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    Predefinito La tortrura vista come...

    ….pornografia per guardoni

    Il trattamento liberal delle torture fa vomitare, proprio come le sevizie del carcere di Abu Ghraib. E’ penoso il compiacimento ideo-demagogico con cui le anime belle sfogliano la ripubblicazione seriale quotidiana di questo romanzo pornografico per i guardoni globali del sistema mediatico, scritto nell’infamia da soldati le cui responsabilità criminali sono state identificate e saranno punite con impietosa severità dalla più antica e solida democrazia costituzionale del mondo, senza riguardi per i livelli più elevati della catena di comando.
    Le foto dovevano essere pubblicate e guardate, ma la loro didascalia deve essere chiara: non siamo eguali al nemico che abbiamo abbattuto perché rendiamo note queste efferatezze e siamo in grado di punirle per prevenirle.
    E’ abbacinante invece, ma non sorprendente, la prontezza con cui si sta cercando di cuocere uno sforzo eroico di guerra al terrorismo e alla schiavitù politica del Medio Oriente nella bassa cucina politicante, fingendo che le torture siano state scoperte dalla stampa e gettandole in faccia all’amministrazione Bush o direttamente all’America come prova della “guerra sporca”. Pubblichiamo in prima pagina i documenti di miglior livello prodotti fino ad ora per motivare le due posizioni in contrasto: quella che chiede le dimissioni di Donald Rumsfeld (l’Economist) e quella che non accetta l’ipocrita gioco al massacro (il Wall Street Journal). Non sappiamo come andrà a finire, ma non importa. Importa che l’opinione pubblica occidentale, fatta a brandelli dalla più gigantesca manipolazione degli ultimi cinquant’anni, quella dipanatasi per mesi intorno alla guerra contro Saddam Hussein, sia messa in grado di orientarsi consapevolmente nella decenza della verità e della realtà.
    La tortura è dovunque, dunque in nessun luogo. Ne siamo responsabili in quanto uomini e donne, abitanti del pianeta. Il male radicale attraversa i secoli e i continenti, è stato indagato dalla pietà religiosa, da quella filosofica e letteraria e scientifica, e nessuno l’ha mai saputo spiegare, tanto meno giustificare. La tortura è un tabù, qualcosa che esiste ma non è dicibile come ordinario problema umano. La tortura è il demonio, la tentazione segreta di ogni guerra e di ogni situazione di violenza tra uomo e uomo, l’hanno praticata paesi e popoli diversi in epoche e circostanze diverse, americani e vietcong, russi e cinesi, francesi, tedeschi, inglesi e spagnoli, italiani, nazisti e partigiani, parà e algerini, cristiani e musulmani, canari e serial killer, bambini e gatti. C’è un solo modo di combattere la tortura, di limitarne gli effetti tossici e l’avvilente insulto alla natura del creato e alla civiltà di chi lo abita: creare e difendere sistemi politici in grado di ascoltare l’urlo del prigioniero seviziato e di sanzionare i torturatori come meritano. La dignità di un presidente, di un ministro della Difesa, di un generale, di un combattente, di un senatore, di un giornalista si misura solo e soltanto nel contributo che ciascuna di queste figure della vita pubblica è in grado di dare alla individuazione e alla repressione di comportamenti disumani.

    Chi ha denunciato le sevizie?
    E’ il Pentagono che ha scoperto questi comportamenti in Iraq, che li ha messi sotto inchiesta, che ha preso i provvedimenti necessari alla persecuzione in giudizio delle atroci deviazioni dalla regola dell’onore e della disciplina militare. E’ al Pentagono che adesso si indirizzano le domande dure, legittime e intrattabili dei senatori democratici e repubblicani: chi aveva la responsabilità del carcere o del lavoro dei contractor che assistono il lavoro carcerario? chi ha dato istruzioni e quali per gli interrogatori? c’è stato un preavviso di altre agenzie dell’amministrazione? si tratta di casi isolati o di comportamenti accettati o addirittura indotti? c’è stata una negligenza o colpa grave nella catena di comando, fino ai massimi livelli?
    La questione delle dimissioni di Rumsfeld dipende dalle risposte a queste domande, dal pieno disvelamento dei fatti attraverso commissioni d’inchiesta amministrative e indipendenti, ed è qui che si valuta il trattamento dei casi di tortura da parte di una democrazia che funzioni. Ma questo non ha niente a che vedere con il ribaltamento gaglioffo delle responsabilità, con il fango gettato a piene mani sull’esercito e sulla classe dirigente che hanno messo fine ad alto prezzo alla tortura segreta, infinita, impunita e su larga scala delle prigioni di Saddam Hussein, con la morbosità e l’ubriacatura demagogica dei soliti filistei.
    Il senatore Edward Kennedy, dall’alto della sua esperienza in cover up, rappresentava ieri, nell’audizione di Rumsfeld e dei militari nel Senato americano, il simbolo snob e bennato di quest’America politicante e confusa che non sa distinguere le responsabilità, che biascica valori liberal e celebra la propria icona di agente del bene intrappolato in una catastrofe della credibilità, e che vuole sfruttare come un “incidente di immagine” elettoralmente vantaggioso il dramma di un paese in guerra che fa pulizia nelle proprie file mentre i suoi soldati muoiono sotto gli attacchi dei terroristi.

