C'è da "ridere" il Poeta ha sempre ragione
perfino Filippo (che si crede il “sapientone”) senza volerlo lo riconosce in quest’articolo...
Quando scrivevo i primi post in questo forum…asserivo in sintesi ciò che la studiosa Maria Corti dice di Dante...
Il Poeta spazia...gli altri chissà se arrancano?




> FILIPPO HA SCRITTO:
>
> Qualche tempo fa, grazie a un intervento di
> Jacopo che commentava una conferenza di Reale, si
> è sollevato il problema del debito che abbiamo
> noi occidentali nei confronti della cultura araba
> (che, se non ho capito male, Reale nega o
> minimizza). Penso che questa intervista a Maria
> Corti sia molto esplicativa e preziosa...
>
> Saluti
> F.
> ....
>
>
> 1. Professoressa Corti, riguardo al tema
> dell’influenza della cultura araba in Dante, può
> descrivere in primo luogo l’importanza che nel
> corso del Duecento ebbero i centri di diffusione
> della cultura araba principalmente quelli della
> Toledo di Alfonso decimo il Savio e del regno di
> Sicilia di Federico II?
>
> Il Duecento è un secolo particolarissimo nella
> cultura italiana, perché è un secolo in cui i
> rapporti fra il mondo cristiano e il mondo
> musulmano si fanno molto più stretti, per tutta
> l’area mediterranea. E questo si deve soprattutto
> a un evento storico e alla grandezza di due
> personaggi che hanno dominato il Duecento, che
> sono Federico II, imperatore re di Sicilia e
> Alfonso decimo il Savio. Questi due personaggi,
> per ragioni particolari, nella loro infanzia
> furono molto legati al mondo arabo. Federico II,
> addirittura, visse da bambino quasi nell’ambiente
> arabo, dopo che morì sua madre. E a sua volta,
> Alfonso decimo, ebbe strettissimi rapporti
> familiari con le personalità della cultura araba.
> Questo contribuì a creare un fenomeno veramente
> affascinante che sarebbe bello che si ripetesse
> presso tutti i popoli: un fenomeno di
> trasmissione di cultura. Gli arabi portavano in
> Occidente soprattutto la cultura greca. La
> filosofia greca, la trascrivevano in arabo e poi
> i testi arabi venivano tradotti. Alfonso il Savio
> creò la famosa scuola di Toledo nella quale si
> traduceva tutto dai vari paesi del mondo, in
> castigliano, poi dal castigliano in latino o in
> francese antico.
>
>
> 2 . Dal punto di vista delle influenze indirette,
> come e cosa attinge Dante dal patrimonio di temi,
> motivi e idee di origine islamica, che, nel
> quadro del fenomeno dell’interdiscorsività,
> circolavano nella cultura in cui egli operava?
>
> Il fenomeno dell’interdiscorsività è un fenomeno
> molto importante che è stato studiato da Bachtin.
> Quando due culture sono in stretto contatto, i
> vocaboli, le idee, i pensieri, i concetti di una
> cultura passano ovviamente all’altra e quindi non
> si riesce più a trovare la fonte diretta, perché
> quando un’espressione comincia a circolare non si
> sa più chi l’abbia creata o chi l’abbia messa in
> circolo. Questo è ciò che avviene per Dante. In
> Dante ci sono molti arabismi, che gli vengono per
> questo fenomeno dell’intertestualità. Non sono
> degli arabismi che Dante abbia appreso da un
> particolare libro. Un fenomeno che si può
> esemplificare subito è quello che ci dà
> l’episodio di Ulisse. In questa occasione Dante
> ci dice come Ulisse giunge alle colonne D’Ercole:
> "Là dove Ercole segnò i suoi riguardi a ciò che
> l’uom più oltre non si metta", cioè dove Ercole
> stesso ha messo il confine non si va. Dove sono
> le colonne D’Ercole? Sono nello stretto di
> Gibilterra, quindi lo stretto di Gibilterra,
> secondo questo concetto, era chiuso. Non si
> poteva uscire dallo stretto di Gibilterra. Ora,
> questa è una tradizione che è nata con gli arabi.
