AMICI AMERICANI 1. LA POLEMICA MONTA ANCHE TRA I REPUBBLICANI
La Iran connection di Rumsfeld Chi dava informazioni a Chalabi?
Una inchiesta Fbi per spionaggio fa più male al Pentagono delle torture



Su un punto non ci sono dubbi: Donald Rumsfeld, l’indefesso servitore di tutte le presidenze repubblicane da Nixon in poi (con la sola eccezione di Bush padre, che lo detestava), è ormai stato identificato come l’anello debole dell’amministrazione; e vista la tenacia con cui la Casa Bianca si ostina difenderlo, si è rapidamente trasformato nel bersaglio privilegiato di tutti gli avversari del presidente.
Tanto accanimento non è casuale. Perché dopo essersi esposto alle accuse di incompetenza per la gestione dubbia della guerra e quella disastrosa del dopoguerra; dopo essersi fatto coinvolgere dallo scandalo delle torture (e ancora non è del tutto chiaro se il capo del pentagono sia colpevole solo di scarsa vigilanza o se abbia responsabilità più specifiche nella stesura delle istruzioni ai carcerieri di Abu Ghraib); dopo tutto questo, ecco arrivare la terza ondata, potenzialmente la più devastante: la sua amicizia con Ahmed Chalabi.
Il politico-esule-bancarottiere iracheno, capo di quell’Iraqi National Congress che negli ultimi quattro anni ha spillato al contribuente americano 40 milioni di dollari in aiuti nonché fonte primaria dell’intelligence fasulla sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, è nel mirino dell’Fbi con l’accusa di spionaggio. Non un’accusa qualsiasi, tanto più che a beneficiare delle soffiate sarebbe stato nientemeno che l’Iran.
Ma l’indagine dell’Fbi ha due corni: da un lato è tesa a scoprire cosa esattamente Chalabi abbia detto agli ayatollah di Teheran - per ora si sa solo che si tratterebbe di informazioni della massima segretezza; dall’altro - e qui sta l’aspetto politicamente più delicato della vicenda - intende stabilire da chi Chalabi abbia ottenuto le sue informazioni. Da Rumsfeld? In assenza di elementi di prova nessuno lo dice, ma molti lo pensano; e se non pensano che la fonte sia stata lui in persona, pensano che comunque si tratti di qualcuno del suo stretto entourage.
Che sia questo il sospetto lo dimostra l’autodifesa dello stesso Chalabi: che non solo nega di aver mai visto o passato informazioni segrete né di aver mai presenziato a briefing riservati; ma nelle ultime ore si è affrettato a chiarire di aver incontrato Rumsfeld solo quattro volte e di non aver mai parlato di cose «sostanziali». Idem per il vicepresidente Dick Cheney (altro potente di cui il faccendiere iracheno vantava la frequentazione), incontrato due volte appena e per «discussioni di carattere generale».
Tanto zelo nel difendere l’onorabilità dei suoi potenti sponsor (o ex sponsor) potrebbe essere una clamorosa gaffe. Ma non è esclusa una seconda ipotesi: che tirando in ballo - facendo finta di scagionarli - uomini del calibro del ministro della Difesa e del vicepresidente, Chalabi stia mandando un messaggio a chi di dovere. Muoia Sansone con tutti i Filistei, o più in volgare, se mi mollate cadete anche voi. Chalabi, d’altronde, non fa mistero alcuno di sentirsi tradito. Accusa direttamente la Cia, anzi il direttore della Cia George Tenet, di aver messo in pratica un piano per screditarlo; e per nulla ha gradito l’improvvisa decisione di bloccare i finanziamenti - più di 300 mila dollari al mese - alla sua organizzazione. Ma la Cia è da anni che sostiene, anche in modo semi-pubblico, che Chalabi non è credibile. Se tradimento c’è stato, insomma, è stato altrove.
Comunque sia, l’affaire Chalabi ha dato ulteriore fiato ai nemici di Rusmfeld, che azzannato l’osso non danno alcun cenno di voler mollare. Al punto che, mentre lFbi continua a condurre la propria indagine, dal Congresso si levano numerosissime voci di parlamentari che chiedono anch’essi di vederci chiaro. E attenzione, non si tratta soltanto di esponenti del partito democratico. Perché accanto alla capopolo democratica Dianne Feinstein, che non esita a definire Chalabi «un ciarlatano», c’è gente come Chuck Hagel, senatore repubblicano del Nebraska, che ci va giù ancora più pesante: «Avevo seri dubbi sul suo conto, e diversi di noi avevano provato a mettere in guardia l’amministrazione... Ma il fatto è che c’erano alcune persone, nell’amministrazione e nel Congresso, che erano rimasti molto affascinati da Chalabi».


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