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Discussione: I neoconservatori

  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito I neoconservatori e l'Amministrazione Bush

    " I neocons influenzano le decisioni di Bush? E quanto?

    "Di chi è questa guerra?"
    Andrew Sullivan, Sunday Times, 24 marzo 2003 (Trad. Il Foglio, 26 marzo 2003)
    Le origini della strana alleanza. «Quando George W. Bush, in mezzo alle ceneri delle due Torri, cercò di capire che cosa era andato storto e di trovare una strategia complessiva per riaggiustare la situazione, i neoconservatori erano i soli ad avere un piano concreto. Non si affidavano alla cabala. Ma non erano gli alleati naturali di Bush. Uomini del Pentagono come Richard Perle, Douglas Feith e Paul Wolfowitz, i giornalisti del Washington Post Charles Krauthammer e Bob Kagan, Lawrence Kaplan di New Republic, e Bill Kristol del Weekly Standard: tutti costoro erano stati acerrimi nemici di Bush padre, severamente critici sulla sua politica estera. Il Washington Post e New Republic avevano appoggiato Al Gore come presidente. Il Weekly Standard aveva sostenuto John McCain nelle primarie. Dopo l'11 settembre si schierarono con Bush soltanto perché era il presidente. E Bush si affidò a loro soltanto perché la storia aveva dimostrato che avevano ragione, e il disastro che avevano visto giusto ».


    "The Shadow Men"
    The Economist, 24 aprile 2003, (Trad. Christian Rocca, "Esportare l'America", 2003)
    «Un piccolo gruppo di ideologi sta forse abusando del proprio potere per intervenire negli affari internazionali degli altri Paesi, creare un impero, buttare nel cestino dell'immondizia il diritto internazionale, infischiandosene delle possibili conseguenze? Nient'affatto. Pensare che una lobby di intellettuali abbia usurpato il controllo della politica estera americana significa darle troppo credito e, allo stesso tempo, troppo poco. Le critiche che vengono rivolte alla politica estera americana trascurano il ruolo svolto da elementi che non sono neoconservative. I neocon sono potenti non in quanto tali, ma perché il presidente li ascolta. Il risultato è che la politica estera americana sta diventano una miscela tra la visione dei neoconservative, l'istinto politico del presidente e la realtà del potere. (…) I neoconservative sono molto diversi dagli uomini d'affari texani che si sono raccolti attorno a George W. Bush. Si differenziano anche dai capi di corporation che il presidente ha assunto per incarichi di primissimo piano, come Cheney e Rumsfeld. Molti neoconservative hanno sostenuto John MacCain, il rivale repubblicano di Bush, durante la campagna elettorale; qualcuno ha persino appoggiato Al Gore . All'inizio, i neoconservative erano soltanto uno dei numerosi gruppi in competizione per esercitare un'influenza sulla politica estera, e senza molto successo».
    Un'influenza limitata e revocabile. «I neoconservative hanno anche uno stile molto diretto e preferiscono la chiarezza morale alla finezza diplomatica. (...) Preferiscono concentrarsi sulle nuove minacce e sulle nuove opportunità anziché appoggiarsi alle vecchie alleanze. (...) Alcuni europei ritengono che l'influenza dei neoconservative sia una conseguenza diretta dell'incompetenza di Bush in politica estera (...). Ma la nuova politica è stata adottata in conseguenza a un evento catastrofico. Gode del sostegno di quasi tutti gli apparati di governo, compreso il Congresso (la principale eccezione è data dal Dipartimento di Stato). Soprattutto, la nuova politica è sostenuta e definita dallo stesso presidente. E' la lobby dei neocon a dipendere dal presidente, non viceversa. Gli europei spesso attribuiscono tutto ciò che non approvano della politica americana all'influenza di questa lobby, ma è un errore grossolano". L'articolo cita, a dimostrazione della non totale influenza esercitata dai neocons, il fatto che il disimpegno dell'amministrazione da alcuni trattati fu deciso ben prima della loro ascesa, che anche a francesi e russi va attribuita la responsabilità della spaccatura del Consiglio di Sicurezza sull'Iraq, e la stessa esistenza della road map, che secondo i neocons danneggia Israele: "La sua presenza dimostra l'influenza di altre forze sul presidente Bush: il Dipartimento di Stato, il Consiglio di sicurezza nazionale e persino Tony Blair».

    "President Bush's Neoconservatives Were Spawned Right Here in N.Y.C., New Home of the Right-Wing Gloat"
    Joe Hagan, New York Observer, 28 aprile 2003
    Non hanno mai costituito un blocco di potere. I neoconservatori sono concentrati in un loro think tank di riferimento, l'American Enterprise Institute a Washington , ma il nucleo fondatore e i finanziatori del movimento sono newyorchesi. John Podhoretz: «Bush è arrivato a queste idee da solo, non ha avuto bisogno dei libri e delle riviste che abbiamo pubblicato. Forse la nostra influenza è solo una specie di illusione».

    "Irvin Kristol spiega chi sono i neocon"
    Weekly Standard, 19 agosto 2003 (Trad. Il Foglio)
    L'amministrazione Bush incontra i neocons. «Gli elementi più vecchi e tradizionalistici del partito repubblicano hanno difficoltà ad affrontare efficacemente questa nuova realtà della politica estera, proprio come non riescono a conciliare il conservatorismo economico con il conservatorismo sociale e culturale. Ma per effetto di uno di quei casi su cui riflettono gli storici, il nostro attuale presidente e la sua amministrazione risultano trovarsi a proprio agio in questa nuova atmosfera politica, sebbene sia chiaro che non avevano previsto di assumere questo ruolo, esattamente come non lo aveva fatto il partito. Di conseguenza, il neoconservatorismo ha cominciato a vivere una seconda vita, proprio nel momento in cui veniva pubblicato il suo necrologio ».


