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Discussione: Democrazie in...

  1. #1
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    Predefinito Democrazie in...

    ....guerra

    Il generale Taguba spiega al Senato…

    …che il caso delle torture è il caso isolato di pochi criminali

    Washington. Nossignore, non c’è stato nessun ordine dall’alto, ha detto l’uomo del giorno, il generale Antonio M. Taguba, l’autore del rapporto, già pubblicato dal Foglio il 6 maggio, sulle torture nel carcere di Abu Ghraib. Il generale Taguba, nato a Manila 54 anni fa, orgoglio della comunità filippino-americana e prossimo deputy assistant secretary al Pentagono, è stato il protagonista ieri davanti alla commissione del Senato che indaga sulle torture in Iraq. Ha raccontato di essere stato incaricato dal comandante generale delle truppe della coalizione, il generale David McKiernan, per condurre un’inchiesta sulle accuse di abusi nei confronti dei detenuti iracheni ad Abu Ghraib. L’incarico è del 24 gennaio del 2004, tre mesi prima che la rete televisiva Abc facesse vedere le fotografie dello scandalo. Non regge neanche l’altra accusa, quella di cover up, di aver insabbiato i maltrattamenti sui prigionieri. Alla domanda di un senatore repubblicano che gli aveva chiesto se avesse ricevuto indicazioni dai superiori di rimuovere o cancellare o ammorbidire qualcosa di quanto aveva scoperto durante l’inchiesta, Taguba ha risposto, due volte, “nossignore”.
    Nella dichiarazione iniziale davanti ai senatori, tra i quali c’erano Hillary Clinton, Ted Kennedy e John McCain, il generale Taguba ha spiegato come ha formato il team che lo ha aiutato nelle indagini e quale fosse l’obiettivo dell’inchiesta: “Avevamo specifiche istruzioni, ed erano le seguenti.
    Primo, indagare su tutti i fatti e le circostanze intorno alle recenti accuse di abusi sui detenuti, in particolar modo sulle accuse di maltrattamenti nella prigione di Abu Ghraib.
    Secondo, indagare sulle evasioni e sulle responsabilità.
    Terzo, indagare sull’addestramento, sugli standard, sulle assunzioni, sugli ordini, sulle procedure interne e sul clima nella 800esima brigata di polizia militare. E, da ultimo, cercare specifici riscontri di fatto su tutti gli aspetti di questa inchiesta ed esprimere le raccomandazioni per le appropriate azioni correttive”. Nel corso dell’inchiesta, ha detto il generale che da buon militare inizia ogni frase con un “signore”, sono state raccolte “prove che riguardano un coinvolgimento di personale dei servizi di intelligence militare e di agenti privati assegnati alla 205esima Brigata. Abbiamo raccomandato di iniziare un’inchiesta separata a proposito di possibili pratiche improprie di interrogatorio”. Taguba ha parlato di “atti criminali di pochi in vistoso contrasto con l’alta professionalità, competenza e integrità morale di un numero infinito di guardie e di soldati”. Il generale Taguba ha specificato che sono stati pochi i soldati e i civili che hanno violentemente abusato dei detenuti, mettendosi al di fuori della legge internazionale e della convenzione di Ginevra:
    “I loro atti incomprensibili, catturati da immagini e filmati che essi stessi hanno scattato e girato con le loro macchine digitali personali, hanno messo seriamente in dubbio e diffamato gli atti coraggiosi di migliaia di soldati della coalizione”.
    Alle domande dei senatori, Taguba ha risposto con affermazioni brevi e precise. La causa del disastro di Abu Ghraib, ha detto, è da attribuire alla mancanza di leadership, di negligenza, di addestramento e di disciplina dentro la prigione che si trova nella zona occidentale di Baghdad. Taguba ha escluso che ci fossero indicazioni dall’alto:
    “Non abbiamo trovato nessuna prova di una politica né di ordini diretti, scritti o dati in altro modo. Credo che questi soldati abbiano agito così per loro volontà”.
    Secondo Taguba, il militare responsabile degli abusi con il grado più alto è la generalessa Janis Karpinski, la donna che aveva la supervisione del carcere di Abu Ghraib. Lei nega, ma Taguba conferma. Nell’audizione è intervenuto il senatore repubblicano dell’Oklahoma, James M. Inhofe, il quale dopo aver detto che i comportamenti di “pochi soldati malguidati e forse perversi” dovrà essere punito, ha avuto il coraggio di dire che molte delle critiche di questi giorni sono esagerate:
    “Questi prigionieri sono assassini, terroristi, insorgenti. Molti di loro, probabilmente hanno le mani sporche di sangue americano”. Mentre Inhofe parlava, il repubblicano John McCain si è alzato ed è uscito dall’aula.