> Nel mondo greco e nel mondo latino, tutti
> passavano dentro e fuori dallo stretto di
> Gibilterra senza che succedesse niente. Gli arabi
> mettono questo divieto. E perché lo mettono? Lo
> mettono per poter meglio dominare il commercio
> marittimo nel Mediterraneo. Come è chiamato
> questo divieto in arabo? È chiamato safì, e noi
> lo sappiamo perché, per esempio, un autore
> contemporaneo di Dante, Guido delle Colonne, ha
> scritto un’opera in cui alle colonne c’era quella
> cosa che in saracenica lingua dicitur "safì",
> cioè che in lingua araba si chiama "safì". Questo
> divieto non lo troviamo accolto solo da Dante, ma
> lo troviamo, per esempio, in un’altra opera del
> Duecento che prova appunto questa circolarità: un
> trattato che si chiama "Il mare amoroso". In
> questo trattato, l’uomo per esprimere il
> desiderio che ha della donna dice: "la seguirei
> fino al braccio di safì, là dove una man dice
> nimo ci passi". Ora questo brano è sempre stato
> commentato in questo modo: siccome si chiama
> "braccio" di Gibilterra, allora il poeta avrebbe
> usato la metafora "mano". Invece non è così:
> c’era una statua di Maometto, altissima, in
> bronzo (poi dorata). E questa statua aveva la
> mano sinistra che era volta verso lo stretto di
> Gibilterra e faceva segno no: non dovete passare.
> Ora, questa è la prova di come si possano usare
> dei vocaboli della cultura araba, senza quasi
> pensare al fatto che siano arabi.
>
>
> 3. Dal punto di vista dell’intertestualità (ossia
> del rapporto con le fonti dirette con i testi e
> le opere della cultura araba), come giungono
> questi nelle diverse traduzioni sino a Dante? E
> quali autori, tra cui Brunetto Latini, hanno
> contribuito a fargliele conoscere?
>
> La scuola di Toledo, come ho già accennato, aveva
> il compito di tradurre questi testi arabi in
> lingue abbordabili dai cristiani e dai
> mediterranei. Quindi, teoricamente, tutto quello
> che era tradotto alla scuola di Toledo si poteva
> leggere. Ma noi dobbiamo porci il problema di
> come Dante abbia avuto dei testi arabi tradotti.
> Dobbiamo avere la prova per dire che esiste un
> fenomeno di intertestualità, e soprattutto se
> esiste un fenomeno di fonte. Ora, noi sappiamo,
> per esempio, un dato molto importante: alla
> scuola di Toledo c’era un traduttore, che era
> Bonaventura da Siena (cioè un toscano), che
> faceva anche il notaio per re Alfonso. Ora,
> questi tradusse un libro che fu composto in arabo
> nell’ottavo secolo, questo libro è intitolato
> Liber Scalae Maometti (Libro della scala di
> Maometto). É un libro in cui si racconta il
> viaggio di Maometto nell’aldilà, accompagnato
> dall’arcangelo Gabriele nel paradiso e
> nell’inferno. Prima vanno in paradiso e dopo
> all’inferno: il purgatorio non c’è nella
> religione araba (e quindi questo non ci
> riguarda), ma Dante prende lo stesso anche per il
> purgatorio degli elementi da quest’opera.
> Quest’opera come è arrivata a Dante? Intanto, noi
> sappiamo che quest’opera era diffusa. Tanto è
> vero che Fazio degli Uberti nel Dittamondo la
> cita, a un certo verso dice: "il libro della
> scala". Quindi era un libro noto in Occidente:
> non era strano che Dante occupandosi
> dell’oltretomba leggesse un libro in cui Maometto
> va a fare un viaggio nell’oltretomba. Ma c’è
> anche qualche elemento in più, molto importante:
> Dante avvicinò molto Brunetto Latini. Brunetto
> Latini è un personaggio di enorme importanza. Noi
> in Italia non l’abbiamo ancora messo in luce,
> come hanno fatto invece in Spagna. Lo
> consideriamo quasi un maestro di Dante, un uomo
> che faceva dell’attività politica a Firenze. E
> invece, Brunetto Latini, non solo stette molto
> nella Castiglia (a Oviedo), ma fu amico di re
> Alfonso Decimo e, guarda caso, avvicinò alla
> corte di re Alfonso Decimo proprio il traduttore
> di quest’opera: Bonaventura da Siena. Ci
> stupirebbe che Brunetto Latini torna in Italia e,
> sapendo che Dante deve fare la Divina Commedia,
> non gli dice: "Guarda che c’è un’opera che tratta
> di questo". Quindi abbiamo molti elementi che ci
> portano a questa conclusione.