    I neocons criticano Bush sulla ricostruzione irachena
    Robert Kagan e William Kristol, Weekly Standard, settembre 2003 (Trad. Il Foglio)
    Critiche a Bush sull'Iraq. Servono, avvertono i due neocons, più truppe, più soldi, più personale . «Il consigliere per la Sicurezza Nazionale, Condoleezza Rice, qualche settimana fa, ha fatto un importante discorso con il quale ha chiesto agli Stati Uniti un "impegno generazionale" per portare riforme politiche e economiche nel troppo a lungo trascurato Medio Oriente - un impegno non diverso da quello che ci ha impegnato nel ricostruire l'Europa dopo la Seconda Guerra mondiale . Un discorso energico, reso ancora più potente dalla consapevolezza che riflettesse la visione del presidente stesso. Il presidente Bush riconosce che gli ideali americani e gli interessi americani convergono in un tale progetto e che un Medio Oriente più democratico migliorerà la vita di popoli che hanno sofferto a lungo e aumenterà la sicurezza nazionale americana . Per quanto la nostra ammirazione per questa audace visione a lungo termine sia grande, tuttavia c'è ragione di essere preoccupati per l'esecuzione di questa politica nel primo e probabilmente più importante test del nostro "impegno generazionale". Nessun dubbio: l'idea del presidente, nei prossimi mesi, o sarà lanciata con successo in Iraq oppure morirà in Iraq. Infatti, ci sono più cose in gioco in Iraq che la semplice visione di un Medio Oriente migliore e più sicuro. (...) E' per questo che è così sconcertante che finora l'Amministrazione Bush abbia fallito nell'impegnare risorse nella ricostruzione dell'Iraq proporzionate a quest'altissima posta in gioco ».


    I necons criticano Rumsfeld
    Robert Kagan e William Kristol, Weekly Standard (Trad. Il Foglio, 11 novembre 2003)
    Critiche alla strategia del Pentagono. "Sessanta anni in cui le nazioni occidentali hanno perdonato o si sono compiaciute della mancanza di libertà in Medio Oriente _ ha detto Bush _ non ci hanno affatto reso più sicuri, perché alla lunga la stabilità non può essere raggiunta a spese delle libertà". I due neocons Bill Kristol e Robert Kagan hanno sottolineato apertamente una divisione all'interno dell'amministrazione, la differenza strategica tra le parole di Bush e l'azione del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld: «I discorsi sono una cosa buona, ma le truppe sono meglio». Al momento, è la critica dei due, sembra prevalere una versione "realista" della rivoluzione democratica.

    "Contracts for Iraq: Reverse the Pentagon's Decision"
    Robert Kagan e William Kristol, Weekly Standard, 12 novembre 2003
    In questo articolo Kristol e Kagan criticano la scelta del sottosegretario alla Difesa Wolfowitz di non ammettere agli appalti per la ricostruzione irachena le imprese dei paesi che non hanno condiviso la campagna militare. Consigliano al presidente Bush di rivedere la decisione del Pentagono.

    "Il deficit retorico di Bush"
    David Gelerntner su Weekly Standard (Trad. Il Foglio, 30 settembre 2003)
    Il deficit retorico di Bush. «All'Amministrazione piace parlare di interessi, non di dovere. Ma, l'interesse è sempre discutibile, il dovere invece può essere assolutamente chiaro. Tortura, assassinio di massa e una dittatura infernale sono il motivo più chiaro possibile. Eppure troppo spesso l'Amministrazione è sembrata esitante e sulla difensiva. (...) Naturalmente la sicurezza è importante, ma l'omicidio di massa è molto più importante. In Iraq la tortura non c'è più, abbiamo messo la parola fine ai fiumi di sangue. Che cos'altro può importare dopo una verità come questa?». L'intervento in Iraq è stato giusto anche dal punto di vista pragmatico, ma su questo ovviamente non tutti sono d'accordo. Ma nessuno può contestare che fosse giusto soprattutto moralmente: «Con la scoperta di quelle celle di tortura e le fosse comuni la questione morale è chiusa definitivamente. (...) Ma nel post Guerra fredda le linee di confine sono nuove, nessuna nazione ha mai dominato militarmente il mondo come gli Usa. Ci vorrà tempo prima che riusciremo a capire e sopportare il peso delle nostre responsabilità. (…) Bush sia orgoglioso di non essersi girato dall'altra parte. Le questioni morali e religiose non interessano i professionisti della politica, ma interessano l'umanità molto più di quelle politiche ed economiche».


    "La mappa dell'America scorretta. Neocon, paleocon, tradizionalisti e liberisti"
    Adam Wolfson, Public Interest, (Trad. Il Foglio, 13 gennaio 2004)
    Influenze neocons sulla politica economica di Bush. Il presidente Bush si è espresso criticamente nei confronti dell'impostazione liberista, affermando che «la crescita economica non è la soluzione adatta per ogni problema», e che non basta pensare che «se soltanto il governo si togliesse di mezzo, tutti i nostri problemi sarebbero risolti». Troppo spesso, «il mio partito ha dipinto l'immagine di un'America che degenera inesorabilmente in una sorta di nuova Gomorra?. Contro questa visione, Bush ha coniato il termine "conservatorismo compassionevole", da lui stesso definito come «il credo di un riformismo aggressivo e permanente. Il credo del progresso sociale». Queste critiche al puro modello liberista e il "conservatorismo compassionevole" sembrano affini con il pensiero economico dei neocons, consapevoli dei pericoli sociali dell'era moderna, ma fiduciosi in un futuro migliore.
    L'equivoco della politica estera. «Il neoconservatorismo si è dedicato a questioni di politica interna, e non ha mai dato vita a un atteggiamento unitario in politica estera (...). Molti dei più autorevoli esponenti del neoconservatorismo (per fare solo qualche nome: Irving Kristol, Nathan Glazer, Daniel Patrick Moynihan, Norman Podhoretz e Jeane Kirkpatrick) hanno opinioni alquanto diverse sulle attuali questioni di politica estera. (...) Prima delle elezioni presidenziali del 2000, molti neocons non appoggiavano con decisione Bush. I giornalisti del Weekly Standard, ad esempio, nelle primarie si schierarono a favore del senatore John McCain, e criticarono come troppo rigidamente "realiste" le posizioni di Bush in politica estera. (...) Tutti i neoconservatori si sono opposti in modo compatto al neo-isolazionismo di Pat Buchanan, al realismo amorale di James Baker e di Bush padre, così come all'umanitarismo cosmopolita dell'Amministrazione Clinton; ma si sono divisi sulle alternative. Alcuni, come William Kristol, Robert Kagan e Lawrence Kaplan, hanno sostenuto che il modo migliore per promuovere gli interessi nazionali dell'America è diffondere la democrazia in tutto il mondo. (…) A differenza dei liberal wilsoniani, non promuovono la democrazia soltanto in nome della democrazia stessa e dei diritti umani. Al contrario, la promozione della democrazia deve servire a rafforzare la sicurezza dell'America e a consolidare la sua supremazia mondiale; è concretamente e pragmaticamente connessa agli interessi nazionali degli Stati Uniti. (...) A loro giudizio, solo una politica estera fondata su principi morali e sul presupposto dell'espansione democratica può favorire nel lungo periodo gli interessi nazionali dell'America. (...) Una sparuta banda di neoconservatori, il cui esponente più autorevole è l'editorialista del Washington Post Charles Krauthammer, ha elaborato una visione diversa. (…) Una politica estera attiva e fondata su principi precisi morali, ma non sono del tutto convinti che gli interessi nazionali dell'America coincidano perfettamente con la promozione della democrazia all'estero. (...) L'ambizioso obiettivo di diffondere la democrazia in tutto il mondo è del tutto irrealizzabile. (...) Allo stesso tempo, anche questi neocons concordano sul fatto che gli interessi dell'America siano necessariamente quelli di una grande e potente democrazia».
    L'intervento preventivo. «Il concetto di intervento preventivo in difesa dei nostri diritti ha profonde radici nella cultura politica americana, e costituisce una caratteristica specifica di una teoria politica liberal ispirata alla filosofia di Locke . (...) Gli americani preferiscono passare all'azione prima che le minacce si siano abbattute sulle loro teste».
    " http://www.radioradicale.it/neocons-...fluenzacb.html