    saluti

  2. #2
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    Bologna. Fino a che punto è possibile, per una democrazia in guerra, non tradire e non deturpare se stessa?
    Si può combattere efficacemente contro un nemico senza regole come il terrorismo, senza sospendere e smentire le proprie regole più sacre?
    Nicola Matteucci, filosofo e politologo, dice al Foglio che per interpretare la cronaca di questi giorni, segnata dalle immagini delle torture in Iraq, bisogna partire da lontano, “dal fatto che, nel corso dei secoli dell’età moderna, gli Stati hanno avuto bisogno di creare un diritto pubblico europeo, nel quale rientravano i grandi principi, come la distinzione tra i combattenti e i civili e il trattamento dei prigionieri di guerra.
    Alla base di quel sistema di regole c’era il principio di reciprocità e l’interesse che quella reciprocità venisse rispettata, e il frutto compiuto di quel processo fu la Convenzione di Ginevra”.
    Ma quanto le leggi della guerra possano essere, per loro natura, fragili e variabili, lo testimoniano “le violazioni da parte delle stesse democrazie durante il secondo conflitto mondiale, per esempio con il bombardamento di Dresda e con lo sganciamento dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki: situazioni nelle quali si è azzerata completamente la distinzione tra truppe combattenti e popolazione civile. Fragilità delle regole non significa, però, abdicazione e cancellazione.
    Sono convinto che uno Stato che si autodefinisca democratico
    alcuni principi li debba comunque rispettare. Se guardiamo alla vicenda delle torture, si rimane prima di tutto stupiti dall’assoluta non professionalità dei carcerieri coinvolti, dalla loro sconcertante e inammissibile impreparazione.
    A differenza delle altre truppe combattenti, hanno dimostrato un’assenza totale di addestramento e autocontrollo”.
    Ma anche in questo caso “gli anticorpi della democrazia hanno funzionato. C’è stata un’inchiesta condotta già da mesi con grande severità dall’esercito americano e c’è un rapporto finale, che abbiamo potuto leggere integralmente, firmato da un generale di quell’esercito”.
    Non c’è nessun bisogno di scomodare la Convenzione di Ginevra, dice ancora Matteucci, perché “ai presunti terroristi detenuti non va riconosciuto il rango di combattenti: il terrorista non è, per definizione, il soldato di un esercito nemico, ma un criminale particolarmente pericoloso. E allora mettiamolo in carceri sicure e impediamogli di nuocere. Dopo un processo, se lo si riterrà colpevole, potrà anche essere condannato a morte.
    O i terroristi vengono ammazzati in combattimento oppure, una volta catturati, hanno diritto al rispetto di certe regole durante la detenzione. Regole che, secondo molti, sarebbero saltate anche a Guantanamo. Ma almeno lì la Croce rossa è sempre potuta entrare, ed è ammissibile una durezza commisurata a quella della guerra che si sta combattendo contro il terrorismo. Con questo, però, le punizioni e le umiliazioni documentate dalle foto di Abu Ghraib non c’entrano veramente nulla”.

    Iraq e Vietnam, paragone sbagliato
    Alcune regole, continua Matteucci, “in democrazia devono valere sempre, sia in tempo di guerra sia in tempo di pace. E devono valere per motivi squisitamente politici. Come stiamo vedendo, da vicende come quella di Abu Ghraib può uscire indebolita la stessa causa della guerra al terrorismo”.
    Ma a chi pensa che quella brutta storia condanni senza possibilità d’appello l’operato della coalizione in Iraq, e che per lavarne le “colpe” non rimarrebbe che il ritiro, Nicola Matteucci replica che “anche se esiste un immenso problema mediatico, ancora più immenso è il problema della guerra al terrorismo, che vede gli Stati Uniti in prima linea e che è solo all’inizio.
    Le Due Torri non sono facili da dimenticare. In questo periodo va molto in voga il paragone tra Iraq e Vietnam. Ricordiamoci che, dall’Indocina, gli Stati Uniti si ritirarono, paradossalmente, dopo l’offensiva del Tet, che per loro era stata una indiscussa vittoria. Ma allora a crollare fu il fronte interno: crollò il paese, perché tutto il mondo dell’informazione era schierato per il ritiro. C’era una differenza fondamentale, rispetto all’Iraq.
    In quel caso, l’America non era stata aggredita direttamente.
    Ben diversamente andò dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor e, ora, dopo l’11 settembre.
    Un’aggressione che agli occhi degli americani legittima, una volta per tutte, la guerra contro il terrorismo. Di delegittimazione dell’intervento si può parlare per una parte, in verità consistente, dell’opinione pubblica europea. Ma per quella statunitense si tratterà di condannare l’operato di una piccola parte dell’esercito, e non di tutto l’esercito”. E non è accettabile l’obiezione che i suoi ranghi superiori non potessero non sapere delle torture, conclude Matteucci, “queste accuse si provano, non basta dirle, anche se è fisiologico che nascano. Quello che abbiamo letto nel rapporto delle Forze armate non prova affatto che i vertici militari sapessero.
    Sono voci che nascono facilmente ma che nessuno ha dimostrato. Le punizioni che vi saranno potranno essere un momento di verità

