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    Predefinito Lo storico rompicapo irakeno

    dal sito del quotidiano svizzero "Il Corriere del Ticino"

    " EDITORIALE - Iraq: i precedenti


    Uno storico rompicapo

    Gerardo Morina



    Mettere a posto l’Iraq sembra oggi un compito quasi impossibile. Ma un’analisi dei precedenti storici fa concludere che, cambiati i tempi e le pedine sullo scacchiere, in fondo fu sempre così. Oggi sono gli Stati Uniti ad aver preso il posto della Gran Bretagna come potenza imperiale. Con questa differenza: che gli Stati Uniti non possono e non vogliono essere una potenza coloniale, ammettono di essere un impero, ma nello stesso tempo stentano a rendersi conto che un impero ha le sue regole . La prima è che un Paese come l’Iraq che esce dalla decolonizzazione con tre decenni di autonomia sanguinaria non può essere condotto a una solida prospettiva di governo rappresentativo se non lo si conquista prima «sul terreno», imponendo nella transizione una nuova e indiscutibile catena di comando. La seconda regola è che nella fase di trasferimento dei poteri non va trascurata la necessaria inclusione e collaborazione di componenti indigene: in altre parole il nuovo Iraq va fatto soprattutto con gli iracheni. E la terza regola è quella di cui si dotò l’impero britannico fin dal 1837, quando la Commissione parlamentare di Durham, per risolvere la questione della costante e non programmata acquisizione di nuovi territori da governare, stabilì che la linea da seguire sarebbe stata «l’educazione all’autogoverno». Il fatto significativo è che neppure però chi, come gli inglesi (la cui presenza si fece avvertire in Iraq fin dal diciottesimo secolo), cercò in passato di rispettare queste regole rimase indenne da difficoltà di conseguimento degli obiettivi. Londra assunse il mandato sull’Iraq nel 1921 in un mare di dubbi e indecisioni che riguardavano il tipo di amministrazione da assegnare al Paese. Già allora gli inglesi dibattevano in base a due teorie opposte. La prima, sostenuta dal Colonial Office, era favorevole ad un controllo diretto del Paese al fine di proteggere gli interessi britannici nel Golfo Persico e in India. Una seconda teoria privilegiava invece un controllo indiretto e proponeva l’istituzione di un governo indigeno sotto la supervisione britannica. Dal 1921 al 1932 l’Iraq fu di fatto un mandato coloniale britannico e la prima mossa per normalizzare e rendere governabile il Paese fu di favorire l’instaurarsi di una monarchia hashemita. Rimase tuttavia sempre di fondo un’ambiguità tra le norme proprie di un «mandato» e quelle di molteplici «trattati» stipulati con gli iracheni, ambiguità che divenne estremamente critica quando si scontrò con le forze nazionaliste irachene. Al punto che gli stessi nazionalisti denominarono la situazione – dice l’«Encyclopaedia Britannica» – un «perplexing predicament» («al-wad’ ash-shadh» in arabo), una «situazione imbarazzante e incresciosa» dovuta alla formula della doppia autorità. In altre parole i nazionalisti iracheni sostenevano che esistevano due governi in Iraq, uno straniero e uno nazionale, e che tale anormalità era concepibile in teoria ma inattuabile in pratica. È curioso che anche allora ci fosse inoltre un’opinione pubblica (britannica) che protestava per un impegno coloniale troppo gravoso in spese e uomini e invitava ad «uscire al più presto dalla Mesopotamia». Nel 1932 Londra pose fine al suo mandato e firmò con l’Iraq un trattato che concedeva l’indipendenza. Il primo parlamento iracheno si era riunito nel 1925 e dieci elezioni generali ebbero tempo di svolgersi fino alla caduta della monarchia e al termine del secondo periodo di presenza militare britannica in Iraq iniziato allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Quando, nel 1958, un colpo di stato depose la monarchia irachena e trasformò il Paese in una repubblica, la Gran Bretagna capì che il suo compito in Iraq era finito. Ma pur avendo applicato le regole di un dominio imperiale, di un’educazione all’autogoverno e di un rispetto per i caratteri indigeni di uno Stato autonomo, Londra non fu mai veramente convinta di aver potuto «riassestare» l’Iraq. Il quale rimase, anche ai suoi occhi, uno storico rompicapo.

    28/05/2004 23:27
    "


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  2. #2
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    dal sito di RadioRadicale

    " I NEOCONS ALLA CASA BIANCA


    Una questione aperta tra i commentatori della politica estera americana riguarda il tipo e il 'quantum' di influenza che i neocons stanno esercitando sulle decisioni dell'amministrazione Bush. Sono in molti a sostenere che questa lobby stia abusando delle proprie posizioni per imporre una politica affine ai propri interessi ideologici ed economici. L'influenza è innegabile. La nuova strategia di sicurezza nazionale sembra quasi del tutto modellata sulla visione geopolitica e sui principi neoconservatori, ma nell'attuazione delle politiche la loro influenza sembra essere limitata, condivisa con altri gruppi, e revocabile. "Una cabala di neoconservatori si è impadronita della politica estera dell'amministrazione Bush e ha trasformato la sola superpotenza del mondo in un mostro unilaterale? In realtà, le storie sull'influenza dei neocons - le insidiose intenzioni del gruppo di scatenare guerre preventive per il mondo - sono state molto esagerate. Così facendo, i critici hanno trasformato l'identità dei neocons e la riflessione sulla politica estera Usa in un'irriconoscibile caricatura". Questa l'introduzione fatta da Foreign Policy al saggio di Max Boot, "Think Again: Neocons", pubblicato nel gennaio 2004: L'autore risponde punto per punto ai falsi miti costruiti intorno alla corrente neocons. «"L'amministrazione Bush sta portando avanti la politica estera neoconservatrice". Magari fosse vero!"», risponde Boot.
    Il presidente Bush, il vicepresidente Dick Cheney, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, la consigliera per la sicurezza nazionale Condoleeza Rice non sono neocons, e Bush si è candidato con una piattaforma di politica estera "realista", ai limiti dell'isolazionismo, ma quest'amministrazione ha costituito un'alleanza con le teorie neocons da dopo l'11 settembre 2001. Anche il segretario di Stato Colin Powell e il premier britannico Tony Blair hanno esercitato forte influenza sulle recenti decisioni, dall'Iraq, alla road map per il Medio Oriente.
    "

