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    Predefinito Nestor Makhno e gli anarchici ucraini

    Tratto da "storia illustrata" N.191-ottobre 1973

    Tra il 1905 e il 1917
    il terrorismo
    infuria in Russia.
    Machno ne è uno dei
    protagonisti.
    Arrestato, sottoposto
    a tortura e
    condannato a morte,
    riacquista
    la libertà con la
    caduta dello zar. Si
    rivela allora
    un vero stratega e
    conduce le sue
    schiere anarchiche in
    vittoriose battaglie
    contro gli eserciti
    degli imperi
    centrali
    e i russi bianchi.





    Nestor Machno: per molti è un personaggio ormai dimenticato sul fondo delle pagine più nascoste della storia. Eppure per alcuni anni in Ucraina, almeno tra il 1917 e il 1921, nel pieno della guerra civile, fu qualcosa di simile a una leggenda. Alcuni lo definirono un brigante da strada, altri un avventuriere. Per taluni invece fu un eroe, un cavaliere della rivoluzione allo stato puro; e tutto questo ci dice quanto la sua figura rimanga complessa, sullo sfondo di una apparente semplicità.
    Il suo maggior momento di gloria militare fu la battaglia di Perogonovska, dal nome del villaggio omonimo. L'armata machnovista, ridotta l'ombra di se stessa dopo mesi di fuga davanti alle forze del dittatore bianco Denikin, fece improvvisamente fronte al nemico, riuscendo a sfondare le linee avversarie, distruggendo alcuni dei migliori battaglioni dell'esercito controrivoluzionario nel sud. Gli agiografi dell'anarchia assicurano oggi che la battaglia di Perogonovska segnò il punto tornante della guerra civile in U-craina, l'avvenimento che permise più tardi ai bol-scevichi di sferrare il colpo decisivo alle forze bianche attorno ad Orel. Certamente esagerano. Ma anche chi voglia vedere le cose in una prospettiva meno settaria, non potrà negare l'importanza dell'impresa compiuta.
    Nel corso di questa battaglia, la più sanguinosa di tutte le sue campagne, Machno riuscì infatti a mettere in evidenza quale fosse il principale elemento di debolezza di Denikin: la lunghezza del suo fronte di combattimento, nella marcia disperata verso il nord. Sul piano politico, si deve a Machno di aver creato nell'Ucraina meridionale, in quella fascia di territorio che si stringe attorno alle antiche città di Ekaterinoslav, Alexandrov e Guliai Polie, una società comunitaria di operai e contadini poveri che si ispirava ai principi libertari. Molti e-rano i limiti dell'uomo, innumerevoli i suoi difetti; e tante cose ancora lo destinavano irrimediabilmente alla sconfitta nello scontro con lo Stato bolscevico. Ciò detto, alcune delle sue gesta hanno il carattere di un'epopea. Morì a Parigi, esule, nella primavera del 1934, nella sala dei malati di tubercolosi dell'ospedale Tenon, dopo aver trascorso gli ultimi anni di vita nella miseria e nella solitudine più nera: abbandonato perfino dalla moglie, e riuscendo a sopravvivere soltanto grazie a degli aiuti occasionali. Parigi gli rimase e-stranea, comprendeva male la lingua francese, ed aveva dovuto difendersi dagli attacchi della stampa comunista locale sulla quale Barbusse, Aragon, Kassel non gli avevano risparmiato, oltre alla polemica, l'insulto. L'ospedale Tenon era una bassa costruzione in mattoni, con finestrelle strette che si affacciavano su dei cortili ciechi, e stanze dove i letti dei malati quasi si sovrapponevano gli uni agli altri. Agli occhi del contadino ucraino abituato agli spazi infiniti del suo Paese, l'ospedale non doveva apparire molto dissimile dalle prigioni zariste dove Machno era stato rinchiuso, e dove aveva contratto il male che doveva condurlo a morte. Si dice che abbia accolto la fine sorridendo. È possibile.
    Tre cose contraddistinguono la sua infanzia: l'estrema povertà famigliare, l'attaccamento alla terra natale, e l'istinto di rivolta. La vita futura di Machno ne restò profondamente segnata. Era nato nell'ottobre del 1889 a Guliai Polie, una cittadina di appena ventimila abitanti nel sud dell'impero russo, in Ucraina, granaio del Paese. Il padre era stato servo della gleba; e il ragazzo doveva seguire, passo passo, le orme dei figli dei poveri.