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Tenori e...

    …traditori

    Non sono né ammalati né ammattiti, i Fassino e i Violante che osano dare a Bush e a Blair di torturatori e a Berlusconi di complice della tortura, sono soltanto politici fragili, in balia delle onde della paura elettorale.
    Sono anche culturalmente impreparati, vivono in un mondo di incubi e di ansie zapateriane, promettono la Luna a una base che si culla nell’idea egoista di disertare la guerra al terrorismo, e che li chiama a rendere ragione delle stesse follie che loro comunicano, di tanto in tanto prendendoli a calci nei cortei. Ma in politica la debolezza di carattere diventa debolezza di testa, e si converte nel tradimento demagogico della tradizione democratica, innesca qualcosa che non è più una rissa tra botteghe bensì un disconoscimento assoluto di valori dalle conseguenze devastanti. E’ augurabile che i capi del centro sinistra riflettano sulla desertificazione morale che stanno producendo, che la piantino di essere e di apparire rozzi e velleitari, con gli ultimatum rutelliani, con le esibizioni violantiane di antiamericanismo anche sul piano della storia della Liberazione di questo paese e dell’Europa, con la spessa, fangosa, grossolana idea di incamerare il “vantaggio torture” in una campagna mediatico-elettorale che sta assumendo toni disgustosi quanto le fotografie dei paranoici di Abu Ghraib ripubblicate ogni giorno a tormentone dai paranoici della libera stampa.
    Imparino almeno da John Kerry una lezione che non avrebbero mai dovuto dimenticare in proprio.
    Se le torture fossero “sistema” e non follia di branco, se fossero state coperte dall’insabbiamento istituzionale anziché denunciate nell’ambito della catena di comando, se le corti marziali non stessero già lavorando per sanzionarle, se non ci fosse stata una grande ed efficace reazione investigativa e strategica da parte del Pentagono e della Casa Bianca, dal generale Antonio Taguba a Donald Rumsfeld, da George Bush a Colin Powell, i capi del centrosinistra potrebbero canticchiare la leggenda nera e tormentosa di una caduta dell’Occidente nell’abisso.
    Ma è vero esattamente il contrario, e quelli che hanno attaccato il vergognoso manifesto ds in cui si mette sullo stesso piano la legge della tortura di Saddam Hussein e la tortura come deviazione criminale repressa dai tribunali militari americani, hanno un solo dovere: ripensare in tempo questa sciatta caduta nella più buia e bassa delle follie, la follia elettorale.

    Ferrara su il Foglio di mercoledì 12 maggio

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Re: Tenori e...

