IL FILO DI ARIANNA
RAZZA, MORFOLOGIA e TRADIZIONE

“e la favola svolge il suo filo”: con questo aforisma il grande poeta romantico tedesco Novalis indicava il segreto ritmo dell’anima della razza germanica racchiuso nell’ancora profonda del proprio spirito irripetibile racchiuso nella specificità della propria religiosità arcaica connessa con la sua forma razziale. Tale metafora, che lega in una unità inscindibile, in un armonico “fascio” di dimensioni spirituali, leggendarie, razziali e geografiche l’identità perenne di un popolo (non a caso la filosofia dell’anima delle nazioni parla di Germania perennis - ma vale anche come: Europa Perennis -) ci è sorta alla mente leggono il recente volume di Francesco Ingravalle, L’automa della legge, recentemente edito per i tipi di Ar. Li per lì ho pensato si trattasse di uno studio sulle dinamiche del processo di Stato alle idee del Fronte Nazionale e non nascondo di aver provato una certa amarezza alla luce dell’epilogo della vicenda giudiziaria.
In realtà il volume prende spunto si dalla allucinante vicenda giudiziaria,
vero e proprio “processo alle intenzioni” che il regime ha ipotizzato senza fondamento a carico
del Fronte Nazionale (cosa centri una simile aberrante logica giudiziaria con i cardini dello Stato di diritto nessuno lo sa: ma, si sa, lo stato democratico indulge ad ogni violazione dei suoi principi pur di auto-conservarsi: è “democratico” con tutti, meno che con i suoi avversari: la democrazia ama gli “Yes – Men”, non gli uomini liberi, gli automi non le persone indipendenti), ma affronta alcune tematiche inerenti l’ideologia del razzismo morfologico, base del disciolto movimento Fronte Nazionale, il libro si presenta un pò arido e legnoso nelle sue analisi, ma ricco di riferimenti che meriterebbero ciascuno uno sviluppo a sé. Ci dispiace solo che la scure giudiziaria abbia imposto all’autore del libro il ruolo, sgradevole e sgradito, di critico acerrimo di quello che viene chiamato “razzismo superiorizzante” visto come antagonista e nemico del “razzismo morfologico” - Tant’è: in democrazia, come nei regimi stalinisti e nelle più oscure teocrazie, i dissidenti sono sempre costretti a prendere le distanze dalla “figurazioni” negative della propria identità ricamate ad arte dagli inquisitori di turno: ma, fedeli al principio di essere convitati di pietra distanti e distinti dall’orgia democratica, credo che molti lettori avrebbero preferito che l’Autore evitasse di scendere in simili esercizi dialettici che hanno lo sgradito impatto di una acquiescenza ai canoni di pensiero della maggioranza bicefala venuta a galla in questa Età Oscura, nemica della Forma e di ogni differenziazione. Riprodurre nel proprio “cattiverio” di nemici del Sistema mondialista la demonizzazione fra “razzismo cattivo” ed altra ideologia razziale che il sistema dovrebbe ritenere “buona” è illusione sulle reali finalità del sistema ed introduce nella nostra logica antagonista elementi di illuminismo ideologico che non ci appartengono. Da questa distinzione risalta in controluce indubbiamente l’ignoranza dei giudici e l’arroganza del potere, incapace di scandagliare gli elementi ideologici che porta alla criminalizzazione giudiziaria. Ma questo è un altro discorso e denota come le marxiane “armi della critica” a nulla servono di fronte al potere criminale dei senza patria e delle canaglie in toga d'ermellino.
