Rumsfeld si deve dimettere
di The Economist
Rumsfeld combatte contro il terrorismo internazionale una guerra che sia lui che i terroristi definiscono una battaglia in difesa dei valori. Conduce una guerra contro Saddam Hussein che è cominciata per sua iniziativa, e che considera una battaglia in difesa della legge, della democrazia e della libertà. Un grande slogan metaforico accomuna queste due guerre - il suo obiettivo comune, secondo Rumsfeld, è portare la democrazia, i diritti umani e la libertà nel mondo arabo. Questo implica uno standard di comportamento molto alto per le forze americane e per il governo degli Stati Uniti; ma una parte delle forze armate americane è scesa ben al di sotto di quello standard.
Che cosa ha intenzione di fare il segretario alla difesa?
Una possibilità è seguire l'esempio dello stesso George Bush: dopo le rivelazioni delle torture e delle umiliazioni inflitte ai prigionieri iracheni nella prigione di Abu Ghraib, ha definito pubblicamente quelle azioni ripugnanti e inaccettabili, e ha detto che i responsabili verranno puniti. Questa è stata la linea che ha scelto anche il governo britannico in seguito alla pubblicazione di alcune fotografie - che potrebbero anche essere frutto di un montaggio parziale, ma che comunque indicano che gli abusi contro i prigionieri iracheni ci sono stati davvero.
Le affermazioni però non bastano, soprattutto nel caso americano. Lo scandalo è sempre più grosso, e ogni giorno che passa vengono a galla nuove accuse. Gli abusi contro i prigionieri iracheni comunque non sono l'unico errore che è stato commesso; fanno parte di una cultura e di un comportamento che è fuori dalla legalità e che ciò nonostante è stato deciso dai vertici. Quindi anche la responsabilità di quanto è accaduto dev'essere assunta da chi è ai vertici. Non occorrono molti giri di parole: il segretario alla difesa Donald Rumsfeld dovrebbe rassegnare le proprie dimissioni. E se non lo fa, Bush dovrebbe licenziarlo di sua iniziativa.
Questa proposta solleverà diverse obiezioni. Alcuni (soprattutto chi è contrario alla guerra) diranno che il potere più grande è comunque nelle mani di Bush, e che quindi è il presidente a dover andarsene. La risposta a questa obiezione è che gli elettori avranno la possibilità di mandare a casa Bush a novembre, mentre Rumsfeld è un personaggio che non è stato eletto e che forse, per la sua lealtà nei confronti di Bush, sceglierà di sacrificarsi per risparmiare il presidente. Un'altra obiezione potrebbe essere che l'espulsione di Rumsfeld è un gesto sproporzionato: nelle guerre ci sono sempre degli abusi, perché i soldati sono stati addestrati per uccidere, e quindi il punto è sapere se tali abusi sono stati puniti adeguatamente una volta scoperti. Una terza obiezione potrebbe essere più cinica: forse Rumsfeld se ne dovrebbe andare, è vero; ma non se ne andrà. È un anno di elezioni, bisogna essere realistici.
I cinici potrebbero avere ragione; in genere ce l'hanno sempre. Ma queste sono circostanze eccezionali. Purtroppo le immagini degli abusi contro i prigionieri iracheni, soprattutto quella dell'uomo incappucciato e collegato a dei fili elettrici, hanno buone probabilità di diventare dei simboli che potrebbero perseguitare l'America per molti anni a venire, proprio come la famosa foto della ragazzina nuda che corre durante un attacco con le bombe al napalm nella guerra in Vietnam. Per evitare questo pericolo allora si potrebbe provare a ribattere con un altro gesto altamente simbolico: l'espulsione dell'uomo a capo del Pentagono, quello che meglio di ogni altro rappresenta il potere militare americano negli ultimi tre anni - lo stesso uomo che viene identificato con la cultura a cui si rifanno questi abusi.
