno lavorato per formulare e imporre la politica statunitense
    della guerra preventiva, dell'uso del terrorismo e dei massacri
    indiscriminati: Committee for the Present Danger, American
    Enterprise Institute, Council on Foreign Relations, JINSA (Jewish
    Institute for National Security Affairs), Project for the New
    American Century (PNAC), Center for Security Policy. Sono quelli del
    mezzo trilione di bilancio per le guerre, degli scudi stellari,
    della necessità di eliminare con Saddam le sue "armi di distruzione
    di massa", del Patriot Act, dell'appoggio incondizionato a Israele,
    dell'invenzione, finanziamento, addestramento, armamento e direzione
    di Al Qaida, del traffico di droga tra Colombia, Afghanistan e USA
    che gli porta in cassa ogni anno qualcosa tra 500 e 1000 miliardi di
    dollari, della guerra preventiva e permanente, del ricupero del
    controllo sull'Africa, degli Stati Canaglia, del Plan Colombia, dei
    golpe e complotti contro Hugo Chavez e la rivoluzione bolivariana,
    degli "stretti legami tra Iran e Al Qaida" (propagandati
    incredibilmente nell'ultimo numero da un cialtrone pachistano,
    trasparente velinaro Cia, sul settimanale già di
    sinistra "Avvenimenti", e pensare che ci ho scritto per molti
    anni.), dell'imminente assalto al Sudan, innescato da un paio di
    movimenti "di liberazione" mercenari quanto il famigerato UCK
    kosovaro, della frantumazione della Jugoslavia, Clinton o non
    Clinton, perché presidenti democratici o repubblicani, non fatevi
    illusioni Castellina e Rossanda, quelli stanno sempre lì, come le
    metastasi nei neoplastici terminali e sempre lì, da Monroe in poi,
    sta l'idra imperialista statunitense. Sono la ciccia e lo scheletro
    della politica USA.

    Vi pare poco? Chissà. Comunque poco deve sembrare al Guido Caldiron
    che, dotato di vista più lunga della nostra, come già detto, punta
    direttamente e esclusivamente sul fondamentalismo religioso
    protestante "come radici politiche e culturali della nuova destra
    americana", a parte, sul finale, "alcuni ebrei americani che
    mollarono gli ormeggi e si allontanarono dall'ala liberal del
    Partito Democratico". Carino, no? Quasi affettuoso. All'inglese:
    understatement, minimalismo si dice da noi. Del resto del mollare
    di "alcuni ebrei" è detta subito ampia giustificazione: la Guerra
    arabo-israeliana del 1967. Ragazzi, le vie dell'antisemitismo sono
    davvero infinite.

  2. #2
    ardimentoso
    Ospite

    Predefinito

    ecco l'articolo "accusatorio"

    Alla vigilia della Convention repubblicana, che si apre lunedì a New York, viaggio nelle radici politiche e culturali della nuova destra americana


    «Mi hanno visto prendere decisioni, mi hanno visto in tempi difficili, mi hanno visto piangere, mi hanno visto ridere. Sanno chi sono e penso che siano contenti di sapere che io non cambio principi o posizioni secondo i sondaggi». Così, ribadendo la sua fiducia nel fatto che gli elettori americani non gli negheranno un secondo mandato alla Casa Bianca, George W. Bush ha risposto nei giorni scorsi alle domande di due giornalisti di Usa Today sull'aereo che lo portava verso uno degli ultimi comizi in programma prima della Convention repubblicana che si aprirà lunedì a New York. Nella Grande Mela il "Grand Old Party" non celebrerà un'assise rituale, ma i suoi leader, a cominciare proprio da Bush, dovranno tracciare la strategia da seguire nella battaglia con i democratici che si concluderà con le elezioni presidenziali del 2 novembre. L'appuntamento di New York rappresenta perciò un'occasione per tracciare un bilancio del percorso compiuto fin qui dalla destra americana e per cercare di capire come il blocco ideologico e sociale che ha portato George W. Bush a guidare il paese più potente del pianeta, potrà essere sconfitto di qui a pochi mesi.