    La scuola finì a dieci anni, e Machno non ebbe mai la possibilità di ritornare agli studi regolari, cosa del tutto normale nell'Ucraina di allora, che all'esplodere della rivoluzione del 1917 contava ancora l'83 per cento di analfabeti. Era ovvio che per i contadini ucraini i problemi sociali si ponessero nel più semplice dei modi: padroni e sfruttati, privilegio e miseria, autorità e rivolta. Sentimenti del genere a-vevano causato le grandi ribellioni della storia russa, ivi compresa quella di Pugacev, quindici anni prima della rivoluzione francese. Machno era uno dei loro, capiva i riflessi primordiali dei contadini. Anche per questo gli riuscì di trascinarli con sé.
    Il suo battesimo politico avviene nelle file del partito socialdemocratico, nei giorni roventi della rivoluzione del 1905. Ma appena un anno dopo, Machno prende contatto con un gruppo di anarco-comunisti di Guliai-Polie, e si converte alla loro ideologia. La conversione ha luogo sui diciassette anni: un'età in cui è difficile distinguere tra le idee e l'inquietudine; anche se tutta quanta la personalità di Machno lo spingeva prepotentemente verso gli anarchici e il terrorismo.
    Dagli inizi del secolo, gruppi sparsi di anarchici militavano nel territorio dell'impero russo, a Pie-trogrado, in Polonia, a Odessa, Ekaterinoslav, nel Caucaso, in Crimea. Tra questi erano avvertibili due gruppi distinti, virtualmente incompatibili: gli anarco-sindacalisti da una parte, e gli anarcocomunisti dall'altra. Ambedue condividevano la visione di Kropotkin di una società libera e comunitaria, dove l'individuo sarebbe stato remunerato secondo i suoi bisogni: un vecchio sogno che scuoteva gli animi. Laddove tuttavia gli anarco-sindacalisti erano propensi a utilizzare la classe lavoratrice come forza d'urto contro l'ingiustizia e l'oppressione, gli anarcocomunisti preferivano l'arma del terrorismo, secondo la lezione di Bakunin, se non di personalità più inquietanti, come Neciaiev e Stirner, filosofi della violenza fine a se stessa.
    Il terrorismo, a dire il vero, non era una cosa nuova in Russia. Ad esso avevano fatto ricorso i populisti nella loro lotta contro l'autocrazia, e quelli che con una certa dose di approssimazione possono venir definiti come l'ala estremista del movimento populista, ovvero i nichilisti. Del terrorismo si serviranno anche i socialisti rivolu-zionari, e i bolscevichi. Ma due cose almeno distinguono gli anarchici russi da ogni altro gruppo politico precedente o contemporaneo a loro. In primo luogo l'intransigenza ideologica sconosciuta agli stessi bolscevichi, assai più duttili quando non era in gioco il problema del potere. In secondo luogo l'odio contro lo Stato, in tutte le sue forme e le sue manifestazioni, anche quelle che potevano nascere dalla rivoluzione. Vedremo in seguito quale fu il principale motivo di debolezza degli anarchici, nel loro contrasto con i bolscevichi. Il terrorismo veniva praticato da piccoli gruppi di uomini e donne di ogni estrazione sociale, pronti a uccidere, ma anche a marciare calmi e tranquilli verso il patibolo in caso di insuccesso. La pietà verso i perseguitati, si esprimeva in costoro attraverso la violenza contro gli oppressori. Tra il 1905 e il 1917 il terrorismo infuriò in Russia, nelle città come nelle campagne; ma probabilmente con maggior furore in queste ultime, come sempre accade nel corso delle rivolte contadine.
    Machno venne arrestato due volte nel 1906, una volta nel 1907, e sempre liberato dopo aver dato prova di straordinarie capacità di resistenza alla tortura. L'ultimo arresto è dell'estate del 1908, dopo un fallito tentativo di far saltare con la dinamite la caserma di polizia di Guliai-Polie. Il processo si tenne nel marzo del 1910, e Machno venne condannato a morte. Cominciano sette anni tra i più drammatici della sua vita, dapprima nella cella dei condannati a morte del carcere di Ekaterinoslav, e in seguito, graziato per la sua giovane età, nella prigione della Butirka, a Mosca. Lo statuto penitenziario prevedeva che i condannati portassero i ferri durante i primi otto anni di carcere, e le condizioni di vita erano orribili. Dostoievski ci ha descritto l'inferno delle prigioni zariste, con commozione e tormento.
    Poteva accadere ai detenuti di venir selvaggiamente picchiati o chiusi in cella d'isolamento per il semplice capriccio dei secondini. Machno, ribelle per vocazione, trascorse gran parte della pena in cella di rigore; e qui vi contrasse la tubercolosi. Ma le prigioni di quell' epoca erano anche una specie di università per i detenuti politici. Machno vi apprese quel poco di cultura che doveva possedere, senza però approfondirla in chiave critica. Il contadino ucraino si gettò in un vortice di letture disordinate, di cui gli restò in mente soprattutto Bakunin. L'anarchia agì su di lui con l'intensità di una rivelazione religiosa. Una frase lanciata agli intellettuali anarchici nel pieno della guerra civile è rivelatrice del suo stato d'animo: « lo sono qui per distruggere! Sta a voi creare! ».
