Turbamenti di Guevara

Applausi per «I diari della motocicletta»

ROBERTO SILVESTRI

CANNES
La parola che dice «passato» è «dopo»; quella che dice «futuro» è «prima». Jean-Luc Godard riprende, in Notre music, questo ribaltamento concettuale sumero (ci assicura), ma niente affatto passatista. Perché il tempo è, all'orientale, circolare e reversibile e la stessa tecnologia occidentale lo pratica: si pensi a come usiamo oggi, spesso capovolti, i «capitoli» dei film in dvd. Walter Salles, il più premiato, popolare e esportabile regista brasiliano (un terzo cinema novo, un terzo Hollywood, un terzo cinema d'autore: mescolare bene, mai shakerare e sarà cinema sallesiano), ha interpretato istintivamente quella suggestione, affrontando in I diari della motocicletta (in gara ieri ma già al Sundance, e applausi pesanti, alle fine) i dolori e le gioie di un famoso viaggio di formazione del 1952 (oltre 12 mila km) in moto e in autostop, lungo tutta l'America iberica, che trasformò un delicato rampollo della borghesia colta di Baires in un pericoloso rivoluzionario.

Ma i turbamenti del giovane Guevara come possono diventare cinema del passato, dunque del dopo? Come togliere quell'icona dalle bandiere degli ultrà di oggi e socializzarne le nuove stratificazioni concettuali anche agli ultrà di «prima», quelli che per primi «raccolsero il suo fucile»? Come far diventare il tutto moltitudine indocile di domani? Bisognerà ricorrere al patrimonio iconografico realista, meglio se a quello del «maggio francese» («siate realisti, chiedete immagini impossibili»), al divo messicano Gael García Bernal, che «sfonda ogni schermo», non solo gay, a Robert Redford, ai soldi inglesi, all'antimedicina e all'antipsichiatria anni settanta, all'entusiasmo italiano contagioso di Minà (autore di un indispensabile making of) e al ritmo «mambo-tango», alla bastardaggine musicale che solo un tropicalista brasileiro può congegnare, senza provocare né ansia né acidità di stomaco.

Allora, due amici su una Norton 500 del 1939: un 23enne di Buenos Aires, laureando in medicina e gravemente asmatico, e il suo amico 29enne, concittadino e biochimico. Sono Ernesto «Fuser» Guevara, poi soprannominato dai cileni «Che» per quel certo modo buffo, all'argentina, di cadenzare lo spagnolo e che tutti si godranno nel doppiaggio italiano (Guevara morirà in Bolivia a 40 anni, ma chi lo ha ucciso è più morto e anonimo di lui) e Alberto Granado, curioso estroverso corpulento donnaiolo, nonché «primo pilota», e futuro scienziato che oggi, 82enne, vive a Cuba, la piccola e imperfetta ouverture di una grande utopia panamericana e tricontinentale che i due amici ascoltarono, e con tutti i sei sensi, grazie a quel viaggio.

Guevara e Granado vorrebbero festeggiare i 30 anni di Alberto in Venezuela, ma la vecchia moto, la Poderosa, li tradisce dopo le prime picaresche avventure tra Bariloche e Valparaiso. Cadute, traversate lacustri, visioni da cartolina, spinte faticose del catorcio in panne, neve, deserto, poesie declamate (di Lorca? O di Neruda?), venti turbinosi e tenda perduta, crisi d'asma per Ernesto, litigi, fine soldi, corteggiamenti fatali e «amori tra cugini».

Il viaggio si fa via via meno road movie frivolo, e più road map accorata. Gli indios e loro segreti, le rovine andine di futuristica ingegneria, i contadini a cui strappano tutto, come fossero «palestinesi qualunque», le compagnie multinazionali che già li trasformano in minatori a costo zero e ovviamente, in comunisti. E soprattutto il lebbrosario di San Pablo nel Perù amazzonico, metafora perfetta della produzione industriale e obbligata di «ultimi degli ultimi»: come curare l'infezione finale e come bloccarla per sempre? Basta la solidarietà compassionevole delle suore e dei neo-con o ci vogliono molto più dei «neo-com»? La questione agraria. La centralità dei nativi. L'unità del continente «dal basso», il terrorismo egemonico, la lotta armata solo quando indispensabile... Come far rivivere nel futuro Tupac Amaru, Martì, Sandino e Maria Lionsa? Come far vincere gli Inca, contro gli inca-paci colonialisti spagnoli e i neocolonialisti onnivori e obesi? Le domande che un Guevara magro, «fuser», ancora imberbe e ingenuo «scopritore dell'America» si fa, prima di diventare «El Che», ricevendo le prime risposte sincere, precise e dal basso. Curiosamente anche da una giovane lebbrosa, probabile suicida, perché, come nel film di Godard, la vita «è un soddisfacente strappare alla morte ogni respiro. Ma la morte è tutt'altro. La vita esiste. La morte no». E Guevara, molto asmatico, soffre l'aria dei tempi proprio come tutto il suo popolo.

Nel futuro, Lula e Chavez presidenti o i magistrati cileni anti-Pinochet o Fidel dalle sue ville sapranno porre le stesse domande agli operai argentini che occupano le fabbriche svendute da Menem, ai balseros furiosi e ai minatori e contadini boliviani in autogestione? Avranno voglia insieme di dare risposte sempre più inedite, creative e imbarazzanti per l'avversario? O si arrenderanno senza combattere, come i partiti comunisti di tutta l'America Latina ingabbiati pure dalla «coesistenza pacifica»?

Quando Salles ha trascritto cinematograficamente, con l'aiuto visibile (soprattutto negli ultimi 20', turbinosamente emozionanti) di Ettore Scola, I diari della motocicletta, non sapeva del progetto di Terence Malik (ora Steven Soderbergh) su Guevara. Ora non vediamo l'ora del sequel. Guevara 2, la vendetta. Però. Parte dei proventi del film di Salles andranno alla fondazione «Che Guevara», L'Avana. Anche parte dei proventi del prossimo film dovrebbero raggiungere la controversa isola. In fondo figli e nipoti del Che sono piuttosto in credito, quanto al «logo».