    La genesi della coalizione delle destre
    «La campagna elettorale di Bush nel 2000 nasce dall'intenzione da dar vita a una nuova coalizione conservatrice. L'idea è dell'inseparabile consigliere politico di George W., Karl Rove, consapevole del fatto che il partito repubblicano ha perduto nel 1992 e nel 1996 le sfide con il democratico Bill Clinton per due motivi di fondo. Primo: la fine della Guerra Fredda ha privato i conservatori dell'Unione Sovietica, di quell'"Impero del Male" contro il quale si erano uniti negli anni Cinquanta e Sessanta e che Ronald Reagan era riuscito infine a battere lanciando a metà degli anni Ottanta il progetto futurista della difesa spaziale. Secondo: Bush padre nel 1992 e Dole nel 1996 non sono riusciti a costruire un'intesa con lo zoccolo duro del partito, la destra cristiana, senza i cui voti nessun repubblicano può essere eletto alla Casa Bianca, al pari di quanto sono necessari i voti afroamericani ai candidati democratici. Senza il nemico comunista e con i conservatori spaccati fra élites del New England e base popolare negli Stati del Sud, l'elefantino del "Grand Old Party" sembra votato alla sconfitta».

    Il quadro proposto da Maurizio Molinari nel suo George W. Bush e la missione americana, Laterza (pp. 298, euro 18,00), introduce quello che è forse il maggior motivo del successo attuale delle destre americane, vale a dire la loro capacità di unirsi, talvolta superando anche evidenti contraddizioni interne, per dare vita a una coalizione conservatrice che sappia rispondere e rappresentare differenti settori della società statunitense. Senza questa unione, le diverse componenti della destra non avrebbero mai potuto scatenare nel paese quella sorta di "rivoluzione conservatrice" a cui gli americani stanno assistendo.

    «La New Right, la nuova destra di cui Bush è il rappresentante, è una coalizione che attorno ai gruppi religiosi cristiani riunisce organizzazioni favorevoli a una drastica riforma fiscale, gruppi che si battono per il governo minimo ed intellettuali di matrice moderata, se non addirittura di origine liberal ma tenacemente anticomunisti - precisa ancora Molinari, prima di aggiungere - Si tratta di qualcosa di molto diverso dalla vecchia destra bianca, che ha difeso il segregazionismo nel secondo dopoguerra».


    Telepredicatori, l'ascesa della Chiesa elettronica
    Lo sviluppo di questa coalizione e il successo di Bush, rappresentano perciò una sorta di punto di arrivo di un lungo processo di ridefinizione dell'identità della destra negli Stati Uniti. Tra i primi segnali che hanno annunciato questo risveglio vi è stato senza dubbio l'emergere, già alla fine degli anni Settanta, del fondamentalismo religioso protestante come una delle correnti più potenti del nuovo conservatorismo. Un fenomeno che ha trovato nelle figure dei telepredicatori il simbolo più evidente di un intreccio tra immaginario religioso, politica e società della comunicazione.

