Grazie a un cavillo i giudici non pagano mai

• da Libero del 23 ottobre 2009

di Andrea Scaglia

«Il magistrato ha l’obbligo di esercitare l’azione penale»: eccolo qua, il cancello. La formula costituzionale - articolo 112 della Carta - che di fatto impedisce il riconoscimento della responsabilità civile dei giudici. Per dire: il pm di turno ha condotto un’inchiesta sul nulla, con spreco di soldi e tempo? E lui replica che era obbligato a farlo, era un «atto dovuto», ragion per cui di rispondere per eventuali danni morali o materiali neanche se ne parla. Ora, che quell’obbligo - che vorrebbe presupporre la presunta "parità dei cittadini di fronte alla legge" - che quel concetto, insomma, sia costantemente aggirato, su questo non ci son dubbi. Anche perché non è materialmente possibile applicarlo: ovvio, troppi sono i reati perché possano essere perseguiti tutti nello stesso modo e con gli stessi mezzi. E dunque, è un fatto che siano i magistrati a decidere le precedenze. Peraltro, ogni magistrato, ogni ufficio di ogni Procura ha il suo criterio di scelta. Risultato: l’obbligatorietà dell’azione penale si trasforma in un pressoché assoluto potere discrezionale degli stessi pm, e senza che poi ci si possa nemmeno azzardare a chieder conto dei risultati. E un’opinione, questa? Certo, lo è. Travaglio e compagnia, per esempio, sostengono invece che, a fronte di queste difficoltà, andrebbero più che altro aumentati i mezzi a disposizione della magistratura. Ma allora vale la pena di ragionare su un paio di numeri. Li ha forniti giusto l’altro giorno l’avvocato Giuseppe Rossodivita, durante la sua rubrica su Radio Radicale, Il rovescio del diritto e a proposito, per quel che vale, chi scrive si associa anima e corpo alla campagna in favore del rinnovo della convenzione governativa che permette a Radio Radicale di continuare a fornire un servizio, questo sì, davvero pubblico. E dunque, tornando a bomba e citando dati del ministero della Giustizia, ecco che viene fuori che nel 2007, su complessive 144.047 prescrizioni maturate nei tre gradi di giudizio compresa la fase delle indagini preliminari, addirittura 116.207 hanno raggiunto i termini di legge proprio in fase di indagini preliminari, e fra queste soltanto 3.437 erano riconducibili a procedimenti pendenti contro ignoti. Numeri, attenzione, che si riferiscono a notizie di reato non infondate. Tanto per ribadire: oltre il 70 per cento delle viene sancito già negli uffici dei pm, ancor prima che cominci il dibattimento vero e proprio. E stato così calcolato che, considerando gli anni dal 2001 al 2007, sono state 865mila le notizie di reato per cui l’azione penale di fatto nemmeno è cominciata, e quindi per scelta della magistratura inquirente, che lo desiderasse o meno: una sorta di amnistia di fatto, con buona pace di chi invece difende questo stato di cose affermando che, cambiandolo, si farebbe il gioco dei malfattori. Una situazione paradossale di cui non si può certo addossare la responsabilità a strategie difensive ostruzionistiche e perditempo, e nemmeno all’incredibile e scandaloso arretrato di processi pendenti. Le scelte sui reati da perseguire cui dare priorità vengono fatte in Procura, com’è anche comprensibile. Ma che non si venga poi a parlare di "tutti uguali di fronte alla legge", di "atti dovuti" e altre ipocrisie del genere. Per inquadrare il tutto in un quadro più generale, interessante è il discorso tenuto ai procuratori federali degli Stati Uniti da Robert Jackson, che poi sarebbe divenuto un notissimo giudice della Corte Suprema, citato dal giurista Giuseppe Di Federico in un articolo di qualche tempo fa sul Riformista. E dunque, Jackson ricordava che se si lascia al pubblico ministero la possibilità di scegliere le persone da perseguire - e questa, di fatto, è l’attuale situazione italiana - per il cittadino e la democrazia questo è il maggiore pericolo insito nel ruolo del pubblico ministero. C’e di che meditare, altroché. Perché poi insomma, caro signor giudice, scippi e microcriminalità non li persegui perché e difficile e poco appassionante e poi non fa chic. D’altra parte, e in questo senso le Procure non c’entrano, presidiare eccessivamente il territorio non sta bene, fa tanto "regime". Il risultato è dunque una percezione crescente d’impunità della delinquenza che più spesso i normali cittadini subiscono, e una crescente percezione d’insicurezza da parte di quest’ultima, nonostante ne letti un certo tipo di reati non sia effettivamente in aumento. Ed è questa, alla fine, la conseguenza politica: che si vive tutti più impauriti e un po’ meno liberi. Anche più del necessario.

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