1)
INDAGINI
La verità nascosta
Da 50 giorni la procura attende i dossier sulla battaglia dei ponti di Nassiriya
ROMA
Ora viene fuori che i morti, nella battaglia del 6 aprile per i ponti di Nassiriya, sarebbero stati centocinquanta e non quindici, come nella versione ufficiale diffusa a mezzo stampa. E che i militari italiani avrebbero ucciso anche numerosi civili, tra i quali donne e bambini. E' questa la nuova ricostruzione, senz'altro provvisoria, fatta trapelare dalla procura militare di Roma, competente per le eventuali violazioni del codice penale di guerra commesse dagli uomini del contingente italiano in Iraq. Lo scrivono Corriere della sera e Messaggero. Il procuratore militare Antonino Intelisano ritiene a quanto pare inverosimile che i 30-35 mila colpi sparati dagli italiani abbiano provocato soltanto quindici vittime e tutte tra i miliziani scitti di Moqtada Al Sadr. Di quell'enorme volume di fuoco avevano parlato i giornali fin da aprile e il dato è confermato. Si sapeva meno della durata della battaglia: «almeno dieci ore» e non «quattro o cinque» come affermò pubblicamente il generale Gian Marco Chiarini, fino a pochi giorni fa comandante dei militari italiani in Iraq. Per riprendere i ponti sull'Eufrate, che collegano la parte nord e la parte sud di Nassiriya, furono impegnati cinquecento uomini (su circa 3.500) appartenenti all'XI reggimento dei bersaglieri (che però ebbero la peggio, dodici feriti), al Savoia Cavalleria e ai reparti scelti del San Marco (incursori di Marina), del Tuscania e del Gis (carabinieri). Tra le altre cose, gli italiani tirarono giù un'intera palazzina abitata da civili ma «utilizzata come postazione da cecchini»: per sbriciolarla sono stati impiegati cannoni da 105 millimetri, a quanto pare senza alcun bisogno di modificare (o di violare) le misteriose «regole d'ingaggio» di cui tanto si parla. E in quell'edificio, secondo la nuova ricostruzione, sarebbero rimasti uccisi anche donne e bambini. Non si parla più di «scudi umani» portati sui ponti dai guerriglieri.

Sono tutte novità che la procura militare sta mettend insieme ascoltando uomini delle forze armate e dell'intelligence, con un'indagine, per così dire, di tipo tradizionale. Fonti irachene, peraltro, fin dal primo momento avevano parlato addirittura di trecento morti. Ma l'elemento più sconcertante è che a cinquanta giorni dai fatti, da quello che probabilmente è il principale evento bellico che ha coinvolto le forze armate italiane nel dopoguerra, il procuratore Intelisano non abbia ancora ricevuto i rapporti riservati inviati dagli ufficiali impegnati sul campo al Comando operativo interforze (Coi), l'organo dello stato maggiore che da Roma sovrintende alle attività militari in Iraq (il quale, dal punto di vista operaivo, dipende dal comando britannico di Bassora). Quei dossier «classificati», per il momento sottratti alla magistratura militare, contengono ogni tipo di informazione su quel che accadde notte del 6 aprile sui ponti di Nassiriya. Sui contatti che vi fuorono con il comando britannico, sul volume di fuoco, sulla dinamica e sugli esiti delle varie fasi dello scontro.

Sulla battaglia dei ponti è aperto anche un fascicolo presso la procura ordinaria, che però si occupa solo degli eventuali reati commessi in danno di italiani e in questo caso del ferimento dei dodici bersaglieri. Ed è sempre la procura militare a procedere in relazione alle denunce di torture e sevizie sui prigionieri iracheni. L'indagine è partita dalle rivelazioni di Pina Bruno, vedova di un carabiniere rimasto ucciso a Nassiriya, secondo la quale i militari italiani sapevano di maltrattamenti inflitti dalla polizia irachena, alla quale consegnavano i prigionieri «comuni».
http://www.ilmanifesto.it/oggi/art44.html


2)
Antichità trafugata
Sono militari italiani i contrabbandieri?
Su un'auto, appartenente al contingente italiano in Iraq, intercettata da funzionari di dogana della provincia di Dhi Qar (quella di Nassiriya) sono stati ritrovati reperti archeologici che stavano per essere trafugati nel vicino Kuwait. La notizia è stata pubblicata il 24 maggio dal quotidiano iracheno al Sabah e ripresa da un comunicato del «Ponte per Baghdad». Il quotidiano al Sabah appartiene all'Iraqi media network sotto il diretto controllo della Coalition provisional authority, quindi è difficile pensare ad una speculazione di chi è contro l'occupazione. Dopo aver permesso il saccheggio del museo di Baghdad, le forze della coalizione, secondo quanto riferisce l'articolo di al Sabah, stanno da tempo trafugando reperti da nuovi siti archeologici. Nei giorni scorsi il giornale aveva riferito di ripetuti saccheggi perpetrati nel museo di Nassiriya e dell'incendio appiccato alla biblioteca della città, sotto il controllo del contingente italiano, che aveva provocato la distruzione di gran parte dei libri e del materiale archeologico che vi era conservato. Il contingente italiano è incaricato anche della protezione dei siti archeologici della provincia, tra i quali si trova la biblica Ur dei Caldei e numerosi siti sumeri e assiro babilonesi, oltre che della formazione delle nuove guardie irachene che devono proteggere questo patrimonio che è già andato in parte disperso durante i grandi saccheggi seguiti alla caduta del regime di Saddam Hussein. «Ora non solo si scopre che i militari italiani - sottolinea il comunicato del Ponte per Baghdad - non proteggono il patrimonio archeologico dai saccheggi ma, come sembra, alcuni di essi contribuiscono a contrabbandare reperti millenari, testimoni della storia più antica della civiltà, che finiranno sul mercato antiquario illegale che non si fa troppe domande sulla provenienza».

