NO GLOBAL VERI
E QUELLI ALL'AMATRICIANA
di MASSIMO FINI
Da Il Giorno www.ilgiorno.it del 7 novembre 2002





Se il No global è quello declinato dai Bertinotti, dagli Agnoletto, dai Casarini, i cui programmi sono stati così ben chiariti da un articolo di Piero Sansonetti sull'Unità, e cioè contro le multinazionali ma non contro il libero mercato, è anzi più liberista degli attuali liberisti occidentali in quanto vorrebbe l'abolizione di certe forme di protezionismo europee e americane, non è contro gli investimenti nel Terzo Mondo, ma è anzi per maggiori investimenti però meglio regolati, non è contro la libera circolazione dei capitali ma per una loro, modesta, tassazione e non è insomma contro la globalizzazione ma anzi per una più completa globalizzazione che si estenda ai diritti, i corifei del sistema di sviluppo attuale non hanno di che preoccuparsi.

Si tratta infatti della vecchia variante di sinistra dell'industrialismo, cucinata in salsa planetaria. Questa variante è già stata sconfitta dalla Storia, perché ha dimostrato di essere, rispetto al capitalismo, un industrialismo inefficiente. Inoltre a differenza del marxismo classico il No global, visto dai Bertinotti and company, non è affatto rivoluzionario, ma riformista, propone una sua visione razionalizzatrice della globalizzazione.
Ma questo è il No global all'amatriciana, che più che il mondo ha sott'occhio la nostra situazione interna e si muove su spinte soprattutto elettoralistiche.

Ma il No global internazionale, quello che venne all'onor del mondo a Seattle e di cui il Social Forum di Firenze non rappresenta, anche quantitativamente, che uno sputo, è tutt'altra cosa. Non vuole affatto razionalizzare la globalizzazione ma la contesta in radice, contesta cioè radicalmente il modello di sviluppo occidentale uscito dalla Rivoluzione industriale. E' autarchico, è contro la libera circolazione planetaria dei capitali e delle merci ma anche degli uomini, non è per maggiori investimenti nel Terzo Mondo ma contro, perché quelle popolazioni possano svilupparsi, o non svilupparsi, secondo le loro vocazioni e non è quindi, per la stessa ragione, per una globalizzazione dei diritti (che, naturalmente, sono quelli nostri, occidentali) ed è infine per un ritorno, sia pur graduale, ragionato e limitato, a forme di autoconsumo e di autoproduzione attraverso la riscoperta del primato della terra sull'industria.
E' insomma antimodernista e antiprogressista. Ed è con questo, e non con i patetici Bertinotti, Agnoletto e Sansonetti, che il sistema, a livello planetario, dovrà fare i conti.