«Senza la globalizzazione non ci sarebbe stata Al-Qaeda: molto probabilmente se i terroristi avessero tentato di fare quello che stanno facendo adesso, avrebbero incontrato degli ostacoli». La guerra all’Islam passa dai flussi di denaro

l cinque per cento del valore della produzione mondiale, ovvero 1.500 miliari di dollari, è l’ammontare dei capitali su cui possono contare le organizzazioni eversive in tutto il mondo. Un flusso di denaro enorme e in continua crescita che viaggia lungo le arterie finanziarie del mercato globale. Questa in sintesi la tesi portata avanti dall’economista Loretta Napoleoni nel suo ultimo libro in cui spiega la guerra dell’Islam all’Occidente come una guerra economica e non religiosa.
Quella che l’Islam sta facendo all’Occidente è una guerra religiosa o economica?
«Nel libro ho descritto questa guerra come una guerra economica, ovvero come lo scontro fra due sistemi economici: quello occidentale e quello islamico. La religione diventa così soltanto l’ombrello ideologico sotto al quale si nascondono i veri moventi dello scontro: si tratta di guerre di espansione economica che sono state poi “vendute” come guerre religiose».
Chi e perché finanzia l’economia del terrore?
«Le forze economiche che sostengono il terrorismo islamico sono delle forze reali che si sono formate negli anni Settanta dopo il primo schock petrolifero: sono formate da banchieri, commercianti, imprenditori e individui che sono riusciti a crearsi una certa agiatezza ma che, nella loro crescita economica, si scontrano con gli interessi economici dell’elite governativa musulmana e corrotta dei loro Paesi, e con gli interessi dell’Occidente. A causa di questo blocco, molto simile a quello verificatosi in Europa nell’avvio delle Crociate, finanziano l’insurrezione islamica per poter cambiare i regimi politici dei loro Paesi. Un cambiamento di regime aprirebbe nuove possibilità economiche di crescita, nello stesso tempo ridurrebbe l’incidenza e l’interesse dell’Occidente verso queste zone».
Allora qual è il fine ultimo di questi banchieri e commercianti che stanno dietro a questa macchina?
«Il fine ultimo è il cambiamento di regime nei loro Paesi che vanno dal Marocco, al Pakistan. Nel mondo musulmano ricordiamoci che c’è una sola Repubblica... ed è l’Iran. Anche la rivoluzione iraniana ha avuto una funzione molto importante al riguardo, perché si è sviluppata lungo le medesime linee sopra indicate. I piccoli proprietari dei bazar, in Iran hanno finanziato, ad esempio, i mullah, perché incontravano problemi molto simili a quelli che oggi incontra quella che potremmo definire la borghesia islamica, o meglio la classe media islamica. Questo è il modello che poi è stato ripreso dagli altri Paesi. Il motivo per cui l’elite islamica si trasforma in terrorismo e si dirige contro l’Occidente è perché viene considerato come il potere economico e politico che mantiene queste oligarchie corrotte. L’esempio migliore è l’Arabia Saudita dove ci sono gli interessi delle multinazionali americane ma anche di quelle europee e nello stesso tempo c’è l’ombrello militare americano che protegge la famiglia reale».
Perché non si riesce o non si vogliono fermare questi interessi economici? Forse perché l’economia mondiale ne risentirebbe se tutto questo traffico si arrestasse improvvisamente?
«Dalla Seconda guerra mondiale ad oggi si è sviluppato un sistema economico che sostiene il terrorismo internazionale, all’interno del quale c’è anche il terrorismo islamico, ma c’è pure quello del Sud America, per esempio. La prima fase è stata la sponsorizzazione del terrorismo da parte dello Stato: durante la Guerra fredda quando, sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica, finanziavano gruppi armati che combattevano guerre per procura. E, in un secondo momento, sono entrati anche i Paesi arabi che hanno finanziato varie organizzazioni. La seconda fase corrisponde alla privatizzazione del terrorismo che si è verificata negli anni Settanta, quando alcuni gruppi armati sono riusciti ad autofinanziarsi e quindi hanno conquistato l’indipendenza economica dagli sponsor. Esempi migliori sono l’Olp, l’Eta e l’Ira. Gruppi che hanno cominciato a combattere le loro battaglie e non più quelle per procura. L’ultimo stadio dell’evoluzione terroristica è quella presente che ha preso piede agli inizi degli anni Novanta con la deregolarizzazione dei mercati finanziari. La globalizzaizione ha quindi creato anche la globalizzazione del terrorismo. Questa è una fase evolutiva molto importante per il terrorismo islamico perché è all’interno di questa fase che nasce Al-Qaeda, un’organizzazione transnazionale che riesce a generare finanziamenti e sostegno economico in più di un Paese, attraverso canali legali e illegali e la cui attività terroristica non è esercitata in un solo Paese ma è anch’essa globale. Nello stesso tempo, negli anni Novanta si è verificato un altro fenomeno».
Del tipo?
«Grazie alla globalizzazione i gruppi armati sono stati in grado di unirsi non soltanto tra di loro commercialmente ed economicamente, ma si sono uniti all’economia del crimine e a quella illegale. Il che significa che dagli anni Novanta in poi queste organizzazioni comprano le armi dagli stessi individui, riciclano denaro attraverso gli stessi canali, insomma c’è una grossa cooperazione».