    da il Foglio di sabato 8 maggio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Re: La tortrura vista come...

    In origine postato da mustang
    scritto nell’infamia da soldati
    Scritto nell'infamia da chi ha dato ordine di torturare....

  3. #3
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    Predefinito Re: La tortrura vista come...

    In origine postato da mustang
    Chi ha denunciato le sevizie?
    E’ il Pentagono che ha scoperto questi comportamenti in Iraq
    Che li abbiano scoperti non mi stupisce affatto, considerando che a detta di taguba gli ordini sono partiti proprio da li'....

    Ma ricordiamo che non e' certo merito del pentagono se il pubblico ne e' venuto a conoscenza....

  4. #4
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    Predefinito Gli Argomenti di chi vuole cacciare...

    ….via Rumsfeld

    State combattendo contro terroristi internazionali una battaglia presentata, sia da voi sia da loro, come uno scontro in nome di valori irrinunciabili.
    Scatenate una guerra contro Saddam Hussein, e dite che è una guerra per la legge, la democrazia, la libertà e la giustizia. In entrambi i campi di battaglia avete piantato una bandiera metaforica per proclamare che il vostro obiettivo è quello di portare la libertà, i diritti umani e la democrazia nel mondo arabo. Tutto questo impone il rispetto di un’etica comportamentale elevatissima da parte delle vostre forze e del vostro stesso governo. Ora, però, si scopre che una parte di queste forze armate ha fatto cose che stanno ben al di sotto di questo standard. Che cosa fate?
    Una possibile risposta è precisamente quella data da George Bush di fronte alle notizie di torture e umiliazioni dei prigionieri iracheni commessi nel carcere di Abu Ghraib: esprimere chiaramente, con una pubblica dichiarazione, che simili azioni sono considerate orrende e inaccettabili, e che i colpevoli saranno puniti.
    Questo è stato anche l’atteggiamento scelto dal governo inglese dopo la pubblicazione di fotografie che forse sono false, ma che potrebbero anche confermare il fatto che alcuni abusi si sono realmente verificati. Ma queste dichiarazioni pubbliche non sono sufficienti, soprattutto per quanto riguarda gli americani. Lo scandalo si sta ampliando, e continuano a venire in luce nuovi episodi. Per di più, questi abusi non rappresentano l’unico errore commesso dagli Stati Uniti, ma fanno parte di una cultura di comportamento irrispettosa della legalità che ha caratterizzato anche i più alti livelli. Ci si deve assumere la responsabilità di quanto è accaduto pure a questi livelli. E’ evidente che cosa ciò significhi. Il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, deve rassegnare le proprie dimissioni. Se non lo fa spontaneamente, Bush deve licenziarlo.