    «Sono arrivati anche da noi, in Italia, e quindi ci siamo abituati alla loro predicazione infiammata e diretta, quella di chi annuncia la salvezza o minaccia la condanna eterna guardandoti fisso negli occhi e lasciandoti credere che il messaggio del suo sermone è rivolto proprio a te e contiene quella particolare verità di cui tu oggi hai bisogno. Sono i telepredicatori, la versione mediatica e orientata al business di un fenomeno assai più complesso e articolato: il fondamentalismo. Non tutti i telepredicatori sono necessariamente fondamentalisti, ma è un fatto che la maggior parte di essi utilizza la Bibbia come un prontuario della salvezza, come un ricettario dello Spirito al quale rivolgersi per affrontare problemi e paure, ansie e desideri. Negli Stati Uniti, il fenomeno ha dimensioni mediatiche ed economiche rilevanti: la domenica mattina non c'è Tv via cavo che non proponga un programma religioso offrendo una grande varietà di scelta». Per il direttore di Confronti Paolo Naso, autore di God Bless America, Editori Riuniti 2002 (pp. 190, euro 12,00), un saggio sulle "religioni degli americani", il fenomeno della "Chiesa elettronica" e la strategia politico-evangelistica dei telepredicatori «si coniugava agevolmente con la visione manichea del mondo che ispirava Ronald Reagan e le sue teorie sull'"impero del male", l'Unione Sovietica. Il linguaggio militare da guerra fredda utilizzato dal Presidente, veniva ripreso in chiave evangelistica dai telepredicatori». Non a caso lo stesso Reagan evocherà a più riprese il rischio dell'Armageddon, l'Apocalisse che segna secondo la Bibbia la fine del mondo, per offrire un sostegno religioso alla decisione di destinare ingenti risorse alla difesa e, in particolare, alle cosiddette "armi stellari".

    Per l'americanista Roberto Giammanco, l'era Reagan si caratterizza perciò per una restaurazione culturale complessiva, segnata profondamente dall'irrompere dei temi religiosi nel dibattito politico e da un ritorno ai miti del nativismo che considera gli Usa la "terra promessa" degli anglosassoni. Dopo l'emergere delle controculture nei due decenni precedenti, l' "America profonda" cercava la sua rivincita.


    La rivincita sul Sessantotto
    «La ribellione dei giovani americani all'autorità e all'ingiustizia era stata, prima di tutto, un rifiuto esistenziale dell'ipocrisia, delle sacre menzogne del nativismo dell'America Media. Aveva trovato nutrimento nelle lotte dei neri e delle minoranze contro il razzismo, nel movimento antimperialista per la pace in Vietnam», scrive Giammanco in L'immaginario al potere. Religione, media e politica nell'America reaganiana, Pellicani Editore 1990. Poi, dalla seconda metà degli anni Settanta e per tutto il decennio successivo, «sotto le vecchi bandiere dell'immaginario nazionale fondamentalista ma con mezzi nuovi, elettronici e politici, l'America Media fu portata al contrattacco. La nuova concentrazione del potere economico e le sue esigenze di ristrutturare, insieme con gli investimenti, classi, professioni, qualifiche, funzioni e opportunità, rivelò subito una corrispondenza quasi speculare con i modelli dell'immaginario salvifico, individualistico e nativista. Si realizzò una sintesi operativa tra fantasie, bisogni, ansietà e aspettative del presente e le sacre menzogne del passato».

    Nel 1979 con la fondazione della Moral Majority, un'associazione che riunisce inizialmente docenti e famiglie degli allievi delle scuole confessionali cristiane e quindi con lo sviluppo successivo della Christian Coalition, che nel 1988 arriverà addirittura a candidare il reverendo fondamentalista Pat Robertson alla nomination repubblicana per le elezioni presidenziali, il peso della destra religiosa sul Partito Repubblicano diventa determinante e vincolante, tanto da orientarne le scelte su grandi temi quali quelli dell'aborto, dei diritti degli omosessuali, della politica rivolta alle famiglie. Del resto, come nota Maurizio Molinari, «nel lessico di tutti i presidenti americani ci sono i riferimenti a Dio, ma nessuno prima di George W. ne aveva usati così tanti e così spesso...».


