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    Predefinito "Uniti Nell'Ulivo-LaburistiPSE-Repubblicani Europei"






  2. #2
    Obama for president
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    intervista esclusiva a tony blair

    1. Signor Blair, lei è uno dei principali sostenitori della necessità di modernizzare la sinistra. Basandosi sull’esperienza britannica, quali sono, o dovrebbero essere, le linee guida di una trasformazione così radicale?

    Quel che dobbiamo fare è modellare le nostre politiche sui bisogni, le priorità e le ambizioni della gente che rappresentiamo. Questo non significa abbandonare i nostri valori tradizionali: i valori del centrosinistra – solidarietà, giustizia sociale, tolleranza, democrazia e internazionalismo – sono oggi più importanti e rilevanti che mai. Credo anche, a proposito, che questi valori siano condivisi dalla maggior parte delle persone per bene in Gran Bretagna, in Italia e nel resto dell’Europa. E’ necessario, tuttavia, innovare il modo con cui mettiamo in pratica questi principi, per riuscire a raggiungere l’obiettivo di garantire sicurezza e opportunità per tutti.

    Visti cambiamenti radicali a cui è andato incontro il mondo negli ultimi cinquant’anni, dovrebbe essere ovvio che il modo in cui agiamo deve cambiare anch’esso, se vogliamo essere efficaci. La sinistra italiana se n’è accorta quando il Pci si trasformò nel Pds, e più tardi quando diede vita alla coalizione dell’Ulivo. Ecco, dobbiamo avere il coraggio di cambiare. Non mi nascondo la difficoltà della sfida, ma credo che la storia dimostri che il centrosinistra ha sempre ottenuto risultati migliori quando è stato audace.

    Lasciate che faccia un esempio relativo alla riforma dei servizi pubblici, che in Gran Bretagna è la principale priorità del governo del Labour. Nel 1945 un grande governo laburista e riformatore affrontò l’immensa sfida dell’epoca costruendo il National Health Service (il Servizio Sanitario Nazionale) e il sistema di welfare. I servizi centralizzati e universalistici che ne nacquero, basati sui bisogni anziché sul censo, diedero tranquillità e opportunità, a dir poco, a milioni di persone. Questo resta il più importante risultato mai ottenuto dal nostro partito quand’è stato al governo.

    Ma ciò che era giusto per il 1945 non necessariamente resta valido per il nuovo secolo. Così, mentre ovviamente i cittadini continuano a fare affidamento su un sistema sanitario pubblico e restano fedeli al principio che questo debba basarsi sui bisogni e non sul censo, oggi non sono più soddisfatti da un servizio standardizzato e indifferenziato. Vogliono servizi pubblici che si attaglino maggiormente ai loro bisogni di consumatori e cittadini; vogliono servizi di qualità, ovunque vivano, li vogliono accessibili, e vogliono avere una maggiore possibilità di scelta. Quanto agli operatori dei servizi, non vogliono che tutto ciò che fanno sia dettato centralmente, ma vogliono avere la libertà di innovare e di elevare gli standard offerti. Noi dobbiamo usare la loro esperienza, e fidarci delle loro capacità.

    In sintesi, dobbiamo costruire sui nostri successi passati e rimodellare i nostri servizi pubblici di modo che vadano incontro ai nuovi bisogni e alle nuove ambizioni, e al tempo stesso continuare a garantire una copertura universale. Nel nostro sistema sanitario, per esempio, negli ultimi cinque anni abbiamo introdotto nei centri cittadini gli ambulatori privati dove si può andare senza appuntamento, una guardia medica telefonica attiva 24 ore su 24, e stiamo sperimentando nuovi sistemi di prenotazioni ospedaliere – tutti modi per mettere il paziente al centro del sistema. Alcune di queste innovazioni possono sembrare scontate in Italia, ma per la sanità britannica si è trattato di miglioramenti radicali.

    2. Tra i punti più controversi di dibattito c’è la tematica del lavoro: se cioè la sinistra debba promuovere una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, o difendere – se non addirittura espandere – le grandi conquiste fatte in passato dalle socialdemocrazie in termini di tutela del posto di lavoro, di legislazione del lavoro e di potere sindacale. Quali politiche dovrebbe perseguire, a suo avviso, la nuova sinistra?

    Non capisco bene dove stia la controversia. Non credo sia un gran risultato per la socialdemocrazia – o per chiunque altro – garantire alti tassi di disoccupazione e bassa crescita.

    Il problema è trovare il giusto equilibrio fra la protezione di chi lavora, la creazione di posti di lavoro di qualità e ben pagati, e il dare alle persone la possibilità di occuparli con successo. Dopo tutto, ci sono poche ingiustizie sociali più gravi del negare a qualcuno un lavoro. Il modo migliore per distribuire la ricchezza, combattere l’esclusione sociale e accrescere l’autostima e il coinvolgimento nella società, è creare posti di lavoro. E’ per questo che l’impresa e la giustizia sociale sono state le forze trainanti del governo laburista in Gran Bretagna.

    Peraltro, non possiamo neppure ignorare l’impatto della globalizzazione sulle nostre economie e sui nostri paesi. La globalizzazione è un fatto, non una scelta. Ma questo non significa che dobbiamo sposare politiche ultra-liberali o thatcheriane. La scelta è tra adagiarsi e lasciare la gente alla mercé dei potenti cambiamenti messi indotti dalla globalizzazione, come vorrebbe la destra, o aiutare e sostenere i nostri cittadini ad adattarsi ai cambiamenti e insieme a cogliere le opportunità che questi impongono.