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  3. #3
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    da www.radioradicale.it

    " Accordo sul governo di transizione iracheno. Premier uno sciita laico

    29 maggio 2004
    Mancano solo gli ultimi dettagli, poi sarà pronta la compagine di governo irachena che dal 1° luglio traghetterà il Paese fino alle elezioni libere del gennaio 2005. L'accordo sulla lista dei ministri tra il Consiglio di governo provvisorio iracheno, l'amministrazione civile americana - autorità che si scioglieranno il 30 giugno - e l'inviato delle Nazioni Unite Lakhdar Brahimi, è praticamente raggiunto. Un tecnico, Thamir Ghadban, ministro del petrolio, due curdi alla difesa e agli esteri, Hoshyar Zebari e Barham Salih, uno sciita, Adel Abdul Mahdi, ministro delle finanze. Il sunnita Adnan Pachachi, ex ministro degli Esteri prima della dittatura, dovrebbe essere il favorito per la carica di presidente, altre fonti danno come probabile Ghazi Mashal Ajil al Yaweri. I vice presidenti dovrebbero essere uno sciita e un curdo, mentre Iyad Allawi, medico sciita ma laico, di 58 anni, era già stato scelto come primo ministro. Consultazioni sono ancora in corso, ma la lista definitiva dei ministri verrà comunque resa nota nella giornata di domenica.

    Oggi il sito internet del Corriere della Sera ha pubblicato il film della battaglia di Nassiriya, otto video estratti dai dvd girati e messi in vendita dalle milizie di Moqtada Al-Sadr che l'inviato Andrea Nicastro ha acquistato nel suq della città irachena. Negli scontri di quella notte morì il caporale Matteo Vanzan.

    Sulla scelta di Allawi sono state avanzate due letture. Il Washington Post dipinge un'amministrazione Bush colta sostanzialmente di sorpresa dalla nomina del medico ed esule iracheno che ha guidato l'Iraqi National Accord (Ina). Tanto che inizialmente né il presidente Bush, né il segretario di Stato Colin Powell avevano speso parole di sostegno di Allawi e solo dopo alcune ore dalla sua nomina, il portavoce della Casa Bianca lo ha definito «un leader abile e capace che pare godere di ampio sostegno fra il popolo iracheno». Per il New York Times, invece, sarebbero stati proprio gli Stati Uniti ad indirizzare la scelta, limitando la libertà di manovra dell'inviato dell'Onu Brahimi.

    Alle Nazioni Unite, sotto la nomina di Allawi viene invece letta da varie fonti diplomatiche la firma Usa. Fred Eckhard, il portavoce del segretario generale Kofi Annan, ha spiegato che l'Onu «rispetta» la scelta di Allawi: la nomina non è avvenuta «con la modalità a cui pensavamo, ma gli iracheni sembrano d'accordo sul nome e se lo sono, Brahimi è pronto a lavorare con lui». Ci si interroga su quale sia lo stato effettivo dei rapporti tra Allawi e gli Stati Uniti. Il suo gruppo, Ina, fa parte, insieme all'Inc di Chalabi, della componente politica laica tra gli sciiti. Da circa otto anni è sostenuto dagli Stati Uniti, ma Allawi nei mesi scorsi si è distinto anche per aver criticato gli americani sulla scelta di tener lontani gli ex esponenti del partito Baath dalla ricostruzione del paese.

    Allawi ha anche un passato nel partito Baath, negli anni '70, prima che lasciasse l'Iraq per rifugiarsi a Londra da perseguitato. E proprio «come vecchio baathista - ha detto al Los Angeles Times Amatzia Baram, esperto israeliano di affari iracheni allo United States Institute of Peace - sarà accettabile per molti sunniti ex baathisti, perché è pan-arabo e secolare come loro ». Nello stesso tempo, gli sciiti dovrebbero accettarlo perché è uno di loro e secondo la stampa americana il suo nome ha ricevuto l'appoggio della massima autorità sciita nel paese, il grande ayatollah Ali Al Sistani.

    Oggi intanto, Kassem al-Hashimi, portavoce del Supremo Consiglio per la rivoluzione islamica in Iraq (Sciri) ha sostenuto che «la guida dell'esercito del Mahdi è stata infiltrata da uomini del Baath e da terroristi» e di essere in possesso della lista dei loro nomi. Inoltre, ha accusato le milizie di Moqtada Al-Sadr di aver ucciso gli ayatollah moderati Mohammad Baqr al-Hakim e Abdel Majid al-Khoei, e di aver tentato, ieri, di assassinare anche lo sceicco Koubbanji, altro esponente moderato dello Sciri. A Kirkuk, nel Nord del paese, è stato ucciso con la sua famiglia in un attentato il generale curdo Saber Mohammed Saber, comandante della difesa civile nella città.
    (Federico Punzi)
    "

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  4. #4
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    da www.adnkronos.com

    " L'inviato Onu, Brahimi: ''Primo passo di una lunga strada''
    Iraq, presidente al Yawer: ''Lavoriamo per un paese democratico e pluralista''
    Presentato ufficialmente il nuovo governo. Il premier Iyad Allawi: ''Amici arabi, americani ed europei aiutateci a difenderci''