    Saluti liberali

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  2. #2
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    Se noi europei abbiamo iniziato ad occuparci del neoconservatorismo d'Oltreatlantico dopo l'11 di settembre e, soprattutto, in corrispondenza del dibattito che ha preceduto l'attacco della coalizione guidata dagli Stati Uniti di Bush all'Irak di Saddam, è da ricordare che questa corrente di pensiero è ben più antica e che è saldamente intrecciata con la cultura politica e la società degli Stati Uniti d'America.
    Il pensiero neoconservatore è stato anche definito un'idealismo liberal [liberalprogressita] "che ha capito" e che quindi si è trasformato in un realismo liberal [liberalconservatore].
    Le radici del neoconservatorismo possono farci risalire, nella storia americana, fino agli anni trenta del secolo scorso, quando lo zelo idealista delle visioni wilsoniana e jeffersoniana, diffusamente presenti nell'aria, dovettero scontrarsi con gli effetti della grande crisi e con la realtà di un mondo in cui bolscevismo, nazionalsocialismo, fascismo, nazionalismi asiatici eccetera, creavano gravi perturbazioni che non annunciavano nulla di buono, e le democrazie erano, in qualche modo, "in ritirata" o, come negli USA in "splendido isolamento" ......
    I neoconservatori sono un gruppo eterogeneo e articolato di "teste d'uovo" che ha acquisito una certa influenza su una parte dei quadri dirigenti del partito repubblicano americano, ma hanno anche qualche simpatizzante fra taluni intellettuali democratici "disincantati". Essi non hanno tuttavia un vero consenso nella base repubblicana, ove le visioni jeffersoniana, hamiltonina e jacksoniana si contendono le simpatie e impregnano le visioni sulla politica estera e sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo. D'altra parte non si può dire che l'Amministrazione americana di Bush, neppure dopo l'11 settembre si sia dotata di una strategia neocons, sebbene abbia preso a prestito l'analisi neoconservatrice dei problemi in campo e la definizione degli obiettivi da raggiungere. Quanto ai mezzi, alle risorse, alle linee di intervento concreto i neoconservatori hanno sempre dovuto rimproverare all'Amministrazione Bush una certa lontananza, e si sono dichiarati fortemente scontenti delle modalità con le quali Rumsfeld ha affrontato guerra e dopoguerra. Sostanzialmente con mezzi, forze e atteggiamenti inadeguati e non proporzionati ai problemi e agli obiettivi in giuoco. Del resto come ha notato il britannico Inkenberry il wilsonismo con gli stivali proposto dai neoconservatori non può funzionare per una ragione semplicissima: costa troppo. L'amministrazione Bush ha cercato di sposare gli obiettivi principali dei neocon senza adottare, nel loro insieme coerente, le misure neocons per conseguire quegli obiettivi.
    La guerra di Rumsfeld è stata condotta come una guerra "old" e non "new" conservatrice.

    Saluti liberali

  3. #3
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    da www.tempi.it

    " E' Kerry l'ancora di salvezza di Bush

    Se i democratici avessero scelto come candidato presidenziale una persona più famosa