    Io credo che compito del centrosinistra sia sostenere le persone in una fase di reali incertezze, e aiutarle a trovare un lavoro soddisfacente. E questo, naturalmente, significa aiutare a creare le condizioni perché le aziende fioriscano e creino posti di lavoro, mentre un mercato del lavoro eccessivamente rigido può invece danneggiarle. Le pur difficili decisioni che abbiamo preso per garantire stabilità all’economia, hanno aiutato in Gran Bretagna la creazione di un milione di nuovi posti di lavoro dal 1997 a oggi. Accanto a ciò, però, abbiamo introdotto regole efficaci per garantire una concorrenza leale e tutelare lavoratori e consumatori.

    Altro punto cruciale è mettere una maggiore enfasi sulla formazione scolastica e professionale. Introducendo l’aiuto personalizzato reso disponibile dal New Deal, per esempio, abbiamo ridotto del 75% la disoccupazione giovanile di lunga durata.

    Infine, bisogna garantire una serie di standard minimi sul lavoro. A volte si dimentica che è stato questo governo, al termine di una campagna durata un secolo, a introdurre per la prima volta un salario minimo legale e miglioramenti nelle protezioni per i lavoratori dipendenti, compreso l’innalzamento del sussidio di maternità e il diritto alle ferie pagate – di nuovo, per la prima volta nella storia britannica. Abbiamo inoltre dato ai nostri sindacati nuovi diritti, a partire da quello al riconoscimento giuridico. Queste non sono azioni da governo neo-liberale e di destra.

    Chi accusa di tradimento chiunque nel centrosinistra adotti politiche favorevoli al mercato, deve spiegare ai nostri elettori come loro e le loro famiglie possono trarre vantaggio da una disoccupazione alta. Non possiamo permetterci di restare prigionieri di idee vecchie, o di interessi che, da destra o da sinistra, si oppongano al cambiamento.

    3. Alle elezioni del 2001 il Labour si presentò con un programma coraggioso che proponeva di alzare le tasse per finanziare la scuola e la sanità pubblica, mentre il resto del mondo si crogiolava nella speranza di ridurre la pressione fiscale. Il vostro era solo un tentativo di mitigare le conseguenze specifiche del thatcherismo, o espandere i servizi pubblici può diventare una delle caratteristiche politiche della nuova sinistra anche altrove?

    Sotto la guida del New Labour la Gran Bretagna resta, in base agli standard europei, un paese a bassa imposizione fiscale. Perché noi crediamo che una tassazione bassa aiuti a generare crescita, lavoro e ricchezza.

    Siamo altresì convinti, però, che i servizi pubblici siano vitali più che mai per raggiungere gli obiettivi del centrosinistra. E non c’è dubbio che per decenni ai servizi pubblici britannici siano stati negati gli investimenti necessari. Gli stessi elettori, in Gran Bretagna, lo hanno riconosciuto. Per questo erano pronti a sostenere un partito che prometteva investimenti nei servizi pubblici al posto di insostenibili riduzioni fiscali.

    Tuttavia, era altrettanto importante che riuscissimo a dimostrare di saper gestire l’economia con competenza. Il risultato delle scelte ardue che abbiamo compiuto nei nostri primi anni al governo, scelte a volte impopolari a sinistra, è che l’inflazione, i tassi d’interesse e la disoccupazione sono più bassi che negli ultimi decenni. E questo ci ha consentito di disporre di maggiori risorse per migliorare i servizi pubblici, anziché dover fare i conti con bilanci in perdita.

    L’ultimo punto fondamentale, però, è che l’elettorato deve potersi fidare del fatto che queste risorse aggiuntive siano utilizzate per migliorare i servizi pubblici dalle fondamenta. Per questo è essenziale che gli investimenti si accompagnino alle riforme. Se vogliamo trasformare i nostri servizi, le due cose devono andare insieme.

    4. Da quando lei è al governo il coinvolgimento britannico in iniziative militari – dalle operazioni di polizia internazionale alle guerre umanitarie – è diventato più frequente. E’ solo il risultato della crescente instabilità internazionale, o una svolta di politica estera, segno di un una rinnovata dottrina internazionalista? E in questo secondo caso, come risponde a chi sottolinea come la cosiddetta comunità internazionale abbia la tendenza di scegliersi i nemici solo in aree vitali per gli interessi occidentali, mentre le atrocità che avvengono altrove (Rwanda, Myanmar…) non vengono mai affrontate?

    E’ senz’altro vero che la comunità internazionale non ha agito con sufficiente decisione in Rwanda, e io stesso ho detto pubblicamente in più occasioni che spero sapremo agire diversamente se dovessimo trovarci di nuovo di fronte a una situazione di questa gravità. Ma la Gran Bretagna, per esempio, è intervenuta direttamente in Sierra Leone per sostenere il governo democraticamente eletto nel corso di una nuova, orribile guerra civile. Lo abbiamo fatto perché era giusto, non perché fosse un’area vitale per gli interessi occidentali.