    Perché deve dimettersi
    Questa proposta susciterà certamente diversi tipi di reazione. Una, da parte dei critici della guerra, è quella di sottolineare che il livello più alto è in realtà quello del presidente Bush, e che quindi è lo stesso presidente a dover andarsene. La risposta in questo caso è che l’elettorato americano avrà la possibilità di estromettere Bush a metà novembre, mentre Rumsfeld è un funzionario non eletto che, se è davvero fedele a Bush, dovrebbe essere pronto a fare da scudo per proteggere il suo capo. Ma si potrebbe anche rispondere che le dimissioni di Rumsfeld sarebbero un provvedimento sproporzionato: le guerre sono sempre caratterizzate da abusi perché i soldati sono stati addestrati per uccidere; la cosa importante è che questi abusi siano puniti ogni volta che si verificano. Infine, si potrebbe anche dare una risposta molto cinica: probabilmente se ne dovrebbe andare, ma non lo farà. Guardate in faccia la realtà: è un anno di elezioni. I cinici potrebbero avere ragione, come accade spesso. Ma ci troviamo in circostanze del tutto eccezionali.
    Le fotografie delle torture potrebbero facilmente trasformarsi in
    icone che perseguiteranno per anni e anni l’America, proprio come
    nel caso della famosa immagine della ragazzina nuda che fugge terrorizzata durante un attacco al napalm nella guerra
    del Vietnam.
    Un modo per affrontare questo rischio è quello di contrapporgli
    un’azione di valore altrettanto simbolico: licenziare l’uomo che è a capo del Pentagono, la persona che, negli ultimi tre anni, è stata identificata con l’impegno bellico della potenza militare americana. La persona, infine, più direttamente identificata con quella diffusa cultura da cui gli stessi abusi si possono far derivare.
    Questa cultura ha avuto il suo simbolo nel campo di detenzione allestito a Guantanamo nel 2001.
    La decisione di detenere combattenti catturati in Afghanistan per un periodo di tempo indeterminato, senza concedergli accesso ad avvocati, poteva essere comprensibile come provvedimento a breve termine nella lotta al terrorismo, ma è stata in ogni caso sbagliata e disastrosa per l’immagine dell’America. Era sbagliata perché violava gli stessi valori e la stessa legge per cui l’America proclamava di combattere, e ha ben presto dimostrato anche l’applicazione di due pesi e due misure: ad alcuni cittadini americani catturati in Afghanistan è stato concesso un normale processo nelle corti americane, ma que-sto diritto è stato negato a tutti gli stranieri, ognuno dei quali era definito a priori da Rumsfeld come un pericoloso terrorista. E’ stata disastrosa per l’America non solo perché ne ha smascherato l’ipocrisia, ma anche perché è diventata il simbolo della sua arroganza, del suo “decidiamo noi!”.
    La convenzione di Ginevra, che ha regolato per anni le condizioni di trattamento dei prigionieri di guerra, è stata messa da parte. E la ragione utilizzata per spiegare il rifiuto americano di approvare la nuova Corte internazionale di giustizia (ossia che i suoi soldati sarebbero stati esposti alla possibilità di processi ingiustificati, in quanto necessarie azioni militari potevano essere interpretate come crimini) è apparsa sempre più ingiustificata. Puntando il dito su Guantanamo, i critici potevano sostenere che l’America doveva senz’altro essere tenuta sotto controllo da un organismo come la Corte internazionale.
    E altrettanto vuota è apparsa la promessa che tutti i casi di
    abuso sarebbero stati prontamente trattati dalle corti di giustizia americane.
    Ora queste corti stanno finalmente cominciando ad affrontare le questioni relative a Guantanamo, dopo una sentenza della Corte
    suprema.
    E la promessa fatta questa settimana da Bush e Rumsfeld, i quali
    hanno assicurato che gli abusi avvenuti in Iraq saranno puniti, è senza dubbio sincera.
    E’ probabile che i pragmatisti abbiano ragione quando dicono che gli abusi sono un’inevitabile conseguenza della guerra; e può darsi che si sarebbero verificati anche senza Guantanamo. Ma la cultura di cui Guantanamo era il simbolo, con tutti i prigionieri considerati colpevoli fino a quando non provati innocenti, e con dubbi metodi di interrogatorio ampiamente accettati e giustificati, può senz’altro avere avuto un’influenza sull’atteggiamento e il comportamento dei soldati.
    Per bloccare subito una simile influenza e per dare a tutti gli iracheni un’indiscutibile prova dell’importanza che l’America attribuisce all’eliminazione di ogni tipo di abuso, Rumsfeld si deve assumere le proprie responsabilità.