Come si manifesta in pratica tale cooperazione?
«Basti pensare alla droga, ci sono gruppi armati islamici che agiscono insieme a organizzazioni mafiose che operano sullo stesso prodotto: l’eroina proveniente dall’Afghanistan per esempio. Questo fenomeno ha creato l’economia illegale del terrore che oggi ha un fatturato di 1. 5000 miliardi di dollari e che è pari al 5 per cento dell’economia mondiale: un terzo è rappresentato da movimenti di capitali illegali, un terzo è rappresentato dall’economia criminale e l’ultimo terzo, ovvero 500 miliardi di dollari è invece la nuova economia del terrore, cioè attività legate a organizzazioni terroristiche o a finanziatori del Paese».
La globalizzazione a suo avviso è stata la spinta decisiva per la nuova economia del terrore?
«È stata l’elemento chiave: senza la globalizzazione non avremmo avuto un fenomeno come Al-Qaeda. Molto probabilmente se avessero tentato di fare quello che stanno tentando di fare oggi avrebbero incontrato degli ostacoli».
Passiamo a un altro punto focale nel discorso sull’Islam, la funzione delle moschee...
«A mio avviso esiste una “rete delle moschee”, cioè negli anni Ottanta e Novanta c’è stata una vera e propria colonizzazione islamica quando i wah-habiti sauditi si sono uniti con i banchieri e i finanziatori e hanno iniziato a penetrare alcune regioni del mondo, in particolare le regioni che erano appartenute all’Unione sovietica dove c’era una maggioranza di popolazione musulmana. Poi nell’Asia centrale, nel Caucaso e nei Balcani. Allo stesso tempo questo fenomeno si è verificato anche in altre parti del mondo, in particolare in Europa. C’è stato quindi un vero finanziamento da parte dei wah-habiti per aumentare il numero delle moschee in Europa. Il ruolo di questi luoghi di culto era inizialmente di proselitare il credo wah-habita che richiede la conversione di tutti i musulmani. Questo è stato il primo passo. In un secondo tempo le moschee sono diventate dei centri di reclutamento, ma anche e soprattutto dei centri di raccolta dei finanziamenti. Nel caso specifico della guerra in Afghanistan i finanziamenti sono stati incoraggiati da parte degli Stati Uniti e questo è stato un canale aggiuntivo rispetto a quello della Cia e dell’Arabia Saudita. Una volta terminata questa guerra, il canale non si è chiuso ma ha continuato ad esser attivo ed è andato a finanziare insurrezioni armate islamiche in altri parti del mondo. Ad esempio nel Cachemere. Oggi come oggi è approdato anche in Europa, come dimostrano i fatti di Madrid, dove esisteva una rete di moschee legate anche con l’Italia e la Germania. Al loro interno si sono mossi non soltanto gli attentatori di Madrid, ma anche quelli dell’11 settembre. Ma questo non significa che tutte le moschee facciano parte dello stesso sistema. Purtroppo però è difficile riuscire a distinguere».
Che cosa sono gli Stati-guscio di cui parla nel libro. E qual è la loro funzione?
«Lo Stato-guscio è uno Stato che ha soltanto la parte esteriore, cioè la struttura socio-economica senza avere l’identità politica. Sono Stati che si formano in situazioni di grande cattività economica e politica. Il Libano ne è un esempio: là c’è una guerra civile in corso, per cui dove lo Stato perde il controllo di certe aree, si muove l’organizzazione terroristica che controlla e occupa militarmente il territorio. Una volta raggiunto questo obiettivo inizia a distruggere la struttura socio-economica rimanente dello Stato. Nel caso dell’Iraq, un esempio abbastanza interessante in merito, sono gli attacchi portati contro la Croce Rossa. Attacchi che si sono già verificati in Africa, per esempio, in situazioni analoghe: perché si vuole distruggere l’infrastruttura socio-economica dello Stato e perché il gruppo armato porta la popolazione a interagire con loro stessi. Non significa che l’interazione sia necessariamente attiva, ma è un’interazione almeno a livello economico perché tutta la popolazione è coinvolta in questo nuovo sistema».
Quali saranno a suo avviso gli scenari futuri?
«In Iraq ci sarà una guerra lunghissima e purtroppo credo sarà una guerra che l’Occidente perderà. Non vedo proprio come riusciranno a imporre un sistema politico ed economico che la popolazione non vuole. Alla fine ci sarà una tripartizione del Paese che è quello che l’Occidente invece vuole evitare. Ovviamente molto dipenderà dalle decisioni prese dagli Stati della coalizione: se decideranno di rimanere oppure no. Per quanto riguarda il terrorismo islamico io credo che purtroppo fino ad ora non si è perseguita la strada giusta: la guerra non ha portato a risultati positivi, al contrario abbiamo avuto dall’11 settembre ad oggi un aumento esponenziale di attentati terroristici nel mondo, anche in Occidente. Io credo che bisognerebbe concentrarsi più sulla pista del denaro e quindi riuscire a identificare le fonti più importanti e nello stesso tempo prendere in considerazione quelli che sono i motivi reali di una data situazione».




Alessia Quiriconi