    Più in generale, credo che la spiegazione del maggior coinvolgimento al di fuori dei confini, non solo nostro ma di molte altre nazioni, stia nella maggior consapevolezza del fatto che il mondo è più interdipendente di quanto non lo sia mai stato in passato, e che l’instabilità o la fame in una parte del globo possono velocemente produrre conseguenze anche nei nostri stessi paesi. A modo loro, i terrificanti attentati terroristici dell’11 settembre negli Stati Uniti sono stati una conseguenza del precedente disimpegno del mondo verso l’Afghanistan. Quello stesso disimpegno aveva anche fatto sì che l’Afghanistan diventasse la principale fonte dell’inondazione di eroina in Gran Bretagna e nel resto d’Europa. Insomma, esito delle guerre civili o delle crisi umanitarie non sono solo la tremenda perdita di vite umane o le immani sofferenze della popolazione, ma anche l’enorme numero di profughi che attraversano le frontiere. Per cui farsi coinvolgere nel tentativo di porre una soluzione a queste crisi non è solo giusto in linea di principio, ma è anche nel nostro interesse.

    5. Spesso il governo britannico è stato al centro delle critiche per la sua fedeltà agli Stati Uniti. Ritiene che anche gli altri paesi europei debbano partecipare maggiormente che in passato agli interventi militari all’estero?

    Non credo certo di dovermi scusare del fatto che la Gran Bretagna sia considerata una buona amica degli Stati Uniti. Un forte legame tra i nostri due paesi è nell’interesse di entrambi, ed è anche, credo, nell’interesse dell’Europa e della comunità internazionale più vasta. I valori fondamentali dell’America – democrazia, libertà, tolleranza e giustizia – sono comuni anche alla Gran Bretagna e all’Europa, e attorno a essi stiamo costruendo una partnership globale. Ragion per cui credo che la nostra amicizia con l’America sia un elemento di forza, come lo è la nostra appartenenza all’Unione europea.

    A questo proposito credo inoltre che ci sia una generale consapevolezza della necessità dei paesi europei di modernizzare e migliorare i propri strumenti di difesa. In questo modo possiamo assicurare un più forte contributo europeo alla gestione delle situazioni di crisi, all’interno della Nato come nelle situazioni dove la Nato non è coinvolta.

    6. Spagna, Italia, Austria… Più recentemente Danimarca, Francia e Olanda. Che insegnamento deve trarre la sinistra europea dall’imponente ritorno sulla scena dei partiti conservatori?

    E’ curioso: appena un paio di anni fa nelle interviste mi toccava rispondere a domande sul motivo dello straordinario ascendente del centrosinistra in Europa… Peraltro non dobbiamo dimenticare che il cancelliere Schroeder ha appena ottenuto la rielezione in Germania, così come Goran Persson in Svezia, e che Olanda e Austria stanno per tornare a votare – due paesi dove i populisti di destra hanno mostrato il loro vero volto. Insomma, credo sia necessaria una certa cautela nel cercare insegnamenti di carattere generale da quelli che restano specifici panorami elettorali di ciascun paese.

    C’è però, forse, una lezione che riguarda tutti i partiti di centro – che siano o meno al governo – ed è che non dobbiamo mai dare per scontato l’elettorato, né aver paura di cambiare. Credo sia anche folle da parte nostra evitare di prendere in considerazione i timori collettivi nei confronti dei comportamenti anti-sociali, della criminalità o dei profughi. La sfida sta proprio nella capacità di modellare politiche che siano coerenti con i nostri valori e che insieme siano in grando di affrontare queste paure.

    7. Lei ha personalmente incontrato, in più di una occasione, l’uomo che i militanti della sinistra italiana detestano con maggior trasporto: Silvio Berlusconi. Che opinione si è fatto dell’uomo e della sua leadership politica?

    Come primo ministro del Regno Unito è previsto che io lavori costruttivamente con i rappresentanti eletti di tutti i nostri partner europei, e questo è esattamente quel che faccio con Berlusconi. Spetta agli italiani, non a me, scegliersi il primo ministro.

  3. #3
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    UMILTA' E AUSTERITA' PER GOVERNARE, UNA DONNA COME VICEPREMIER

    (di Javier Fernandez)



    (ANSA) - MADRID, 26 MAR - ''E' giunta l'ora dell'istruzione pubblica e della ricerca, del rispetto radicale delle opzioni sessuali, l'ora della Tv pubblica di tutta la societa', del

    combattimento senza tregua contro il maschilismo criminale'': cosi' ha riassunto oggi Jose' Luis Rodriguez Zapatero la scommessa del futuro governo del Psoe per cambiare la societa'

    spagnola. Acclamato dai suoi compagni di partito alla prima riunione del Comitato Federale socialista dalla vittoria nelle urne, Zapatero ha lanciato oggi la sfida di una risposta politica alle questioni sociali che preoccupano gli spagnoli, a cominciare dalla violenza domestica, diventata una vera emergenza nazionale per l'opinione pubblica del paese. Inevitabilmente allineato su una politica economica di continuita' rispetto all'era Aznar - incarnata dallo sbarco a Madrid del commissario Ue Pedro Solbes - il leader socialista punta molto su un approccio laico alle questioni della societa', un segnale che sicuramente non passera' inosservato, per esempio, ai responsabili della Chiesa cattolica spagnola. Unioni gay, ricerca sugli embrioni congelati, politica attiva di promozione dell'uguaglianza di opportunita' fra i sessi, ma prima di arrivare ai contenuti Zapatero ha voluto anzitutto dare un ritratto del carattere, prima che del programma,dell'esecutivo che presidera'. ''Bisogna contare con i cittadini, governare con la gente'', perche' ''quando i governanti procedono dando le spalle al

