Riportiamo alcuni passi del discorso del Sen. Marcello Pera pronunciato alla Pontificia Università Lateranense il 12 maggio 2004, in occasione dei 150 anni di fondazione della Facoltà di diritto civile.
tratto da Il Foglio del 14 maggio 2004
Per un jihad giudeo-cristiano
di Marcello Pera
Mentre noi consentiamo che accanto alle chiese delle nostre parrocchie fioriscano moschee, nella stragrande maggioranza dei paesi musulmani non è concesso costruire una chiesa. Peggio, mentre i musulmani non consentono la reciprocità dei nostri principi e valori, noi ci concediamo la decostruzione relativistica di quegli stessi princìpi e valori e teorizziamo il dialogo, anche quando - come scrive ancora padre Gheddo - "occorre riconoscere che il dialogo come lo concepivano i padri del Concilio ha portato scarsi frutti". Forse mi sbaglio o mi preoccupo inutilmente. Ma vedo un rischio: che il timore delle scelte induca i cristiani a pensare che, se il cristianesimo comporta oneri gravosi, allora è meglio affievolire la fede, indulgere al dialogo a qualunque costo o abbassare la voce piuttosto che rischiare un conflitto. Ma il cristiano debole, come il pensatore debole, alla fine diventa un cristiano arrendevole.
Un esempio di questa debolezza mi sembra di poterlo scorgere nel modo in cui è stata affrontata e si è negativamente risolta la questione del richiamo alle radici cristiane nel preambolo della Costituzione dell'Europa unita. Perché è andata così? Non perché non sia vero che l'Europa non abbia radici cristiane. Tutto il contrario. E' vero che la maggior parte delle nostre conquiste derivano, positivamente o criticamente, da lì, dal messaggio del Dio che si è fatto uomo. E' vero che, senza questo messaggio, che ha trasformato gli individui in persone, essi non avrebbero dignità. E' vero che i nostri valori, diritti e doveri di uguaglianza, tolleranza, rispetto, solidarietà, compassione, nascono da quel sacrificio di Dio. E' vero che il nostro atteggiamento verso gli altri - di qualunque condizione o ceto o aspetto o cultura essi siano - dipende dalla rivoluzione cristiana. E' vero che le nostre stesse democrazie ne sono informate, compreso quella preziosa laicità delle istituzioni che distingue ciò che è di Dio da ciò che è di Cesare, ciò che è dello Stato da ciò che è dell'individuo. E così via.
E allora, perché è andata così? Perché lo stesso appello insistente del Papa non è stato accolto? Perché i popoli cristiani dell'Europa non si sono mobilitati per innalzare la loro bandiera, mentre a milioni si sono messi in marcia per la pace e il dialogo anche con coloro che attaccano espressamente i valori fondanti dell'Occidente? La mia risposta è: perché - nell'era del relativismo trionfante - il vero non esiste più, la missione del vero è considerata fondamentalismo, e la stessa affermazione del vero fa paura o solleva timori. Forse si sta avverando la profezia negativa della Veritatis splendor (n.101), l'"alleanza fra democrazia e relativismo etico".
Il relativismo - e questa è la vera ragione morale della mia critica ad esso - affievolisce le nostre difese culturali e ci prepara o rende inclini alla resa. Perché ci fa credere che non c'è niente per cui valga combattere e rischiare. Perché non ci dà più argomenti o ce ne dà di sbagliati persino quando altri volesse toglierci il Crocifisso dalle scuole. O perché, mentre vuol farci credere di essere alla base dello Stato laico, liberale e democratico, alla fine, messo alle strette, si converte in quel dogmatismo laicista di Stato che vieta alle ragazze di fede islamica di indossare lo hijab a scuola.