    Neoconservatori, dalla sinistra ai repubblicani
    Con la presidenza di Bush jr., l'ascesa della destra religiosa incontrerà un altro fenomeno nuovo che si è nel frattempo sviluppato in seno al conservatorismo statunitense, quello dei cosiddetti "neoconservatori". Quello che Jim Lobe e Adele Oliveri, che hanno curato per Feltrinelli il volume I nuovi rivoluzionari. Il pensiero dei neoconservatori americani (pp. 172, euro 10,00), definiscono come «un piccolo network, incredibilmente compatto, di accademici, ideologi, leader sindacali, analisti e funzionari politici, lobbysti, polemisti e opinionisti, che in alcuni casi lavorano insieme da più di trent'anni», rappresenta la novità più complessa nell'orizzonte delle nuove destra degli Usa. Provenienti dalle fila della "sinistra" americana, da alcuni settori del Partito Democratico in particolare, i protagonisti di quella che appare più come una corrente ideologica e culturale che come un vero movimento politico, hanno conosciuto una progressiva deriva verso destra, fino all'approdo tra i repubblicani. «L'inizio del neoconservatorismo quale movimento di politica estera - scrivono Lobe e Oliveri - può essere fatto risalire a tre eventi e sviluppi fondamentali della fine degli anni Sessanta, che hanno fatto sì che alcuni ebrei americani, in particolare, mollassero gli ormeggi e si allontanassero dall'ala liberal del Partito democratico.


    Il primo è stato la Guerra arabo-israeliana del 1967 (...) Il secondo fattore è stato la Guerra in Vietnam e il movimento contro la guerra che ne è seguito (...) L'ultimo fattore è stato la rottura dell'alleanza tra gli ebrei americani e gli afroamericani sul fronte della lotta per i diritti civili».

    La rottura con i democratici, avviene in realtà soprattutto a partire da un giudizio molto netto sui temi della politica estera, segnato dal feroce anticomunismo dei neoconservatori che assegnano agli Usa un ruolo ben preciso nella battaglia "in nome della libertà". Come illustrano ancora Jim Lobe e Adele Oliveri: «Secondo i neoconservatori, l'America ha la responsabilità morale di mantenere la pace nel mondo ed espandere il dominio dei "valori americani" (libertà individuale e democrazia), se necessario attraverso una serie di interventi militari mirati a sradicare il male e a promuovere "cambiamenti di regime" prima che gli "stati canaglia" minaccino l'America, i suoi amici e alleati».


    Un nemico per essere uniti
    Inoltre, «dal punto di vista teorico, il pensiero neoconservatore si basa sulle teorie diffuse negli anni Cinquanta e Sessanta da un professore di filosofia politica dell'Università di Chicago, Leo Strauss - spiegano Alessandro Spaventa e Fabrizio Saulini in Divide et impera. La strategia dei neoconservatori per spaccare l'Europa, Fazi Editore (pp. 168, euro 1350) - Figlio di una famiglia tedesca borghese ebrea ortodossa, Strauss assiste alle lezioni di Heidegger all'Università di Friburgo e si trova a discutere con alcuni degli intellettuali più influenti del periodo tra le due guerre: Walter Benjamin, Alexandre Kojève e Hans-Georg Gadamer (...) Emigra quindi a Chicago, dove insegnerà nel dipartimento di Scienze Politiche per venticinque anni, prima di moriere nel 1973».

    «A un primo sguardo - sottolineano Spaventa e Saulini - l'opera di Strauss sembra distante dalla politica moderna. Studia i filosofi greci e Macchiavelli, ma i principi che ne deriva sono quanto mai attuali. Il suo lavoro è profondamente segnato dai pogrom russi, dall'Olocausto e dall'esperienza della Repubblica di Weimar. "Per rendere il mondo sicuro per le democrazie occidentali, occorre rendere democratico il mondo intero, sia i singoli paesi che l'intera comunità delle nazioni", scrive (...) Per il filosofo tedesco, le democrazie occidentali hanno il diritto di difendere se stesse dai barbari (...) Quella di Strauss è una visione darwinistica della società: alcuni sono fatti per guidare, altri per essere guidati. E l'ordine politico può essere mantenuto solo se la società è unita contro una minaccia esterna: sulla scia di Macchiavelli, il filosofo afferma che se non ne esiste alcuna, allora essa deve essere costruita».

    Guido Caldiron

 

 

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