    Baghdad, 1 giu. - (Adnkronos) - '' Lavoriamo tutti per un Iraq democratico e pluralista, per eliminare ogni forma di discriminazione in modo che questo paese potra' essere unito''. E' stato forte l'appello all'unita' nazionale lanciato da Ghazi al Yawer che ha tenuto il suo primo discorso da presidente iracheno ad interim riconoscendo ed invocando ''la guida di Dio'' . Nel suo discorso, il leader tribale sunnita ha ribadito la necessita' che torni a brillare la ''civilita' dell'Iraq'', ma ha garantito che il nuovo Iraq ''non avra' nessun ambizione di esportare la propria esperienza'' e che ''sara' amico dei paesi vicini'' anche se si difendera' ''da ogni sfida tesa a dividerci''. In conclusione, ha poi voluto ricordare ''i nostri martiri caduti per la liberta''' ed anche quelli dei ''nostri amici'', con un riferimento alle forze della coalizione. Queste le prime parole dopo la cerimonia di presentazione ufficiale del nuovo governo iracheno. Cerimonia che e' stata aperta da una lunga preghiera e la lettura dei versetti del Corano da parte di un imam. Come e' suo solito, al Yawer, accolto dagli applausi, vestiva il tradizionale abito arabo.
    Nel corso della cerimonia il nuovo premier iracheno Iyad Allawi ha ricordato: '' Il governo iracheno avra' piena responsabilita' e chiederemo ai nostri amici islamici di aiutarci a difenderci dalle minacce. E chiederemo agli amici americani ed europei di aiutarci a difenderci fino a quando l'Iraq non sara' in grado di farlo da solo''. Allawi ha espresso anche la ''gratitudine verso la coalizione di nazioni guidata dagli Stati Uniti che hanno sacrificato cosi' tante vite per liberare l'Iraq''. Ha parlato poi di ''giorno storico'' ed ha assicurato che la sovranita' piena che verra' restituita al governo sara' ''diretta a ricostruire e stabilire tutte le fondazioni per elezioni libere e giuste'' .
    Intervenendo alla cerimonia ufficiale, l'inviato speciale dell'Onu in Iraq, Lakhdar Brahimi non ha nascosto le difficolta' del cammino. ''Questo governo e' il primo passo su una strada che sara' lunga e difficile - ha detto - ma credo che le persone scelte per portare a termine la missione sono qualificate e capaci''. Brahimi ha sottolineato anche come non siano stati ''facili i negoziati e le consultazioni'' che hanno portato a questa composizione del governo.
    Dopo la presentazione ufficiale e' stata resa nota la composizione del nuovo esecutivo che prende il posto del Consiglio provvisorio, autoscioltosi dopo neanche un anno dalla sua istituzione. Sara' lo sciita Adel Abdul Mehdi il nuovo ministro delle Finanze iracheno, secondo quanto annunciato dal premier designato Iyad Allawi; il curdo Hoshiyar Zebari sara' riconfermato agli Esteri; ministro della Difesa sara' Hazim al-Shalaan e responsabile dell'Interno Falah al-Naqib. Titolare del dicastero del Commercio e' stato indicato Mohammed al-Jibouri. Il vicepremier per la sicurezza nazionale e' Barham Saleh, al dicastero del Petrolio ci sara' Thamir Ghadbhan, alla Giustizia Malik Dohan al Hassan, ai Diritti Umani Bakhityar Amin. Ministro per l'Elettricita' e' stato nominato Ayham al Samarie, alla Sanita' Alaa Alwan, alle Telecomunicazioni Mohammed Ali Hakim. Ancora, il dicastero degli Alloggi e' stato assegnato a Omar Farouk, i Lavori Pubblici a Nesreen Mustafa Berwari, la Scienza e la tecnologia a Rashad Mandan Omar, la Pianificazione a Mahdi al-Hafidh, lo Sport e la gioventù a Ali Faik Alghaban, i Trasporti a Louei Hatim Sultan al-Aris. Titolare degli Affari Provinciali sara' Waeil Abdel-Latif, agli Affari Femminili ci sara' Nermin Othman, all'Immigrazione e Rifugiati Bascal Essue. Al ministero per l'Irrigazione e' Abdul-Latif Rasheed, al Lavoro Leila Abdul-Latif e all'Istruzione Sami Mudahfar. Ministro per l'Istruzione superiore e' infine Tahir al Bakaa, all'Agricoltura il titolare e' Sawsan Sherif, alla Cultura Mufeed al Jazaeri, all'Industria Hajim al Hassani.
    Con il Consiglio di governo iracheno che si e' disciolto oggi, fonti statunitensi ricordano che l'Autorita' provvisoria della coalizione di Paul Bremer manterra' il controllo della sovranita' fino al 30 giugno, per aiutare la transizione dei poteri nella mani del nuovo governo. Le stesse fonti specificano che inizieranno ''al piu' presto'' i negoziati con il nuovo governo per stabilire lo status delle truppe americane e delle altre forze della coalizione.
    Con la composizione del nuovo governo e' giunta al termine una complessa vicenda politico-diplomatica che appariva complessa e difficile da sciogliere. La situazione si e' ora sbloccata, dopo giorni di confusione ed incertezza, che, nelle ultime ore, sembravano addirittura aumentate. Dopo il nome di Pachachi, candidato 'ufficiale' della diplomazia americana, in mattinata era circolata la voce che il Consiglio avrebbe scelto Ghazi al Yawer a seguito della rinuncia, sempre di questa mattina, del leader candidato da Paul Bremer.
    Rinuncia che sarebbe nata dopo il rifiuto del Consiglio di accettare Adnan Pachachi. In risposta gli americani avrebbero avanzato altri due nomi all'ultimo momento, secondo quanto ha riportato al-Jazeera. Ma il Consiglio avrebbe insistito nella sua scelta di affidare la carica, considerata onorifica, all'attuale presidente di turno del Consiglio, Ghazi Yawar, come ha dichiarato il membro del Consiglio, Yonadam Kanna, precisando che non ci sono nomi alternativi.
    Positive le reazioni di Washington e Londra. Il nuovo governo iracheno ha ''il pieno sostegno degli americani e della comunita' internazionale''. Lo ha detto oggi il segretario di Stato americano Colin Powell, aggiungendo che ''il popolo iracheno'' ora potra' rendersi contro che il suo destino'' e' nelle mani dei suoi stessi leader''.
    ''Il governo piu' rappresentativo che l'Iraq abbia mai avuto''. Cosi' Downing Street ha reagito alla nomina dei nuovi membri del governo di Baghdad. Quello raggiunto oggi e' ''un traguardo che non deve essere sottovalutato, perche' si e' arrivati a questo punto nonostante il tentativo da parte dei terroristi di impedirlo - ha detto un portavoce del premier britannico Tony Blair - Questo governo condurra' il Paese prima verso l'indipendenza e poi verso la democrazia''. Il ministro degli Esteri di Londra Jack Straw, dal canto suo, ha definito quanto avvenuto oggi in Iraq, come ''un significativo passo avanti''.
    Quanto al testo della risolusione all'esame dell'Onu, il premier britannico Tony Blair fa sapere che una versione emendata ''dovrebbe essere disponibile a breve''. Lo ha detto Blair al Presidente francese, Jacques Chirac, con cui oggi ha parlato a lungo al telefono, secondo quanto ha reso noto la portavoce dell'Eliseo, Catherine Colonna. Blair e Chirac si incontreranno domani in Normandia in occasione del 60mo anniversario dello sbarco degli alleati durante la seconda guerra mondiale.
    "