    In origine postato da mustang
    …traditori

    Non sono né ammalati né ammattiti, i Fassino e i Violante che osano dare a Bush e a Blair di torturatori e a Berlusconi di complice della tortura, sono soltanto politici fragili, in balia delle onde della paura elettorale.
    Sono anche culturalmente impreparati, vivono in un mondo di incubi e di ansie zapateriane, promettono la Luna a una base che si culla nell’idea egoista di disertare la guerra al terrorismo, e che li chiama a rendere ragione delle stesse follie che loro comunicano, di tanto in tanto prendendoli a calci nei cortei. Ma in politica la debolezza di carattere diventa debolezza di testa, e si converte nel tradimento demagogico della tradizione democratica, innesca qualcosa che non è più una rissa tra botteghe bensì un disconoscimento assoluto di valori dalle conseguenze devastanti. E’ augurabile che i capi del centro sinistra riflettano sulla desertificazione morale che stanno producendo, che la piantino di essere e di apparire rozzi e velleitari, con gli ultimatum rutelliani, con le esibizioni violantiane di antiamericanismo anche sul piano della storia della Liberazione di questo paese e dell’Europa, con la spessa, fangosa, grossolana idea di incamerare il “vantaggio torture” in una campagna mediatico-elettorale che sta assumendo toni disgustosi quanto le fotografie dei paranoici di Abu Ghraib ripubblicate ogni giorno a tormentone dai paranoici della libera stampa.
    Imparino almeno da John Kerry una lezione che non avrebbero mai dovuto dimenticare in proprio.
    Se le torture fossero “sistema” e non follia di branco, se fossero state coperte dall’insabbiamento istituzionale anziché denunciate nell’ambito della catena di comando, se le corti marziali non stessero già lavorando per sanzionarle, se non ci fosse stata una grande ed efficace reazione investigativa e strategica da parte del Pentagono e della Casa Bianca, dal generale Antonio Taguba a Donald Rumsfeld, da George Bush a Colin Powell, i capi del centrosinistra potrebbero canticchiare la leggenda nera e tormentosa di una caduta dell’Occidente nell’abisso.
    Ma è vero esattamente il contrario, e quelli che hanno attaccato il vergognoso manifesto ds in cui si mette sullo stesso piano la legge della tortura di Saddam Hussein e la tortura come deviazione criminale repressa dai tribunali militari americani, hanno un solo dovere: ripensare in tempo questa sciatta caduta nella più buia e bassa delle follie, la follia elettorale.

    Ferrara su il Foglio di mercoledì 12 maggio

    saluti
    Quando Lenin parlava di "idiotismo elettoralistico" e, più spesso, di "cretinismo parlamentare" dei socialisti e di taluni stessi "comunisti di destra" (o centristi), intendeva un'altra cosa. Ossia parlava della "superstizione democraticista" che dimenticava che "la democrazia borghese è un paradiso per i ricchi e una trappola ed un inganno per i poveri e gli sfruttati" e che le elezioni in regime capitalistico altro non potevano essere che un "termometro" per misurare il livello della coscienza politica delle masse, e giammai uno strumento di lotta politica capace di incidere davvero.
    I tardi eredi di Lenin sembrano approdati, in effetti, ad un'opposta forma di "cretinismo parlamentare" e di "idiotismo elettoralistico", che subordina agli interessi contingenti, tattici, di una coalizione brancaleone, gli interessi generali e persino quelli di lungo periodo, strategici, della stessa coalizione di SINISTRA-centro. Un giorno che dovessero tornare a governare il Paese i Dalema, Fassino, Violante e Rutelli......non potrebbero in nessun modo usare la medesima logica, pena il trascinare la nazione nel ridicolo.

    Saluti liberali

  5. #5
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    Che pena...

    23.05.2004
    Torture, sotto accusa il comandante Usa in Iraq
    di Bruno Marolo
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  6. #6
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    Roma. Luciano Canfora pensa che la democrazia non sia mai esistita.
    Un’idea malleabile mai precipitata nella storia.
    Perché dall’età di Pericle a oggi – in mezzo c’è la rivoluzione francese, il bonapartismo, il socialismo reale, due guerre mondiali e una guerra fredda – una cosa è plasmare la storia in nome dell’ideologia e altro è scolpire il concetto nella realtà.
    Democrazia come vittima della libertà, sostiene Canfora nel suo ultimo libro (“La democrazia. Storia di un’ideologia”, Laterza), traguardo politico totalitario, profetizzato e disatteso, perseguito e rinnegato, in fondo “rinviato ad altre epoche” meno pervase dalla schiavitù dell’individualismo.
    Data la premessa, come si fa a ragionare con Canfora sull’anima delle democrazie in guerra? Sull’ipotesi che le democrazie possano precipitarsi nello stato d’eccezione bellico rimanendo se stesse e dunque inconcusse.
    Oppure capovolgersi in un interregno amorale, dove risiede la negazione della loro natura ma si annuncia anche la vittoria che restaura la normalità.
    Per capirci, con Canfora, parliamo di “democrazie” fra virgolette, come fa lui. “E’ necessario premette un distinguo tra democrazie e sistemi parlamentari. Per democrazia s’intende un regime di carattere tendenzialmente dittatoriale, tanto secondo i greci quanto per i romani che li detestavano. Ma anche per i giacobini. Il parlamentarismo non necessariamente coincide con il suffragio universale, ma pone l’accento sulle garanzie, la rappresentatività, le regole”.
    Allora diciamo “democrazie” intendendo per approssimazione
    “quei sistemi di carattere parlamentare più o meno democratico che vigono nel mondo occidentale” investiti, durante una guerra, dalla necessità di un cambiamento di registro. Poiché la fisiologia del conflitto impone “uno scarto dalle regole abituali”.
    Ma, questo il punto, secondo Canfora lo scarto è comprensibile più sul piano dell’organizzazione interna che nella conduzione delle battaglie.