>
>
> 4. Lei ha preso in esame, nel saggio "Dante e la
> Torre di Babele", il pensiero linguistico di
> Dante, con particolare riferimento al primo libro
> De Vulgari eloquentia. Traendo spunto
> dall’interpretazione in chiave di allegoria laica
> e cittadina dell’episodio biblico della torre di
> Babele, lei sottolineava come Dante avesse colto
> la funzione sociale del segno linguistico. Anche
> il problema dell’origine delle lingue riceve
> nuova luce, se lo si rapporta al fatto che Dante
> vede nella confusio linguarum postbabelica, tra
> l’altro, un riflesso dell’imperfezione umana. Su
> queste tematiche è ritornata nel libro "Percorsi
> dell’invenzione". Qual è la sua posizione attuale
> su questi problemi?
>
> Ho superato in parte quella posizione che avevo,
> l’ho migliorata. Ho migliorato gli esiti, perché,
> nel passare del tempo, mi sono resa conto che i
> contatti di Dante con Alfonso il Savio erano
> abbastanza robusti, come ci dimostra il passaggio
> di Brunetto Latini da Oviedo a Firenze. Dante,
> nel De vulgari eloquentia, ci descrive la torre
> di Babele. La descrive, nella prima parte, come è
> nella Bibbia: cioè la costruzione della torre. A
> un certo punto, comincia la seconda parte
> biblica, cioè la distruzione della torre di
> Babele da parte di Dio, per punizione. Donde la
> confusio linguarum, cioè: gli uomini non si
> capiscono più per divina punizione. Quando in
> passato descrissi questo, mi accorsi che in
> Alfonso il Savio nella Historia General, si
> racconta l’episodio della torre di Babele in modo
> molto simile a quello di Dante. Tutti e due
> dicono non che tutti gli uomini non si capissero
> l’uno con l’altro, ma che quelli di una
> confraternita (di una corporazione) si capivano
> tra di loro e non capivano quelli di un’altra
> corporazione. Quelli della stessa corporazione
> avevano eadem lingua, la stessa lingua. Questo lo
> dice anche Alfonso il Savio. Allora io in passato
> dicevo: chissà come mai questi due autori, così
> diversi, uno sta in Italia e uno sta in Spagna,
> dicono la stessa cosa? Ci sarà una fonte latina
> che non abbiamo ancora trovato che dava questa
> notizia. E invece, sono passati gli anni, io ho
> cercato la fonte latina, ma non c’è. Tutti quelli
> che parlano della torre di Babele come *Estor,
> Saint-Beuve*, ecc., non citano assolutamente
> questo episodio, parlano della confusione delle
> lingue generale. Ecco allora che mi sono persuasa
> che, questo motivo, Dante lo ha preso da Brunetto
> Latini, come motivo che si trovava nel testo
> arabo-latino (insomma il testo di Alfonso il
> Savio). Alfonso il Savio aveva una cultura che
> era quasi completamente di origine araba. Quindi
> questo sarebbe un nuovo elemento di cultura araba
> che abbiamo trovato, in questi anni con la
> ricerca, nel De vulgari eloquentia.