    La caduta del regime zarista nel febbraio del 1917, e la presa del potere da parte dei bolscevichi nell'ottobre successivo, aprirono per l'Ucraina un periodo di profondo travaglio. I primi contrasti tra russi e ucraini si delineano tra il febbraio e l'ottobre del '17, durante la breve parentesi del Governo Provvisorio. In seguito, quattro forze si ontenderanno questa immensa regione: la Rada ucraina, dapprima dorninata dai socialisti moderati alla Vinnicenko, e quindi dai nazionalisti di Petljura; gli eserciti degli imperi centrali, Germania ed Austria-Ungheria, dietro il fragile schermo della dittatura del generale Skoropadski; l'Armata Rossa bolscevica; gli eserciti bianchi di Denikin e di Wrangel. Non mancano, nel quadro, bande di cosacchi e di predoni. Machno e gli anarchici fanno storia a sé. Liberato dal carcere dopo la caduta dello zar, Machno si da a una attività febbrile. Rientrato nella nativa Guliai-Polie, vi fonda l'Associazione contadina, diventa presidente della Commissione agricola, presidente del Sindacato dei lavoratori del legno e del metallo, presidente del Consiglio degli operai e contadini della provincia. È dovunque, tiene comizi, da prova di una incredibile vitalità.
    Progressivamente, finirà con l'estendere la propria influenza ad altre zone dell'Ucraina meridionale, alle città di Ekaterinoslav (la capitale provinciale che i sovietici ribattezzeranno col nome di Dnepropetrovsk, la città sul Dnepr), Alexandrov, Taganrog, Mariu-pol, Pavlograd. Sotto il peso dei compiti che gli spettano, nel giugno del 1918 compie un viaggio a Mosca per ottenere lumi dai padri dell'anarchia. Qui si incontra anche con Lenin. Fu un incontro dominato dalla enorme disparità intellettuale fra i due, nel corso del quale Machno seppe comunque comportarsi con dignità e fermezza. Una frase di Lenin, durante l'incontro, chiarisce già le ragioni del dissidio tra anarchici e bolscevichi: « La maggioranza degli anarchici pensa e scrive attorno al futuro senza capire il presente. Questo è ciò che divide noi comunisti da loro ». Ma sono soprattutto i suoi amici a deludere Machno. La situazione gli viene così riassunta da Kropotkin, il grande patriarca dell'anarchia, rientrato in Russia dopo la rivoluzione: « No; anarchici abbiamo prodotto uomini meravigliosi. Ma non abbastanza determinati ». Gli anarchici russi si presentano tra il 1917 e il 1920 come un insieme eterogeneo di idealisti innocui, di attivi terroristi, di gruppi anarcosindacalisti, di partigiani, di teorici, e di alcuni criminali. Le loro principali organizzazioni erano Colos Truda (Voce dei Lavoratori) e Vol'nij Trud (Volontà operaia) rispettivamente a Pietrogrado e a Mosca, riuniti attorno a giornali che avevano questi nomi. Più avanti si aggiungerà Nabat, in U-craina, con caratteristiche tutte particolari. Molti anarchici avevano lavorato fianco a fianco con i bolscevichi contro l'autocrazia zarista, e durante i preparativi e la lotta per la conquista del potere, come alleati preziosi e bene accetti. Alcuni di essi erano addirittura entrati a far parte del Comitato militare-rivoluzionario che nell'ottobre del 1917, sotto la direzione di Trotzki, aveva rovesciato il Governo Provvisorio.
    Ma la situazione fu molto diversa dopo che i bolscevichi avevano preso il potere. L'ostilità di Lenin verso l'indisciplina dell'anarchismo, il suo impaziente realismo, e la sua fede nella necessità della sopravvivenza di uno Stato forte per un lungo periodo a venire, lo mettevano su un piano completamente diverso. L'imposizione di un unico controllo centralizzato su tutto il Paese, con una sola direzione, che i bolscevichi si ponevano come loro primo scopo, non avevano un nemico maggiore degli anarchici. Ciò spiega il particolare accanimento posto da Lenin dopo l'ottobre del 1917 nel colpire il movimento anarchico, oltre ai partiti socialisti.