    L’inevitabile militarizzazione interna
    “Una stretta interna è inevitabile per scongiurare i contrasti d’opinione che, in tempo di guerra, sono percepiti come smagliature politiche inconciliabili con l’unità di una nazione”.
    La stretta si traduce nella “sospensione in forma crescente delle garanzie politiche e costituzionali”. Un atto naturale durante la Prima guerra mondiale, quando “in Italia furono cancellate le elezioni, e si tornò a votare nel 1919. E nella Francia di Georges Clemenceau. Personaggio dalla forte carica giacobina, il presidente del Consiglio avocò a sé un potere enorme rispetto ai quelli previsti dalla Terza Repubblica”.
    Modello replicato nello stesso periodo storico dalla Gran Bretagna, “pronta a demonizzazione la presunta dittatura del capo di stato maggiore tedesco, Erich Ludendorff, che in realtà non differiva troppo dallo status eccezionale di Lloyd George”. Una “militarizzazione” dell’ordine interno che in seguito, durante la Seconda guerra mondiale, cementò il Parlamento inglese, in carica senza soluzione di continuità dal 1939 al 1945.
    Altra caratteristica peculiare della democrazia combattente, l’uso spregiudicato della propaganda contro il nemico. Nessun paese occidentale ne fu immune. “Due volte alle prese con la guerra nel Ventesimo secolo – osserva Canfora – Francia, Inghilterra e Stati Uniti hanno bersagliato l’impero tedesco raffigurandolo come il luogo dell’autocrazia e del dispotismo. Quando la Germania guglielmina era uno dei pochissimi paesi in cui vigeva il suffragio universale, con un parlamento autorevole il cui peso era contrastato da quello dell’imperatore e dal parlamento del regno di Prussia”. Dopodiché arrivarono l’hitlerismo e l’incendio dell’Europa. E per le democrazie armate fu d’obbligo rimediare furiosamente alla ragione prima del conflitto, “la debolezza iniziale dimostrata nei confronti del nazismo”. Qui però entra in gioco “il modo in cui si fa la guerra”: il presidio della politica cede lo scettro ai militari ma mette comunque a rischio la sua faccia. “Nella gestione esterna della guerra, se il sistema parlamentare funziona interpone dei controlli, ma più spesso è complice o subisce una sordina”. Esempi: “Durante la Prima Repubblica francese, la Convenzione nazionale votò una norma che riservava un trattamento normale ai prigionieri di guerra prussiani, austriaci e savoiardi, mentre gli inglesi li si passò per le armi. Oggi, giustificata dalla necessità di esportare diritti umani, la guerra angloamericana in Iraq ha portato con sé il razzismo e la tortura”.