    Saluti liberali

  5. #5
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    da www.ilfoglio.it

    " Il capo tribù capo dello Stato
    L’Iraq ha un presidente autonomo e un governo che ci chiede di restare
    Pachachi cede il passo a Yawar, sceicco delle tlc. Il premier Allawi ringrazia la Coalizione. Cinque donne tra i ministri
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    Zebari già in volo per l’Onu-Roma. Un presidente della Repubblica irachena forte, molto forte e autonomo; due vicepresidenti, Ibrahim Jaafari e Rowsch Shaways, che rappresentano l’uno gli sciiti religiosi, l’altro i curdi; un premier sciita laico Iyyad Allawi (è la seconda volta nella storia dell’Iraq, con un solo precedente negli anni ’40), amico degli Stati Uniti; un esecutivo che coinvolge tutte le forze politiche democratiche irachene, con una forte presenza di donne (cinque ministri). Soprattutto, un governo formato dall’Onu , non dagli Stati Uniti, che hanno partecipato attivamente alle scelte, ma che hanno dovuto subire importanti delusioni, a partire dalla nomina del presidente della Repubblica. Appena formato il nuovo vertice istituzionale, formalmente approvato dall’inviato di Kofi Annan, Lakhdar Brahimi, è stato sciolto il Consiglio nazionale iracheno formato un anno fa da Paul Bremer (che mantiene i poteri di Amministrazione provvisoria fino al 30 giugno). Le procedure hanno una forte valenza quando si definiscono le cariche istituzionali e infatti ieri si è arrivati alla elezione del nuovo presidente della Repubblica soltanto dopo che il candidato votato a maggioranza dal Consiglio nazionale iracheno Adnan Pachachi, 81 anni, sunnita (preferito dagli Stati Uniti), ha declinato l’incarico ed è stato allora eletto Ghazi Yawar, 45 anni, sunnita, membro della più grande tribù beduina del Crescente Fertile, gli Shammar, impiantati a cavallo tra Iraq, Siria, Kuwait e Arabia Saudita (delle cui gesta si occupò già lo storico A. Toynbee). Pachachi ha detto di aver rinunciato perché non aveva l’unanimità dei voti e perché il suo nome appariva troppo gradito agli Stati Uniti. Un notabile, dotato di carisma personale, ma senza appoggio popolare, è stato così sostituito da un presidente, Ghazi Yawar, forte del grande seguito che gli deriva dalla sua tribù. Nato a Mosul, laureato in ingegneria alla Georgetown University di Washington, Yawar dirigeva la sua grande impresa di telecomunicazioni in Arabia Saudita quando, nel giugno dell’anno scorso, ha obbedito all’ordine di suo zio, sheikh Mohsen Yawar, capo degli Shammar, che lo ha inviato a Baghdad, quale rappresentante della tribù nel Consiglio nazionale, di cui è stato l’ultimo presidente. Suo zio, Mohsen Yawar, era andato in esilio volontario a Londra, nel 1990, per protestare contro l’invasione del Kuwait ordinata da Saddam, ed è rientrato alla caduta del dittatore. Congratulazioni arrivano dalla Lega araba e dal presidente egiziano, Hosni Mubarak, per un capo dello Stato cosmopolita, con le spalle più che coperte nel mondo sunnita, che ha subito ricordato che da bambino veniva portato a pregare dalla madre nelle moschee sunnite, in quelle sciite e nelle chiese cristiane; un oppositore di Saddam che non ha risparmiato critiche agli americani, soprattutto durante la crisi di Fallujah (in cui ha diretto la mediazione). La prime decisioni importanti Il premier, Iyyad Allawi, è uno sciita laico, molto vicino agli Stati Uniti (nel 1996 tentò un’insurrezione militare, stroncata nel sangue), in un gabinetto in cui forte è la presenza dei tecnocrati, ma in cui sono rappresentati tutti i partiti, tutte le etnie (arabi, curdi e turcomanni) e tutte le fedi (sunniti, sciiti e cristiani). Importanti le prime decisioni del governo iracheno: il ministro degli Esteri, Hoshyar Zebari, è subito volato a New York per partecipare alla definizione della nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza, per marcare il fatto che il baricentro della trattativa sono gli iracheni, non altri. Poi, Iyyad Allawi, nel suo primo discorso, ha marcato alcuni punti fermi: ha detto che il mandato di Zebari è quello di chiedere che l’Onu sancisca “la piena sovranità” del nuovo governo; ha ringraziato la Coalition of willing che “ha sacrificato così tante vite per liberare l’Iraq”; ha affermato che intende concordare, da capo di un governo sovrano, i nuovi rapporti con la coalizione militare; ha annunciato che aumenterà gli stipendi dei militari; ha chiesto ai paesi islamici “di aiutarci a difenderci dalle minacce” (un invito a Siria e Iran a cessare le loro interferenze) e ha lanciato un appello “agli amici americani ed europei perché ci aiutino a difenderci fino a quando l’Iraq non sarà in grado di farlo da solo”. Un pieno plauso, dunque, ai paesi che mantengono i loro contingenti in Iraq; un plauso che un tempo, quando ancora le sinistre ascoltavano gli appelli dei “popoli e dei governi liberi”, avrebbe fatto breccia anche in quei leader europei che invece oggi praticano la linea del ritiro e del disimpegno.
    "


    Shalom

  6. #6
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    da www.israele.net