>
>
> 5. Professoressa Corti, lei nel libro "Percorsi
> dell’invenzione" ha analizzato attentamente
> l’episodio di Ulisse nel canto ventiseiesimo
> dell’Inferno, importante in quanto il suo
> naufragio nel viaggio oltre le colonne D’Ercole
> nello stretto di Gibilterra, simboleggia
> l’inevitabile esito del folle volo, ossia, della
> sua sete di sapere, della volontà di conoscere
> l’ignoto. In particolare, il divieto di
> oltrepassare quel luogo geografico simbolico -
> assente nella tradizione greca o latina - non
> sarebbe un’invenzione dantesca, in quanto
> deriverebbe piuttosto da un’idea di origine
> arabo–ispanica. Può ripercorrere le tappe della
> ricostruzione di questo tema?
>
> Credo di essere la prima ad aver trovato delle
> prove che il mito del naufragio di Ulisse non è
> un’invenzione dantesca. C’è un saggio bellissimo
> di Fubini su Dante che ha inventato questo
> naufragio di Ulisse, ma invece la cosa non è
> vera. Perché? Abbiamo delle prove sicure: il
> geografo Strabone che nel Geografica, nel 58 d.
> C., scrive che sopra lo stretto di Gibilterra,
> nelle montagne, c’era una città che si chiamava
> "Odussea". Ora, Odussea come noi sappiamo è il
> nome di Ulisse perché Ulisse in greco si dice
> "Odisseus", quindi Odussea vuol dire "città di
> Odisseo", "città di Ulisse". Di fianco questa
> città, Strabone prova - soprattutto con
> testimonianze di studiosi greci che c’erano già
> stati - che c’era un tempio dedicato alla dea
> Atena, la protettrice di Ulisse. Ma - e qui viene
> il bello - in questo tempio c’erano, come
> souvenir appesi alle pareti, dei pezzi della nave
> di Ulisse naufragata, dei ricordi del naufragio
> del poeta. Quindi, a questo punto, non sappiamo
> da chi Dante abbia preso questa notizia, ma non
> l’ha inventata lui. Per di più, io ho trovato
> nella Historia General scritta da Alfonso il
> Savio, che si racconta di un viaggio di Ulisse
> fondatore di Lisbona (Lisbona si chiamerebbe
> "Ulissipona" cioè "territorio di Ulisse"), di un
> viaggio di ritorno: Ulisse ha la nostalgia poi di
> tornare da Penelope, dal figlio, ecc., parte, e
> la notte sogna il proprio naufragio. Quindi,
> questo tema del naufragio è un tema ricorrente
> nell’epoca medioevale in vari testi. Da quale
> testo Dante abbia preso questa notizia non
> possiamo saperlo, però egli aveva bisogno di
> questa notizia del naufragio, perché contrappone
> se stesso ad Ulisse. Ulisse è l’uomo alla ricerca
> della verità, l’ha persa ed è andato a fondo,
> mentre Dante ricercando la verità ha superato
> l’inferno è arrivato in purgatorio, e poi in
> paradiso. All’inizio dell’inferno, del purgatorio
> e del paradiso, Dante mette dei versi che
> provengono dall’episodio di Ulisse, proprio per
> dire al lettore: "Sta attento che mi rifaccio
> là". Solo che Ulisse è morto, è andato a fondo
> ‘come altrui piacque la nave andò giù, mentre
> Dante ‘come altrui piacque, cioè come a Dio
> piacque - ripete questa espressione - sale in
> paradiso. Questo naufragio è anche servito a
> Dante perché ricalca un po’ la metafora del
> naufragio descritto da sant’Agostino, che è il
> naufragio dei filosofi che non cercano la verità,
> cercano degli errori e naufragano, prima di
> raggiungere il porto della verità. Ecco, noi
> sappiamo che Ulisse rappresenta qui quei
> filosofi, di cui parleremo, i filosofi
> dell’aristotelismo radicale, che Dante usa. Non
> solo, per un certo periodo, ha aderito a loro, ma
> poi avendoli abbandonati, ha fatto naufragare il
> suo personaggio che li rappresenta. Ulisse
> nell’inferno usa un’espressione di Boezio di
> Dacia: "Fatti non foste a viver come bruti ma per
> seguir virtute e conoscenza". É quello che Ulisse
> disse ai suoi compagni di viaggio, che è una
> frase scritta nel De Summo Bono di Boezio di
> Dacia. Quindi i riferimenti sono tutti chiari:
> Ulisse diventa personaggio simbolico del
> naufragio dell’aristotelismo radicale.