    Se i democratici avessero scelto come candidato presidenziale una persona più famosa, con un background meno controverso e un’aria più “americana” (John Kerry viene chiamato il candidato “francese”), il presidente Bush oggi si troverebbe nei guai. I sondaggi indicano che la sua popolarità non è mai stata così bassa, e la credibilità dell’amministrazione (forse non la sua credibilità personale, o almeno non ancora) peggiora di giorno in giorno. I consiglieri politici del presidente, guidati da Karl Rove, dovranno essere davvero così bravi come dicono di essere, perché la rielezione di Bush sarà molto più difficile di quanto tutti abbiano pensato.
    La loro ancòra di salvezza è John Kerry, e il fatto che, se la popolarità del presidente continua a precipitare, la sua non sale di molto. Non è ancora riuscito ad “entrare in contatto” con il popolo americano. Ormai è troppo tardi per impedirgli di diventare il candidato democratico alla prossima Convention (che si terrà a Boston, ossia in una città che oggi rappresenta l’epicentro del lLIBERALismo cosmpolita, ideologicamente antiamericano, degli scandali ecclesiastici e dei matrimoni gay); perciò i leader del partito democratico, a quanto pare, stanno seriamente pensando alla possibilità di una piattaforma elettorale “bipartisan”, affiancando a Kerry il senatore repubblicano John McCain , molto amato dal pubblico. Se questa sarà la decisione definitiva, il candidato repubblicano alla vicepresidenza dovrà rispettare un’esigenza assolutamente fondamentale per i democratici: promettere di non eleggere mai giudici antiabortisti nel caso diventasse presidente. Così, ancora una volta, ecco la questione che ai democratici appare più essenziale: il sostegno all’aborto.
    L’appoggio del movimento conservatore è assolutamente prioritario per la sua vittoria; ma anche questo sembra destinato a spaccarsi. I tradizionali conservatori sono sempre stati apertamente contro la guerra in Iraq; ma ora anche i “neoconservatori” (come quelli che pubblicano l’influente Weekly Standard) stanno iniziando a ritirare il loro sostegno: se non alla guerra, almeno al modo in cui l’amministrazione Bush la sta combattendo. D’altra parte, non esiste nessun “movimento popolare neoconservatore”, perciò appare difficile immaginarsi come la loro delusione possa provocare una significativa perdita di voti per Bush.
    Per di più, le elezioni non si vincono a livello nazionale, ma stato per stato . Ancora una volta, sembra che saranno pochi stati a deciderne l’esito: i cosiddetti “stati indecisi”, in cui entrambi gli schieramenti hanno la possibilità di vincere. In un certo senso, alcune “questioni locali” saranno altrettanto importanti di quelle nazionali per il risultato delle elezioni; in questo caso, il presidente Bush sembra avere qualche vantaggio fintanto che l’economia continua a migliorare, proprio perché Kerry non è stato capace di suscitare l’entusiasmo di questi elettori
    Poi bisognerà tenere conto dell’impatto che avranno le Convention dei partiti, i dibattiti televisivi dei candidati, e ogni altra cosa che avverà da qui a novembre. è ancora troppo presto perché uno dei due schieramenti perda la speranza o perché il popolo americano cominci a considerare le proprie prospettive di voto con esasperante sconforto.


    di Albacete Lorenzo
    "


    Saluti liberali

  4. #4
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    In realtà le critiche più dure all'interventismo di Bush oltre che dai radicals e parte dei liberal, che tuttavia non hanno nulla a che fare con analisi realistiche e non sanno proporre alternative praticabili e concrete (non parolaie), vengono proprio da parte dei liberisti-libertari e da una schiera nutrita di conservatori "old", che tuttavia.....

    Shalom

  5. #5
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    Oggi negli States è il "giorno della memoria"...... ma di obiezioni se possono trovare anche altre.....persino di più qualunquiste.

    Saluti liberali

  6. #6
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    da IL FOGLIO del 26 maggio

    " La svolta di George W. Bush, quella tanto invocata anche dalla sinistra italiana, non è una novità contenuta nel discorso pronunciato lunedì sera all'Army War College della Pennsylvania. Le radici dei cinque punti del progetto Iraq (passaggio dei poteri a un governo iracheno sovrano, sicurezza, ricostruzione delle infrastrutture, coinvolgimento della comunità internazionale, ed elezioni libere) vanno retrodatate al settembre del 2003 quando, dopo un'estate di stragi terroriste, gli Stati Uniti tornarono alle Nazioni Unite per ottenere la legittimazione del comando militare, l'avvio del processo democratico e il coinvolgimento internazionale. A ottobre arrivò la risoluzione 1511, quella che Fassino, D'Alema e Rutelli, non ancora in campagna elettorale, salutarono come una svolta. A novembre, come prescritto dalla risoluzione Onu, fu siglato un accordo tra americani e iracheni che fissò date e procedure del trasferimento dei poteri. A dicembre, su domanda del leader sciita al Sistani, il procedimento fu rivisto e fu affidata all'Onu la richiesta sciita di anticipare le elezioni al giorno del trasferimento della sovranità, cioè al 30 di giugno.
    Lakhdar Brahimi, inviato di Kofi Annan, volò a Baghdad e spiegò che non era possibile. Lì nacque l'idea di costituire un governo provvisorio per reggere il paese dal 30 giugno fino alle prime elezioni libere, fissate non oltre il 31 gennaio 2005. L'assemblea eletta, a quel punto, nominerà un governo e approverà la Costituzione definitiva, che sarà sottoposta a referendum entro ottobre. Una volta adottata la carta fondamentale si tornerà alle urne, prima della fine del 2005, per eleggere direttamente il primo governo iracheno. Tre elezioni libere in un anno, nel paese fino all'anno scorso retto da una delle più brutali dittature della storia. Bush lunedì sera ha spiegato in bello stile questo processo, e ieri ha ottenuto anche un'apertura di credito da parte del presidente francese Jacques Chirac sul testo della nuova risoluzione Onu.
    La svolta, dunque, risale a otto mesi fa. In vista delle elezioni americane Karl Rove convinse Bush a concentrarsi sull'Iraq piuttosto che spingere sulla più ampia campagna di democratizzazione del medio oriente. Bill Kristol e Robert Kagan, a gennaio, commentarono sul Weekly Standard: "Se Bush non fa Bush, perderà le elezioni". E' così?
    Nessuno oggi può essere certo sull'esito delle elezioni americane. Certo è che sono cresciute le critiche alla gestione della guerra e, nei sondaggi, Bush è stabile sotto il 50 per cento. Con la ribellione di Moqtada al Sadr nel sud iracheno e dei seguaci di Saddam a Falluajah, ma anche con l'inversione di marcia sulla de-baathificazione e su Ahmed Chalabi, Bush ha dato la sensazione di procedere a tentoni, senza sapere bene che cosa voglia fare. Secondo il Los Angeles Times, il discorso di Bush di lunedì sera mirava proprio a questo, a rispondere a quello che i sondaggi mostrano essere la principale minaccia alla sua rielezione: la sensazione che non abbia un progetto chiaro.
    Bush non ha offerto nessuna nuova idea, fatta eccezione per la promessa di abbattere il carcere di Abu Ghraib. Si è mostrato però flessibile, e non ideologico, quando ha spiegato che a Fallujah i militari americani non entrano perché c'è il rischio di fare molte vittime civili, cosa da evitare per conquistare i cuori e le menti degli iracheni. Idea che non convince lo storico militare Victor Davis Hanson, secondo il quale "prima va distrutto il nemico, poi si pensa al cuore e alle menti". Secondo Andrew Sullivan, Bush "è stato troppo sulla difensiva". Secondo il settimanale liberal New Republic la tranquillità mostrata dal presidente non basta: "L'America non è nemmeno lontanamente vicina a quel grado di fiducia che aveva in Bush subito dopo l'11 settembre, quando un discorso calmo di un leader fidato è riuscito a rassicurare l'opinione pubblica". Ma c'è anche chi dice che le parole di Bush abbiano invece colpito il vero bersaglio: John Kerry. Nel delineare "i passi specifici che stiamo facendo per raggiungere i nostri obiettivi", Bush ha tolto spazio politico a Kerry. Secondo un'analisi del Los Angeles Times è difficile scovare qualcosa nel suo discorso che possa permettere ai suoi critici di suggerire un modo migliore per affrontare la situazione. Bush, infatti, oltre a citare democrazia ed elezioni, ha parlato anche con il linguaggio caro ai liberal: Onu, coinvolgimento internazionale, uso moderato della forza. Kenneth Pollack, ex advisor di Bill Clinton, a un dibattito su "che cosa succederà in Iraq dopo il trasferimento dei poteri" che si è tenuto lunedì alla Brookings Institution, ha esplicitato la difficoltà propositiva degli anti Bush: "Nessuno di noi sa davvero quale sia la risposta giusta". David Brooks ha scritto sul New York Times che Bush pensa invece di averla, tanto da scommettere la posta della sua rielezione sulla capacità degli iracheni di autogovernarsi meglio di quanto, fin qui, siano stati governati dagli americani.
    Christian Rocca
    "

