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Parla Gavino Sale, candidato alla presidenza della Regione per l’Irs
«Entriamo in Europa, ma da Nazione libera»
«L’indipendenza che vogliamo è il sogno intimo dei sardi»
Nel programma anche l’Università Mediterranea
Si definisce un guerriero. Guerriero di professione. Combatte contro chi ha relegato la Sardegna in un angolo dell’Italia, contro chi mistifica la storia. Teorizza una Repubblica sarda indipendente, vuole riscrivere la storia dell’Isola restituendole il ruolo che gli «italiani» le hanno scippato. Fosse per lui imporrebbe agli ipermercati di vendere solo prodotti sardi, definisce gli altri candidati alla presidenza «un anestetico» e il suo progetto «una scossa tellurica».
Gavino Sale, 48 anni, di Banari, perito agrario, studente di veterinaria, artigiano, guerriero per passione, è candidato alla presidenza della Regione per l’Irs, acronimo di Indipendentzia repubrica de Sardigna, il movimento che ha fondato otto mesi fa dopo l’uscita da Sardigna natzione.
A proposito, perché ha lasciato Sardigna natzione?
«Innanzitutto chiariamo una cosa: non c’è mai stata scissione. Irs è un progetto che riunisce una grande quantità di indipendentisti che non si identificavano più in Sardigna natzione indipendentzia».
Perché?
«Ci sono sempre state due anime, una sardista e l’altra indipendentista, il mio gruppo. C’è stato un momento in cui per noi non c’era più spazio. Così è nata l’esigenza di fare qualcosa di nuovo senza sfasciare niente. Sni è rimasta quella che è e coerentemente persegue il suo sardismo, noi abbiamo attinto dagli ex populu sardu, in ambito universitario, agropastorale. Gente che si identifica nel progetto di repubblica sarda indipendente senza intromissioni nel sardismo».
Perché non le piace il sardismo?
«Secondo noi l’ipotesi sardista è morta, ha già soddisfatto il periodo storico rivendicazionista. L’autonomia, ormai è chiaro, è un progetto decaduto, finito. Noi incarniamo una rottura concettuale col passato».
E che vantaggi avremmo dall’indipendenza?
«Noi vogliamo entrare in Europa da nazione libera come Malta, che ha 6 eurodeputati, come la Lettonia con un milione e mezzo di abitanti e 9 eurodeputati, come la Slovenia e altri».
Un’idea che sostiene anche Mario Floris. C’è proprio bisogno di proclamare lo stato indipendente?
«La differenza è che Floris accetta l’idea di sottostare allo Stato italiano, noi in nessun modo. Un conto è accettare il fatto di essere periferia d’Italia e d’Europa un altro è fare irruzione politica nel mondo. Noi non pretendiamo che l’indipendenza sia riconosciuta dall’Italia, ma vogliamo far sapere al mondo che nel Mediterraneo esiste una nazione libera, non una sottoregione, come emerge nell’ipotesi unionista. Malta non è periferia dell’Italia ma a gran titolo siederà tra i grandi».
Quindi Malta è il vostro modello di Stato indipendente?
«Il nostro modello sono tutte le nazioni che si sono liberate. Infatti appoggiamo tutte le lotte di liberazione dei popoli oppressi».
Come si arriva al vostro obiettivo, decisamente ambizioso?
«Con la lotta politica rigorosamente non violenta. Come ha fatto il Quebec che con un referendum si sta avviando all’indipendenza sostanziale, come Timor est o la Repubblica Ceca che si è separata dalla Slovacchia. Per realizzare questo obiettivo occorre creare una coscienza nazionale. Dobbiamo prendere coscienza di noi, di chi siamo, sapere che la nostra storia è stata nascosta dalla storia italiana, che è necessario riscriverla anche alla luce di nuovi studi come quello di Sergio Frau».
Nei programmi, come si concretizza la vostra esigenza di indipendenza?
«C’è un punto del nostro programma che propone la creazione in Sardegna dell’Università Mediterranea, un’Università statale che sia un centro di aggregazione di tutti i popoli mediterranei che esprimono una cultura e rielaborano in termini moderni cinque secoli della nostra storia. Ci lavoreremo con Cipro, Algeria, Tunisia, Grecia e altri, sarà un vulcano di rielaborazioni che si confronteranno con la cultura dominante anglosassone in un rapporto dialettico di confronto. Ecco, quella è la nostra direzione. Un concetto nuovo che ci porterebbe ad acquisire centralità, non solo economica, all’interno del Mediterraneo».