    " 03-06-2004
    Iraq. Se la guerra va male, deve essere colpa degli ebrei
    Da un editoriale del Jerusalem Post
    Il generale Anthony Zinni dice che George Bush e Richard Cheney sono stati “sequestrati” dai “neocons” che li hanno spinti alla guerra. Vanity Fair titola il suo articolo più lungo “Neoconned [imbrogliati dai neocons]: la via verso la guerra”. E l’ex senatore Ernst Hollings scrive che l’unica spiegazione della guerra in Iraq è “la politica di Bush in difesa di Israele”.
    Nessuna sottigliezza: qui siamo di fronte a una delle forme più classiche di anti-ebraismo. Più o meno consapevolmente, ciò che viene fatto è riproporre una pagina dei Protocolli dei Savi di Sion, per “svelare” ancora una volta che sono gli ebrei controllano tutto il mondo. Indipendentemente da ciò che si pensa della politica estera americana, l’antisemitismo deve essere individuato per quello che è, e denunciato come qualunque altra forma di pregiudizio.
    Hollings adesso protesta che accusarlo di “stereotipi anti-ebraici e capri espiatori è ridicolo”. Se è così, allora perché non ha fatto alcun cenno al ben più vasto numero di ebrei consiglieri e membri dello staff della Casa Bianca ai tempi di Clinton? O al fatto che lui stesso, benché del partito democratico, abbia votato a favore dell’intervento in Iraq?
    Il fatto che fanatici come Hollings ( un ex segregazionista ) non riescano più a contenersi non è solo pericoloso, è anche istruttivo. Fa parte del generale fenomeno della ripresa dell’antisemitismo dopo l’11 settembre, e ci dice che l’antisemitismo è un termometro assai sensibile dello situazione della guerra contro il terrorismo e dunque della prognosi per i destini dell’occidente. La jihad crea un clima adatto all’antisemitismo, e viceversa. Più gli jihadisti sembrano in risalita e le democrazie in ritirata, più dobbiamo attenderci una crescita dell’antisemitismo.
    L’antisemitismo e i suoi derivati non sono solo sintomi della jihad, essi ne sono direttamente al servizio. Quale modo migliore per delegittimare la guerra che l’America combatte per difendersi che quello di sostenere che in realtà sta facendo tutto questo solo per difendere Israele? Lo sforzo di dividere America e Israele è sia un obiettivo di principio sia uno strumento della jihad.

    C’è una grade spaccatura fra chi ritiene che la strada per la pace e la stabilità del Medio Oriente passi per Gerusalemme, e chi ritiene che passi per Bagdad. Il “processo di pace” pre-11 settembre, e la linea araba e dei suoi sostenitori, sono stati dominati dalla prima interpretazione, quella per cui Israele sarebbe la madre di tutti i problemi e risolvere la questione palestinese sarebbe la madre di tutte le soluzioni. La dottrina di Bush mette in dubbio questo concetto. In realtà, dice questa nuova interpretazione, l’11 settembre non ha nulla a che vedere con i palestinesi (a parte forse il fatto che i palestinesi hanno dimostrato quanto posa essere tragicamente efficace il terrorismo suicida), mentre ha molto a che vedere con la palude di dispotismo che si è lasciato incancrenire in un’intera regione del globo arretrata ed estremista. E’ vero che i “neocons” sono stati in prima linea nel sostenere questo argomento. Ma la discussione se la stabilità sia meglio garantita accondiscendendo al dispotismo dei regimi arabi o cercando piuttosto di cambiare le politiche mediorientali che ci hanno portato all’11 settembre non è una discussione ebraica o israeliana: è una questione strategica fondamentale per il mondo di oggi e di domani.
    Di più. Dopo l’11 settembre, la discussione non dovrebbe nemmeno essere attorno all’opportunità o meno di trasformare i regimi arabi. La discussione dovrebbe essere su come farlo . C’è ancora qualcuno che se la sente di sostenere che regimi dispotici, estremisti e sostenitori del terrorismo non sono un problema che debba essere affrontato?
    E’ perfettamente legittimo discutere su quanto alto o basse debbano essere le aspettative circa le prospettive di democrazia nel mondo arabo, e sui modi per ottenerla. Così come c’è molto da discutere su quale sia il modo più adatto per costringere regimi estremisti come Iran e Siria a scegliere tra abbandonare il terrorismo o perdere al potere.
    Il dibattito su “chi ha perso in Iraq” dovrebbe essere sostituito dal dibattito su come vincere, e non solo in Iraq ma contro tutta la rete dispotico-terroristica che attanaglia la regione. Coloro che insistono a dire che l’abbattimento di Saddam Hussein era irrilevante per gli interessi dell’occidente dovrebbero spiegare come si possa affrontare, per non dire sconfiggere, il terrorismo continuando con la politica pre-11 settembre che fingeva di non vedere i regimi, e dava la caccia ai terroristi come una normale azione di polizia.
    Gli antisemiti sono affetti da una sorta di miopia, diciamo così, che li porta a vedere ebrei dietro a tutto ciò che odiano nel mondo. Non sorprende che questa gente abbia una visione altrettanto distorta della guerra in corso, della posta in gioco e della necessità, per non dire del modo, di vincerla. Inutile ascoltarli.

    (Da: Jerusalem Post, 1.06.04)
    "

    Ineccepibile.

    Shalom con....
    Saluti liberali

  7. #7
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    da www.adnkronos.com

    " Il premier: ''Abbiamo collaborato alla bozza Onu''
    Bush-Berlusconi: ''Resteremo in Iraq finche' sara' utile per la democrazia''
    Conferenza stampa congiunta a Villa Madama. Il presidente Usa: ''Condivido le preoccupazioni del Papa su Abu Ghraib''


    Veronica Lario, Silvio Berlusconi, George Bush e Laura Bush al ricevimento a Villa Madama

    (foto Infophoto)