    Fu una politica alternata di persecuzioni generali e di piccole concessioni, nel tentativo di attrarre i singoli. Gli anarchici furono i primi oppositori di sinistra dei comunisti a essere vittima di un attacco organizzato. Nell'aprile del 1918 venne effettuata una incursione armata nella loro sede di Mosca e in quella di Pietrogrado, e ne furono arrestati circa seicento. Questo era apparentemente il risultato di una protesta da parte del colonnello Robins, il rappresentante ufficioso degli Stati Uniti, la cui automobile era stata assalita da loro.
    Inoltre gli anarchici, sia a Mosca che a Pietrogrado, avevano preparato e mantenevano una propria milizia che era stata organizzata durante le settimane dei negoziati di Brest Litovsk per prepararsi a resistere ai tedeschi nel caso che questi fossero tornati all'attacco; e i bolscevichi erano naturalmente desiderosi di scioglierla. A questa incursione ne seguirono altre, senza che gli anarchici di quelle città fossero in grado di offrire qualcosa di più di una resistenza sporadica. La cosa può apparire sorprendente, specie tenendo conto che tra il 1917 e gli inizi del 1918 gli anarchici erano andati continuamente aumentando in numero e in influenza. Ma il fatto è che essi, divisi da puntigliose dispute interne, erano solidali su un solo punto: l'ostilità a unirsi in una qualsiasi organizzazione più disciplinata della loro libera confederazione di gruppi e di individui; poiché credevano, con l'esempio dei comunisti davanti, che l'organizzazione centralizzata e la disciplina fossero la fine dell'integrità politica. In tal modo furono incapaci di offrire una valida alternativa ai bolscevichi. Machno se n’accorse, e ne soffrì in proprio. Partì da Mosca lanciando sugli anarchici di quella città l'accusa di non essere altro che dei « rivoluzionari di carta ». L'Ucraina anarchica, d'ora in avanti, doveva distruggere e creare da sola.
    Per rientrare al sud ottenne l'aiuto di Lenin. L'Ucraina era occupata dai tedeschi e dagli austroungarici, e c'era bisogno di tutte le forze disponibili nella lotta contro il comune nemico. Qui Machno diede prova del suo talento militare, organizzando un'armata d’insorti che nel momento di maggior splendore doveva raggiungere i quarantamila uomini, e trascinandola, dietro il vessillo nero dell'anarchia, in vittoriose campagne contro gli eserciti degli imperi centrali che avevano occupato il Paese dopo la pace di Brest Litovsk, contro le milizie della Rada-ucraina, e infine contro gli eserciti bianchi di Denikin e di Wrangel.
    Con i nemici della rivoluzione si comportò come una Nemesi, colpendo con violenza e furore inauditi, perpetrando spesso massacri inutili, permettendo agli elementi distruttivi di trionfare su quelli costruttivi. La sua innata rozzezza, e una certa stravaganza di carattere, non gli dettavano un diverso comportamento. Ma i contadini lo seguivano, attratti dall'appello alla spartizione delle terre; e lo soprannominarono « batko », « piccolo padre ». Occorre aggiungere che gli avversar! Di Machno non si comportarono con minor crudeltà nei suoi confronti, e che la gente che egli guidava alla rivolta aveva conosciuto la schiavitù. Ribellioni di questo genere sono sempre spaventose. Sta alla società non creare degli schiavi.
    Scelse come alleati i bol-scevichi, di cui rappresentò l'ala sinistra, talvolta integrando addirittura il suo esercito nell'Armata Rossa. Un'alleanza instabile, con una forza maggiore della sua, che spesso si tradusse in conflitti ora mascherati e ora palesi, in scontri armati. Nelle zone liberate del l'Ucraina meridionale, in una pausa della lotta, attorno al 1919, Machno diede vita ad una repubblica anarchica che si i-spirava alla tesi di Nabat, la Confederazione ucraina delle organizzazioni anarchiche che, a differenza di quelle di Mosca e di Pietrogrado, avevano raggiunto un certo grado di unità. I principali teorici di questa repubblica furono Archinov, Volin, ed Aaron Baron. In questi territori vennero create le prime Comuni libertarie, con l'abolizione della proprietà privata dei beni, lo scambio dei prodotti al posto della carta-moneta, e la gestione sottratta a ogni forma di controllo centralizzato. La disciplina era rigidissima per ciò che riguardava la difesa e i delitti penali, ed estremamente libera sul piano dell'organizzazione interna. Si calcola che la repubblica machnovista estendesse la sua autorità su circa 2 milioni di persone. Una di queste Comuni venne battezzata col nome di Rosa Luxemburg. Sul piano militare, .l'armata di Machno affidava le proprie fortune soprattutto all'estrema mobilità della cavalleria, all'aiuto della popolazione delle zone in cui operava, e all'utilizzazione della tacianka, la carretta tradizionale dei contadini ucraini, sulla quale le truppe potevano venir spostate con maggiore rapidità da un punto all'altro del fronte, e che nel caso poteva diventare un vero e proprio carro da battaglia montandovi sopra una mitragliatrice.
