....degli ambientalisti

Roma. Si può dire, parafrasando un famoso libro di James Hillman, che dopo più di trent’anni di ecologismo l’ambiente va sempre peggio? Ed è vero che l’ambientalismo è stato connotato, fin dai suoi esordi, da un’ideologia ammantata di scientificità, e che continua a nutrirsi di falsi allarmi, mai dimostrati?
A partire dal “j’accuse” contenuto nel recente saggio di Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari (“Le bugie degli ambientalisti. I falsi allarmi di movimenti ecologisti”, Piemme, 188 pagine, 12,50 euro) abbiamo messo a confronto lo stesso Cascioli, giornalista e studioso di demografia, ed Ermete Realacci, deputato della Margherita e presidente onorario di Legambiente, di cui è stato fondatore.

Il Foglio - Al catastrofismo degli ambientalisti, in tutti questi anni, è stata spesso contrapposta la tesi che la scienza e la tecnologia avranno sempre la capacità di sanare e di regolare quello che non va, anche sul piano ambientale. Non si tratta di una forma di “opposti estremismi”?

Riccardo Cascioli - La mia speranza non è tanto nella tecnologia, quanto nell’uomo come risorsa.
La critica fondamentale da muovere al movimento ecologista è quella di aver fatto passare l’idea che l’uomo sia soltanto un problema. Lo stesso concetto chiave di sviluppo sostenibile, citato anche nella motivazione al Nobel appena conferito alla kenyota Wangari Maathai, risale al 1987 è figlio del rapporto della commissione Onu su ambiente e sviluppo, presieduta dalla norvegese Gro Harlem Bruntland. E’ in quella sede che per la prima volta si è creato il nesso negativo tra popolazione da una parte e ambiente e sviluppo dall’altra, e sempre da lì nascono una serie di politiche globali di questi anni.
Ma guardando alla storia e alla stessa esperienza dei paesi sviluppati diciamo che quel nesso è arbitrario.
Certo, è vero che l’uomo crea anche dei disastri, ma in genere all’espansione della popolazione si è legato più sviluppo, non meno sviluppo.
Il discorso ambientalista si basa sulla cosiddetta scarsità delle risorse. Ma le risorse non sono un dato fisso e immutabile, una torta data una volta per tutte che va divisa tra quanti siamo al mondo, e se cresciamo di numero ce ne tocca una parte sempre minore.
Non è così.
Le risorse sono tali perché è l’uomo a renderle tali.
Il petrolio un secolo fa non era risorsa, l’idrogeno finora non lo è ma forse lo diventerà tra dieci anni.
La risorsa vera, allora, è l’uomo.
La critica di fondo da fare all’ambientalismo è che in nome della natura fa la guerra contro l’uomo.

Ermete Realacci - Non mi riconosco nemmeno un po’ in questa visione. L’ultimo documento nazionale di Legambiente parlava di un “umanesimo di stampo ambientalista”.
Significa che per risolvere i problemi dobbiamo far ricorso proprio alla risorsa umana. L’ambientalismo italiano rivendica la difesa di Venezia, della Val d'Orcia, di Ravello e della pisana Piazza dei Miracoli, che non sono certo un prodotto dei panda ma della fatica e magari, degli errori, della storia e della vita degli uomini. L'uomo "cancro del pianeta" o il sogno di una razza migliore, per citare alcuni dei capitoli del libro di Casciole e Gaspari, parlano di un album di famiglia che non appaeriene all'ambientalismo influente. Nel nostro album di famiglia, al contrario, c'è una concezione della battaglia ambientale come parte dell'evoluzione positiva dell'uomo, c'è una scommessa sull'intelligenza e sui saperi, orientati non solo sul profitto ma agli interessai di tutti. In Italia non c'è né la foresta pluviale né la tundra siberiana. Da noi l’ambiente è un intreccio straordinario di uomo, natura, cultura, ambiente, bellezze naturali e architettoniche. Ora, al di là del merito delle critiche mosse dal libro, che riecheggiano quelle famose di Bjorn Lomborg, l’assunto centrale, e cioè che l’ambientalismo abbia una derivazione sostanzialmente ostile all’uomo e all’umanità, potrà valere per qualche scheggia marginale di “deep ecology”. Sicuramente c’è qualche frangia dell’animalismo che ritiene disdicevole la centralità umana, ma non appartiene alla nostra cultura.

Cascioli - E’ questo che vorrei contestare. Non entro nel merito delle singole scelte di Legambiente, ma è innegabile che da parte ecologista ci sia una costante tendenza a prevedere catastrofi per spingere verso certe politiche. Non è passato nemmeno un anno dal rapporto del Wwf che prevedeva una specie di fine del mondo incombente.

Realacci - L’impostazione catastrofista mi è del tutto estranea. Da ambientalista, penso anzi che l’idea della catastrofe generi rimozione: se pensassi che il mondo deve finire, ammetterei la mia impotenza e non perderei tempo a discutere. Io stesso critico l’ingenuità di certe componenti dell’ambientalismo, di una visione del futuro troppo catastrofista o prescrittiva. Ma il nocciolo della vostra critica è nel rintracciare una genesi dell’ambientalismo che s’intreccia con l’eugenetica e con le degenerazioni del darwinismo, o con un protofemminismo da tempo superato dallo stesso movimento delle donne: una genesi che, ripeto, potrà valere per qualche segmento ma non per l’ambientalismo più influente.