>
>
> 6. Nell’inferno il contrappasso svolge una
> funzione centrale, ma il contrappasso - che è un
> tipo di punizione in stretta relazione alla colpa
> commessa - è però, come lei sottolinea, diffuso
> in tutta la letteratura religiosa e islamica. Ci
> può indicare i luoghi, come quello della nona
> bolgia dell’inferno (ove sono presenti i
> seminatori di discordia), in cui la similitudine
> tra la versione dantesca e quella araba è
> inequivocabile? E questo fenomeno di
> interdiscorsività e intertestualità, ovvero di
> riferimento a dei particolari testi?
>
> Abbiamo detto prima che Dante ha conosciuto il
> Libro della Scala, il Liber Scalae Maometti, che
> era stato tradotto appunto da un fiorentino alla
> scuola di Toledo. Ora, questo libro Dante lo usa
> molto. (Do intanto la notizia che questo libro lo
> stiamo stampando adesso in un’edizione critica,
> lo sta stampando una mia allieva presso la casa
> editrice Guanda). In questo libro si parla di
> Maometto che arriva, girando l’inferno, dove sono
> i seminatori di discordia. Teniamo presente un
> fatto che a parer mio è importantissimo:
> seminatori di discordia, homines qui seminant
> discordiam è una metafora, la metafora della
> seminagione. Ora, Dante usa la stessa metafora
> della seminagione del libro della scala. Là si
> dice: "qui seminant discordiam", qui si dice
> "seminatori di discordia", e proprio nei
> seminatori di discordia, Dante esemplifica la
> teoria del contrappasso. Cos’è la teoria del
> contrappasso? Se l’uomo ha commesso delle colpe,
> verrà punito patendo in rapporto alla colpa che
> ha commesso. Questo concetto c’è anche nella
> religione cristiana, però il tipo di contrappasso
> che usa Dante, sia nell’inferno che nel
> purgatorio, gli viene dal mondo arabo e gli viene
> proprio da questo Libro della Scala. Infatti,
> proprio qui, nel Libro della Scala, parlando dei
> seminatori di discordia, l’autore arabo dice: "…
> come il seminatore di discordia usava la lingua…
> ecco che qui viene punito col taglio della
> lingua", e dà degli esempi precisi di questa
> legge del contrappasso.
>
>
> 7. Quali sono le principali analogie rintracciate
> nel suo importante libro "Dante e l’Islam" dallo
> studioso Miguel Asin Palacios, tra l’escatologia
> musulmana - in cui però non c’è posto per il
> purgatorio - e la visione di Dante? Palacios
> insiste in particolare sulle analogie con la
> mistica araba.
>
>
> Asin Palacios ha scritto un libro importantissimo
> è Storia della escatologia musulmana, però non
> cerca le fonti, dà un quadro della cultura araba.
> Ci fornisce moltissimi testi arabi che parlano
> dell’oltretomba, dove c’è Maometto che va a
> visitare l'inferno e il paradiso, ma da qui, noi
> abbiamo solamente notizie che questi testi
> circolavano. C’erano notizie di
> interdiscorsività, ma non di fonte, non di
> intertestualità. Non c’è nessuno dei testi dati
> da Asin Palacios, che si possa provare essere una
> fonte di Dante. Per esserlo bisogna che nel testo
> che è fonte e nel testo che subisce la fonte, ci
> siano non solo i racconti di eguali episodi, cioè
> corrispondenze tematiche, ma ci devono essere
> corrispondenze formali. Ho appena detto che, per
> esempio, nel Libro della Scala c’è la metafora
> dei seminatori di discordia e Dante prende i
> seminatori ... quegli elementi ci devono essere,
> cioè delle corrispondenze formali, per cui io
> possa dire: "Dante ci ha messo gli occhi sopra".
