In sé la parola federalismo, applicata al contesto italico, ha poco senso: federare significa unire, creare un nuovo vertice politico fra persone, enti, stati, pur nella salvaguardia di quelli esistenti.

Più appropriato sarebbe il termine federalizzare, ossia rendere federale un ordinamento già esistente che non fu creato attraverso assemblea costituente di tipo federale. In senso lato, è dell'autonomismo che stiamo trattando, ossia di rivendicazioni ideologicamente trasversali che hanno di mira l'auto-governo parziale di un territorio soggetto alla giurisdizione di uno Stato più vasto. Poichè tale argomento viene trattato con particolare attenzione al caso ligure, è a questo che faremo, introduttivamente, riferimento.

La Liguria è una regione con una sua storia millenaria: abitata da un popolo mediterraneo suddiviso in tribù diffuse ben oltre gli attuali confini regionali e nazionali, è stata regione romana prima di avventurarsi in quell'esperienza di indipendenza repubblicana resa possibile dal comune di dimensioni e importanza maggiore, Genova. In tutti questi anni sono stati sviluppati , per ovvie ragioni di cose, tratti linguistici e culturali propri, istituzioni avanzate; si è cinto il popolo ligure intorno a bandiere, simboli, memorie, anche interessi e tornaconti. Di tutto questo nell'attuale Stato italiano, figlio di un Risorgimento nefasto, non c'è traccia: la Liguria è una regione amministrativa con un proprio governo dai poteri e dalle risorse limitate, pallida copia di ciò che erano Genova e il proprio territorio negli anni passati.

Costituzionalmente la Liguria non è che un decentramento di un Moloch più ampio che ne nega, ministerialmente, prerogative, diritti e identità. I parlamentari ivi eletti, numericamente sovrastati da quelli delle regioni più numerose senza che alcun criterio di equità intervenga a sancire i pari diritti, rappresentano l'intera nazione e non vanno a Roma da Liguri, ma da italiani agenti per conto di forze ideologiche incapaci per loro natura d'esprimere l'interesse territoriale. Questo avviene per la ragione di non essere un paese federale e di non avere quindi una camera delle regioni, checchè la regionalizzazione dei collegi possa far pensare a un maggiore radicamento. La storia della Liguria, di fronte a una retorica patriottarda fagocitante, non ha oggi alcun peso e alcun valore, come alcun peso e alcun valore hanno le altre autonomie locali che ancor di più dovrebbero servire il desiderio di democrazia e libertà che una società civile dovrebbe covare in sé. E' per questa ragione che i cittadini sentono la politica come un fatto a loro estraneo: di fatto lo è, perchè l'attività legislativa si svolge a un livello impalpabile, "generalissimo" e si abbatte burocraticamente, attraverso migliaia di enti, sulle loro teste.

Ben diverso è quando l'ala del potere, della sovranità, si apre e si chiude all'interno di una comunità che, quotidianamente, costruisce pubblicamente i propri valori, il proprio spirito civico, sviluppando i saperi, scientifici e soprattutto umanistici, di cui necessita e che ne hanno forgiato, storicamente, l'identità.

Ben diverso è quando la forza non si esercita maldestramente, in forme roboanti e repressive, ma si distribuisce in un circolo virtuoso di comunità, spirito civico, senso della legalità.

Ben diverso è quando la domanda di salute pubblica non viene affidata a tecnocrazie prive di contatto con i luoghi del dolore e della malattia, ma a persone che si rendono politicamente e moralmente responsabili di un servizio tangibile offerto attraverso individuate risorse professionali, umane e scientifiche.

Ben diversa è anche una giustizia che, libera dalla morsa frenante dei ministeri, può risponder velocemente alle domande dei cittadini senza attraversare una viziosa catena burocratica che fa innegabilmente sentire la terra che si abita suddita. Quale Stato, anche se federato, è privo infatti di potere giudiziario?

Ma ben diverso è anche un dialogo con le minoranze che avvenga nella concretezza di uno spazio unico e irripetibile quale quello bio-regionale, figlio di storie e tradizioni diverse e per ciò stesso in grado di offrire soluzioni diverse alle domande sociali più variegate. Fra soggetti federati è possibile anche competere, all'interno di regole d'anti-trust, come avviene fra privati che si contendono un mercato e rendon possibile la miglior soddisfazione del cliente e, nel caso in esame, del cittadino. Chi, amando la libertà, può preferire uno e un solo potere dal quale, per logica di cose, non si può evadere, piuttosto che una pluralità di contesti aperti alla naturale diversità che contraddistingue, e rende libero, l'uomo stesso?

Forse è per questo che le parti sociali più influenti sono anti-federaliste: perchè temono la pluralità, ciò che è capace di incrinare la loro struttura neo-corporata e totalizzante, indifferenziata, costruita su un individuo privato del diritto ad essere appartenente a una data comunità, ovvero a un luogo naturale, unico e individuato ove nasce, vive, si istruisce, lavora, ama, prolifica, si costruisce un proprio orizzonte sociale quotidiano e riposa, infine, eternamente . Ma chi può volere, eccetto le cosiddette parti sociali burocratiche e verticistiche, l'uguaglianza omologante, standardizzante, semplicemente astratta e incapace di riflettere la complessità reale? Chi può preferire ciò alle potenzialità dell'eterogeneo, del diverso, di ciò che rimane fedele alla natura delle cose? Quale opportunità, per i soggetti oggi socio-economicamente meno fortunati, generalmente coincidenti coi territori montani, di riemergere senza politiche idonee, costruite con spirito d'analisi, nel rispetto delle vocazioni territoriali, delle culture locali e del contesto in atto? Quale opportunità di far sentire la propria voce di fronte a livelli più alti, se questa voce non ha dignità, ovvero esistenza politico-giuridica di rilievo?

Quale altro appiglio per quelle tradizioni minoritarie che rappresentano un versante di libertà estraneo alla società dei consumi, dell'informazione, della tecno-scienza, dei potentati più diversi, che sempre più spazio sottraggono all'autenticità, a quel tipico lato provinciale e "selvatico" che è da sempre inestimabile risorsa psico-sociale, riscoperta oggi allorchè è dilagante il concetto di "qualità della vita"? Ma come dare corpo a questa risorsa, se non viene riconosciuta politicamente, se non le viene concessa sovranità e diritto d'accesso all'universo dei saperi a cui la hanno già introdotta pensatori illustri? Come poter pensare di riformare l'esistente, compito alto della politica, se l'esistente viene negato a vantaggio di un atteggiamento violentemente costruttivista e di identità prettamente astratte o artificiali?

Noi siamo tigullini, liguri e siamo convinti che il nostro piccolo spazio donatoci, abbia diritti politici cosiccome debba assumersi doveri nei confronti di una civiltà europea composta da ogni altra identità e tradizione comunitaria, auspicabilmente aperta a forme di democrazia reale, partecipativa, in grado per questa ragione di soddisfare la natura "politica" dell'uomo dal cui riconoscimento ha preso avvio la nostra civiltà.

Zena