Questo nuovo atteggiamento si è tradotto per la prima volta nella creazione di una prigione nella baia di Guantánamo a Cuba, nel 2001. La decisione di detenere i combattenti catturati in Afghanistan per un periodo non definito, senza permettere loro di fare ricorso a un avvocato o di chiedere un risarcimento legale di qualsiasi tipo, poteva essere comprensibile come soluzione a breve termine alla minaccia del terrorismo e all'impossibilità di identificare subito i terroristi, ma si è comunque trattato di una decisione sbagliata e disastrosa per la reputazione americana. Sbagliata, perché ha violato le regole e i valori per cui l'America diceva di battersi, e da subito ha dato l'impressione di usare due pesi e due misure: ad alcuni cittadini americani catturati in Afghanistan è stato infatti concesso un processo in piena regola nei tribunali americani, mentre lo stesso diritto è stato negato ad altri stranieri, tutti bollati senza eccezioni come pericolosi terroristi da Rumsfeld, senza bisogno di prove. È stata anche una scelta disastrosa per la reputazione americana: una scelta ipocrita, che è diventata un simbolo dell'arroganza di chi ha nelle sue mani tutto il potere decisionale.
Le convenzioni di Ginevra che hanno regolato per decenni il trattamento dei prigionieri di guerra sono state dimenticate. E la scusa usata per giustificare il rifiuto americano del nuovo Tribunale penale internazionale - i suoi soldati sarebbero indifesi di fronte a persecuzioni irragionevoli dovute a azioni militari necessarie e considerate crimini - sembra ancora più vuota. Grazie a Guantánamo, i critici dell'America hanno potuto dire che gli Stati Uniti hanno davvero bisogno del Tribunale penale internazionale, dato che gli abusi commessi non sono ancora stati giudicati nei tribunali americani, come invece era stato promesso.
I tribunali americani stanno cominciando adesso ad occuparsi dei problemi di Guantánamo, in attesa di una decisione della Corte suprema. La promessa di Bush e Rumsfeld che gli abusi in Iraq verranno puniti è senza dubbio sincera. Può darsi che i più pragmatici - quelli che scrollano le spalle e dicono che gli abusi sono una conseguenza inevitabile della guerra - abbiano ragione, e può darsi che quegli abusi ci sarebbero stati comunque, con o senza Guantánamo. Ma l'atteggiamento culturale di cui Guantánamo è simbolo - con i suoi prigionieri considerati colpevoli fino a quando non è dimostrata la loro innocenza, con dei metodi quantomeno discutibili di interrogatorio eppure considerati accettabili da molti - forse hanno esercitato una certa influenza sugli atteggiamenti e il comportamento dei soldati delle truppe. Per eliminare questa influenza nociva, e per dimostrare chiaramente a tutti gli iracheni che per l'America è fondamentale evitare che si ripetano tali abusi, Rumsfeld deve assumersi le proprie responsabilità.
Alcuni potrebbero temere che il cambiamento del segretario alla difesa potrebbe mettere in pericolo tutto il lavoro svolto in Iraq. Ma non sarà così. Anche se Rumsfeld è giustamente considerato la persona che ha portato a termine con successo la guerra poco più di un anno fa, lui e la sua squadra sono stati anche responsabili di molti degli errori grossolani che sono stati commessi da allora: un disastroso piano per il dopoguerra, un numero di soldati inadeguato, un eccessivo impegno nel mettere da parte tutti i membri del partito Baath, e molto altro ancora. Per questa ragione, se Rumsfeld se ne andasse, sarebbe stupido rimpiazzarlo con un'altra persona della sua squadra, come Paul Wolfowitz.
Non c'è niente di facile in un Iraq in preda alla violenza, visti anche i raggruppamenti politici del paese, frammentati e volatili. Ma la linea politica adottata - lasciare più autorità a un governo ad interim scelto dalle Nazioni Unite dopo il 30 giugno, in previsione delle elezioni che si svolgeranno a gennaio - è quella giusta. Deve essere fatto di tutto per evitare che questa linea politica cambi o sia ostacolata dalla violenza, dalle divisioni interne al paese o dalla sfiducia irachena nei confronti di questo passaggio di poteri.
The Economist, editoriale
del numero 8/14 maggio
Traduzione di Sara Bani@BE:BANSAR@@




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