    Roma, 5 giu. (Adnkronos) - ''Legati agli Stati Uniti oggi e in futuro''. Sono le prime parole pronunciate dal premier italiano Silvio Berlusconi nella conferenza stampa congiunta, dopo il colloquio a Villa Madama con il presidente degli Stati Uniti George W. Bush. Accanto al Cavaliere, il presidente americano ricambia immediatamente: ''Voglio continuare a lavorare con lei per rendere il mondo un posto migliore''. Poi un'attestazione di stima tutta dedicata al ''grande alleato'' italiano, Berlusconi. ''Ascolto i suoi consigli - ha detto Bush - e mi fido del suo giudizio''.
    Dopo 'l'eterna gratitudine'' all'America per la liberazione di 60 anni fa, ribadita da Berlusconi, e le conferme di stima reciproca, si passa ai temi caldi dello scacchiere internazionale. L'Iraq, dunque. ''Voglio dire una cosa sui motivi per cui le nostre truppe sono in Iraq - ha detto Berlusconi - Ci resteranno fino a quando il nuovo governo iracheno, che sara' eletto nel mese di gennaio prossimo, riterra' che le truppe degli altri Paesi possano essere utili al mantenimento dell'ordine e alla costruzione della democrazia''. Il premier ha ribadito che un ritiro ora dei nostri soldati favorirebbe ''una guerra civile''.
    Il presidente americano si e' detto ''fiducioso'' che presto ci sara' una nuova risoluzione Onu. La bozza e' gia' sul tavolo e alla sua ''scrittura'', rivendica Berlusconi, l'Italia ''ha collaborato''. Da parte sua, il presidente Usa racconta di come nel testo anglo-americano siano ''riflessi i desideri'' espressi da Silvio Berlusconi nell'incontro con il presidente americano il 20 maggio scorso a Washington. ''La settimana scorsa Berlusconi e' venuto nello Studio Ovale - ha detto - e voleva assicurazione che ci sarebbe stato un trasferimento di sovranita' al governo iracheno''. Bush riconosce che al momento del suo incontro con Berlusconi a Washington ''c'erano dei dubbi se trasferire pienamente o la sovranita'. Io l'ho rassicurato - ha concluso - che questa era la nostra intenzione e che i suoi desideri si sarebbe riflettuti'' nella risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu.
    Il presidente americano dopo l'incontro con Berlusconi e' volato a Parigi per incontrarsi con Chirac, secondo quanto previsto nel programma della missione europea. E domani sara' in Normandia per le celebrazioni del 60esimo anniversario dello Sbarco delle truppe alleate.
    Prima al Quirinale, poi in Vaticano e, nel primo pomeriggio, alle Fosse Ardeatine. Queste le tappe fondamentali della prima giornata trascorsa dal presidente americano Gorge W. Bush a Roma, che si e' poi conclusa ieri sera con una cena a Villa Madama. .
    [...] .
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    " L’incontro in Vaticano
    Iraq sovrano e sicuro, il realismo di un Papa “molto cordiale” con Bush
    Nel colloquio con il segretario di Stato, cardinale Sodano, presente anche monsignor Sambi, nunzio in Israele
    --------------------------------------------------------------------------------
    L’assenza di Condi Rice-Roma. “E’ stato un incontro molto cordiale: il Papa ha ringraziato il presidente per la Medaglia della Libertà, il più alto riconoscimento americano, conferito per i suoi sforzi a favore della libertà”. Così il portavoce vaticano Joaquin Navarro-Valls ha commentato la visita di George W. Bush, tornato per la seconda volta in Vaticano dopo l’incontro del 2002 e la visita a Castelgandolfo del luglio 2001. “C’è stata – ha aggiunto Navarro – una convergenza di vedute sul coinvolgimento Onu per la normalizzazione in Iraq, sugli sforzi delle agenzie anche statunitensi per i diversi paesi del mondo e soprattutto in Africa e per quello che fa il presidente con la sua Amministrazione a favore della difesa della famiglia e per la promozione della vita”. Le dichiarazioni di Navarro hanno sintetizzato in modo estremamente positivo il senso degli incontri avvenuto ieri tra il presidente americano e i vertici della Chiesa. Per alcuni osservatori di questioni vaticane si tratterebbe di una interpretazione un po’ forzata per allontanare dalla Santa Sede ogni accusa di antiamericanismo. Per altri invece sarebbe l’interpretazione autentica di quanto accaduto. Il summit si è articolato in tre momenti: dopo il saluto di benvenuto c’è stato infatti il colloquio privato di un quarto d’ora tra il presidente e Papa Wojtyla nella biblioteca papale; quindi lo scambio di discorsi e di doni nella sala Clementina; infine un “lungo incontro” (parola di Radio Vaticana) tra Bush e il cardinale segretario di Stato Angelo Sodano – e rispettivi collaboratori – nella seconda loggia del palazzo apostolico. Complessivamente la visita si è protratta per circa due ore, dalle 12 alle 13 e 45. Il colloquio privato è rimasto riservato. Mentre i discorsi sono stati letti pubblicamente e diffusi dai media. Quello di Bush è stato pieno di elogi nei confronti del Papa senza scendere in questioni di attualità. Quella del Papa invece è stato più dettagliato. Il pontefice infatti ha detto: “La sua visita a Roma si svolge in un momento di grande preoccupazione (sottolineato nel testo originale, ndr) per la costante situazione di grave disordine in medio oriente, sia in Iraq sia in Terra Santa. Lei conosce perfettamente la posizione inequivocabile della Santa Sede a questo proposito…”. E ha aggiunto: “E’ evidente il desiderio di ciascuno che questa situazione sia ora normalizzata il più velocemente possibile con l’attiva partecipazione della comunità internazionale, e in particolare, delle Nazioni Unite, che assicuri un veloce ritorno alla sovranità irachena, in condizioni di sicurezza per la popolazione”. Giovanni Paolo II comunque ha sottolineato che “la minaccia del terrorismo internazionale rimane una fonte di costante preoccupazione”, ha riconosciuto “il grande impegno” del governo Usa per “superare le crescenti intollerabili condizioni in vari paesi africani”, e di continuare a seguire “con grande apprezzamento” l’impegno di Bush “per la promozione dei valori morali nella società americana, particolarmente riguardo il rispetto per la vita e la famiglia”. Infine il Papa ha auspicato “una più piena e profonda cooperazione tra gli Stati Uniti e l’Europa”. La preoccupazione per la Terra Santa Il momento forse più “operativo” della visita è stato comunque quello dell’incontro tra Bush e il cardinale Sodano. E che si sia trattato di un incontro all’insegna della concretezza sarebbe provato anche dal fatto che il presidente fosse accompagnato anche dal suo assistente personale, Andrew Card. Significativa anche la presenza a questo incontro del “ministro degli Esteri” vaticano Giovanni Lajolo e di quello degli “Interni” Leonardo Sandri. Non solo. Ma, fonti diplomatiche, dicono che fosse presente anche l’arcivescovo Pietro Sambi, nunzio apostolico in Israele e delegato apostolico per Gerusalemme e la Palestina. Sarebbe, quest’ultima, una presenza certamente irrituale, ma significativa per dimostrare la grande importanza che la Santa Sede dà alla situazione in Terra Santa, sia per la presenza delle più antiche comunità cristiane, sia perché in Vaticano si considera la crisi israelo-palestinese la madre di tutte le crisi mediorientali. E nei Sacri Palazzi si è realisticamente coscienti che solo un impegno significativo di Washington può servire a portare qualcosa di buono nella terra di Gesù. Un’ultima notazione. Nel seguito di Bush si è notata l’assenza del consigliere della sicurezza nazionale Condoleezza Rice, che pure era prevista. A questa assenza, che non è passata inosservata, potrebbe non essere estraneo forse il fatto che prima della campagna contro il regime di Saddam la Rice, senza molta dolcezza, aveva affermato di “non capire” quale fosse la linea vaticana riguardo l’Iraq.
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    " consigliere per la Sicurezza Nazionale: ''Alcuni dettagli da finalizzare''
    Iraq, Rice: ''Risoluzione sara' approvata in un paio di giorni''
    Le riserve di Mosca: ''Modifiche positive ma alcune questioni ancora da risolvere''