    saluti

  7. #7
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    Roma. Gli Stati Uniti hanno incassato l’approvazione da parte della più alta autorità sciita, l’ayatollah Ali al Sistani, e del più grande partito sciita iracheno, lo Sciri, alla “svolta” (tanto richiesta dall’opposizione italiana) nella gestione dell’Iraq.
    Il portavoce dell’Onu, Fred Eckhard, ha annunciato che il “piano Brahimi” è stato accolto con piena soddisfazione dal più importante leader religioso sciita, che l’ha trovato “equilibrato e positivo” nel delineare il passaggio dei poteri a partire dal 1° luglio a un governo iracheno.
    Eckhard ha spiegato anche che il leader dello Sciri, Abdulaziz al
    Hakim, ha discusso con l’inviato dell’Onu “i vari aspetti della transizione, inclusa l’esigenza che il nuovo governo abbia il tempo necessario per mettere a punto le relazioni con la potenza occupante, le forze armate sul terreno e l’Onu”.
    Questa precisazione ufficiale da parte del Palazzo di vetro sui tempi lunghi dell’accordo militare è di fondamentale
    importanza e dimostra che i più seguiti leader religiosi e politici degli sciiti iracheni non hanno alcuna intenzione di considerare la data del 30 giugno come vincolante e che intendono sviluppare il tema del rapporto tra il nuovo governo iracheno e il corpo militare della Coalition of willing secondo i tempi dell’effettiva presa di controllo della sicurezza sul terreno (con nullo interesse, ovviamente, per le scadenze elettorali europee che invece hanno fatto del 30 giugno una data cui impiccare tutte le “svolte”). Questo punto è ancora più importante perché, per l’ennesima volta, dimostra che nessuna forza politica irachena, neanche quelle più lontane da Washington, si sogna oggi di chiedere l’immediato rientro delle forze militari straniere in Iraq. Al contrario, i due movimenti curdi (cui un tempo andavano le simpatie della sinistra e che oggi sono ignorati), il Puk (membro dell’Internazionale socialista) e il Pdk, chiedono alla Coalition of willing di restare in Iraq, fino a quando le nuove forze armate irachene non saranno in grado di garantire la sicurezza.
    A questa formale ed esplicita apertura al “piano Brahimi-Onu” (approvato da Bush, da Blair e da Berlusconi) si somma una svolta netta nell’assunzione di responsabilità da parte di al Sistani e dello Sciri per la ricerca di una soluzione alla crisi provocata dalle milizie di Moqtada Sadr a Najaf.
    Mentre lo Sciri ha convocato per venerdì 14 maggio una grande manifestazione a Najaf che chieda ai miliziani di Moqtada di disarmare e di abbandonare la città, Abu Hassan Amari, comandante delle “Brigate Badr” (braccio armato dello Sciri, forte di 10 mila uomini), ha annunciato che è stato raggiunto un accordo per il disarmo delle “milizie del Mahdi” di Moqtada, per la loro trasformazione in partito politico, per la fine dell’assedio americano a Najaf e per la presa di controllo della città da parte delle forze di sicurezza irachene. Non è un particolare insignificante che l’accordo sia stato annunciato dal potente comandante militare dello Sciri: più volte al Sistani e i leader dello Sciri hanno minacciato Moqtada di essere pronti a chiudere la sua ingombrante presenza a Najaf anche con la forza (con le “Brigate Badr”, appunto) e ora le dichiarazioni del mullah ribelle lasciano trasparire la sua preoccupazione di essere tolto dalla scena non dagli americani, che ieri hanno duramente colpito i suoi miliziani asserragliati a Kerbala, ma dagli sciiti in armi.

    Gli interlocutori affidabili
    Lo schema applicato con successo a Fallujah potrebbe dunque funzionare pure a Najaf, anche se il condizionale è d’obbligo sino a quando non si sarà realizzato. Ma con una differenza: a Najaf non si è dovuta “inventare” all’ultimo momento nessuna controparte credibile di “baathisti riciclati”, come si è fatto a Fallujah. Lo Sciri, che oggi si fa garante del disarmo dell’armata ribelle, è il più importante partito iracheno a livello di consenso, collabora (sin dall’agosto 2002, quando al Hakim si recò a Washington) con l’amministrazione di Paul Bremer, ed è la spina dorsale politica del Consiglio nazionale iracheno.
    La collaborazione è piena di riserve e critiche, ma si sviluppa, come quella di al Sistani, sempre e solo sul terreno del confronto politico. Solo Moqtada non riconosce il Consiglio iracheno e ha tentato un’insurrezione, che però al Sistani e lo Sciri hanno sconfessato.
    Se Moqtada accettasse l’uscita di scena onorevole concordata, la “svolta” irachena si consoliderebbe.

    saluti

  8. #8
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    Predefinito In democrazia si dà la parola a....

    .....ogni voce, in guerra a chi non ha più la testa


    Il presupposto di ogni possibile moralità particolare di gesti o comportamenti è la serietà. Senza gravitas, persino nello scherzo, non c’è morale di alcun tipo.
    Se l’orrore c’è, bisogna accostarsi all’orrore.
    Se esiste un nemico, bisogna conoscerlo e farlo conoscere.
    Nelle democrazie occidentali molta gente pensa che non siamo in guerra o che non dovremmo essere in guerra, che non ce ne sono le ragioni se non quelle pretestuose, avvilenti e strumentali della volontà d’impero degli americani.
    Molta gente pensa che i morti delle Twin Towers e del Pentagono sono fantasmi, che i civili israeliani massacrati dalle bombe umane sono incidenti della nostra identità, problemi che dovrebbero farci rimordere la coscienza perché non abbiamo risolto il conflitto israelo-palestinese.
    Molta gente pensa che si può tranquillamente convivere in pace con un mondo come quello dei mullah di Teheran, con gli alauiti del clan di Bashar Assad, con i signori della guerra e del terrore che danno la morte nelle stazioni ferroviarie d’Europa, con i terroristi che sequestrano, torturano, decapitano maciullano se stessi e il nemico crociato ed ebreo, cioè noi, in giro per il mondo. In democrazia si dà diritto di parola a ogni voce.
    Ma qualcuno deve dare l’imprimatur alla testa mozzata di Nick Berg, e le televisioni dovrebbero dare voce con l’audio, ben distinto e in prime time, al suo grido mozzato di dolore.
    Che non lo facciano, mentre si compiacciono di ripetere serialmente le immagini di alcuni casi criminali di tortura nel carcere di Abu Ghraib, regolarmente denunciati e puniti dalle corti marziali; che di conseguenza si dichiari perduta la guerra per la democrazia e la stabilità e la pace in medio oriente, è segno di viltà e di ipocrisia.
    E’ una cosa ignobile, prima di tutto perché non seria.
    Facciano quello che vogliono, i signori dei media e del circo pacifista: dichiarino l’occidente fuorilegge, rinneghino
    l’anniversario della Liberazione di Roma dai nazisti, festeggino
    come a Monaco la “pace nel nostro tempo”.

