EDITORIALE DI CAPEZZONE E MECACCI SUL WASHINGTON TIMES: "FACE-OFF AT THE UN”
Oggi, op-ed dei due esponenti radicali sul rischio di espulsione del Partito Radicale Transnazionale dalle Nazioni Unite

28 maggio 2004

Oggi, Daniele Capezzone (Segretario di Radicali italiani) e Matteo Mecacci (membro del Consiglio Generale del Partito Radicale Transnazionale e della Direzione di Radicali italiani), nell’ambito della loro collaborazione con il Washington Times, firmano questo intervento pubblicato nella pagina dei commenti e degli editoriali (curata e diretta da Tony Blankley) del quotidiano statunitense. Ecco la traduzione in italiano e poi il testo originale (rintracciabile anche nella edizione telematica del giornale www.washtimes.com, nella sezione op-ed):


Cina, Cuba, Russia, Iran, Sudan, Pakistan, Costa d'Avorio, Zimbabwe: è questa l’alleanza di alcune delle peggiori dittature comuniste e dei regimi fascisti islamici, che, sotto la guida del Vietnam e il grave apporto dell’India, stanno operando per espellere dall’Onu la nostra organizzazione.

Cominciamo dai fatti: venerdì scorso, su iniziativa del regime di Hanoi, il Comitato sulle Organizzazioni non Governative delle Nazioni Unite ha votato (9 favorevoli, 8 contrari, 2 astenuti) una “raccomandazione” per sospendere per tre anni il Partito Radicale Transnazionale dal suo status consultivo di prima categoria (riconoscimento di cui il PRT è stata la prima organizzazione politica a poter beneficiare). Ora, la decisione definitiva sarà presa nel corso della sessione plenaria del Comitato economico e sociale dell’Onu che si terrà a New York a luglio. Ma la cattiva notizia è che l’attacco rischia di andare a segno.

I radicali sono “colpevoli” di avere assicurato a Kok Ksor il diritto di parlare davanti alla Commissione diritti umani dell’Onu sin dal 2001, quando una nuova ondata di violente persecuzioni fu lanciata dal regime di Hanoi contro il popolo Montagnard.

Kok Ksor, leader di questa popolazione cristiana, è ora un cittadino americano, e continua a battersi per la difesa dell’identità politica, culturale e religiosa della sua gente. Dal 1975, il regime vietnamita sta perpetrando un lento e strisciante genocidio contro i Montagnard, e sta operando con successo per nascondere tutto sotto un velo di silenzio, specialmente dopo la nuova sanguinosa repressione dell’ultima Pasqua, avvenuta nell’indifferenza della comunità internazionale e della stessa Onu. Lo stesso velo di silenzio che copre le altre azioni criminali che hanno luogo in Vietnam contro tutte le entità politiche, etniche e religiose che chiedono libertà e democrazia, come la Chiesa buddista unificata del Vietnam, che è messa al bando.

In realtà, stiamo assistendo al nuovo capitolo di una storia lunga. All’interno dell’Onu, infatti, si verificano sempre più sistematicamente tre cose. La prima è il tentativo di mettere sotto tiro tutte le Organizzazioni non governative più attive nella difesa della libertà e della democrazia: il PRT è già stato accusato (ma poi prevalemmo) dalla Russia di Putin nel 2000, e attacchi analoghi si sono verificati -solo per fare altri due esempi- ai danni di “Freedom House” o di “Reporters sans frontieres”. La seconda è che, sempre più spesso, i nemici della libertà mostrano di saper lavorare bene insieme, con una grande capacità di “gioco di squadra”: in passato, questa sinergia si è già vista tante volte (si pensi alla “Conferenza islamica” o ai “Non allineati”); oggi accade con questa unione dei paesi che sono “i peggiori tra i peggiori” per ciò che riguarda il rispetto dei diritti umani, e che è stata capace, per esempio, di eleggere il Sudan all’interno della Commissione diritti umani di Ginevra (mentre è in corso un genocidio: ma tanto, come dieci anni fa in Ruanda, l’Onu continua a stare a guardare…), o di guidare la supervisione e il controllo del lavoro delle ONG. La terza è la difficoltà di organizzare un’alleanza tra chi opera “for the good” (piuttosto che “for the evil”), e di farli lavorare assieme con pari efficacia. Sarebbe importante se i paesi membri della “Community of Democracies”, che difendono le ONG sotto attacco (e anche stavolta, con la guida dell’Italia, Stati Uniti, Romania, Germania, Perù, Camerun, Cile, Turchia, Francia si sono schierati a difesa del PRT), si organizzassero più efficacemente dentro e fuori le Nazioni Unite, dando vita, come abbiamo scritto su questo giornale il 23 marzo scorso, ad un vero e proprio “Democracy Group”.

Il “Democracy Group” può mettere in minoranza chi usa il terrore contro i propri cittadini e poi copre le violazioni di diritti umani; e può anche operare per sottrarre l’Onu a un destino che nega, oggi, gli stessi principi della sua Carta fondativa. Oggi, le Nazioni Unite, contro il progetto originario, sono una tribuna da cui autocrati ed oppressori acquisiscono legittimazione, riconoscimento internazionale e potere sulle questioni relative ai diritti umani.
Occorre dunque allertare noi stessi e i paesi democratici per la sfida di luglio. In gioco non c’è solo la sorte di una organizzazione politica, o del nostro partito, ma un’idea che è molto più importante per tanti popoli oppressi nel mondo.

E occorrerà operare, anche, per la soluzione di un problema di immenso rilievo strategico: dobbiamo convincere la più popolosa democrazia del pianeta, l’India, ad operare in modo conforme alle speranze dei democratici di tutto il mondo. Il nuovo Ministro degli Esteri, Natwar Singh, già Segretario generale del Movimento dei “Non allineati” ai tempi di Indira Gandhi, dopo l’intervento della Coalizione in Iraq, ha invocato un rilancio dei “Non allineati” come “contraltare allo strapotere americano”, che, secondo lui, ha illegittimamente adottato una politica di “regime ch’ange” in Iraq. Occorrerà far comprendere con voce alta e chiara al nuovo Governo indiano che una simile direzione di marcia è diametralmente opposta a ciò di cui l’India e le Nazioni Unite hanno davvero bisogno.