    popolo, finiscono sempre indietro, e a volte di pessimo umore'', ha detto il leader socialista, in una delle molte allusioni nel suo discorso ai motivi della sconfitta del Partito Popolare (Pp)

    di Jose' Maria Aznar. Zapetero propone ''l'umilta' nel governare'' e dice ai suoi compagni di partito - nonche' ai futuri ministri seduti in platea, come Jose' Bono (Difesa) e Jesus Caldera (Lavoro) - che ''dobbiamo comportarci con austerita', e non voglio dire solo austerita' nella spesa'', ma anche ''austerita' nelle forme e nei comportamenti, nella vita personale e in quella istituzionale''. A questo cambiamento di ''talante'' (atteggiamento), di cui tanto si e' parlato in questi giorni nei media spagnoli, si aggiunge anche quello nel contenuto: il leader socialista ha anticipato ''una politica estera che ci riportera' in prima linea nella costruzione europea, nella legalita' nel segno delle Nazioni Unite, e nei nostri vincoli preferenziali con

    l'Iberoamerica''. In materia di lotta al terrorismo, Zapatero e' stato particolarmente duro, definendo ''semplicemente indecente'' l'ipotesi di una vittoria elettorale socialista dovuta a un

    ''popolo spagnolo vigliacco'' davanti alla minaccia terrorista rappresentata dalle stragi di Madrid, tre giorni prima del voto. ''Noi spagnoli sopportiamo i colpi del terrore da molto

    tempo'', ha detto il futuro premier, aggiungendo che i suoi connazionali ''non cedono al panico, scendono in piazza per esporre il proprio viso contro il terrore, scendono in piazza

    per riaffermare il loro appoggio alla democrazia'', sottolineando che dopo le stragi dell'11 marzo ''se una cosa e' stata chiara e' che il comportamento degli spagnoli e' stato semplicemente eroico''. Ma la vera eroina del giorno nel campo socialista non era

    presente per seguire il discorso di Zapatero davanti al Comitato Federale del Psoe, semplicemente perche' non ha la tessera del partito: si chiama Maria Teresa Fernandez De Vega, e sara' molto probabilmente la prima donna vicepremier spagnolo. E non un vicepremier qualsiasi: a credere alle informazioni pubblicate oggi dalla stampa madrilena, Fernandez De Vega sara' prima vicepremier, e - tenendo in conto l'aspetto prettamente

    economico dell'incarico del secondo vicepremier, Solbes - sostituira' a Zapatero nelle mansioni di capo del governo, diventando cosi' la prima donna che presiedera' una riunione del gabinetto al Palazzo della Moncloa. Nata a Valencia (est del paese) nel 1949, ex magistrato e giurista esperta in diritto del lavoro e diritti umani, Fernandez de la Vega e' stata sottosegretaria alla Giustizia nell'ultimo governo socialista presieduto da Felipe Gonzalez,dal

    1994 al 1996, ed e' stata eletta deputata a Madrid, dopo che nella scorsa legislatura era stata eletta a Siviglia. Un magistrato progressista e anzitutto donna al posto di vicepremier sara' dunque la prima innovazione del governo di Zapatero, deciso a fare della liberalizzazione della vecchia Spagna cattolica una delle battaglie del suo esecutivo

  4. #4
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    FRANCOIS MITTERAND

    di Luca Molinari

    François Mitterand nasce nel sud ovest della Francia, nella cittadina di Jarnac, nel 1916, durante la battaglia di Verdun, una delle più sanguinose della Prima Guerra Mondiale. In questa piccola località della provincia profonda della Francia frequenta scuole cattoliche e inizia la sua attività politica nella Croix de feu (Croce di Fuoco), organizzazione della destra francese antitedesca, ma non antisemita. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale è nell’esercito francese e viene catturato dai tedeschi e deportato in Germania da dove tenterà di fuggire, senza risultati, un paio di volte: solo al terzo tentativo riesce a raggiungere Parigi dove diventerà un ufficiale del governo collaborazionista di Vichy fondato e guidato dal Maresciallo Pètain.

    Sono questi anni oscuri della biografia del futuro presidente socialista, durante i quali matura una rapida conversione verso gli ideali della sinistra repubblicana e socialista. A partire dal 1942, dopo un incontro con il generale Charles De Gaulle, entra a far parte delle fila della Resistenza francese, come testimoniato dallo stesso generale. Nel 1943 è a capo di una rete spionistica in supporto logistico ai partigiani e comincia ad organizzare una fitta ragnatela di rapporti all’interno della pubblica amministrazione con il fine di organizzare gli organi burocratici e periferici della Francia in vista della quasi imminente liberazione assicurando la fiducia di funzionari, burocrati e prefetti alla nuova repubblica francese, la Quarta della storia del paese transalpino, di cui sarà uno dei più importanti esponenti politici alla guida di un piccolo partito radicalsocialista, l’Union democratique et socialiste de la Resistence (Unione democratica e socialista della Resistenza, Udgr), e ricoprendo importanti incarichi di governo. Nel 1947, a soli 31 anni, è il più giovane ministro di Francia avendo assunto il dicastero per gli affari dei reduci nei governi del socialista Paul Ramadier (Sfio) e del democristiano Robert Schuman (Mrp). Nel 1957, durante gli infuocati giorni della tensione con l’Algeria, ricopre la carica di Ministro degli Interni nel gabinetto guidato dal radicale Pierre Mendes-France (pronuncerà in questo ruolo la fatidica frase “Il solo negoziato possibile è la guerra, – che chiamerà semplicemente les evenements – poiché l’Algeria è Francia). Nel successivo governo guidato dal socialista Guy Mollet (Sfio) sarà Ministro di Grazia e Giustizia e, pur continuando ad opporsi alla separazione della Francia dall’Algeria, combatterà ogni violazione dei diritti umani perpetuata nel paese africano dalle autorità civili e militari francesi.