    Saluti liberali

  7. #7
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    dal quotidiano di Torino

    " La Stampa del 03/06/2004


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    La svolta americana
    Enzo Bettiza
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    QUALE America il presidente George W. Bush rappresenterà domani a Roma al fianco di Ciampi e subito dopo in Normandia al fianco di Chirac? La domanda è tutt'altro che retorica. Più che mai essa serpeggia come uno spartiacque a zigzag attraverso l'Europa allargata, confina la Spagna a un ruolo di cedevole retroguardia nella lotta al terrorismo, lacera i laburisti al governo in Inghilterra. Semina, infine, disagio, ambiguità, toccate e fughe all'interno dello stesso centrosinistra italiano, diviso tra i riformisti amletici e i fondamentalisti dell'antiamericanismo cronico senza se e senza ma.
    C'è chi, al di là della figura vivente e fallibile di Bush, vedrà nel quarantatreesimo Presidente degli Stati Uniti il legittimo erede e rappresentante dell'America di Wilson e di Roosevelt: quella che già nel 1918 contribuì alla sconfitta degli Imperi Centrali e che 26 anni dopo inferse il secondo colpo di grazia alle forze tedesche che occupavano l'Italia e la Francia. Ma c'è chi invece vorrà vedere in Bush, considerandolo un grassatore della Casa Bianca, soltanto l'alfiere indegno e bugiardo della guerra in Iraq.
    Qui, per restare in Italia, mi riferisco soprattutto alle sinistre estreme e piazzaiole da Rifondazione ai Verdi. Esse, ricattando socialriformisti titubanti come Fassino o Rutelli, strizzando l'occhio a cattoriformisti ondivaghi come Prodi, isolando liberalriformisti pensanti come Amato, cercano da qualche tempo di mettere in atto un'operazione semplificatrice rozzamente manichea: s'industriano cioè a contrapporre una loro America immaginaria, da Premio Oscar, a quella perfida e nazistoide dei Bush e dei Rumsfeld. Sul piatto magro ma buono della bilancia mettono l'«ultima guerra giusta» degli Stati Uniti, quella della liberazione di Roma e dello sbarco in Normandia, illegittimamente commemorata e anzi sfregiata dall'usurpatore Bush. Ma l'altro piatto stracolmo e cattivo delle «guerre ingiuste», Iraq, Kosovo, Vietnam, Corea, magari con un'aggiunta di Dresda e di Hiroshima, non sanno loro stessi a quale Presidente accollarlo. Roosevelt? Truman? Kennedy? Johnson? Clinton? Come si vede, la spartizione schematica e ideologizzata tra interventi militari «giusti» e «ingiusti» rischia di scaricare nello stesso girone dei violenti il pessimo repubblicano Bush come l'ottimo democratico Kennedy. Se la spartizione, tra un'America buona e una cattiva, non regge è perché si basa su una finzione. Dirò meglio: sul tentativo di cancellare dalla memoria collettiva la lunga e assai più uniforme storia dell'antiamericanismo tradizionale. Bush non è che uno dei tanti presidenti americani vituperati, specialmente in Italia e in Francia, dalle piazze di sinistra e didestra. Ricordate il «boia Nixon», con la «x» uncinata, colpevole di aver chiuso la fallimentare guerra delle amministrazioni democratiche in Vietnam? Lo stesso Adriano Sofri, al quale ai bei tempi non spiaceva manifestare, ha rievocato le manifestazioni romane per una visita di Johnson, con un giovane avvolto in una bandiera americana che esibiva un cartello: «Mi faccio schifo». Nel retaggio del pacifismo unilateralista di matrice staliniana c'è sempre lo «schifo» per i missili atlantici e mai per quelli sovietici; sempre lo sdegno per gli interventi occidentali in Bosnia e in Kosovo e mai per le guerre genocide dei serbi; sempre l'orrore per le violenze angloamericane in Iraq e mai una parola, una minima dimostrazione, una piccola piazza in subbuglio per i massacri russi in Cecenia.
    Chissà perché antagonisti e disobbedienti antagonizzano da decenni sempre lo stesso nemico e disobbediscono puntualmente ad un solo e medesimo padrone.