Già altri prima di noi scrissero: “La giustizia è come un timone: dove la si gira, va”: se a farla correre lungo i binari della logica e del diritto non ci riescono i legali vuol dire che, metaforicamente, la replica deve passare, dalle “armi della critica” a qualcos’altro. Ma, come direbbe Kipling, autore famoso per le sue note teorie sulla superiorità della razza bianca (nota è la sua teoria del “fardello dell'uomo bianco”), i cui libri non saranno mai portati sul banco dell’accusa criminale da nessun Papalia di turno, questa è un’altra storia. L’affronteremo a tempo debito. Riteniamo interessante notare come l’autore del libro pare prendere sul serio un passaggio della sentenza di II grado che ad un certo punto afferma, per contestare le eccezioni di anticostituzionalità delle leggi Scelba e Mancino in rapporto alla conclamata ma vilipesa libertà di manifestazione del pensiero garantita dalla Carta Costituzionale: “l’art. 19 della Costituzione riguarda la libera professione della propria fede religiosa e non ha alcuna attinenza al tema del fascismo, a meno di non presupporre una sottintesa equivalenza Fascismo = Fede che è, e resta, mero ed opinabile argomento di merito, posto che il canone costituzionale prevede - pacificamente e testualmente - solo la fede religiosa, ossia quella incentrata in una divinità e non pensa questa Corte che l’esaltazione ideologica si possa spingere a tanto”- Ci troviamo quindi di fronte ad un segno dei tempi molto significativo: il processo, anziché su fatti penali, si impernia su riflessioni ideologiche, anzi teologiche, secondo uno schema tipico del processo inquisitorio, benché di segno rovesciato: non c’è condanna per eresia, ma per non essere eretici, poiché il regime mondialista ben sopporta la libertà religiosa, ma non la libertà politica degli antimondialisti. Pare dire la Corte che, se si fosse trattata di una “setta” il F.N. sarebbe stato prosciolto, ma essendo un movimento politico - culturale in controtendenza, non può essere assolto: ogni età ha gli inquisitori del rango dei tempi. in cui vive: il nostro è un tempo molto mediocre. Del resto la questione si presenta interessante e non cosi banale come gli sciatti giudici della bassa padana hanno ipotizzato. Non dimentichiamo che, per meglio demonizzare la destra non omologabile, un certo Umberto Eco, “santone” dell’ establishment antifascista, ha in anni non lontani preconizzato il Fascismo quale categoria spirituale, un Fascismo Eterno che ha connotazioni metafisiche. Pare dunque di intuire che comunque la condanna ci sarebbe stata: sia che tale movimento avesse mantenuto “proposizioni ideologiche” di tipo, per intenderci, laiche e “secolari”, oppure connotazioni ideologiche quasi religiose, tanto da ipotizzarsi come “chiesa” (espressione usata dallo stesso Ingravalle)- La democrazia non ha neppure il pudore della coerenza con i propri postulati: se se vuole inibire l'agibilità politica ab aeterno, allora il Fascismo è Religione alla Umberto Eco, se si vuole impedire che un movimento sfugga alla repressione giudiziaria in virtù della norma sulla libertà religiosa, allora si nega ogni dignità sacrale al valore della Razza. Ogni difesa ideologica è inibita dal braccio secolare della democrazia che, a quanto pare, si esime dall’obbligo della coerenza con se stessa: è autocrazia, con cui non vale l’arma della logica e della dialettica civile. Ma è pur vero che la democrazia può tentare rimozioni psicanalitiche dei propri avversari con i metodi stalinisti della criminalizzazione giudiziaria, ma è altrettanto vero che negare di “vedere” i convitati di pietra non significa cancellarne la reale loro esistenza: negare diritto alla storia millenaria che l’ideologia della Razza porta con sé, implica solo che tale ineludibile realtà può riprender forma in modi diversi: l’ideologia negata dalla legge fiorisce in nuovi luoghi della millenaria fantasia ideale dello spirito ario e può “concretizzarsi”, “coagularsi” in forme politiche e/o sociali ben più inquietanti per gli “ultimi uomini” della metafora nietscheana, gli “uomini massa” grigi d’anima ed un domani anche di pelle, prodotti della decadenza mondialista. Sotto questo