    Le scadenze: 30 giugno e gennaio 2005
    Qualcuno potrebbe temere che, in questo momento, un cambiamento del segretario alla Difesa danneggerebbe la situazione sul territorio iracheno.
    Ma è vero esattamente il contrario, perché, sebbene a Rumsfeld siano giustamente attribuiti i successi militari ottenuti oltre un anno fa, lui e la sua squadra sono anche responsabili per una buona parte dei grossolani errori commessi in seguito: pessimi piani post-bellici, inadeguato numero di truppe, eccessiva debaathificazione, e via dicendo. Per questo motivo, se Rumsfeld dovesse dimettersi, non sarebbe affatto opportuno sostituirlo semplicemente con qualcuno della sua squadra, come Paul Wolfowitz.
    Come scrive su questo stesso numero dell’Economist Sir Jeremy Greenstock, inviato britannico in Iraq, nulla è facile in un Iraq sprofondato nella violenza e caratterizzato da raggruppamenti politici frammentati e instabili. Ma il corso politico ora adottato, ossia affidare dopo il 30 giugno maggiore autorità a un governo provvisorio targato Onu in preparazione delle elezioni previste per il gennaio 2005, è quello giusto. Si deve compiere ogni sforzo per impedire che questo corso sia bloccato dalla violenza, dalle divisioni settarie o dalla sfiducia degli iracheni.
    Questa settimana, la situazione è sembrata migliorare quando una forza militare a guida irachena ha cominciato a controllare Falluja, la città sunnita ribelle che gli americani avevano posto sotto assedio, mentre la guida della rivolta sciita, Moqtada al Sadr, appariva sempre più isolato.
    L’intervista televisiva con cui Bush ha condannato gli abusi di Abu Ghraib, promettendo un’immediata punizione dei colpevoli, ha probabilmente contribuito a calmare l’atmosfera, sebbene il presidente americano avrebbe dovuto offrire anche le proprie scuse. Ancora meglio sarebbe se Bush e Rumsfeld adesso dimostrassero nei fatti uno dei più autentici valori americani: che chi comanda deve assumersi le proprie responsabilità.
    © The Economist - Panorama- Il Foglio

    saluti

  5. #5
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    Predefinito E quelli di chi difende Pentagono...

    ....ed esercito

    Come ha detto il presidente Bush, e qualsiasi altro cittadino americano, ogni abuso sui prigionieri iracheni è “ripugnante” e deve essere punito. Tuttavia, ci sembra che in questa vicenda si sia sottovalutata la cosa in definitiva più importante, vale a dire l’impegno con cui l’esercito americano sta indagando su se stesso e i suoi uomini.
    Non è una considerazione popolare in questo momento, con i media e i politici scatenati all’attacco. Ogni accusa contro le truppe americane viene stampata in prima pagina. Come dei reporter davanti a un buffet gratis, i membri del Congresso si affollano davanti alle telecamere per proclamare il loro sdegno e richiedere la testa di qualcuno, quasi sempre Donald Rumsfeld. Parole come “abusi sistematici” e “insabbiamento” vengono ripetute senza la base di alcuna prova.
    L’obiettivo, a quanto sembra, non è quello di punire i colpevoli ma di cogliere la palla al balzo per screditare ulteriormente la guerra in Iraq.
    Per non perdere il senso delle proporzioni è opportuno ripercorrere la cronologia.
    Sebbene alcune accuse si riferiscano a episodi avvenuti nel 2002 in Afghanistan, gli incidenti di Abu Ghraib, che hanno messo in moto lo scandalo di questa settimana, si sono verificati lo scorso autunno.
    I fatti sono venuti alla luce attraverso la catena di comando in Iraq il 13 gennaio. Il giorno dopo è stata avviata un’indagine dell’esercito. Due giorni dopo, il comando centrale degli Stati Uniti ha rilasciato un comunicato stampa in cui si riferiva che “era stata avviata un’inchiesta per verificare le notizie di alcuni casi di abuso sui detenuti nei campi di detenzione delle forze della Coalizione”. Il 20 marzo, il generale di brigata Mark Kimmit ha annunciato a Baghdad che, come risultato dell’indagine, sei soldati erano stati posti sotto accusa.
    Nel frattempo, alla fine di gennaio, il generale Antonio Taguba ricevette l’incarico di condurre un’indagine “amministrativa” separata sulle procedure seguite ad Abu Ghraib. E’ stato appunto il suo rapporto, con le foto incriminanti, ad avere fornito la base per le notizie apparse sulla stampa questa settimana.
    La stampa non ha fatto un scoop grazie al suo fiuto e alle sue ricerche, ma ha raccolto le notizie dai rapporti investigativi dell’esercito.
    A febbraio, il segretario all’Esercito aveva ordinato al suo ispettore generale di definire le procedure da seguire nei campi di detenzione. Un mese dopo è stata avviata un’altra indagine sull’addestramento dei riservisti dell’esercito, in particolare quelli della Military Police e della Military Intelligence. Anche i rapporti di queste indagini trapeleranno probabilmente alla stampa, soprattutto se i loro risultati confermeranno le accuse.