    Dispiace notare, nell'imminente viluppo delle celebrazioni e contestazioni romane, l'imbarazzo con cui i riformisti, a cominciare dal vertice diessino, si preparano a far fronte alla piazza che li incalza da un lato e agli eventi che dall'altro volgono per il meglio in Iraq. Non solo l'amministrazione americana ha processato e condannato nel giro di due settimane i principali responsabili delle torture di Baghdad. Non solo il comandante delle truppe d'occupazione, Ricardo Sanchez, è stato costretto a dimettersi, mentre l'infame carcere da cui sono stati rilasciati i prigionieri verrà distrutto. Ma quello che politicamente conta di più è l'investitura del nuovo governo iracheno, benedetto dall'Onu, lodato da Schroeder, non confutato da Chirac, che il 30 giugno metterà fine al regime del pro-consolato militare.
    Il presidente Bush, che porta con sé il ricordo di una nobile guerra liberatrice, non arriva comunque con belle parole e mani vuote in un Paese europeo che ha già dato un tributo di sangue e di assistenza generosa alla drammatica ricostruzione irachena. Arriva con un piano di svolta e di pacificazione, già in atto, al quale l'Italia, coi suoi 3000 soldati sul posto, potrà e dovrà responsabilmente cooperare .
    "

    Voi avete visto giusto, signor Bettiza.

    Saluti liberali

  8. #8
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    " Neocons, rivoluzionari nati dalla sinistra newyorchese"
    Articolo di Christian Rocca, Il Foglio, 28 aprile 2002
    «Il nucleo fondatore e i finanziatori del movimento sono newyorchesi. I neocons sono nati nella culla della sinistra americana, a Manhattan risiedono i principali sponsor editoriali ed economici. (…) I neoconservatori nascono dalla vecchia sinistra newyorchese e da uno strano miscuglio di ex trotzkisti, sindacalisti e ala destra dei Democratici che negli anni Sessanta si opponeva ai movimenti antagonisti e alle gloriose e progressive sorti del socialismo. Detestavano lo snobismo dell'elite radical chic di New York e i sentimenti antiamericani della sinistra ». Ecco allora il neocons tipo, secondo Rocca: un ex militante di sinistra, anticomunista, capitalista, contrario all'invadenza dello Stato ma favorevole al welfare e sensibile ai valori della famiglia, orgoglioso della propria patria, fiducioso nell'uso del potere e della forza per promuovere gli ideali americani di democrazia e libertà nel mondo. I neocons sono in maggioranza ebrei, per le origini nella sinistra newyorchese, ma tra i più influenti sono anche non ebrei. Oggi, soprattutto dopo l'11 settembre, hanno stretto un'alleanza strategica con altre due componenti della destra americana: i repubblicani tradizionali (l'attuale vicepresidente Usa Dick Cheney e l'attuale segretario alla Difesa Donald Rumsfeld) e la destra cristiana (Gary Bauer, Ralph Reed).


    "Irving Kristol spiega chi sono i neocons"
    Weekly Standard, 19 agosto 2003 (Trad. Il Foglio, 19 agosto 2003)
    Non un movimento, ma una corrente sotterranea, una «persuasione». «Pochi anni fa ho detto (e, ahimé, anche scritto) che il neoconservatorismo aveva avuto le proprie qualità distintive nei suoi primi anni di vita, ma che ora era stato assorbito nella corrente principale del conservatorismo americano. Mi sbagliavo; e il motivo per cui mi sbagliavo è che, fin dai giorni della sua nascita tra i delusi intellettuali liberal degli anni Settanta, ciò che definiamo "neoconservatorismo" è stata una di quelle sottocorrenti intellettuali che solo ogni tanto apparivano in superficie. Non è un "movimento", nel senso che sostengono i suoi avversari. Il neoconservatorismo è ciò che Marvin Meyers, l'autorevole storico dell'America jacksoniana, ha chiamato una "persuasione", che si manifesta di tanto in tanto, ma in modo discontinuo, e il cui significato profondo viene compreso solo in retrospettiva».

    La missione: adeguare i repubblicani alla modernità. «Il compito storico e lo scopo politico del neoconservatorismo dovrebbe essere questo: trasformare il partito repubblicano, e tutto il conservatorismo americano, in una nuova forma di politica conservatrice che sia adatta a governare una democrazia moderna . Non vi è alcun dubbio che questa nuova politica conservatrice affondi le proprie radici nella tradizione americana. (…) Il fatto che il conservatorismo negli Stati Uniti sia in una posizione molto migliore che in Europa, e molto più efficace dal punto di vista politico, ha senz'altro qualcosa a che fare con l'esistenza del neoconservatorismo. Ma gli europei, i quali ritengono assurdo rivolgersi agli Stati Uniti al fine di trarne ispirazione per l'innovazione politica, si rifiutano con tutte le forze di considerare questa possibilità. Il neoconservatorismo è la prima variante del conservatorismo americano a essere pienamente conforme allo "spirito" di questo paese. E' ottimista, e non tetro; ha lo sguardo rivolto al futuro, senza nessun sentimento nostalgico; il suo atteggiamento di fondo è allegro, e non fosco e pessimista. Nel XX secolo i suoi eroi sono stati uomini come Theodore Roosevelt, F. D. Roosevelt e Ronald Reagan . (...) Le politiche neoconservatrici, capaci di avere un impatto anche al di là della base finanziaria e politica tradizionale del partito, hanno contribuito a rendere più accettabile la stessa idea del conservatorismo politico agli occhi di una buona parte dell'elettorato americano. Analogamente, non si vuole riconoscere il fatto che sono state le politiche pubbliche neoconservatrici, e non quelle tradizionali del partito repubblicano, a determinare il successo dei presidenti repubblicani».