    Iraq, Allawi: ''Accordo per smantellare le milizie''


    New York, 7 giu. (Adnkronos) - ''Lo spirito e' molto buono, stiamo lavorando sodo nella giusta direzione, e' difficile dire precisamente quando sara' votata, ma credo che la risoluzione potra' essere approvata in un paio di giorni''. Condoleezza Rice e' ottimista sui tempi del via libera al nuovo testo Onu sull'Iraq. ''Ci sono ancora alcuni dettagli da finalizzare'', ha poi aggiunto nel briefing di presentazione ai giornalisti del prossimo summit del G8 che iniziera' domani a Sea Island, in Georgia.
    Vera protagonista della stesura di questa terza bozza, approntata durante intensi negoziati in parte svoltisi durante la visita di George Bush a Roma, la Rice sottolinea come la svolta importante sia rappresentata dalle due lettere - una firmata dal segretario di Stato Colin Powell ed l'altra dal premier iracheno Iyad Allawi - datate cinque giugno che prevedono un accordo per ''un meccanismo di consultazioni tra governo iracheno e forza multinazionale anche sulle questioni militari piu' sensibili''. ''Questo dovrebbe rispondere ad ogni domanda riguardo al rapporto tra sovranita' irachena e forza multinazionale'' ha spiegato ancora la Rice, sottolineando lo ''spirito di cooperazione'' gia' istituito con il nuovo governo iracheno.
    E' ottimista anche il ministro degli Esteri britannico Jack Straw. Parlando alla Camera dei Comuni, Straw ha fatto sapere che la nuova bozza di risoluzione sull'Iraq verra' distribuita oggi ai membri del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Straw ha definito ''costruttiva'' l'atmosfera nella quale si sono svolti i negoziati degli ultimi giorni, dicendo di sperare ''che il processo possa essere condotto prossimamente a buon fine''. Il capo della diplomazia britannica ha spiegato che i rapporti fra la forza multinazionale e il governo iracheno saranno regolati sia dalla risoluzione che dallo scambio di lettere fra gli Stati Uniti e il premier iracheno Iyad Allawi.
    Da Mosca, pero', arrivano ancora delle riserve. Certo, dice il vice ministro degli Esteri russo, Yuri Fedotov, le ''intense consultazioni diplomatiche, avvenute sabato e ieri, hanno portato a ulteriori modifiche positive - detta il viceministro all'agenzia di stampa Interfax - Tuttavia, ci sono ancora alcune questioni da risolvere''. Il numero due della diplomazia di Mosca non e' entrato nei dettagli, limitandosi a sottolineare che ''il testo emendato riflette molte di quelle preoccupazioni che avevamo espresso'' durante la redazione del documento.
    La questione piu' spinosa sembra essere sempre quella della sicurezza. La Francia chiede che Baghdad possa avere diritto di veto sulle ''operazioni offensive sensibili'', sull'esempio di quelle condotte recentemente dalle forze Usa a Falluja e Najaf. ''Riteniamo che in principio (la nostra richiesta, ndr) sia stata accolta, quindi auspichiamo che sia inserita nella risoluzione'' -ha dichiarato il rappresentante permanente francese al Consiglio, l'ambasciatore Jean-Marc de la Sabliere.
    ''Mi aspetto una nuova risoluzione forse al vertice G8 (che inizia domani a Sea Island, in Georgia, ndr) o forse anche prima'' -ha dichiarato il cancelliere tedesco, Gerhard Schroeder con ottimismo. (La Germania in questo momento e' nel Consiglio di sicurezza, fra i dieci paesi a rotazione).
    Da parte sua il primo ministro spagnolo, Jose Luis Rodriguez Zapatero, oggi ha dichiarato che la Spagna e' impegnata per favorire che si ottenga il massimo consenso intorno alla bozza della nuova risoluzione Onu sull'Iraq, anche se il suo testo non e' considerato ''ideale'' da Madrid. Durante la conferenza stampa congiunta con il premier danese Anders Fogh Rasmussen, Zapatero ha infatti ricordato come nella nuova bozza non venga affidato alle Nazioni Unite il controllo militare e politico in Iraq, rimanendo quindi valide le obiezioni che portarono il premier, eletto lo scorso marzo, ad ordinare il ritiro delle 1300 truppe spagnole che erano state inviate in Iraq dal premier Jose' Maria Aznar che aveva appoggiato l'invasione angloamericana. Comunque il premier spagnolo ha avuto parole di apprezzamento per il ''nuovo clima'' che si e' instaurato nelle relazioni transatlantiche dopo le commemorazioni del D-Day in Normandia.
    Intanto il presidente americano George Bush e' tornato negli Stati Uniti dopo la visita in Europa che lo ha portato in Italia e poi in Francia per commemorare il 60esimo anniversario della liberazione. Il suo aereo e' atterrato nella notte a Savannah, in Georgia. Da domani iniziera' non lontano, a Sea Island, il vertice G8.
    Il presidente americano Bush ha inoltre proclamato una giornata di lutto nazionale venerdi' prossimo, in onore di Ronald Reagan, il predecessore del padre alla Casa Bianca. I funerali di Stato dell'esponente repubblicano morto sabato a Los Angeles all'eta' di 93 anni si terranno quel giorno a Washington. In segno di rispetto rimarranno chiusi gli uffici federali non essenziali.
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    " Liberati sette turchi rapiti domenica scorsa a Falluja
    Sgozzati tre ostaggi, un libanese e due iracheni
    Assassinato a Baghdad il viceministro degli Esteri. Razzi e raffiche di mitra contro i Lagunari a Nassiriya: nessun ferito