    Il perpetuarsi della crisi algerina e l’aggravarsi della situazione interna conducono alla fine della Quarta Repubblica ed all’avvento al governo del Generale Charles de Gaulle che, ottenuti i pieni poteri per 6 mesi (misura votata dal Parlamento con l’opposizione dei soli comunisti e di pochi altri deputati radicali e socialisti tra cui lo stesso Mitterand) e una volta concessa l’indipendenza all’ex colonia, riformerà dalle fondamenta lo stato francese in senso presidenzialista: nasce la Quinta Repubblica francese di cui Mitterand sarà fortemente avverso, tanto da definirla con lo sprezzante epiteto di “colpo di stato permanete”. L’avvento al potere di de Gaulle mettono in secondo piano la figura di Mitterand che diventerà strenuo avversario del generale tanto da sfidarlo nelle prime elezioni presidenziali a suffragio popolare diretto del 1965 come candidato delle sinistre. Contrariamente a tutte le previsioni ottiene un ottimo risultato: costringe de Gaulle ad un imprevisto ballottaggio nel quale, seppur sconfitto, ne esce avendo ottenuto un ragguardevole 45 % dei voti. Dalla sconfitta elettorale impara una lezione fondamentale: la sinistra francese, se vuole sconfiggere il de Gaulle e il suo partito, deve riorganizzarsi in un solo partito della sinistra non comunista e collaborare con lo steso Partito Comunista Francese cercando, però, di subentrargli nell’egemonia e nella guida dell’intera area progressista francese. Tale opinione si rafforza dopo il ’68, il famoso Maggio francese, tanto da condurlo nel 1971 alla fondazione di una nuova unica ed unitaria formazione partitica della sinistra francese, il Parti Socialiste (Partito Socialista, Ps) che, nato dalle ceneri della vecchia Sfio, con l’innesto di elementi tradizionalmente socialisti, radicali e repubblicani (come il Psu di Rocard, il Ucgr di Savary e l’Ucgs di Poperan) e nuovi innesti di origine cristiano-sociale (come il futuro Ministro delle Finanze e Presidente dell’Unione Europea Jacques Delors), in un decennio condurrà François Mitterand alla conquista della più alta e importante tappa della sua già lodevole carriera politica, la conquista dell’Eliseo e con essa della Presidenza della Repubblica francese. La massima carica della Francia repubblicana, che gli era sfuggita nel 1965 contro de Gaulle e nel 1974 (e per soli 212.300 voti!) contro il candidato di centro-destra Valery Giscard d’Estaign, viene conquistata nel 1981 nel ballottaggio contro il presidente uscente Giscard d’Estaign. Una volta insediatosi all’Eliseo Mitterand avviò una politica di nazionalizzazioni in settori chiave dell’economia e di riforme a favore dei diritti sociali (riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e aumento del numero di giorni di ferie pagate) e civili (abolizione della pena di morte), ma le elezioni politiche del 1986 riportarono al governo una coalizione di centrodestra guidata da Chirac. Seguì il periodo detto della “coabitazione”, per la contemporanea presenza all’Eliseo di un socialista e al governo di un conservatore: Mitterand non perse occasione per opporsi e ostacolare l’azione di questo governo di cui non condivideva la linea politica. Le elezioni presidenziali del 1988 confermarono Mitterrand e costrinsero alle dimissioni Chirac (che, candidatosi contro il presidente uscente viene da questo scinfitto con il 54 % dei voti) che fu sostituito dal socialista Michel Rocard, cui nel 1991 è succeduta Edith Cresson.

    Dopo 14 anni di Presidenza della Repubblica Mitterand viene sostituito nel 1995 proprio da neogollista Jacques Chirach e muore dopo una lunga malattia lunedì 8 febbraio 1996.

    Si può legittimamente affermare che la Francia in questo dopoguerra sia stata rappresentata da de Gaulle e Mitterand, rappresentanti di due diverse concezioni della stessa “idea della Francia”, la grandeaur, secondo cui il bene della Nazione corrisponde al bene assoluto. Per il generale tale grandeaur corrispondeva alla tradizione conservatrice e bonapartistica della forza militare della Francia per cui era inevitabile una superiorità francese non solo nei confronti delle altre potenze europee, ma anche verso gli stessi Stati Uniti d’America. Per il Presidente socialista, invece, la grandezza della Francia discendeva direttamente dal mito rivoluzionario del 1789, dall’Illuminismo, da Voltaire e da Rousseau: la Francia sarebbe stata tanto più grande, quanto più grandi e più liberi sarebbero stati i francesi. Degno erede dei giacobini e del Fronte Popolare di Léon Blum, Mitterand seppe, tra molte contraddizioni e lati oscuri, rappresentare al meglio quella tradizione secondo cui “la Francia ha condannato gli uomini a vivere liberi”.