    Ora basta, però, per quanto ci riguarda.
    Invece di intentare pigri, automatici e un po’ loschi processi al Tg3, quei capi del centro destra che sono stati insultati, diffamati e presi a sputi in faccia in Parlamento come complici dei torturatori facciano un manifesto con la faccia decollata di Nick Berg e di Daniel Pearl tenuta alta dal miliziano di al Qaida, ci scrivano sopra “se questo è un uomo”, lo attacchino ai muri delle nostre città e spieghino perché combattono la guerra al terrorismo.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  9. #9
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    Predefinito Perchè (e perchè ora) le....

    .....medaglie d’oro ai poliziotti vittime del terrorismo

    Il presidente della Repubblica, che ha completato ieri il primo quinquennio del suo mandato (auguri per quella maledetta clavicola), ha deciso di conferire la medaglia d’oro al valore civile a dieci poliziotti vittime del terrorismo.
    Si tratta di un giusto riconoscimento ai singoli, ma anche di un messaggio semplice e diretto a un paese che spesso, di fronte alle sfide della violenza politica, pare distratto o frastornato. Carlo Azeglio Ciampi con questo gesto rivendica un dato che dovrebbe essere ovvio: la continuità e l’unicità dello stato democratico, che è stata però messa in dubbio dalle ambigue teorie sul doppio stato, accusato senza prove di essere non fonte di diritto ma di trame inconfessabili, fino alle stragi.
    Il fatto che tra gli insigniti della massima onorificenza figuri il commissario Luigi Calabresi è la dimostrazione di questo intendimento, espresso come sempre con sobrietà e senza retorica, ma con una ferma convinzione.
    La convivenza democratica, il tratto distintivo della nostra civiltà, è un bene da difendere anche a rischio del più grave sacrificio.

    Ricordarlo oggi era utile, e Ciampi ha trovato il modo migliore per farlo.
    Dai giorni delle uccisioni di questi eroici poliziotti sono passati tanti anni e ci si può domandare perché il riconoscimento arrivi solo ora. Non c’è dubbio che i presidenti precedenti avevano, nei confronti delle forze dell’ordine e del loro impegno, un’alta considerazione. Gli ultimi due, però, sono stati ministri degli Interni in quel periodo o in quello immediatamente successivo, quindi responsabili della conduzione della polizia. E’ comprensibile che abbiano avuto delle remore.
    Ciampi ha colmato questa lacuna, esprimendo la riconoscenza del paese ai suoi servitori che l’hanno difeso dalla barbarie terroristica. La sua autorità morale e l’impegno democratico gli consentono di ripristinare il senso profondo del valore civile. Un’espressione apparentemente burocratica che ha invece riconquistato il suo significato vero: quello di un patriottismo sobrio, ma ferrigno.

    ancora Ferrara su il Foglio

    saluti

  10. #10
    email non funzionante
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    Predefinito Per Galli della Loggia non c'è....