    Baghdad, 12 giu. (Adnkronos) - Un cittadino libanese e due iracheni sono stati sgozzati in Iraq dai loro sequestratori, che li avevano rapiti giovedi' scorso a Baghdad. Lo ha reso noto una fonte diplomatica di Beirut, precisando che il corpo di Hussein Ali Alyan, 28 anni, di Qalawiya, nel sud del Libano, e quello dei due iracheni sono stati rinvenuti su una strada tra Falluja e Ramadi, a ovest della capitale irachena. I tre lavoravano per una societa' di telecomunicazioni libanese. Altri due iracheni rapiti due giorni fa sono stati rilasciati.
    In Iraq e' l'ennesima giornata di scontri a fuoco e violenze. Questa mattina a Baghdad, nel quartiere Al-Adhamiya, e' stato ucciso Bassam Qubba, viceministro degli Esteri iracheno. La notizia e' stata data dall'emittente del Qatar, Al Jazeera. Mentre la Cnn-Trk ha reso noto che sette ostaggi turchi sono stati liberati. Questa mattina, poi, un nuovo attacco e' stato condotto contro militari italiani a Nassiriya, senza conseguenze per gli uomini ne' danni ai mezzi.
    Bassam Qubba, 60 anni, gia' rappresentante diplomatico all'Onu e a Pechino, e' stato assassinato oggi a Baghdad da un commando che ha esploso numerosi colpi d'arma da fuoco contro l'auto sulla quale viaggiava. Secondo quanto riferito da un portavoce del ministero degli Esteri, Qubba e' stato colpito allo stomaco: trasportato in ospedale e' deceduto dopo poco. Il vice ministro degli Esteri, responsabile per gli affari legali, e' la prima vittima degli insorti iracheni da quando si e' insediato il nuovo governo ad interim a Baghdad il primo giugno scorso: solo mercoledi', era sfuggito invece a un agguato nello stesso quartiere il vice ministro della Sanita' Ammar Safar.
    Intanto, sulla strada che collega Nassiriya a Shuq-Ash-Shuyuq, una pattuglia dei Lagunari della task force 'Serenissima' e' stata attaccata senza riportare il ferimento di soldati italiani ne' danni. Contro i miliari italiani sono stati lanciati tre razzi RPG7 e sono state sparate raffiche di fucile mitragliatore AK47 Kalashnikov. Il comando della task force italiana ha inviato sul posto un elicottero del sesto ROA dell'Aeronautica militare per monitorare la situazione.
    L'agguato e' avvenuto alle 11.20 locali, le 9.20 in Italia. I Lagunari hanno risposto al fuoco in modo ''selettivo e proporzionale'', precisano dal comando italiano, sottolineando che la popolazione locale ha applaudito l'intervento degli italiani ed ha dimostrato apertamente solidarieta' ai nostri soldati. ''E' verosimile -rilevano dal comando della task force italiana- che gli elementi ostili che hanno effettuato l'attacco non fossero graditi alla popolazione del villaggio, che gia' in altre occasioni si era dissociata da questi atti violenti contro i militari italiani''. Dopo l'attacco, gli aggressori si sono ritirati e l'area continua ad essere controllata dalle pattuglie del contingente italiano.
    Durante un pattugliamento notturno, inoltre, lungo la rotabile che da Nassiriya conduce al villaggio di Al Batah (circa venti chilometri a ovest del capoluogo), sei razzi RPG-18 erano stati recuperati dai militari italiani. Si tratta di razzi a carica cava di ultima generazione e quindi potenzialmente molto piu' pericolosi.
    Ad ovest di Baghdad, un iracheno e' morto e altri quattro sono rimasti feriti questa mattina durante una sparatoria tra un gruppo di ribelli e alcuni militari statunitensi nell'area di Khan Dai. Lo ha reso noto l'emittente televisiva araba al-Jazeera.
    Sempre in mattinata, due soldati statunitensi e due agenti della polizia irachena sono rimasti feriti nell'esplosione di due diversi ordigni nella zona occidentale della citta' irachena di Baquba, circa 60 chilometri a nordest di Baghdad. A renderlo noto e' un portavoce militare statunitense.
    Uno scontro a fuoco tra polizia e guerriglia irachena nel centro di Najaf e' costato la vita questa mattina a tre persone, tra cui un poliziotto. Sette i feriti, tra i quali si contano quattro agenti. Stando a quanto ricostruito dal governatore della citta' irachena, Adnan Al-Hafnawi, un commando della guerriglia ha tentato di assumere il controllo della stazione di polizia all'alba di oggi.
    Intanto sette ostaggi turchi sono stati liberati. Lo rende noto l'emittente televisiva Cnn-Trk specificando che erano stati rapiti domenica scorsa nella citta' di Falluja. I sette, tutti dipendenti di un'impresa edile, rientreranno immediatamente in Turchia. A riferirlo alla Cnn-Trk e' un portavoce della ditta per cui lavoravano gli ex ostaggi, precisando che sono tutti in buone condizioni di salute e che non e' stato pagato alcun riscatto ai loro rapitori.
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