Altri punti cardine del vostro programma?
«L’insegnamento della storia sarda a scuola è un punto fondamentale. Da lì parte la nostra presa di coscienza. È chiaro che si scatenerà una grande discussione su come riscrivere la storia della Sardegna: se è corretto il nostro punto di vista di nazione libera o sia meglio quella che studiamo ora dove nella storia d’Italia la Sardegna non compare nemmeno e dove non si fa cenno al periodo Giudicale arborense dove c’era la Repubblica sardisca. Sapete che cosa dicono i migliori testi italiani? Che c’erano gli arabi: è falso».
È vero che vorreste imporre alla grande distribuzione di vendere prodotti sardi?
«Sì. Forzeremo tutta la grande distribuzione all’acquisto e alla vendita dei prodotti sardi, che sono più sani a parità di costo, per riappropriarci di quella fetta di mercato che in questi ultimi anni ci hanno usurpato le multinazionali con la complicità dei politici sardi. Le dò un dato: il settore agropastorale ovino produce 1000 miliardi di lire, il mercato della carne è quantificato in 5000 miliardi. Ci sono pochi grossisti italiani che fanno il bello e il cattivo tempo. Riappropriandoci di quella fetta di mercato faremmo schizzare del 28% il Pil».
Ma del mercato non ci si riappropria proclamando l’indipendenza.
«No, ma ci si può riappropriare della libertà. E vorrei anche sfatare il luogo comune che è l’Italia che ci mantiene da 100 anni. Falso: secondo i dati della fondazione Agnelli elaborati anche da Piergiorgio Pira, un commercialista di Nuoro, e dal nostro centro studi composto da cinque universitari, l’Italia porta via dalla Sardegna 19 mila miliardi all’anno e ne restituisce 9.500. Quindi c’è un disavanzo di circa 10 mila miliardi. Dunque anche dal punto di vista economico l’indipendenza per noi è pagante; ma anche se non lo fosse noi siamo disposti a mangiar patate per altri 5 anni pur di essere liberi. Ciò che noi stiamo facendo è tirar fuori il sogno intimo di un popolo».
Forse di una minoranza...
«Guardi, in questa campagna elettorale molte più persone di quante ce ne aspettassimo approvano il nostro progetto anche se ci dicono che è difficile da realizzare. Lo sappiamo, ma vediamo che questa gente si commuove all’idea che finalmente si rompa la catena e si faccia irruzione nel mondo».
Non sembra che l’indipendentismo sia di moda, semmai il sardismo.
«È vero, tutti si spruzzano il profumo di sardismo perché dà un tocco folk. Ma sfido questa gente ad andare alla sostanza. Dicano se vogliono o no la repubblica sarda indipendente».
Certo che non la vogliono.
«Chiaro, i quattro candidati alla presidenza della Regione sono l’anestetico da spruzzare per mantenere lo status quo per altri cinque anni. Io invece credo che oggi sia necessario dare una scossa tellurica alle coscienze e alle sensibilità che in Sardegna sono presenti in grande quantità. Il nostro grande merito è aver innescato un processo storico irreversibile che sta andando a maturazione verso la Repubblica sarda indipendente».
Come definisce i suoi avversari?
«Meccanici di un motore rotto, fuso. Noi stiamo costruendo un motore nuovo».
Alla luce di questo ottimismo, che risultato vi prefiggete?
«Il clima è buono. In otto mesi abbiamo fatto nascere un nuovo movimento, ci siamo fatti conoscere per le nostre battaglie, da Porto Torres alle scorie nucleari e chimiche, dalle battaglie dentro il poligono di Quirra alla difesa dei pastori e siamo riusciti a candidarci in tutti i collegi. Per la prima volta nella storia moderna si parla di un progetto chiarissimo di liberazione senza mezzi termini e senza compromessi alcuni. La campagna elettorale serve anche come amplificatore del nostro progetto e sappiamo che la nostra idea sta dilagando in tutti i ceti sociali».
Se arrivasse in consiglio quale sarebbe la prima cosa che farebbe?
«Non vorrei neanche una lira, darei tutti i soldi al movimento. Credo che per tutti sia giunto il momento di dare».
In che senso?
«Questa terra ha grande necessità che qualcuno dia. È tempo di smetterla di prendere, saccheggiare, vendere. Questa è l’inversione di rotta che Irs vuole imporre a questa terra. Ma lo sa che si sono venduti anche il vento alle multinazionali delle pale eoliche? Ma noi ci riprenderemo il nostro vento. E la nostra libertà»
Fabio Manca
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