    Ultimo monarca repubblicano, ultimo re rosso, Mitterand è stato uno degli uomini più illustri e più importanti del secolo non solo per la Francia, ma anche per la democrazia e per la sinistra internazionale. Ha detto Giorgio Napolitano “Nella storia francese della seconda metà del secolo, la sua figura giganteggia accanto a quella di Charles De Gaulle. Alla sinistra egli ha dato l’esempio e l’apporto di una tenacia irriducibile nel perseguire e costruire la vittoria, l’insediamento al vertice dello stato, nel cuore dell’Europa. Senza di lui non sarebbe progredita, in una fase cruciale

  5. #5
    figo
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    In Origine postato da benfy
    intervista esclusiva a tony blair

    1. Signor Blair, lei è uno dei principali sostenitori della necessità di modernizzare la sinistra. Basandosi sull’esperienza britannica, quali sono, o dovrebbero essere, le linee guida di una trasformazione così radicale?

    Quel che dobbiamo fare è modellare le nostre politiche sui bisogni, le priorità e le ambizioni della gente che rappresentiamo. Questo non significa abbandonare i nostri valori tradizionali: i valori del centrosinistra – solidarietà, giustizia sociale, tolleranza, democrazia e internazionalismo – sono oggi più importanti e rilevanti che mai. Credo anche, a proposito, che questi valori siano condivisi dalla maggior parte delle persone per bene in Gran Bretagna, in Italia e nel resto dell’Europa. E’ necessario, tuttavia, innovare il modo con cui mettiamo in pratica questi principi, per riuscire a raggiungere l’obiettivo di garantire sicurezza e opportunità per tutti.



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    Visti cambiamenti radicali a cui è andato incontro il mondo negli ultimi cinquant’anni, dovrebbe essere ovvio che il modo in cui agiamo deve cambiare anch’esso, se vogliamo essere efficaci. La sinistra italiana se n’è accorta quando il Pci si trasformò nel Pds, e più tardi quando diede vita alla coalizione dell’Ulivo. Ecco, dobbiamo avere il coraggio di cambiare. Non mi nascondo la difficoltà della sfida, ma credo che la storia dimostri che il centrosinistra ha sempre ottenuto risultati migliori quando è stato audace.

    Lasciate che faccia un esempio relativo alla riforma dei servizi pubblici, che in Gran Bretagna è la principale priorità del governo del Labour. Nel 1945 un grande governo laburista e riformatore affrontò l’immensa sfida dell’epoca costruendo il National Health Service (il Servizio Sanitario Nazionale) e il sistema di welfare. I servizi centralizzati e universalistici che ne nacquero, basati sui bisogni anziché sul censo, diedero tranquillità e opportunità, a dir poco, a milioni di persone. Questo resta il più importante risultato mai ottenuto dal nostro partito quand’è stato al governo.

    Ma ciò che era giusto per il 1945 non necessariamente resta valido per il nuovo secolo. Così, mentre ovviamente i cittadini continuano a fare affidamento su un sistema sanitario pubblico e restano fedeli al principio che questo debba basarsi sui bisogni e non sul censo, oggi non sono più soddisfatti da un servizio standardizzato e indifferenziato. Vogliono servizi pubblici che si attaglino maggiormente ai loro bisogni di consumatori e cittadini; vogliono servizi di qualità, ovunque vivano, li vogliono accessibili, e vogliono avere una maggiore possibilità di scelta. Quanto agli operatori dei servizi, non vogliono che tutto ciò che fanno sia dettato centralmente, ma vogliono avere la libertà di innovare e di elevare gli standard offerti. Noi dobbiamo usare la loro esperienza, e fidarci delle loro capacità.

    In sintesi, dobbiamo costruire sui nostri successi passati e rimodellare i nostri servizi pubblici di modo che vadano incontro ai nuovi bisogni e alle nuove ambizioni, e al tempo stesso continuare a garantire una copertura universale. Nel nostro sistema sanitario, per esempio, negli ultimi cinque anni abbiamo introdotto nei centri cittadini gli ambulatori privati dove si può andare senza appuntamento, una guardia medica telefonica attiva 24 ore su 24, e stiamo sperimentando nuovi sistemi di prenotazioni ospedaliere – tutti modi per mettere il paziente al centro del sistema. Alcune di queste innovazioni possono sembrare scontate in Italia, ma per la sanità britannica si è trattato di miglioramenti radicali.

    2. Tra i punti più controversi di dibattito c’è la tematica del lavoro: se cioè la sinistra debba promuovere una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, o difendere – se non addirittura espandere – le grandi conquiste fatte in passato dalle socialdemocrazie in termini di tutela del posto di lavoro, di legislazione del lavoro e di potere sindacale. Quali politiche dovrebbe perseguire, a suo avviso, la nuova sinistra?

    Non capisco bene dove stia la controversia. Non credo sia un gran risultato per la socialdemocrazia – o per chiunque altro – garantire alti tassi di disoccupazione e bassa crescita.