Il Foglio - Il fisico Tullio Regge, che all’epoca dello scontro sul nucleare riconobbe fondatezza all’idea che il problema delle scorie costituisse un ostacolo serio all’adozione di quella tecnologia, è oggi in prima fila nel sostenere che quella contro gli organismi geneticamente modificati è una battaglia scientificamente infondata. E’ dunque il trionfo di quel “principio di precauzione” diventato formula magica e camicia di forza per giustificare l’immobilismo. In particolare, Regge, che è autore della prefazione del libro di Cascioli e Gaspari, sostiene che il blocco italiano della ricerca e della sperimentazione sugli ogm non danneggia le multinazionali, ma elimina la concorrenza e permette lo sviluppo di monopoli di fatto in campo agricolo.

Realacci - Anche in questo caso sarebbe opportuno sfuggire all’ideologia. E’ vero, nella valutazione del “principio di precauzione” va considerato anche il rischio della condanna all’immobilità totale. Credo che, anche nel campo dell’ecologia, la ricerca debba perseguire più terreni rispetto a quelli che saranno poi effettivamente praticati dall’economia, dalla tecnologia, dalle scelte concrete. Ma il principio che non tutto ciò che si può fare vada fatto vale anche per la ricerca biotecnologica. Dobbiamo distinguere. Il termine “biotecnologie” è molto esteso: tutto ciò che mangiamo, ogni cibo che arriva sulla nostra tavola (a parte il sarago pescato in mare), è stato manipolato attraverso i millenni dall’uomo, ed è frutto di biotecnologie. Il problema è capire quali cose non possono realisticamente avere influenza sul nostro futuro, sulla struttura produttiva e sulla qualità della nostra vita, e quali sì. Le biotecnologie applicate alla medicina già producono infiniti vantaggi. La mia è una famiglia di diabetici e so che cosa significhi poter disporre di insulina in quantità. Per quanto riguarda l’agricoltura, dobbiamo avere una grande cautela. Il grano Creso, spesso citato da Regge come ogm già diffusissimo, è stato prodotto accelerando con le radiazioni un processo che in natura già avviene. Ho invece fortissimi dubbi, in assenza di certezze sui vantaggi, sulla produzione di cose che in natura non si potrebbero mai avere. Quando s’incrociano specie animali con specie vegetali (la fragola e il pesce del Baltico, per fare un esempio famoso, in natura non s’incroceranno mai e mai produrranno la fragola resistente al freddo) mi vengono parecchi dubbi. Non solo e non tanto di natura epistemologica, ma rispetto alla stessa convenienza economica dell’operazione.
Perché le grandi organizzazioni agricole italiane sono contrarie all’introduzione degli ogm? Non credo per motivi ideologici, ma perché il futuro dell’agricoltura del nostro paese è legato al mantenimento della straordinaria ricchezza e varietà che sono il prodotto di secoli di civilizzazione. Per noi non è un vantaggio passare da sessanta varietà di mele a una sola, da tanti vini a un solo vino. La strada degli ogm è una strada di riduzione della varietà, c’è poco da fare, ed è una strada pericolosa anche sul terreno economico. Perché viene spinta con tanta forza? Perché ci sono immensi interessi economici che chiedono di essere remunerati dopo gli sforzi fatti nella ricerca. Ma la politica in senso buono, in quanto capacità di orientare il futuro secondo interessi generali, questo passaggio automatico non deve accettarlo.

Cascioli - A me pare che a favorire le multinazionali, come sostiene anche Regge, siano coloro che bloccano ogni tentativo di sperimentazione e di applicazione sul campo degli ogm. Un esempio: in Italia ci sono laboratori quasi artigianali che fanno ricerca in questo campo, perché non c’è bisogno dei soldi delle multinazionali per sperimentare nel settore biotecnologico. Ricerche importanti sono state avviate in Basilicata e a Bergamo, poi tutto è stato bloccato. Qualora si dovesse aprire un mercato, saremo costretti ad affidarci a chi è andato avanti. Nessuno chiede che vengano prodotti mostri, ma è innegabile che nei paesi in via di sviluppo attraverso la ricerca sugli ogm si possono ottenere prodotti agricoli che rispondano alle richieste di cibo che da quei paesi arrivano. Chiediamoci anche perché la Cina si è gettata con entusiasmo sugli ogm. E’ sobillata dalle multinazionali? E Cuba, dove nostri scienziati lavorano per sviluppare qualità più resistenti di canna da zucchero? Sono proprio i governi dei paesi in via di sviluppo che stanno cercando di sviluppare gli ogm, e lo stesso Lula ha aperto il Brasile alla sperimentazione. Per quanto riguarda il prodotto tipico italiano: non è vero che gli ogm riducano necessariamente la diversità. Il nostro famoso pomodoro San Marzano è attaccato frequentemente da parassiti e per questo è penalizzato dal punto di vista dell’economicità della sua coltivazione. L’uso delle biotecnologie potrebbe salvarlo in quanto prodotto tipico. L’opposizione agli ogm delle grandi organizzazioni degli agricoltori italiani, poi, si fonda su motivi abbastanza simili a quelli per cui le stesse organizzazioni si oppongono all’apertura dei mercati agricoli ai paesi in via di sviluppo.

