Il dibattito alla Camera sul ruolo Onu in Iraq
Scambio di posizioni che depotenzia la sinistra
Sergio Soave
Non è ancora una svolta, ma quella che Silvio Berlusconi ha portato a casa dal suo viaggio in America è la speranza che una svolta nella tragica situazione dell'Irak si possa concretamente realizzare. A questa speranza, che rappresenta anche obiettivamente una profonda correzione dell'autosufficienza precedentemente vantata dalla coalizione presente in Irak, Berlusconi ha legato l'impegno politico e militare dell'Italia. Era quello che le forze principali dell'opposizione chiedevano qualche settimana fa. Ora però non lo considerano più sufficiente e si sono attestate sulla richiesta, da sempre avanzata dall'ala sinistra dell'opposizione, di ritiro immediato delle truppe.
Questo spostamento repentino ha consentito al governo di attestarsi sulla posizione di sostegno alla centralità delle Nazioni Unite senza l'affanno di doversi spiegare troppo rispetto ad atteggiamenti precedenti. Per la verità Piero Fassino e Francesco Rutelli hanno cercato di sottolineare questa contraddizione, ma naturalmente il carattere della loro critica era nel frattempo divenuto sostanzialmente propagandistico, nel quadro di una posizione di aperta sfiducia sulle possibilità di successo delle iniziative dell'Onu.
In questa situazione i dubbi che serpeggiavano in alcuni settori della maggioranza si sono volatilizzati, e persino la Lega, che aveva tenuto a mantenere distinta la sua posizione, si è precipitata ad aderire a quella unitaria della Casa delle libertà.
Le ragioni che hanno indotto Berlusconi a spostare l'asse della politica italiana (e di contribuire a un'analoga evoluzione, ancora assai contrastata, di quella americana) verso una scelta multilaterale sono abbastanza intuibili. Nascono dalle crescenti difficoltà sul campo e dall'esigenza di correggere un'impostazione che rischia di impantanarsi. La sua riluttanza a riconoscere i tratti di discontinuità nella propria politica è stata agevolata, nell'occasione, dalla discontinuità macroscopica operata dall'opposizione.
Che cosa, invece, abbia portato quest'ultima a un mutamento di rotta così netto, non è pienamente comprensibile. Molti osservatori hanno attribuito questo comportamento alla difficoltà a reggere, su una complessa linea di responsabilità internazionale, la concorrenza di una sinistra estrema arroccata su uno slogan di facile presa propagandistica. Può darsi che questa sia la ragione immediata, ma i leader riformisti sanno bene che se non si riesce a far prevalere il ragionamento politico sulle passioni elementari, per loro non ci sarà mai spazio. Era questo, peraltro, il senso dell'esortazione di Giuliano Amato, che dopo la svolta in direzione opposta alle sue opinioni si è chiuso in un silenzio, si dice, pieno di delusione.
Forse, invece, la causa vera è più profonda e risiede nella convinzione che la situazione in Irak sia assolutamente irrimediabile, e che quindi sia inutile impegnarsi nella ricerca di soluzioni comunque destinate al fallimento. Se fosse così si assisterebbe a uno scambio di ruolo quasi paradossale. Chi finora è apparso poco impegnato nella ricerca di una soluzione politica, nell'illusione che quella militare fosse sufficiente, si affida ora a una strategia prevalentemente politica, mentre chi l'aveva rivendicata dal primo giorno, oggi mostra di non crederci più.
Naturalmente saranno gli avvenimenti futuri a dimostrare chi avrà avuto ragione. Il dibattito parlamentare di ieri, al di là delle esasperazioni polemiche, ha rappresentato questo dilemma, un dilemma reale che corrisponde, per una volta, a quello che si domandano con angoscia gli italiani.
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