    Il problema è trovare il giusto equilibrio fra la protezione di chi lavora, la creazione di posti di lavoro di qualità e ben pagati, e il dare alle persone la possibilità di occuparli con successo. Dopo tutto, ci sono poche ingiustizie sociali più gravi del negare a qualcuno un lavoro. Il modo migliore per distribuire la ricchezza, combattere l’esclusione sociale e accrescere l’autostima e il coinvolgimento nella società, è creare posti di lavoro. E’ per questo che l’impresa e la giustizia sociale sono state le forze trainanti del governo laburista in Gran Bretagna.

    Peraltro, non possiamo neppure ignorare l’impatto della globalizzazione sulle nostre economie e sui nostri paesi. La globalizzazione è un fatto, non una scelta. Ma questo non significa che dobbiamo sposare politiche ultra-liberali o thatcheriane. La scelta è tra adagiarsi e lasciare la gente alla mercé dei potenti cambiamenti messi indotti dalla globalizzazione, come vorrebbe la destra, o aiutare e sostenere i nostri cittadini ad adattarsi ai cambiamenti e insieme a cogliere le opportunità che questi impongono.

    Io credo che compito del centrosinistra sia sostenere le persone in una fase di reali incertezze, e aiutarle a trovare un lavoro soddisfacente. E questo, naturalmente, significa aiutare a creare le condizioni perché le aziende fioriscano e creino posti di lavoro, mentre un mercato del lavoro eccessivamente rigido può invece danneggiarle. Le pur difficili decisioni che abbiamo preso per garantire stabilità all’economia, hanno aiutato in Gran Bretagna la creazione di un milione di nuovi posti di lavoro dal 1997 a oggi. Accanto a ciò, però, abbiamo introdotto regole efficaci per garantire una concorrenza leale e tutelare lavoratori e consumatori.

    Altro punto cruciale è mettere una maggiore enfasi sulla formazione scolastica e professionale. Introducendo l’aiuto personalizzato reso disponibile dal New Deal, per esempio, abbiamo ridotto del 75% la disoccupazione giovanile di lunga durata.

    Infine, bisogna garantire una serie di standard minimi sul lavoro. A volte si dimentica che è stato questo governo, al termine di una campagna durata un secolo, a introdurre per la prima volta un salario minimo legale e miglioramenti nelle protezioni per i lavoratori dipendenti, compreso l’innalzamento del sussidio di maternità e il diritto alle ferie pagate – di nuovo, per la prima volta nella storia britannica. Abbiamo inoltre dato ai nostri sindacati nuovi diritti, a partire da quello al riconoscimento giuridico. Queste non sono azioni da governo neo-liberale e di destra.

    Chi accusa di tradimento chiunque nel centrosinistra adotti politiche favorevoli al mercato, deve spiegare ai nostri elettori come loro e le loro famiglie possono trarre vantaggio da una disoccupazione alta. Non possiamo permetterci di restare prigionieri di idee vecchie, o di interessi che, da destra o da sinistra, si oppongano al cambiamento.

    3. Alle elezioni del 2001 il Labour si presentò con un programma coraggioso che proponeva di alzare le tasse per finanziare la scuola e la sanità pubblica, mentre il resto del mondo si crogiolava nella speranza di ridurre la pressione fiscale. Il vostro era solo un tentativo di mitigare le conseguenze specifiche del thatcherismo, o espandere i servizi pubblici può diventare una delle caratteristiche politiche della nuova sinistra anche altrove?

    Sotto la guida del New Labour la Gran Bretagna resta, in base agli standard europei, un paese a bassa imposizione fiscale. Perché noi crediamo che una tassazione bassa aiuti a generare crescita, lavoro e ricchezza.

    Siamo altresì convinti, però, che i servizi pubblici siano vitali più che mai per raggiungere gli obiettivi del centrosinistra. E non c’è dubbio che per decenni ai servizi pubblici britannici siano stati negati gli investimenti necessari. Gli stessi elettori, in Gran Bretagna, lo hanno riconosciuto. Per questo erano pronti a sostenere un partito che prometteva investimenti nei servizi pubblici al posto di insostenibili riduzioni fiscali.

    Tuttavia, era altrettanto importante che riuscissimo a dimostrare di saper gestire l’economia con competenza. Il risultato delle scelte ardue che abbiamo compiuto nei nostri primi anni al governo, scelte a volte impopolari a sinistra, è che l’inflazione, i tassi d’interesse e la disoccupazione sono più bassi che negli ultimi decenni. E questo ci ha consentito di disporre di maggiori risorse per migliorare i servizi pubblici, anziché dover fare i conti con bilanci in perdita.

    L’ultimo punto fondamentale, però, è che l’elettorato deve potersi fidare del fatto che queste risorse aggiuntive siano utilizzate per migliorare i servizi pubblici dalle fondamenta. Per questo è essenziale che gli investimenti si accompagnino alle riforme. Se vogliamo trasformare i nostri servizi, le due cose devono andare insieme.

    4. Da quando lei è al governo il coinvolgimento britannico in iniziative militari – dalle operazioni di polizia internazionale alle guerre umanitarie – è diventato più frequente. E’ solo il risultato della crescente instabilità internazionale, o una svolta di politica estera, segno di un una rinnovata dottrina internazionalista? E in questo secondo caso, come risponde a chi sottolinea come la cosiddetta comunità internazionale abbia la tendenza di scegliersi i nemici solo in aree vitali per gli interessi occidentali, mentre le atrocità che avvengono altrove (Rwanda, Myanmar…) non vengono mai affrontate?