> Ora questo con Asin Palacios, purtroppo, non si
> può fare, perché non era nemmeno nelle sue
> intenzioni. Asin Palacios voleva semplicemente
> dire: "Guardate quanti testi arabi hanno trattato
> l’argomento della commedia di Dante". Nella sua
> difesa lo dice: "Non mi sono occupato di fonti,
> mi sono occupato di dare un panorama arabo".
> Mentre invece noi sappiamo che il Libro della
> Scala è una fonte. Non solo c’è l’episodio del
> seminatore di discordia, ma che c’è tutto
> Malebolge. Le bolge di Malebolge vengono quasi
> tutte da queste. Non è questa la sede, non
> abbiamo i testi davanti per discutere questo
> fenomeno, però sia l’episodio dei ladri coi
> serpenti, sia l’episodio dei fraudolenti avvolti
> nelle fiamme, vengono fuori tutti in dal Libro
> della Scala. Non solo, ma cosa più importante di
> tutte, viene fuori la città di Dite. Dante mette
> un altro inferno, poi mette la città di Dite, e
> poi un basso inferno. Il basso inferno viene
> dagli arabi, la città di Dite pure. Essa è
> descritta da Dante allo stesso modo di come, nel
> Libro dalla Scala, è descritta l’abitatio
> diaboli: ci sono delle case tutte infuocate,
> hanno un fuoco perenne che le distrugge (e chi si
> ricorda la città di Dite di Dante sa che c’è
> questo fuoco). Non solo, ma addirittura ci sono
> dei valla, cioè delle fortificazioni, su cui
> stanno queste (e lo stesso nella città di Dite).
> Ci sono i diavoli che girano intorno alle porte,
> ma c’è una porta principale dalla quale si scende
> al basso inferno (e c’è anche questo nel Libro
> della Scala). Abbiamo veramente gli elementi per
> dire che siamo in presenza di una fonte di Dante.
>
>
> Credo che Dante ce l’abbia voluto indicare. Dante
> spesso, quando usa una fonte, dà dei segnali
> perché i lettori capiscano che fonte ha usato.
> Qui che segnali usa? Un segnale divertentissimo,
> ma nessuno lo ha notato: le case le chiama
> "meschite". "Meschite" è un termine arabo per
> indicare la casa e la moschea. Siamo quindi fuori
> di ogni dubbio che Dante qui ha usato la fonte
> precisa.
>
>
> 8. Professoressa Corti, può illustrare la
> rilevanza da lei definita strutturale del testo
> arabo "Il Libro della Scala" dell’ottavo secolo,
> che descrive il viaggio all’inferno e
> l’ascensione al paradiso da parte di Maometto
> guidato dall’arcangelo Gabriele, nell’indicazione
> di Dante secondo un modello analogico del suo
> viaggio nel mondo ultraterreno e della
> costruzione interna di quest’ultimo nella Divina
> Commedia.
>
> Dunque, già con quello che ho detto si prova che
> l’inferno dantesco è strettamente legato al
> viaggio di Maometto, nel Libro della Scala. Molto
> importante è il fenomeno anche per quanto
> riguarda il paradiso. Il purgatorio naturalmente
> non c’è nella religione araba. Nel paradiso Dante
> si ispira a una concezione araba, che lo stesso
> San Tommaso chiama metafisica della luce di
> origine araba, dice che gli arabi sono più
> importanti nel piano dello studio della
> metafisica della luce. Ma cos'è la metafisica
> della luce? È lo studio della luce come elemento
> che coincide quasi con la divinità: la divinità è
> luce (claritas) come ha detto nel testo latino.
> Dante prende senza dubbio qualche cosa da qui, e
> prende anche alcuni concetti nella struttura
> generale del viaggio nel paradiso: per esempio,
> il concetto che la luce divina non si può
> fissare. Non si può guardare in faccia Dio: ci si
> acceca! Dante parla della perdita della visione
> di Dio, e questo avviene identico, con le stesse
> frasi, nel Libro della Scala. Anzi, in
> quell’opera si dice una cosa che Dante ripete
> proprio alla lettera: "…quando non ho più potuto
> vedere cogli occhi, l’ho sentita nel cuore la
> presenza di Dio". Ecco, questo c’è in tutti e due
> i testi. In Dante c’è anche un concetto che è
> chiaramente spiegato dagli arabi: non potendo
> guardare la luce di Dio direttamente bisogna
> guardarla indirettamente, cioè vederla riflessa
> in qualche cosa. Solo allora la si può vedere.