    La politica economica. La politica di «tagliare le tasse allo scopo di stimolare una continua crescita economica non è stata inventata dai neoconservatori, per i quali la riduzione delle tasse di per sé non ha mai avuto grande importanza, mentre è invece essenziale l'attenzione fissa sulla crescita economica. (...) Soltanto lo sviluppo della crescita economica, assicurando una prosperità quasi generale, ha dato alla democrazia il fondamento della sua legittimità e stabilità. Il costo pagato per questa concentrazione sulla crescita economica è stato un atteggiamento nei confronti della finanza pubblica che appare molto più rischioso di quello dei conservatori più tradizionali. I neoconservatori preferirebbero non avere grandi deficit di bilancio; ma è nella natura stessa della democrazia (come sembra esserlo in quella dell'uomo) che la demagogia politica abbia spesso come risultato l'imprudenza economica, sicché si deve in qualche caso affrontare la possibilità di deficit come un prezzo da pagare (solo per qualche tempo, sperabilmente) per la spinta della crescita economica. (…) Come conseguenza della diffusione della ricchezza tra tutte le classi sociali, una popolazione di proprietari e di contribuenti diverrà, col tempo, sempre meno vulnerabile di fronte alle illusioni egualitaristiche e ai richiami demagogici, e sempre più interessata alle questioni economiche fondamentali ».

    Il ruolo dello Stato. «Ai neoconservatori non piace l'affidamento al Welfare State di tutti i servizi pubblici, e sono impegnati a studiare altri modi per garantire questi servizi. Ma non sopportano l'idea, già espressa da Hayek, che in questo modo saremmo sulla "strada per la servitù". I neoconservatori non vedono il motivo di quell'allarme e di quella ansia, tipica del secolo scorso, per una crescita smisurata dello Stato, perché la ritengono naturale e anzi inevitabile . Gli uomini hanno sempre preferito governi forti a governi deboli, sebbene nessuno abbia alcuna simpatia per un governo che interferisca in modo eccessivo nella vita di ognuno».


    Le fonti del pensiero Neocons

    Premesse sociologiche e antropologiche
    Da "The Essential Neoconservative reader", di Mark Gerson, (Trad. "I nuovi rivoluzionari", Adele Oliveri)
    «I modelli politici che promettono un nuovo tipo di società hanno certamente un valore altissimo, ma alla fine contano i fattori interni, quelli legati ai singoli individui. Le azioni umane spesso non sono comprese nemmeno da chi le compie, pensare che l'ingegneria sociale possa ordinare la società è pura follia».
    «L'uomo può essere buono, ma può anche essere il male». Questa è l'idea che spiega la determinazione americana contro i nemici, studiata dal teologo Reinhold Niebuhr, che ha influenzato Irving Kristol e Michel Novak: « La predisposizione dell'uomo alla giustizia rende possibile la democrazia, ma è la sua tendenza all'ingiustizia a rendere la democrazia necessaria».
    «I buoni hanno una tendenza naturale a vedere negli altri soltanto il bene. Per i neocon non riconoscere né identificare la potenza distruttiva è il primo passo per essere conquistati dal male. Cercare una giustificazione, magari una colpa imputabile alle vittime, fa il gioco di chi ti vuole annientare. L'unico linguaggio che capiscono è la forza ».
    «L'uomo è una animale sociale». Sono cruciali per una comunità i valori condivisi. « Le istituzioni sociali sono importanti, ma non c'è niente che possa prendere il posto della moralità di individui che si sforzano di lavorare insieme per costruire una comunità virtuosa».
    Le idee, e gli intellettuali, guidano il mondo (da "Ancien Régime e la rivoluzione", di Alexis de Tocqueville): «Se una società non considera seriamente l'idea della complessità, del male e della comunità si troverà in difficoltà. Se non ha fiducia in se stessa e non difende i propri principi, sarà costretta a cedere a quelle forze che quegli stessi valori vogliono negare».


    Il "Destino manifesto" La convinzione di essere investiti di una missione storica civilizzatrice non nasce con i neocons, ma è un carattere persistente della storia americana: « Il nuovo progetto egemonico attinge alle profonde radici morali e al sentimento di missione messianica dell'America (...). La convinzione in base alla quale "L'America viene prima di tutto", propria dei sostenitori della supremazia americana vicini a Bush, ricorda da vicino l'idea di una "città su una collina" alla base del credo puritano americano, articolata nel 1630 da John Winthrop, il primo governatore del Massacchussetts» ("The U.S. Power Complex: What's New", Tom Barry, Foreign Policy, novembre 2002).
    « Siamo la nazione del progresso umano e chi vorrà, cosa potrà porre limiti alla nostra marcia in avanti? (...) Dobbiamo avanzare fino al compimento della nostra missione (...). Libertà della coscienza, libertà della persona, libertà del commercio e degli affari, universalità della libertà e dell'uguaglianza. Questo è il nostro destino» ("Manifest Destiny", di John O' Sullivan, 1839) .

    "


    Saluti liberali

  9. #9
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    " Da queste premesse morali, derivano le tendenze internazionaliste e isolazioniste della politica estera americana.


    Per i wilsoniani è dovere morale e interesse nazionale degli americani diffondere i valori democratici e liberali nel mondo. Tra di loro, si dividono in wilsoniani soft (come i presidenti Carter e Wilson), che preferiscono muoversi tramite organizzazioni e accordi multilaterali, e wilsoniani hard (come i presidenti Theodore Roosvelt, F. D. Roosvelt, Truman, Reagan), che preferiscono farsi forti della supremazia militare americana.
    Gli hamiltoniani sono disinteressati alle conquiste territoriali, credono nella forza dell'apertura dei mercati e nelle relazioni commerciali;
    I jeffersoniani preferiscono non tanto essere attenti a diffondere i valori americani nel mondo, ma a preservarli in patria.
    I jacksoniani hanno come obiettivo della loro politica estera la sicurezza e il benessere del popolo. Sono i "realisti" (come Bush padre, George W. Bush fino all'11 settembre).
    Le tendenze interventiste permanenti nella politica estera americana hanno origine anche dalla dottrina Monroe , che sanciva il diritto esclusivo degli Stati Uniti ad intervenire in America latina e a non tollerarvi ingerenze invece, da parte degli Stati europei. La dottrina è stata estesa sempre più, contribuendo a definire un ruolo di polizia internazionale per impedire illeciti cronici in Occidente nei casi più flagranti. Su queste premesse politiche, in un mondo interamente globalizzato e senza confini, come hanno dimostrato i fatti dell'11 settembre, i neocons non hanno inventato nulla, ma sono andati oltre rielaborando l'esistente.
    "Il destino dell'America è di sorvegliare il mondo", Max Boot, Financial Times, 17 febbraio 2003
    "Think Again: Neocons", Max Boot, Foreign Policy, gennaio 2004

