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    Giacobino 1799
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    Predefinito Michael Moore aveva intervistato Nicholas Berg

    28.05.2004
    Michael Moore intervistò Nick Berg per Farenheit 9/11
    di Bruno Marolo

    La voce di un morto preoccupa George Bush. Nelle mani di Michael Moore, l’autore di un esplosivo documentario che il pubblico americano non può vedere, è spuntata un’intervista registrata da Nicholas Berg, l’ebreo sgozzato dai terroristi di Al Qaeda in Iraq.

    E’ sempre più fitto il mistero sulla morte di Berg, che prima di cadere nelle mani dei terroristi era stato arrestato dalla polizia irachena e interrogato a lungo in carcere dagli investigatori federali americani. Il presidente Bush cita spesso questo atroce assassinio come esempio della barbarie dei nemici dell’America, e cerca così di giustificare la guerra in Iraq. Ma il padre di Nicholas Berg è insorto contro questo sfruttamento del suo dramma. In una lettera aperta alla Casa Bianca, ha accusato Bush di essere il vero colpevole della morte del figlio. “L’assassinio di Nicholas – ha scritto – è una conseguenza delle torture dei prigionieri autorizzate o almeno tollerate dal governo di George Bush. Più degli assassini di mio figlio mi fanno orrore coloro che comodamente seduti al governo prendono decisioni che costano la vita ad alcuni e rovinano l’esistenza ai vivi”.

    Al ritorno da Cannes dove ha ottenuto la Palma d’Oro, Michael Moore ha annunciato di avere intervistato Nicholas Berg per il documentario Farenheit 911. “Il video dell’intervista – ha spiegato – dura una ventina di minuti. Non lo abbiamo usato nel documentario. Per ora non intendiamo pubblicarlo e non ne riveleremo il contenuto. Stiamo trattando in privato con la famiglia”.

    Che cosa ha spinto un geniale polemista come Moore a interessarsi a un giovane del tutto sconosciuto prima della tragica fine in Iraq? Nella storia di Nicholas Berg ci sono vari aspetti poco chiari. Dopo l’attacco dell’11 settembre Berg era stato interrogato dall’Fbi. Zacharias Moussaoui, il complice dei dirottatori ancora in attesa di giudizio, usava la password della sua posta elettronica. Gli investigatori erano giunti alla conclusione che si trattasse di una coincidenza. Tanto Berg quanto Moussaoui avevano frequentato l’università di San Diego e la password era stata rubata.

    Nicholas Berg era andato in Iraq in cerca di affari. Aveva fondato una piccola impresa che piazzava antenne televisive e sperava di concludere qualche contratto per la ricostruzione. Non aveva avuto fortuna e aveva già prenotato il volo per il ritorno quando era stato arrestato dalla polizia irachena a un posto di blocco. Pare che i documenti non fossero in regola.

    Dagli schedari dell’Fbi era emersa la disavventura con Moussaoui e ancora una volta gli investigatori americani si erano insospettiti. Berg era stato interrogato più volte in carcere e la sua casa in America era stata perquisita. Era appena tornato in libertà quando era stato rapito dai terroristi.

    Il video della decapitazione non è stato mostrato da alcuna televisione americana ma è facilmente accessibile su Internet. Alcuni insegnanti sono stati sospesi per averlo mostrato agli allievi, in licei e università. All’università di San Diego una associazione di studenti aveva organizzato una proiezione pubblica per il 25 maggio, ma ha rinunciato di fronte alle proteste della maggioranza degli allievi. L’organizzatore, Ariel Mor, ha dichiarato: “Con le immagini della morte di Nicholas Berg volevo incoraggiare il pubblico a sostenere le truppe americane in Iraq, ma l’interesse di giornali e televisioni mi è sembrato sproporzionato”.

    Mostrando le immagini macabre della morte di Berg, la destra americana ha cercato di distogliere l’attenzione dalle fotografie dei prigionieri iracheni torturati. Michael Berg, il padre di Nicholas, è insorto contro questa strumentalizzazione. “Mio figlio – ha scritto – era una persona straordinaria. Sono sicuro che perfino i suoi assassini hanno avuto modo di conoscerlo e apprezzarlo. Sono certo che hanno avuto qualche rimorso mentre lo uccidevano.

    Ma George Bush è peggio di loro. Egli non deve subire le conseguenze dei propri atti, non può vedere nei cuori di Nicholas e del popolo americano, e le sue scelte in Iraq provocano la morte ogni giorno. Il ministro della difesa Donald Rumsfeld dice di assumersi la responsabilità per le torture dei prigionieri iracheni. Quale responsabilità, se non ha subito alcuna conseguenza? L’America dovrebbe imparare ad ascoltare i popoli che chiama nemici, smettere di dettare al resto del mondo regole da cui si considera esente. La guida inefficiente di Bush è un’arma di sterminio, e ha provocato una reazione a catena che è la vera causa della morte di mio figlio

    da www.unita.it

  2. #2
    Giacobino 1799
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    Un intronato alla Casa Bianca
    di Michael Moore 14 aprile 2004
    Traduzione a cura di Valerio Santoro