    Nessun insabbiamento
    Che cos’è un insabbiamento? A differenza dei vescovi cattolici americani, dei comitati esecutivi di alcune corporation e del comitato di redazione del New York Times o di Usa Today, gli alti livelli dell’esercito non hanno negato e trascurato le accuse.
    Al contrario, hanno preso dei provvedimenti che hanno smascherato proprio tutti quei particolari che ora gli avversari degli Stati Uniti impiegano per accusare il Pentagono di “abusi sistematici”.
    E lo hanno fatto, per di più, nel mezzo di una guerra contro una durissima rivolta, per la cui vittoria è fondamentale ottenere accurate informazioni.
    Tutto questo non significa affatto trascurare i rapporti sugli abusi. Le responsabilità non vanno limitate ai soldati direttamente colpevoli, ma devono essere estese agli alti livelli dell’esercito e dell’intelligence. Le procedure seguite ad Abu Ghraib erano chiaramente inadeguate per affrontare una situazione in cui alle persone che conducevano gli interrogatori era concesso un controllo pressoché assoluto sui prigionieri. Tutto questo, soprattutto in una guerra contro il terrorismo che sarà lunga e richiederà un efficace sistema di interrogatori, è inaccettabile.
    Sono già stati attuati alcuni provvedimenti, come lettere di rimprovero e fine della carriera militare, per punire i colpevoli, ma non si può escludere che si debba ricorrere anche alla corte marziale.
    Le spiegazioni date dal presidente Bush ai media arabi possono essere utili all’immagine pubblica dell’America, soprattutto se si tiene conto che i governi dei paesi arabi non ammettono quasi mai i propri errori. Ma il modo migliore per convincere gli iracheni dell’impegno americano è quello di dimostrare che tutti i colpevoli saranno puniti adeguatamente, e non con semplici lettere di rimprovero.
    Un’altra idea bizzarra è che gli incidenti di Abu Ghraib siano avvenuti perché il Pentagono ha deciso di non considerare i “combattenti nemici” come “prigionieri di guerra”.
    A tutti i detenuti sono concesse le condizioni di trattamento previste dalla Convenzione di Ginevra, così come le visite della Croce Rossa. Il Pentagono non ha voluto applicare formalmente la Convenzione di Ginevra perché non vuole che i prigionieri talebani e di al Qaida possano nascondersi dietro a “nome, rango e numero di matricola”. In quanto terroristi che hanno attaccato civili e non hanno indossato un’uniforme, non si meritano neppure il privilegio di essere considerati veri soldati. In ogni caso, i soldati che si sono fatti fotografare ad Abu Ghraib erano davvero troppo idioti per capire anche soltanto un piccolo frammento di tutto questo.
    L’esercito degli Stati Uniti ha i suoi difetti e i suoi cattivi protagonisti, ma, nel corso dei decenni, si è dimostrato una delle istituzioni più affidabili dell’America.
    Gli episodi avvenuti ad Abu Ghraib mettono ancora una volta alla prova la sua fermezza. Ma la classe politica farebbe bene ad ascoltare il senatore democratico Joe Lieberman il quale, mercoledì scorso, ha detto che “questo comportamento immorale non intacca in alcun modo la giustizia della nostra causa in Iraq”.

    © Wall Street Journal - Il Foglio

    saluti

  6. #6
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    Predefinito

    I fatti devono essere accertati e si deve andare davvero sino in fondo. Le sommarie assoluzioni e le sommarie condanne.....non sono convincenti. Quello che è certissimo è che gli Stati Uniti sono e si confermano una grande democrazia, anche in momenti come questi, in cui impera giustamente lo sdegno e il senso di vergogna, ma in cui si dimostra in modo inconfutabile ciò che per i liberali veri e i democratici veri non ha mai avuto necessità di dimostrazione. Ne' a destra, ne' a sinistra.


    Saluti liberali

  7. #7
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    Predefinito Soldati senza....