Lo sbadiglio dell'Occidente
Sono alla conclusione. Mi si potrà chiedere: ma perché combattere e rischiare? C'è forse una guerra? La mia risposta è: dall'Afghanistan al Kashmir alla Cecenia alle Filippine all'Arabia Saudita al Sudan alla Bosnia al Kosovo alla Palestina alla Turchia all'Egitto all'Algeria al Marocco, e altrove, in gran parte del mondo islamico e arabo gruppi consistenti di fondamentalisti, radicali, estremisti - Talebani, al Qaeda, Hezbollah, Hamas, Fratelli musulmani, Jihad islamica, Gruppo armato islamico, e molti altri ancora - hanno dichiarato guerra all'Occidente, la jihad. Lo hanno detto, scritto, diffuso a chiare lettere. Perché non prenderne atto?
Si dirà: sono atti di terrorismo da parte di gruppi di fanatici. Rispondo: temo di no, il terrorismo è lo strumento di una guerra culturale e armata. Si dirà ancora: non si può a nostra volta combattere con le armi. Rispondo: spero sinceramente che non si debba, ma se, come già accade, l'Occidente fosse costretto ad usare la forza, perché escluderla? Se la forza giusta e di difesa, lo stesso cristianesimo non ammette forse una forza giusta e per difesa?
Non mi si fraintenda, per disattenzione o magari deliberatamente. Non si speculi sotto o dietro le mie parole. Non sto perorando una dichiarazione di guerra dell'Occidente. Sto perorando un'altra cosa, che a me sembra anche più importante: sto perorando la consapevolezza che esiste un conflitto di cultura e in armi che alcuni - molti, troppi - hanno dichiarato all'Occidente. Non sto chiedendo il rifiuto del dialogo. Sto chiedendo un'altra cosa, che è più fondamentale: sto chiedendo la consapevolezza che il dialogo non serve a niente se, in anticipo, uno dei dialoganti dichiara che una tesi vale l'altra. Questa duplice consapevolezza la vedo poco presente in Occidente, soprattutto in Europa. E non la trovo diffusa nello stesso cristianesimo europeo, che a me oggi appare timido, sconcertato, angosciato. C'è una ragione profonda di questa scarsa consapevolezza, che capisco e rispetto. L'idea stessa di una guerra di civiltà o di religione fa paura. Accanto a questa che capisco, c'è una ragione che invece non capisco: si tratta dell'idea della "colpa dell'Occidente".
Ora, l'Occidente è costato al mondo colonialismo, imperialismo, nazionalismo, antisemitismo, nazismo, fascismo, comunismo. Avendo mangiato i frutti avvelenati dell'albero della conoscenza, non è un paradiso terrestre. E però non possiamo fermarci agli errori e anche orrori dell'Occidente. Se si deve fare un bilancio corretto, occorre mettere i meriti accanto ai torti, e se si vuole celebrare un processo equo, occorre contrapporre la difesa all'accusa. "La civiltà occidentale - ha affermato un penetrante scrittore, Pietro Citati - ha grandissime colpe, come qualsiasi civiltà umana. Ha violato e distrutto continenti e religioni. Ma possiede un dono che nessuna altra civiltà conosce: quello di accogliere... tutte le tradizioni, tutti i miti, tutte le religioni, tutti o quasi tutti gli esseri umani" (P. Citati, "L'Occidente senza forza e l'esercito del terrore", Repubblica, 31 marzo 2004). E un altro grande scrittore, Mario Vargas Llosa, ha detto della civiltà occidentale: "il suo merito più significativo, quello che, forse, costituisce un ‘unicum' nell'ampio ventaglio delle culture mondiali... è stata la capacità di fare autocritica" (M. Vargas Llosa, "Occidente. L'agonia del paradiso", La Stampa, 18 aprile 2004).
Fare autocritica, ammettere gli errori, correggerli, punire chi ha sbagliato, è linguaggio e dovere laico. Riconoscere le colpe ed espiarle è espressione ed esperienza cristiana. Si può seguire l'una o l'altra strada, ma non possiamo dimenticarci chi siamo, chi vogliamo essere, chi dobbiamo essere. "La democrazia - ha scritto ancora Vargas Llosa - è un evento che provoca sbadigli nei paesi in cui esiste uno stato di diritto". Spero che non sia così. Ma se lo è, allora, io credo, dobbiamo cominciare a stropicciarci gli occhi e a svegliarci.
Marcello Pera




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