Pascali, meterora che dà luce ai sogni e voce al desiderio.



Una vita breve, quella di Pino Pascali; ma, al tempo stesso, tante vite insieme. Nato a Bari nel 1935, Pascali compirà la sua fulminante traiettoria nel respiro breve di tre anni. Dal 1965- data della sua prima mostra personale- al 1968, quando muore in un incidente stradale. Nel corso di questa avventura, Pascali ha composto, per frammenti, un romanzo di forme, tra passaggi e aperture, scoperte e profezie, in dialogo con la pop art, con l'arte povera e con il minimalismo. L'identità di Pascali sembra racchiudere diversi profili, come emerge dall'intensa retrospettiva, curata da Achille Bonito Oliva, da Angela Tecce e da Livia Velani, allestita a Castel Sant'Elmo (Napoli), in cui sono state scelte circa quaranta opere provenienti dalla Galleria d'Arte Moderna di Roma e da prestigiose collezioni pubbliche e private italiane. Da una parte, un'anima "popular"; dall'altra parte, una tensione segretamente concettuale. Pascali è animato da un istinto narrativo. Pensa il suo lavoro come uno strumento per registrare gli echi del presente. La sua ricerca è legata a una dimensione sociologica. Egli si serve di cose "già fatte", per raccontare i miti della civiltà di massa. Questa tensione ideologica, in molte situazioni, si accompagna ad uno sforzo per eliminare ogni elemento superfluo, attraverso la costruzione di strutture primarie. Il percorso espositivo incrocia questi territori. Abbiamo la sensazione di sfogliare le favole di una pagina bianca. Pascali muove da una matrice dadaista. Egli allestisce bizzarre scenografie abitate da icone. Teatri della finzione abitati da icone riconoscibili, che nascondono sempre una dimensione perturbante. Entriamo in uno zoo fantastico. Siamo accolti da lunghi "bachi da setola". Ci imbattiamo in strambe "famiglie" di frutta. Ci imbattiamo, poi, in un dettaglio di architettura romana, emblema di un'antichità priva di aura. In "idoli anatomici", con parti di corpi rese solenni con garbo. Nel ponte del 1968, fatto di corde di acciaio sovrapposte. In carte da gioco, disposte in un solitario imponente. In giganteschi insetti "pelosi". E, infine, ecco cannoni, lanciamissili, mitragliatrici. Giocattoli di morte, dipinti con vernice militare, che non funzionano, e non sparano. Attrezzi che vogliono irridere false credenze e dissacrano la solennità dei codici dell'arte, esibendo le invisibili voci del sogno e del desiderio. Questi momenti ilari appaiono in contrasto con gli "episodi" di impronta minimalista. Si pensi alla clessidra, alle cornici di paglia. O alle splendide "confluenze" (del 1967), una sequenza di vasche di ferro che scorrono parallele, piene di un liquido azzurro. Le due facce- quella pop e quella concettuale- si incontrano in un viaggio che raggiunge il suo vertice nelle opere esposte nelle ultime sale. Serpenti e dinosauri raccolti in se stessi. Ogni dettaglio è azzerato. Assistiamo alla "decapitazione" dei modi della scultura tradizionale. La vocazione descrittiva convive con una vocazione intimamente astratta. Oggi Pascali avrebbe settant'anni. Chissà quali altre favole avrebbe raccontato...