> Dante che cosa fa? La vede riflessa negli occhi
> di Beatrice, e continua a dire che negli occhi di
> Beatrice vede la luce di Dio. Questi sono tutti
> elementi della struttura stessa. Un altro
> elemento fondamentale del paradiso è
> l’identificarsi della luce con la musica, e col
> fatto che gli angeli ruotino in circolo. Questo
> girare continuo dei cherubini e delle alte sfere
> angeliche produce la musica, che è la musica
> divina che si unisce alla luce e al canto degli
> angeli. Sono tutti elementi che si trovano già
> nel mondo arabo.
>
>
> 9. In un suo saggio di taglio più strettamente
> filosofico, "Dante: a un nuovo crocevia", vengono
> indagati i rapporti tra Dante e la grammatica
> speculativa, la logica modista. Quali sono i
> rapporti tra Dante che, si ricordi, con
> sottigliezza nel De Monarchia si serve
> dell’argomentazione sillogistica e la logica
> medioevale?
>
> Io mi sono sempre domandata, prima di
> approfondire gli studi della logica formale
> medioevale, perché Dante dovendo fare un trattato
> che è intitolato De vulgari eloquentia (cioè vuol
> dire dell’eloquentia, della scrittura elegante,
> dell’eloquenza volgare e non della grammatica) ci
> descrive nei primi quattordici capitoli tutti i
> dialetti d’Italia? Per quale motivo? Sembra quasi
> inspiegabile, cosa c’entrava parlare dei dialetti
> d’Italia? In fondo nessuno lo spiega. Lo si può
> fare se ci si collega alle ricerche che Dante ha
> fatto sulla logica formale. Dante, studiando
> questi aristotelici radicali, è venuto a contatto
> con un concetto che lo ha entusiasmato, un
> concetto che noi oggi conosciamo attraverso dei
> linguisti americani (Chomsky, ecc.): gli
> universali linguistici. Dante ha pensato in
> questo modo: "Questi filosofi studiano tutte le
> lingue del globo e trovano che tutte hanno
> qualche cosa in comune, e questi elementi comuni
> costituiscono gli universali linguistici". Dante
> che vuol studiare la lingua della poesia quindi
> pensa: ".. allora io prendo tutti i dialetti
> italiani, li faccio passare tutti, e faccio
> vedere che in questi non ci sono gli universali
> linguistici, sono dei dialetti, semplicemente
> dialetti". Invece il linguaggio poetico che Dante
> crea con lo stil novo è un linguaggio che Dante
> definisce fatto coi simplicissima signa. Questi
> "simplicissimi signa" sono i prima principia
> della logica di questi filosofi medievali, cioè
> sono gli universali linguistici. Dante fa un
> discorso molto raffinato, molto complesso (mi
> scuso di volgarizzarlo così, con poche parole
> semplici): la gente, quando parla usa le varie
> parlate, ma quando fa poesia usa i simplicissima
> signa, cioè usa gli universali linguistici. Per
> questo il linguaggio della poesia è un linguaggio
> formale, dove non si deve comunicare agli altri,
> ma si comunica a se stessi (con il proprio
> linguaggio poetico). Dante ha in comune con
> Cavalcanti questa concezione. Con Cavalcanti ebbe
> in comune tutta la teoria aristotelica che però
> poi Dante non accetta, perché per scrivere la
> Divina Commedia, ha bisogno della solidità del
> mondo cattolico. Però coglie questo concetto di
> simplicissima signa che è un concetto
> profondissimo che possiamo ritrovare. Quindi, la
> teoria dei simplicissima signa in Dante è
> importantissima, perché, non solo è un
> preannuncio di quella che sarà la teoria moderna
> degli universali linguistici, ma dà anche questo
> carattere di universalità al linguaggio poetico,
> di fronte alle parlate che lui ha descritto prima
> nell’opera (che invece sono le parlate comuni). A
> questo punto diventa anche chiaro perché Dante
> abbia parlato dei dialetti italiani. Per usare la
> stessa immagine: come per i filosofi modisti, non
> ci sono gli universali linguistici, ma solo dei
> segnali che fanno capire che devono essere
> altrove e per affermarlo esaminano e descrivono
> tutte le lingue, così Dante esamina e descrive
> tutte le parlate italiane, per poter sostenere
> che non ci sono gli universali linguistici. Sono
> presenti invece nel "dolce stil novo" che è la
> creazione poetica di Dante.