    ….divisa

    Milano. Dal marzo 2002 un rapporto interno del Pentagono denunciava che la gestione dei “contractor” per la difesa, utilizzati con varie funzioni, dalla protezione agli interrogatori, era fuori controllo. L’estensore del rapporto era il generale Thomas White, ora in pensione, che si diceva preoccupato dell’estensione dei contractor e della mancanza di vigilanza sul loro lavoro. Attualmente ci sono 20 mila privati, che operano nel campo della sicurezza in Iraq, al fianco degli alleati. Un affare multimilionario, che secondo alcune stime potrebbe costare il 25 per cento dei 18 miliardi di dollari di budget per la ricostruzione del paese.
    Lo stipendio per ogni contractor varia da 300 dollari al giorno, per la guardia a siti sensibili, ai più di mille per la scorta di Paul Bremer, proconsole americano a Baghdad.
    Il problema vero è il controllo di questo esercito di contractor che va da specialisti dei Navy Seal e Sas, i migliori corpi speciali americani e britannici, fino ai temibili gurka nepalesi.
    Però a Baghdad circolano anche ex soldati serbi, che hanno combattuto contro i musulmani nei Balcani, e uomini delle forze di sicurezza sudafricane ai tempi dell’apartheid.
    Alcune società, come la Global risk strategies, hanno messo in piedi forze di reazione rapida, da utilizzare in caso di emergenza e una rete di intelligence per difendere i clienti.
    Stanno cominciando a chiedere il permesso di utilizzare armi pesanti e sono anche dotate di elicotteri.
    A Kut e Najaf i contractor hanno combattuto, nelle ultime settimane, contro gli estremisti sciiti, per difendere personalità o edifici governativi.
    In pratica i contractor non sono soggetti ad alcuna autorità e non si capisce quale legge dovrebbe giudicarli in caso di abusi.
    Solo recentemente si è stabilito che il neonato ministero dell’Interno iracheno dovrà registrare e approvare le attività di tutte le ditte impegnate nella sicurezza.
    Ma molte ditte con ottima esperienza, una volta ottenuto il contratto, lo subappaltano a società meno preparate.
    Il problema della professionalità diventa delicato per quella minoranza di privati ingaggiata per interrogare i prigionieri.
    Di solito si tratta di specialisti del campo assunti temporaneamente dalla Cia, ma potrebbero esserci anche altri “appalti”.
    Il Pentagono non ha ancora spiegato quale dipartimento della Difesa ha assoldato contractor per gli interrogatori che si sono macchiati di maltrattamenti e, in un paio di casi, di omicidi dei detenuti in Iraq e Afghanistan.

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Tortura....

    ….globale

    Roma. Proprio mentre sui mass media imperversano le fotografie di quanto è successo in Iraq, in Libia un medico palestinese e cinque infermiere bulgare sono condannati a morte.
    L’accusa, tra lo staliniano e la Milano del ’600, è di essere stati untori di Aids ai danni di 400 bambini.
    Zdravko Georgiev, un medico bulgaro scagionato per lo stesso caso, ha detto piangendo alla radio del suo paese: “Le infermiere condannate erano innocenti come me. Ma hanno dovuto sopportare 5 anni e 3 mesi di torture infernali”.
    Il francese Montagnier e l’italiano Colizzi, scopritori del virus dell’Aids, affermano che la colpa del contagio era delle tremende condizioni igieniche degli ospedali libici, da ben prima dell’arrivo di questi capri espiatori.
    Ma la tv di Tripoli non mostra fotografie: fa vedere i parenti dei bimbi morti che si dicono entusiasti per la condanna.

    Pure di questi giorni è il caso dei cittadini messicani Carlos Ahumada e Enrique Arcipestre: espulsi da Cuba, accusati di delitti comuni, dicono di aver confessato sotto tortura.
    Mario Alvarez, sottoprocuratore ai diritti umani della Repubblica, ha annunciato un’azione da parte del governo messicano, ma con poca speranza.
    Come spiega, “Cuba non è firmataria di alcun trattato internazionale sui diritti umani”.

