Guido Passalacqua, inviato de la Repubblica e decano dei giornalisti esperti di Carroccio: «Quando Bossi corre da solo e si pone in termini di identità, ha sempre più presa sull’elettorato. Dopo il suo malore c’è chi ha pensato “ora ci spartiamo la Lega”. Ma non andrà così. Altro che Lega allo sbando. La linea tracciata dal Senatur è chiara. E darà frutti


Elezioni europee e amministrative: la Lega Nord corre da sola. Ma è una corsa che distingue e smarca il Carroccio anche in questi ultimi tempi su battaglie politiche come la grazia a Sofri, la legittima difesa, le pensioni... Le voci “della base” in onda quotidianamente sulle frequenze di Radio Padania Libera sono quasi tutte concordi che non si poteva e non si doveva fare altrimenti. Guido Passalacqua, inviato di Repubblica in casa leghista, da 15 anni osservatore scrupoloso della politica di Umberto Bossi, anche in questa circostanza studia e riflette gli eventi della politica padana.
Passalacqua, lei che è il “decano” dei giornalisti esperti di Lega, come pensa che questa scelta possa “pagare” in termini di consensi?
«Per cominciare tutto si può dire tranne che questa sia stata una scelta improvvisata. Era stata già precostituita da Umberto Bossi alcuni mesi fa. Quanto pagherà in voti? Non sono un mago, ma so di certo che quando la Lega si pone in termini di identità, ha sempre più presa sul proprio elettorato».
E non anche su quello di altri?
«Non credo, detto francamente, che la Lega possa più rastrellare voti in quella vasta prateria che le si era presentata tra il ’92 e il ’93. Quelli sono voti di chi le ha dato consenso per la novità dei temi, per il federalismo, voti che poi si sono persi strada facendo. Era un bacino credo pari ad un 7-9 per cento, un baluardo fortissimo che era rimasto inchiodato al Carroccio. Come dicevo, questo consenso via via si è un po’ perso per le scissioni, per le diverse liste, per qualche contrasto interno e anche perché l’alleanza Bossi-Berlusconi è stata interpretata da alcuni come un andare col nemico. Secondo me, invece, le europee saranno lo strumento per recuperare quel 2-4 per cento di voti che, ritengo, non sono confluiti da nessuna altra parte».
Neanche tra gli alleati?
«No, non sono finiti in Forza Italia piuttosto che in Alleanza nazionale o ai Ds. Sono voti di gente che si è poi astenuta. Ecco perché dico che la ricerca identitaria potrà portare a recuperare questi voti diventati silenziosi. Poi bisognerà anche vedere a che cosa servirà il nuovo consenso, ma è un altro discorso».
Alcuni alleati all’interno della Cdl hanno recentemente affermato che senza Bossi la Lega è allo sbando. È davvero così?
«Mah... questa della Lega allo sbando è una “sòla” che gli avversari politici mettono in giro e che ha avuto anche un riscontro mediatico. Anche perché la sanno ben condire. Ma mi spiace contraddire alcune eminenze grige della politica, io non sono d’accordo: la Lega non è allo sbando, semplicemente ha preso delle posizioni precise che sono nel solco di quanto era stato stabilito da Umberto Bossi all’ultimo federale. E se lo dico io, che sono un esterno...! Dopo quel federale feci l’ultima intervista al Segretario. Lui mi chiamò alle 9 e 30 di sera e mi disse proprio ciò di cui stiamo parlando. Per essere più esplicito, gli feci la domanda: “Ma guarda che all’interno del tuo movimento molti storceranno il naso sulle candidature che vi vede soli alle amministrative”. E lui mi rispose, testualmente: “Si adegueranno perché si devono adeguare, noi abbiamo bisogno di andar da soli per ribadire la nostra identità”».
Dire che la Lega è allo sbando è una specie di slogan per confondere l’elettorato?
«Certamente Bossi è fondatore, massimo dirigente della Lega ma è anche un politico che di avversari ne può “mangiare” diversi nell’insalata. Lo ha dimostrato in questi anni, per il suo fiuto, la sua lungimiranza... Senz’altro la sua assenza si fa sentire, ma la Lega tira diritto. Certo, quando Bossi ha avuto il suo incidente fisico, alcuni avversari hanno pensato: “Adesso ci spartiamo la Lega, i suoi voti, assorbiremo il consenso nelle Giunte, attraverso il partito delle auto blu, e abbiamo eliminato il paradosso politico Lega”. In realtà non andrà così. Per due ragioni: il bel colpo di Maroni sul calcio, che viene nel solco di una discussione precedentemente portata avanti da Bossi sul sistema del pallone. Poi c’è la posizione di Castelli sul caso Sofri, che ha nell’elettorato leghista e d’ordine una sua posizione di dignità, di chiarezza. Quando Castelli dice “io voglio che sia il presidente della Repubblica a decidere” vuole che ognuno si prenda delle responsabilità. Altro che Lega allo sbando! Certo, ci sono le difficoltà che potrebbe avere qualsiasi altro Movimento il cui leader è per ragioni forzose lontano dalla scena politica, c’è la dialettica interne su linee da prendere, ma questo fa parte della politica. Sono invece piuttosto curioso su quanto accadrà dopo il voto, dal 14 giugno in poi».
Passalacqua, come si pone invece la sinistra, soprattutto rispetto allo scenario del conflitto in Iraq, alla vigilia del voto?
«Come sempre la politica estera ha un ruolo molto rilevante in sede di elezioni. Per quanto riguarda i moderati del centrosinistra, oggi sono messi a dura prova rispetto alle richieste di ritiro delle truppe da parte di Rifondazione, Comunisti italiani, correntone... Temo saranno costretti a inseguire scenari non rivoluzionari, ma ultrapacifisti...».
Mentre nel centrodestra c’è più unità d’intenti?
«In questa chiave di scontro ha più possibilità di intercettare il voto degli indecisi. Diversa questione è se esaminiamo la posizione da parte della Lega. In politica estera non è mai stata iperamericana, ma neppure si è mai schierata in maniera molto contraria alle decisioni governative. Nel quadro della coalizione, forse qualche tensione potrà esserci per la posizione ipernazionalistica di An, che potrà avvantaggiarsene rispetto agli alleati».
“Decano”, gli avversari del Carroccio sostengono che non si capisce cosa voglia la Lega?
«Ma come? Si capisce benissimo. Ha obiettivi elettorali, di tenuta sul territorio molto evidenti. Anche la recente battaglia sui rifiuti lo testimonia. Lo scontro in Regione Lombardia con la Lega che arriva allo show down nella Regione dove è stato più forte il tentativo di integrazione politica-federalista, porta il problema di frizione di quella maggioranza ben al di là dei confini locali. Milano non sta negli accordi, ma gli accordi sono nati sulle elezioni dei governatori regionali e in seguito nel Parlamento nazionale. Un’uscita degli assessori leghisti dalla Giunta a due mesi dal voto non potrebbe aver avuto che delle ripercussioni. Una maggioranza romana non potrebbe sopravvivere facilmente a un’uscita della Lega in Regione Lombardia. Io al momento vedo questo: gli attuali dirigenti della Lega stanno lavorando su un duplice binario: da una parte un gruppo che va alla massimizzazione dell’offensiva, dall’altra c’è chi tiene rapporti più stretti con la coalizione. Il voto alle europee sarà determinante per misurare il peso specifico leghista sia che resti dentro o fuori dalla maggioranza».
Intende dire che il voto di giugno sarà un referendum pro o contro le riforme?
«Sarà un punto cruciale, un test da elezioni politiche».

Matteo Salvini