    .....terrorista che meriti sevizie e non c’è foto che non vada pubblicata


    Roma. E’ incredibile, secondo lo storico Ernesto Galli della Loggia, che siano proprio dei rappresentanti dei giornalisti a sollecitare sanzioni contro il Foglio e Libero, colpevoli di aver mostrato le immagini della decapitazione di Nicholas Berg. Un atteggiamento censorio, “smentito anche da alcuni grandi quotidiani europei, che a loro volta le hanno pubblicate. Com’è giusto che sia, perché se cominciamo a introdurre criteri d’opportunità (‘è quello che vogliono, si alimenta l’odio’ e così via), finiamo su un terreno scivolosissimo. E’ comprensibile qualche esitazione in presenza di aperte violenze sessuali, ma poi è legittimo far vedere tutto. Ricordo un dibattito simile per i comunicati delle Brigate rosse. Anche allora c’era chi sosteneva che, a pubblicarli, si faceva il gioco dei terroristi”.
    Nessuna rimostranza, in ogni caso, per le foto delle torture nel carcere di Abu Ghraib, che continuano a tenere in primo piano il problema delle regole che una democrazia in guerra deve rispettare per continuare a essere tale. Secondo Galli della Loggia “la politica è fatta anche di irrazionalità, di stati d’animo, di ripulse viscerali.
    Oggi la tortura è qualcosa d’inconcepibile anche perché la nostra civiltà ha perso il rapporto con il dolore fisico, un tempo tanto più frequente e meno dominabile (e penso che la sorpresa provocata da un film come “The Passion” nasca anche dalla visione di come e di quanto un corpo umano possa soffrire).
    E la tortura è culturalmente intollerabile perché la storia del totalitarismo ci ha familiarizzato con racconti orripilanti di tutte le possibili sevizie.
    La democrazia, in Europa, è nata anche contro questo. E’ un
    ‘prius’ incancellabile, al di là di qualsiasi obbligo stabilito da leggi o da convenzioni internazionali”.
    Questo significa combattere con una mano legata dietro la schiena, come dicevano i generali americani durante la guerra in Vietnam? “Immagino di sì, perché la tortura funziona.
    Funzionò, per esempio, per consentire a un’altra nazione
    democratica, la Francia, di sgominare il terrorismo dell’Fln ad Algeri.
    C’è una cupa razionalità, nell’uso della tortura, ma rinunciarvi
    è politicamente obbligatorio.
    Si presume, tuttavia, che la democrazia abbia altre risorse da mettere in campo. Per quell’arma terribile ed efficace che le viene a mancare, deve inventarsene di nuove. L’attuale impasse americana riguarda proprio questo aspetto e investe, insieme, l’organizzazione militare e la guida politica del paese”. Non è questione di impotenza, ma, secondo Galli della Loggia, “di sottovalutazione di un aspetto fondamentale come quello culturale. Gli americani hanno dimostrato una tragica incapacità di conquistarsi un consenso per il quale, presumibilmente, il giorno in cui sono arrivati a Baghdad esistevano tutte le premesse”.

    Però Rumsfeld se ne deve andare
    “Oggi, dopo la vicenda delle torture di Abu Ghraib, la catastrofe della politica di Bush è dimostrata dalla sua ostinazione a non voler dare il benservito a Rumsfeld.
    Eppure dovremmo prendere in parola proprio il segretario alla Difesa: ‘porto l’intera responsabilità di quello che è accaduto’, ha detto durante l’audizione al Congresso. Appunto. Un suo passo indietro serve anche a noi alleati, altrimenti non potremo rimanere in Iraq (e sottolineo che per me sarebbe sbagliato andarsene). Ma non possiamo reggere uno scontro politico con le nostre opinioni pubbliche antibelliciste sul tema della tortura: lo perderemmo subito. Lo devono capire gli americani e lo deve capire anche il nostro governo. Le foto delle torture francesi in Algeria non le vedremo mai, perché non ci sono. E che cosa avrebbero fatto, i volontari che partivano per la guerra di Spagna, se fossero state pubblicate le fotografie degli emissari di Stalin che, nella questura di Barcellona o a Madrid, eliminavano gli anarchici e i trotzkisti? Avrebbero, gli antifascisti, continuato ad arruolarsi nelle brigate internazionali? Forse no. Ma forse sarebbe stato un errore anche concludere che quella contro il franchismo fosse una guerra sbagliata. Ecco perché penso che, proprio per salvare la sua causa, Rumsfeld debba andarsene. Sarebbe solo un fatto simbolico? Ma sappiamo che, in politica, i simboli sono più importanti della realtà. Un politico non si dimette mai perché ha ordinato cose sbagliate, ma perché la sua amministrazione ha commesso errori imperdonabili. Fa parte delle regole elementari del galateo democratico”. Ma non dobbiamo neanche pensare che nella lotta al terrorismo sia possibile applicare le regole ordinarie, conclude Galli della Loggia: “In base ai criteri di Amnesty international, l’articolo 41 bis consente, nelle nostre carceri di massima sicurezza, maltrattamenti considerati a un passo dalla tortura. Il nostro ordinamento, per ragioni forti, come la lotta alla mafia, li considera ammissibili. E il terrorismo non è un nemico meno temibile”.

    da il Foglio

    saluti

 

 
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