    Secondo Amnesty International, nel 2002 la tortura è stata praticata in 111 paesi di tutto il mondo.
    Nel 1997-2000 i “colpevoli” erano stati 150 sui 195 in cui erano state svolte indagini: in 70 la tortura era “particolarmente diffusa”, e in 80 aveva provocato morti.
    Nel caso degli Stati Uniti in Iraq, come in quello dell’Italia in Somalia, la natura “aperta” di queste società ha però fatto sì che il marcio sia stato svelato dall’interno.
    In paesi come la Libia o Cuba, invece, si sa qualcosa solo quando ci va di mezzo uno straniero seguito dal suo consolato, o quando un ex detenuto riesce a riparare all’estero.
    Poi c’è una terza categoria: i paesi che non solo non negano di torturare, ma lo rivendicano orgogliosamente.
    Sempre stando ad Amnesty, nel 1997-2000 in 31 paesi la legge contemplava pene corporali, in 14 erano avvenute fustigazioni giudiziarie, in 7 c’erano state amputazioni pubbliche.
    Tra questi ultimi, appunto, l’Afghanistan dei Talebani, l’Iraq di Saddam e quella Somalia da cui gli americani sono scappati.
    Oltre al Sudan e alla Nigeria delle guerre di civiltà tra musulmani e cristiani, all’Iran degli ayatollah e all’Arabia Saudita.

    saluti

  9. #9
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    Predefinito Non mi.....

    ….dimetto

    Washington. Un minuto prima delle dodici, ora della costa orientale, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld si è alzato in piedi, ha levato in alto la mano destra e ha giurato di dire la verità, tutta la verità.
    Ieri mattina, al Senato, è cominciata così, l’audizione di Rummy per spiegare al paese gli abusi dei soldati americani in Iraq.
    Tutti si chiedono, ha detto Rumsfeld, chi abbia la responsabilità delle terribili azioni di Abu Ghraib. E’ avvenuto tutto sotto il mio controllo. Sono io il capo della catena di comando del Pentagono, sono responsabile, ho la piena responsabilità di ciò che fanno i nostri uomini in Iraq, sia i tanti che si fanno onore sia i pochi che hanno commesso gli orrori di cui stiamo parlando. E’ mio obbligo valutare che cosa sia successo, per essere certi che chi ha commesso queste azioni sarà giustamente punito e per fare in modo che questo non accadrà mai più. Provo orrore per quello che è successo a questi detenuti iracheni. Sono esseri umani. Erano in custodia americana, il nostro paese aveva l’obbligo di trattarli bene. Non lo abbiamo fatto e abbiamo sbagliato. Le
    vittime abbiano le mie più profonde scuse, quegli orribili
    maltrattamenti non hanno niente a che fare con i nostri valori, sono comportamenti non americani.

    Rumsfeld ha raccontato anche il disgusto che i vertici del
    Pentagono hanno provato quando sono arrivate le fotografie degli abusi.
    Era il dicembre del 2002, le prime inchieste sul trattamento dei prigionieri sono cominciate un anno e mezzo prima che la rete televisiva Cbs mandasse in onda le foto.
    Nel gennaio 2004 è cominciata l’inchiesta sul caso specifico delle foto rese note in questi giorni. In giro, ha detto il generale Richard Myers, ce ne sono molte altre, che prima o poi verranno pubblicate. Seguiranno altre polemiche e altri danni per i progetti americani in Iraq.
    I casi sotto inchiesta sono 35. Dodici iracheni sarebbero morti per cause naturali, dieci a causa dei maltrattamenti, il resto non si sa ancora. Rumsfeld ha annunciato che nominerà una commissione di ex ufficiali che riesaminerà le inchieste già avviate. In 45 giorni ci sarà un ulteriore riscontro ma già adesso, ha detto Rumsfeld, il Pentagono risarcirà “in modo adeguato” le vittime degli abusi.
    A una domanda del senatore Ted Kennedy, Rumsfeld ha risposto che non è vero che il suo Dipartimento abbia tentato di nascondere i maltrattamenti. Nei mesi scorsi ci sono state molte conferenze stampa, ha detto Rummy, durante le quali i nostri generali hanno denunciato gli abusi di cui di volta in volta sono venuti a conoscenza. E lo hanno fatto davanti alla stampa internazionale: “Tutto il mondo sapeva”, ha detto Rumsfeld. Nessun insabbiamento, ha confermato Myers.
    John McCain, senatore repubblicano dell’Arizona, ha avuto uno scambio serrato con Rumsfeld. Voleva sapere di chi fosse la responsabilità degli interrogatori. Rumsfeld e i generali hanno ribadito che nessuno ha mai obbligato gli agenti a torturare i prigionieri: “In Iraq rispettiamo la Convenzione di Ginevra”.
    Le dichiarazioni iniziali di Rumsfeld sono state interrotte da quattro contestatori che hanno srotolato uno striscione e urlato di “licenziare Rumsfeld” (in inglese la frase era “Fire Rumsfeld”, ma l’interprete italiana di RaiNews 24 ha tradotto con “sparate, uccidete Rumsfeld”).

