Già allora, per la verità, si insisteva su un antifascismo che, più che contro le nostalgie di Salò e gli squadristi di Almirante, si indirizzava contro il male oscuro della nostra democrazia, quel fondo fangoso e nascosto che si annidava nelle istituzioni, frutto di una «continuità dello Stato» che aveva lasciato in eredità all'Italia repubblicana uomini, cultura e mentalità del vecchio regime. A questo antifascismo, che era sostanzialmente una visione potenziata della democrazia, se ne accompagnava un altro di matrice classista, che lottava contro le gerarchie della fabbrica fordista, e che inseguiva i suoi avversari ovunque si presentassero i germi di oppressione e sfruttamento. Poi, per tutti gli anni 80 l'antifascismo si consumò in esangui rituali celebrativi fino agli anni '90, quando il suo stretto rapporto con la democrazia ritornò a essere di attualità (il 25 aprile del 1994 a Milano) grazie ai successi elettorali di An, Forza Italia e della Lega.
Oggi è solo di questo antifascismo che si parla. E l'emergenza democratica da affrontare è quella dello scontro con il razzismo. Se 40 anni fa il mostro da sbattere in prima pagina era Valpreda, ballerino e anarchico, che come «belva umana» aveva i tratti delle ideologie sovversive del '900, (l'anarchia e il comunismo), oggi il mostro è rumeno, Karol Racz, stupratore, disoccupato, dai connotati bestiali e ripugnanti come si convengono all'Altro, al nemico identificato su basi etniche o religiose, ma anche nella sua fisicità, nel suo corpo. Si tratta di un cambiamento drastico che favorisce quelli che al razzismo e all'intolleranza del fascismo si richiamano esplicitamente, come Forza Nuova e la galassia che la circonda (150 mila simpatizzanti distribuiti in 200 circoli in tutta Italia) e come alcuni spezzoni della Lega.
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