    Nello scontro con Denikin, l'armata machnovista seguì dapprima le sorti dell'Armata Rossa bolscevica, costretta a ritirarsi verso il nord sotto la pressione degli eserciti bianchi. Ma a Perogonovska, come si è detto, Machno decise di dare battaglia. Lo scontro durò due giorni e due notti, dal 25 al 27 settembre 1919, e fu durissimo. Mentre la truppa entrava nel villaggio o-monimo procedendo a fatica lungo la linea ferroviaria, la cavalleria machnovista riuscì a circondare i reparti avversar! con una manovra a tenaglia. La battaglia si trasformò in massacro. L'intero reggimento dei cadetti di Simferopoli, e il 2° reggimento Lubinsky, orgoglio e vanto dell'esercito di Denikin, furono distrutti. I machnovisti non fecero prigionieri. L'alba del 27 si levò su una pianura ricoperta di cadaveri. Sfondato il fronte, l'armata machnovista rientrò nell'Ucraina meridionale. E qui Machno commise il suo più grande errore. Anziché occupare altre province ucraine da scambiare in futuro con i bolscevichi vittoriosi, si limitò ad assestarsi nella sua fascia tradizionale di territorio, tra il Dnepr e il Donetz, relativamente ristretta, e dove poteva più facilmente essere vittima degli attacchi dell'Armata Rossa.
    L'intesa con i bolscevichi durò fino alla vittoria finale su Denikin e su Wrangel. Nell'ottobre del 1920 i bolscevichi convennero, in cambio della collaborazione dell'armata machnovista nella lotta contro le forze del generale Wrangel, in Crimea, di concedere u-na amnistia a tutti gli a-narchici del Paese (eccettuati quelli che avevano preso le armi contro lo Stato), e di tollerare le loro organizzazioni.
    Machno, in cambio, oltre alla promessa della sua collaborazione militare, acconsentì che il suo esercito costituisse ora « una parte integrante delle forze armate della Repubblica Russa », pur « conservando la sua solita costituzione ». La questione della futura organizzazione della sua repubblica anarchica fu lasciata in sospeso per essere decisa in ulteriori discussioni.
    Era un accordo che non doveva durare a lungo. Subito dopo la conclusione delle operazioni militari del /novembre 1920 contro le forze di Wrangel, i comunisti accusarono l'armata machnovista di tutta una serie di crimini, organizzarono un'incursione contro di essa, e ne fucilarono i capi principali. Machno, dopo una lotta ineguale di alcuni mesi, trovò riparo all'estero, prima in Romania, quindi in Polonia, a Berlino, a Parigi.
    Nello stesso tempo, arresti in massa di anarchici furono effettuati a Mosca e altrove. Il nuovo Stato sovietico aveva bisogno di ordine e di u-nità, e i bolscevichi non avevano preso il potere per dividerlo con alcuno. Il 1920 segnò in pratica la fine degli anarchici russi. Pochi di essi dovevano ancora godere di un giorno di libertà, quando furono dimessi dal carcere a Mosca per assistere ai funerali di Kropotkin il 13 febbraio 1921. Di lì a poco, nel marzo, doveva esplodere la rivolta di Kronstadt. I marinai e i soldati della cittadella fortificata sul Baltico, si ribellarono contro il potere bolscevico che li aveva delusi; e gli anarchici furono tra gli ispiratori di quella rivolta. Tanto più dura doveva abbattersi la repressione contro di loro. Dopo aver visto le prigioni, e i campi di deportazione zaristi, adesso conoscevano quelli bolscevichi. Così finì un sogno, cui non bastarono le forze per attuarlo.
    Raffaello Uboldi















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    morte a tutti coloro che ostacolano i lavoratori, nella conquista della libertà





    il gruppo comunista libertario di Gulai Pole nel 1907

  3. #3
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    per un maggiore approfondimento

    http://www.nestormakhno.info/index.htm

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    il caso machno rientra nello schema tipico bolscevico nei confronti dei movimenti di sinistra non ortodossi: alleanza tattica se bisogna fare fronte comune contro qualcuno (nella fattispecie i bianchi), falsi tentativi di riconciliazione, persecuzione ed eliminazione fisica....

 

 

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