    Quasi tutta la stampa contro
    A Donald Rumsfeld i giornali di ieri mattina erano andati di traverso. Ieri non erano più solo i neoconservatori a chiedere le sue dimissioni. Il New York Times: “Se ne deve andare”. Il Los Angeles Times: “Immediatamente”. Newsday: “Bush vuole che rimanga ma per il bene del paese non è più certo che sia la scelta giusta”. New Republic: “Sei stato licenziato”. L’Economist: “Dimettiti”. Rumsfeld ha incassato soltanto un cauto equilibrio del Washington Post, il sostegno del Wall Street Journal e qualche solidarietà qua e là.
    Bush, dopo averlo rimbrottato, gli ha confermato la fiducia. E lui al Senato ha detto: “Non mi dimetterò. Giovedì sera, nonostante le parole di Bush, erano cominciate a circolare voci sulle sue dimissioni, confermate dal fatto che Rumsfeld aveva dato buca a un incontro pubblico a Filadelfia, dove al suo posto ha parlato il suo vice Paul Wolfowitz. Per tutta la mattinata di ieri, prima dell’audizione, Washington si chiedeva come e fino a che punto il tosto Rumsfeld si sarebbe scusato per i comportamenti “non americani” di qualche suo soldato.
    Rumsfeld si è scusato da “americano”, nel corso di quel grandioso spettacolo che è la democrazia in diretta.

    saluti

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    Predefinito Il confine da non...

    ….superare

    Un regime che tortura si destituisce, un soldato che tortura si punisce

    L’Iraq di Saddam era un regime totalitario, un paese nel quale si uccideva e torturava.
    Questo dice nell’intervista ripresa oggi dal Foglio Adam Michnik, leader di Solidarnosc e sostenitore dell’intervento in Iraq.
    E non va dimenticato mai, per non farsi confondere le idee dalla polemica sulle violenze praticate da militari americani sui prigionieri iracheni, e sulle foto pubblicate dal Mirror su analoghi episodi attribuiti a militari britannici.
    L’orrore e la riprovazione di Blair, le sanzioni applicate ai militari americani, vanno affiancate a una distinzione acuminata. Neanche l’eventualmente più efferato abuso commesso da un militare della coalizione contro prigionieri iracheni, può o potrebbe mai consentire accostamenti al regime di Saddam e delegittimare l’intervento che lo ha destituito.
    Quando è un regime politico a fare della violenza ragione e strumento del proprio dominio, lì è la radice che i paesi liberi sono chiamati a recidere, dopo l’11 settembre.
    Quando sono singoli agenti di paesi democratici a superare il limite della forza necessaria e del rispetto alla vita e alla dignità umana, il loro è delitto da accertare e punire con rigore.
    E’ questa, la forza e la ragione dei paesi liberi, il confine che separa il diritto alla forza dalla misura nel suo esercizio.
    Senza dimenticare però due considerazioni.
    Che quel confine è a volte reso impalpabile da violenze e abusi che nella guerra e nella morte trovano un potente forcipe, per spingere anche oltre l’estremo uomini provati dalla tensione e dal combattimento.
    Facendo appello all’intreccio oscuro di pulsioni che può nascondersi anche nei più equilibrati.
    E quel confine non è quello tradizionale.
    Le democrazie, chiamate alla lotta di quel nemico sfuggente che è il terrorismo innestato su regimi sanguinari, devono salvaguardare il confine del diritto, scriveva domenica sul New York Times Michael Ignatieff.
    Ma al contempo sapendo che le misure restrittive sui sospetti, il segreto sulle operazioni da compiere, la durezza degli interrogatori da condurre, sono tutte e ciascuna sfere nelle quali vanno adottati criteri adeguati e nuovi.
    C’è un diritto intero da riscrivere, nella lotta al terrorismo.
    “Perché le democrazie hanno bisogno di lupi carnivori e non di barboncini, per difendersi”, dice Ignatieff.
    Lupi che devono agire solo a giusto e legittimo comando e nei limiti del necessario.
    Ma da lupi, altrimenti sono gli inermi a cadere sotto le zanne dei terroristi.

    più chiaro...e vero...e realistico di così????

    saluti ai bamboccetti

 

 
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