….pornografia per guardoni
Il trattamento liberal delle torture fa vomitare, proprio come le sevizie del carcere di Abu Ghraib. E’ penoso il compiacimento ideo-demagogico con cui le anime belle sfogliano la ripubblicazione seriale quotidiana di questo romanzo pornografico per i guardoni globali del sistema mediatico, scritto nell’infamia da soldati le cui responsabilità criminali sono state identificate e saranno punite con impietosa severità dalla più antica e solida democrazia costituzionale del mondo, senza riguardi per i livelli più elevati della catena di comando.
Le foto dovevano essere pubblicate e guardate, ma la loro didascalia deve essere chiara: non siamo eguali al nemico che abbiamo abbattuto perché rendiamo note queste efferatezze e siamo in grado di punirle per prevenirle.
E’ abbacinante invece, ma non sorprendente, la prontezza con cui si sta cercando di cuocere uno sforzo eroico di guerra al terrorismo e alla schiavitù politica del Medio Oriente nella bassa cucina politicante, fingendo che le torture siano state scoperte dalla stampa e gettandole in faccia all’amministrazione Bush o direttamente all’America come prova della “guerra sporca”. Pubblichiamo in prima pagina i documenti di miglior livello prodotti fino ad ora per motivare le due posizioni in contrasto: quella che chiede le dimissioni di Donald Rumsfeld (l’Economist) e quella che non accetta l’ipocrita gioco al massacro (il Wall Street Journal). Non sappiamo come andrà a finire, ma non importa. Importa che l’opinione pubblica occidentale, fatta a brandelli dalla più gigantesca manipolazione degli ultimi cinquant’anni, quella dipanatasi per mesi intorno alla guerra contro Saddam Hussein, sia messa in grado di orientarsi consapevolmente nella decenza della verità e della realtà.
La tortura è dovunque, dunque in nessun luogo. Ne siamo responsabili in quanto uomini e donne, abitanti del pianeta. Il male radicale attraversa i secoli e i continenti, è stato indagato dalla pietà religiosa, da quella filosofica e letteraria e scientifica, e nessuno l’ha mai saputo spiegare, tanto meno giustificare. La tortura è un tabù, qualcosa che esiste ma non è dicibile come ordinario problema umano. La tortura è il demonio, la tentazione segreta di ogni guerra e di ogni situazione di violenza tra uomo e uomo, l’hanno praticata paesi e popoli diversi in epoche e circostanze diverse, americani e vietcong, russi e cinesi, francesi, tedeschi, inglesi e spagnoli, italiani, nazisti e partigiani, parà e algerini, cristiani e musulmani, canari e serial killer, bambini e gatti. C’è un solo modo di combattere la tortura, di limitarne gli effetti tossici e l’avvilente insulto alla natura del creato e alla civiltà di chi lo abita: creare e difendere sistemi politici in grado di ascoltare l’urlo del prigioniero seviziato e di sanzionare i torturatori come meritano. La dignità di un presidente, di un ministro della Difesa, di un generale, di un combattente, di un senatore, di un giornalista si misura solo e soltanto nel contributo che ciascuna di queste figure della vita pubblica è in grado di dare alla individuazione e alla repressione di comportamenti disumani.
Chi ha denunciato le sevizie?
E’ il Pentagono che ha scoperto questi comportamenti in Iraq, che li ha messi sotto inchiesta, che ha preso i provvedimenti necessari alla persecuzione in giudizio delle atroci deviazioni dalla regola dell’onore e della disciplina militare. E’ al Pentagono che adesso si indirizzano le domande dure, legittime e intrattabili dei senatori democratici e repubblicani: chi aveva la responsabilità del carcere o del lavoro dei contractor che assistono il lavoro carcerario? chi ha dato istruzioni e quali per gli interrogatori? c’è stato un preavviso di altre agenzie dell’amministrazione? si tratta di casi isolati o di comportamenti accettati o addirittura indotti? c’è stata una negligenza o colpa grave nella catena di comando, fino ai massimi livelli?
La questione delle dimissioni di Rumsfeld dipende dalle risposte a queste domande, dal pieno disvelamento dei fatti attraverso commissioni d’inchiesta amministrative e indipendenti, ed è qui che si valuta il trattamento dei casi di tortura da parte di una democrazia che funzioni. Ma questo non ha niente a che vedere con il ribaltamento gaglioffo delle responsabilità, con il fango gettato a piene mani sull’esercito e sulla classe dirigente che hanno messo fine ad alto prezzo alla tortura segreta, infinita, impunita e su larga scala delle prigioni di Saddam Hussein, con la morbosità e l’ubriacatura demagogica dei soliti filistei.
Il senatore Edward Kennedy, dall’alto della sua esperienza in cover up, rappresentava ieri, nell’audizione di Rumsfeld e dei militari nel Senato americano, il simbolo snob e bennato di quest’America politicante e confusa che non sa distinguere le responsabilità, che biascica valori liberal e celebra la propria icona di agente del bene intrappolato in una catastrofe della credibilità, e che vuole sfruttare come un “incidente di immagine” elettoralmente vantaggioso il dramma di un paese in guerra che fa pulizia nelle proprie file mentre i suoi soldati muoiono sotto gli attacchi dei terroristi.
da il Foglio di sabato 8 maggio
saluti




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