>
>
> 10. Professoressa Corti, dopo gli studi di
> Gilson, Nardi, e altri, sembra definitivamente
> superato il luogo comune della scarsa originalità
> filosofica di Dante, soprattutto se si pensa alla
> ricchezza di motivi speculativi presenti nel
> Convivio. Per altro, la dipendenza di Dante da
> fonti che solo recentemente sono state
> individuate, ci consente non solo di fare
> esercizi di esegesi intertestuale ma anche di
> analizzare l’originalità della ricezione dantesca
> di vari testi filosofici. Può dare qualche
> esempio in proposito?
>
> Certo. Posso dare come esempio proprio il
> Convivio. Noi adesso abbiamo citato il De vulgari
> eloquentia, che già ci ha mostrato come la teoria
> degli universali linguistici viene fuori in Dante
> (che poi non verrà più fuori per molti secoli).
> Ma nel Convivio il discorso diventa proprio
> strettamente filosofico. Dante nei primi tre
> trattati del Convivio segue la filosofia degli
> aristotelici radicali, e la descrive anche in
> quelle canzoni con una bellissima donna che gli
> appare: "amor che nella mente mi ragiona..." (uno
> dei versi più belli della letteratura italiana).
> Poi ha una crisi. Sta cominciando l’inferno, sta
> cominciando la Commedia, quando ha una crisi. Per
> cui crea il personaggio di Ulisse come antitetico
> a sé e lo manda a fondo, come abbiamo visto
> prima. Mentre lui si salva, perché non segue più
> gli aristotelici radicali, segue invece la
> filosofia tomistica. Ecco, nel quarto trattato
> del Convivio, che è stato scritto a distanza dai
> primi tre, notiamo come il linguaggio filosofico
> di Dante muta parecchio. Può stupire questa cosa,
> ha stupito anche molti studiosi questo fatto: che
> Dante ritorni all’Aristotele quale è descritto da
> san Tommaso e non all’Aristotele quale è
> descritto dagli aristotelici radicali. Che
> Aristotele è? È l’Aristotele autore dell’Etica
> nicomachea, che è l’opera che è commentata nel
> Convivio di Dante. L’Etica nicomachea era
> un’opera che trattava di tutte le forme della
> moralità. Ci sono descritti tutti i vizi e tutte
> le virtù, e c’è veramente un superamento rispetto
> alla posizione dei primi tre trattati. Un
> superamento che è dovuto al nuovo influsso che
> Dante riceve da san Tommaso. Nei primi tre
> trattati, quando segue l’aristotelismo radicale,
> Dante usa anche una traduzione araba (ci siamo
> daccapo con l’arabo) alessandrina - fatta ad
> Alessandria D’Egitto - dell’Etica nicomachea.
> Vediamo proprio che Dante supera - ma lo fa
> spesso anche nella Commedia, di superare un
> pensiero passato e di portarlo alla fase attuale
> della ricerca - questa visione degli aristotelici
> radicali (che era stata accolta anche dagli
> arabi), e arriva invece alla concezione
> tomistica. Quindi, questo approfondimento di
> Dante, questo superamento della concezione a cui
> si era fermato il Cavalcanti (il Cavalcanti è
> aristotelico radicale per tutta la vita), mostra
> un travaglio filosofico interiore che è per noi
> segnale della profondità della riflessione
> filosofica dantesca.
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