E pensare che nel luglio scorso il direttore del museo di Nassiriya, Ameer al Hamadani, dichiarava alla stampa italiana che era ben felice dell'arrivo dei militari italiani confidando che avrebbero potuto fare la guardia ai 612 siti archeologici della regione. Al Hamadani, purtroppo, sarà costretto a ricredersi.

http://www.ilmanifesto.it/oggi/art30.html



3)
Tv svizzera, video su Quattrocchi al lavoro a Baghdad
E' armato, perlustra, non parla. Parla l'arruolatore Simeoni: «Sì siamo mercenari, anche se è una parolaccia»
GIANNI BERETTA
Fanno una certa impressione le immagini di Fabrizio Quattrocchi in piena azione in Iraq come guardia di sicurezza pochi giorni prima del suo sequestro e della sua esecuzione. Mentre Paolo Simeone, che lo aveva ingaggiato, alla domanda se si consideri un mercenario risponde: «Mercenario mi sembra un po' una parolaccia; ma è quello che siamo; anche se è una parolaccia, secondo il dizionario è una persona che svolge un'attività militare contro pagamento; ed è quello che noi facciamo». Le sequenze di Quattrocchi armato che scruta Baghdad con un cannocchiale e l'intervista in inglese di Simeone, in attività di pattugliamento insieme a lui, sono la parte finale di un lungo documentario realizzato dalla Televisione svizzera francese dal titolo «Guerrieri affittansi», andato in onda qualche giorno fa in contemporanea sulla Televisione svizzera italiana.

Per la verità un flash di quelle immagini di Quattrocchi era stato trasmesso da Canale 5 che le avrebbe piratate con tanto di logo svizzero da anticipazioni del tg di Ginevra (mentre il documentario era ancora in lavorazione); tant'è che fra Mediaset e la televisione romanda è nata una controversia.

Nel video Quattrocchi non parla mai, anzi è definito nel documentario «il più discreto» rispetto a Simeone e all'altro collega Luigi (rientrato poi in Italia) ripresi in macchina mentre stanno pattugliando le strade della capitale irachena. E' solo Paolo Simeone a farsi intervistare; in fin dei conti è lui il capo: «Bisogna essere molto discreti, ma anche essere abbondantemente armati; per noi il problema è questo; è difficile nascondere un fucile d'assalto o una mitraglietta». E nel caso di attacco: «A volte rispondiamo al fuoco; altre fuggiamo; dipende; sparare ad esempio in una situazione come questa è assai pericoloso perché ci sono molti civili; o identifichi molto bene il bersaglio e sei sicuro di te, oppure è meglio fuggire perché si corre il rischio di uccidere degli innocenti; e noi non ne abbiamo il diritto».

In «Guerrieri affittansi» il 32enne Simeone è presentato come il responsabile della compagnia Presidium, al servizio di grossi clienti statunitensi sia come guardaspalle che nella protezione di infrastrutture. Mostra il fucile svizzero SIG 543 che ha in mano, dicendo di averlo trovato al mercato nero. E quando gli viene chiesto cosa gli piaccia di questo mestiere, risponde: «Mi piace viaggiare per il mondo, l'adrenalina; amo questo lavoro perché posso applicare tutte le mie conoscenze in situazioni reali». E sull'adrenalina precisa: «Mi riferisco al rischio; è questo che ci motiva tutti a fare il nostro lavoro, a cercare il pericolo; mettere la nostra vita in pericolo è il cuore del nostro business».

Ma non è tutto qui: in «Poveri eroi» la televisione svizzera esibisce copia della e-mail di proposta di reclutamento in Iraq inviata da Simeone all'«agente di sicurezza» Davide Giordano (amico di Quattrocchi) che gli aveva mandato il suo curriculum vitae da Genova. Si parla di «training alla polizia locale»; di servizio di body-guard a «Vip locali (politici o giudici) e italiani (personale dell'ambasciata, di ditte e organizzazioni)»; e infine di «controllo armato a pipelines e linee elettriche»; per «un salario di seimila euro al mese, più vitto e alloggio»; con un addestramento sul posto di tre giorni a sei tipi di armi (specificate). Nella e-mail da Bagdad Simeone aggiunge: «Mi hanno dato carta bianca per la scelta del personale, non tanto perché si fidino di me ma perché il personale è finito, e posso prendere specialisti dal mercato dei free-lances». Per sua fortuna, a differenza di Paolo Quattrocchi, alla fine Davide Giordano decise di non arruolarsi.

A nessuna televisione italiana è venuto in mente di comprare i diritti per mandare in onda almeno la parte del documentario svizzero che riguarda le guardie private italiane, soprattutto per quanto si riferisce alle dichiarazioni di Simeone, che oggi risuonano alquanto sinistre; neppure a Ballarò di Rai 3, che pure la settimana precedente aveva chiesto in visione (senza poi acquistarlo) il servizio «Poveri eroi» di produzione della televisione ticinese, nel quale si anticipava la seguente dichiarazione di Simeone ai romandi: «E' difficile lavorare qui; bisogna mantenere un profilo molto basso; ma nello stesso tempo occorre essere armati fino ai denti e pronti a sparare; oggi l'Iraq è il centro degli affari per chi si occupa di sicurezza; parliamoci francamente: questo è il posto giusto e il momento giusto per far soldi; il business è davvero grande; sono molte le agenzie di sicurezza venute ad operare qui, e circola molto denaro; non potevo rinunciare; anche se ho tanta paura».