profilo la tesi di Ingravalle per cui l’ideologia razzista potrebbe anche assumere l’inquietante forma di una ideologia sacrale e metafisica, collima perfettamente con quanto personalmente vado elaborando in miei vari scritti da anni: più che una dimensione banalmente ‘religiosa’ l’ideologia del razzismo morfologico costituisce una vera Tradizione. Come il Filo di Arianna che permette di sfuggire dal labirinto in cui regna il Monstruum, essa permea di sé le forme religiose e spirituali dell’Occidente, fin dalla sua alba, e ne costituisce l’asse, la catena ininterrotta dello Spirito, del Sangue e della Razza che permette la persistenza nel tempo della Stirpe di Thule e del lucente Swastika primigenio. Le divinità del Limite, della Patria, della Razza e della Forma hanno sempre forgiato l’identità dei popoli indoariani: Romolo, nel fondare Roma, ritenne più sacro uccidere il fratello Remo che permettere la profanazione del Sacro Limite della Città Eterna. Le Erinni, potenze arcane del Sangue, perseguitano anche i Re qualora essi violino i Sacri Limiti della propria funzione. Il confine e la patria, insieme al Sangue e Suolo, non possono essere violati neppure dagli Dèi: nelle oscure selve germaniche si è forgiato nei secoli primevi il Diritto della Razza e del Sangue e i Tribunali guerrieri della Santa Vheme hanno ben altra caratura degli scribi assassini che pontificano dai seggi giudiziari della modernità, profanatrice del Sangue Sacro. Esiste una Tradizione razzista che è parte ineludibile della civiltà occidentale. Non può essere cancellata e se la storia d’Occidente finora ci ha insegnato che essa non si è mai formata in autonome Chiese, ciò non significa che sia meno sacra o che, nell’oscurità dei tempi moderni, non possa risorgere in forme molto più inquietanti per i piccoli uomini della Democrazia. Il filo di Arianna del razzismo morfologico è l’asse che coordina l’ordine molteplice del mondo e non può esser deriso da quattro mentecatti in toga, ebbri di orgoglio presuntuoso. Nelle cattedrali medievali, come ci ricorda De Chateubriand nel suo volume “II Fascio di forze” sovente si vedono effigiati simboli dell’ordine multiforme delle Razze umane, secondo il principio medievale che “Ciò che Dio ha disunito non può essere riunito”: L’ordine antico che ha suddiviso il mondo in molteplici razze deriva dalla decisione divina di fronte alla ribellione della Torre di Babele: finché le Razze saranno divise il mondo non crollerà ed è demoniaca la volontà del mondo moderno di cancellare la pluralità delle razze onde ripetere il gesto che portò alla frantumazione della Torre blasfema di Babele. Se Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza - e questa immagine è stata voluta dalla Divinità suprema nelle molteplici forme delle varie Razze - volere cancellare la pluralità delle Razze significa sfigurare e deformare la stessa immagine divina, il razzismo è dunque una Tradizione sacra che affonda le sue radici fin dai tempi primevi ed è garanzia della connessione del mondo con i mondi superiori: ordine ed armonia. Ordine è radice sanscrita che deriva da R.ta, che significa anche rito: il razzismo è quindi una armonia sacra il cui spartito segreto, reale Graal, non può essere disperso o perduto, pena l’emergere del Chaos. Filo di Arianna lieve e leggiadro, tollerante e non fanatico se non nel rispetto della sua forma e del suo Destino. L’ideologia dell’ordine razziale, il razzismo morfologico, permette alla fragile Europa di sfuggire dal labirinto del Tempo Decaduto, governato dal Mostro - segno di deformità, deformazione e Chaos. Questo filo non può e non deve esser interrotto. Non saranno le pandette talmudiche di questa repubblica decadente a poterlo fare.
La Santa Vheme e le potenze sacre del Sangue, pegno dell’Europa Perennis, hanno già conosciuto profanazioni anche peggiori.
La lama da esse suscitata non ha lasciato né traccia né memoria dei profanatori.
Il loro nome è scomparso nelle risacche del tempo e le loro persone sono divenute come sabbia di fronte al mare: al mare immenso che circonda la Bianca Terra di Thule che non possiamo lasciar profanare da sudici scribi Senza Patria e Senza Onore.