    E’ senz’altro vero che la comunità internazionale non ha agito con sufficiente decisione in Rwanda, e io stesso ho detto pubblicamente in più occasioni che spero sapremo agire diversamente se dovessimo trovarci di nuovo di fronte a una situazione di questa gravità. Ma la Gran Bretagna, per esempio, è intervenuta direttamente in Sierra Leone per sostenere il governo democraticamente eletto nel corso di una nuova, orribile guerra civile. Lo abbiamo fatto perché era giusto, non perché fosse un’area vitale per gli interessi occidentali.

    Più in generale, credo che la spiegazione del maggior coinvolgimento al di fuori dei confini, non solo nostro ma di molte altre nazioni, stia nella maggior consapevolezza del fatto che il mondo è più interdipendente di quanto non lo sia mai stato in passato, e che l’instabilità o la fame in una parte del globo possono velocemente produrre conseguenze anche nei nostri stessi paesi. A modo loro, i terrificanti attentati terroristici dell’11 settembre negli Stati Uniti sono stati una conseguenza del precedente disimpegno del mondo verso l’Afghanistan. Quello stesso disimpegno aveva anche fatto sì che l’Afghanistan diventasse la principale fonte dell’inondazione di eroina in Gran Bretagna e nel resto d’Europa. Insomma, esito delle guerre civili o delle crisi umanitarie non sono solo la tremenda perdita di vite umane o le immani sofferenze della popolazione, ma anche l’enorme numero di profughi che attraversano le frontiere. Per cui farsi coinvolgere nel tentativo di porre una soluzione a queste crisi non è solo giusto in linea di principio, ma è anche nel nostro interesse.

    5. Spesso il governo britannico è stato al centro delle critiche per la sua fedeltà agli Stati Uniti. Ritiene che anche gli altri paesi europei debbano partecipare maggiormente che in passato agli interventi militari all’estero?

    Non credo certo di dovermi scusare del fatto che la Gran Bretagna sia considerata una buona amica degli Stati Uniti. Un forte legame tra i nostri due paesi è nell’interesse di entrambi, ed è anche, credo, nell’interesse dell’Europa e della comunità internazionale più vasta. I valori fondamentali dell’America – democrazia, libertà, tolleranza e giustizia – sono comuni anche alla Gran Bretagna e all’Europa, e attorno a essi stiamo costruendo una partnership globale. Ragion per cui credo che la nostra amicizia con l’America sia un elemento di forza, come lo è la nostra appartenenza all’Unione europea.

    A questo proposito credo inoltre che ci sia una generale consapevolezza della necessità dei paesi europei di modernizzare e migliorare i propri strumenti di difesa. In questo modo possiamo assicurare un più forte contributo europeo alla gestione delle situazioni di crisi, all’interno della Nato come nelle situazioni dove la Nato non è coinvolta.

    6. Spagna, Italia, Austria… Più recentemente Danimarca, Francia e Olanda. Che insegnamento deve trarre la sinistra europea dall’imponente ritorno sulla scena dei partiti conservatori?

    E’ curioso: appena un paio di anni fa nelle interviste mi toccava rispondere a domande sul motivo dello straordinario ascendente del centrosinistra in Europa… Peraltro non dobbiamo dimenticare che il cancelliere Schroeder ha appena ottenuto la rielezione in Germania, così come Goran Persson in Svezia, e che Olanda e Austria stanno per tornare a votare – due paesi dove i populisti di destra hanno mostrato il loro vero volto. Insomma, credo sia necessaria una certa cautela nel cercare insegnamenti di carattere generale da quelli che restano specifici panorami elettorali di ciascun paese.

    C’è però, forse, una lezione che riguarda tutti i partiti di centro – che siano o meno al governo – ed è che non dobbiamo mai dare per scontato l’elettorato, né aver paura di cambiare. Credo sia anche folle da parte nostra evitare di prendere in considerazione i timori collettivi nei confronti dei comportamenti anti-sociali, della criminalità o dei profughi. La sfida sta proprio nella capacità di modellare politiche che siano coerenti con i nostri valori e che insieme siano in grando di affrontare queste paure.

    7. Lei ha personalmente incontrato, in più di una occasione, l’uomo che i militanti della sinistra italiana detestano con maggior trasporto: Silvio Berlusconi. Che opinione si è fatto dell’uomo e della sua leadership politica?

    Come primo ministro del Regno Unito è previsto che io lavori costruttivamente con i rappresentanti eletti di tutti i nostri partner europei, e questo è esattamente quel che faccio con Berlusconi. Spetta agli italiani, non a me, scegliersi il primo ministro.


    interessante

  6. #6
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    In Origine postato da multietnico
    ulivisti filo yankees?sciò sciò
    io no di certo.. io a Bush lo processerei per crimini di guerra
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    In Origine postato da multietnico
    allora come fai a stare con uno come benfy?
    Non penso che benfy condivida la politica di Bush... certo lui non si è dichiarato contro l'intervento di Usa e Gb.. ma che vuol dire..
    per i restanti temi.. siamo d'accordo ...

    anche con Manfr, Umberto, Red River.. poi ci sono singoli temi che ognuno personalmente "vede" in modo differente dal partito a cui appartiene.. ed allora?
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  10. #10
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    di blair non di berlusconi ci sono delle differenze e poi questo che cavolo c'entra con il parlamento di POL

 

 
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