Realacci - Non sono contro la ricerca sugli ogm, ma invito a considerare i fatti. Un’indagine recente, fatta per conto del nostro governo, ha evidenziato che, solo nella grande distribuzione americana, ogni anno vengono venduti prodotti con un nome italiano (e quindi evocatore di bontà, genuinità, bellezza) per 17 miliardi di euro. Di questi, solo una piccola parte (1,5 miliardi) è da attribuire a prodotti veramente italiani. Il resto, quasi trentamila miliardi di vecchie lire, viene speso per prodotti che di italiano hanno solo il nome. Le nostre grandi organizzazioni agricole sono critiche sugli ogm perché il futuro e la forza economica dell’Italia risiedono nella difesa della qualità, della buona reputazione “organolettica” dei nostri prodotti. Oggi in Italia si produce la metà del vino che si produceva all’inizio degli anni Ottanta, ma quel vino vale dieci volte di più. Questa politica mette al centro la qualità della vita, ed è fatta da uomini che con il loro lavoro mantengono il paesaggio e l’orgoglio di essere italiani. Se il problema è la quantità, le pianure dell’Arkansas sbaraglieranno sempre le colline toscane. Una posizione che non tenga conto di questo è solo ideologia.

Cascioli - Sono d’accordo, il nostro problema è la qualità, ma non è affatto vero che gli ogm rispondano solo a un problema di quantità. Ci vuole un minimo di quantità, anche per poter dare futuro a certe coltivazioni di qualità. Politici, scienziati, agricoltori devono insieme poter valutare l’opportunità di certe scelte, mentre mi pare che oggi ci sia, sulla questione degli ogm, una chiusura pregiudiziale ingiustificata. Assistiamo a vere manifestazioni d’isteria collettiva: campi bruciati, manifestazioni, blocchi, che non rendono un buon servizio nemmeno a chi, come Realacci, dice qualcosa di diverso e di più complesso. Ma quello dell’ambientalismo non è il mondo della complessità, piuttosto dei problemi tagliati con l’accetta. L’esempio lampante è probabilmente quello del riscaldamento globale, lo spettro tanto agitato dell’effetto serra. Dobbiamo dire con chiarezza che si tratta di un’ipotesi verosimile, ma solo di un’ipotesi e non di certezza scientifica. Anche se fosse vero che è in atto un processo di riscaldamento globale (e sappiamo che nel corso della storia ce ne sono stati altri) nessuno può dimostrare che dipenda dalla mano dell’uomo. Non si può fare come Al Gore a Kyoto, dire: “Non ne siamo completamente certi ma dobbiamo agire come se lo fossimo”. Se mi comportassi così nella mia vita quotidiana, sarei trattato giustamente come un pazzo.

Realacci - Non farei un mito dell’unanimità della comunità scientifica, che non è mai esistita. Ancora un secolo dopo la morte di Galileo c’era chi pensava che fosse il Sole a girare attorno alla Terra e ricordo un delizioso libro dell’epoca di Dickens che elogiava i fumi industriali come benefici per i polmoni. Ma sul riscaldamento globale c’è un ampio fronte scientifico a ritenere che sia in atto e che dipenda anche dall’attività umana. Tant’è che quando lo stesso presidente Bush convocò una commissione di tecnici ad altissimo livello per liquidare una volta per tutte la questione, questi arrivarono a conclusioni che mettevano in luce il legame tra attività umane e rischio di riscaldamento.

Cascioli - Ma attenzione, i sostenitori dell’effetto serra parlano di glaciazione incombente, e lanciano allarmi che di volta in volta si muovono in un senso o nel senso contrario. Attorno a Kyoto, poi, si giocano partite soprattutto politiche e assai poco ambientaliste. La recente adesione delle Russia, peraltro vivamente sconsigliata a Putin sia dai suoi scienziati sia dai suoi economisti, è pura merce di scambio politica da giocarsi nei confronti dell’Unione europea. Ritengo che il mondo tenda a migliorare là dove c’è sviluppo, e se migliorano le condizioni di vita migliorano anche le condizioni ambientali. Limitare le nascite nel sud del mondo e limitare l’attività economica nei paesi sviluppati, come suggerisce l’Onu e predicano gli ambientalisti, è una strada perdente, perché non favorisce lo sviluppo né da una parte né dall’altra.

Realacci - Sviluppo sostenibile significa proprio sviluppo possibile per tutti i paesi del mondo. Lo sviluppo produce cultura, e credo che la maniera migliore per ridurre la sovrappopolazione siano proprio la cultura e l’emancipazione della donna.

a cura di Nicoletta Tiliacos su Il Foglio del 12 ottobre

saluti