    Amici,
    io non ho mai visto finora una testa su un asino presidenziale (scusate il mio Falluja) come quello che ho visto la notte scorsa alla "conferenza informativa" data da George W. Bush. Lui ancora sta parlando di trovare "armi della distruzione di massa" - questa volta nell' "allevamento di tacchini" di Saddam. Davvero, tacchini. Chiaramente la Casa Bianca crede ci siano abbastanza idioti nei 17 stati indecisi che se la berranno. Io penso che avranno un brusco risveglio.
    Io sono sotterrato da settimane nella stanza di montaggio a finire il mio film ("Fahrenheit 911"). Ecco perché non mi avete sentito ultimamente. Ma dopo l'imitazione di Lyndon Johnson dalla Stanza Est dell'ultima notte - promettendo essenzialmente di spedire altri soldati nel pantano iracheno - dovevo scrivere a voi tutti un appunto.
    Primo, possiamo fermare il linguaggio orwelliano ed iniziare ad usare i nomi corretti per le cose? Quelli non sono "imprenditori" in Iraq. Non vanno lì a riparare un tetto o versare calcestruzzo in un passo carraio. Sono MERCENARI E SOLDATI DI VENTURA. Sono lì per i soldi, ed i soldi sono ottimi se si vive abbastanza a lungo per spenderli.
    Halliburton non è una "società" che fa affari in Iraq. Sono profittatori di guerra che stanno sfilando milioni dalle tasche dell'americano medio. Nelle guerre passate sarebbero stati arrestati - o peggio

    Gli iracheni che si sono ribellati all'occupazione non sono «rivoltosi» o «terroristi» o «il nemico». Sono la rivoluzione, come i minutemen americani, e il loro numero è destinato a crescere - e vinceranno. Ha afferrato il concetto, signor Bush? Ha fatto chiudere un maledetto settimanale, lei grande dispensatore di libertà e democrazia, e allora si è scatenato l'inferno. Il giornale aveva 10.000 lettori in tutto! Perché fa quel sorrisetto da furbo?
    Un anno dopo aver pulito la faccia della statua di Saddam con la bandiera americana prima di tirarla giù, siamo in una situazione tale che è troppo pericoloso per un operatore dell'informazione tornare oggi da solo in quella piazza e fare un servizio sulla magnifica celebrazione del primo anniversario. Naturalmente, non ci sono celebrazioni, e quei coraggiosi giornalisti embedded con i loro capelli cotonati non possono neppure uscire dal recinto di sicurezza del forte nel centro di Bagdad. In realtà loro non vedono mai quello che sta accadendo in Iraq (la maggior parte delle immagini che vediamo in televisione sono riprese dai media arabi o europei). Quando guardate un servizio «dall'Iraq», quello che vedete è un comunicato stampa fornito dalle forze d'occupazione Usa e rivenduto a voi come notizia.
    Al momento ci sono in Iraq due miei cineoperatori/fotoreporter che lavorano per il mio film (all'insaputa del nostro esercito). Parlano con i soldati e stanno raccogliendo i veri sentimenti e le opinioni su ciò che sta veramente succedendo. Ogni settimana mi spediscono a casa il metraggio via Federal Express. Avete capito bene, Fed Ex, e chi ha detto che non abbiamo portato la libertà in Iraq? La storia più buffa che i miei collaboratori mi hanno raccontato è il fatto che quando scendono dal volo a Baghdad non devono far vedere il passaporto o passare il controllo immigrazione. Perché no? Perché loro non hanno viaggiato da un paese straniero a un altro - loro stanno arrivando dall'America in America, un posto che ci appartiene, un nuovo territorio americano chiamato Iraq.

    Si parla tanto fra gli oppositori di Bush del fatto che dovremmo consegnare questa guerra nelle mani delle Nazioni unite. Perché gli altri paesi del mondo, paesi che hanno tentato di dissuaderci da questa follia, dovrebbero ora rimettere ordine nel nostro caos? Mi oppongo a che l'Onu, o chiunque altro, rischi la vita dei propri cittadini per tirarci fuori dalla nostra debacle. Mi dispiace, ma la maggioranza degli americani ha appoggiato questa guerra, una volta iniziata, e, per quanto triste, quella maggioranza deve ora sacrificare i propri figli finché sarà versato abbastanza sangue da far sì che forse - proprio forse - Dio e il popolo iracheno possano infine perdonarci. Fino a quel momento, godetevi la «pacificazione» di Falluja, il «contenimento» di Sadr City e la prossima Offensiva del Tet - oops, volevo dire, «l'attacco terrorista da parte di un gruppuscolo di fedeli baathisti» (adoro scrivere queste parole, «fedeli Baahtisti» fa tanto Peter Jennings) - seguite da una conferenza stampa in cui ci si dirà che dobbiamo «mantenere la rotta» perché stiamo «conquistando i cuori e le menti della gente».
    Presto scriverò ancora. Non disperate. Ricordatevi che il popolo americano non è poi così stupido. Certo, possiamo farci spaventare tanto da farci portare in guerra, ma prima o poi ci riprendiamo sempre - ciò per cui questo non è come il Vietnam è il fatto che non ci sono voluti quattro lunghi anni per capire che ci avevano mentito.

    Vostro,
    Michael Moore
    www.michaelmoore.com

 

 

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