    "I neoconservatori, ovvero gli entusiasti della democrazia"
    Joshua Muravchik, Commentary (Trad. Il Foglio, 20 settembre 2003)
    « Gli autentici modelli dei neoconservatori nel campo della politica di potenza: Henry "Scoop" Jackson, Ronald Reagan e Winston Churchill. Tutti e tre sono stati uomini molto decisi e risoluti, niente affatto "conservatori" nel loro spirito e nel loro pedigree politico. Jackson era un democratico, mentre Reagan passò ai repubblicani soltanto in una fase piuttosto avanzata della sua vita, esattamente come fece Churchill lasciando i Liberal per i Tory. Tutti e tre erano convinti e decisi sostenitori della democrazia, e della necessità di conservare la potenza delle democrazie. Tutti e tre ritenevano che bisognasse affrontare i nemici della democrazia subito e quando erano ancora lontani dalle coste della madrepatria. E tutti e tre sono stati dei maestri nell'uso della guerra ideologica ».

    La biografia ufficiale di Theodore Roosvelt

    L'influenza di Leo Strass Da Leo Strauss, - filosofo tedesco di origini ebraiche emigrato in America alla vigilia dell'ascesa al potere di Hitler (visse quindi l'esperienza della Repubblica di Weimar), professore all'Università di Chicago fino al 1973, quando morì, e grande conoscitore delle civiltà classiche e delle sacre scritture cristiane, ebraiche, e musulmane - i neoconservatori trassero la convinzione che la democrazia non ha speranza se rimane debole, che l'unica cosa che i tiranni sentono è l'immenso potere militare occidentale e che il Mondo sarà sicuro per le democrazie occidentali quando tutti gli Stati saranno democratici. I neocons sanno che i regimi tirannici, che si reggono su oppressione, repressione e violenza, non possono non sentire la loro legittimità minacciata dai "valori americani" di libertà individuale e democrazia. Per restare credibili agli occhi delle loro popolazioni devono dimostrare che in realtà il nemico è vulnerabile; dunque mettono in atto politiche aggressive in grado di danneggiare il popolo americano . Per impedire che ciò avvenga gli Usa devono intervenire alla radice, con il regime change e favorendo la nascita di governi democratici, per loro stessa natura più benevoli nei confronti degli americani e dei valori di cui sono portatori.

    La "The Strategist and the Philosopher", Alain Frachon e Daniel Vernet, Counterpunch, 2 giugno 2003

    La "Leo Strauss, Conservative Mastermind", Robert Locke, FrontPageMagazine, 31 maggio 2002

    La prefazione di Giuliano Ferrara, direttore del Foglio, a una raccolta di saggi di Leo Strauss, pubblicata da Marsilio nel 1990 "Scrittura e persecuzione"; l'intervento di William Pfaff dell'Herald Tribune e quello di James Atlas sul New York Times.

    La "lezione" del Nazismo e dell'Olocausto E' stata forte tra i neocons l'impressione suscitata dai tragici eventi del nazismo e dell'Olocausto. Quella memoria è sempre presente nelle loro analisi sui "pericoli odierni". A permettere a Hitler e ai nazisti di mettere in pratica il loro disegno di sterminio culminato con l'Olocausto furono indirettamente la politica di appeasement e gli accordi di Monaco nel '38. Secondo i neocons, l'appeasement è ancora oggi uno sbaglio in cui ricade la politica estera occidentale : è stato dannoso con i sovietici, con Slobodan Milosevic, con Saddam Hussein, nel conflitto arabo-israeliano, e persino in politica interna nei confronti dell'illegalità di alcuni atteggiamenti liberal dei democratici negli anni '60 e '70.

    La Richard Perle alla trasmissione "The War Party", Bbc, 18 maggio 2003 (Trad. "I nuovi rivoluzionari", Adele Oliveri): «Per coloro di noi che oggi sono impegnati nella politica estera e nella difesa, per la mia generazione, l'evento che ha segnato la nostra storia è stato sicuramente l'Olocausto. E' stata la distruzione, il genocidio di un intero popolo, ed è stato causato dal non aver risposto in tempo a una minaccia che stava montando. Non vogliamo che accada di nuovo, quando abbiamo la capacità di fermare i regimi totalitari dobbiamo farlo, perché se non lo facciamo i risultati saranno catastrofici».
    La "Why the West must strike first against Saddam Hussein", Richard Perle, Daily Telegraph, 9 agosto 2002: « Un attacco preventivo contro Hitler ai tempi di Monaco avrebbe comportato una guerra immediata, piuttosto che la guerra che scoppiò successivamente. Dopo è stato molto peggio».
    La "Lion in Winter", Donald Kagan, Yale Alumni Magazine, aprile 2002: «Avendo visto cosa avevano fatto Hitler e i nazisti, ho capito che esisteva davvero il male nel mondo e, dopo quello, non ho potuto più prendere sul serio i pacifisti».
    La "Conflicts That Can't Be Resolved", Irving Kristol, Aei, 5 settembre 1997: «Il processo di pace è solo un altro nome per un processo di appeasement, per cui Israele fa concessioni e gli arabi chiedono sempre di più».


    I neocons e la destra americana

    "Irving Kristol spiega chi sono i neocons"
    Weekly Standard, (Trad. Il Foglio, 19 agosto 2003)
    Neoconservatori e destra cristiana. «In America i neoconservatori si sentono a casa propria, in modo molto più profondo di quanto non avvenga tra i conservatori tradizionali. Nonostante abbiano molte critiche da fare, tendono a cercare una guida intellettuale nella saggezza democratica di Tocqueville e non nella nostalgia tory di Russel Kirk. Ma nell'America di oggi i neoconservatori si sentono a proprio agio solo fino a un certo punto. Il continuo declino della nostra cultura democratica, che affonda a livelli di volgarità sempre peggiori, unisce i neoconservatori con i conservatori tradizionali, ma non con quei conservatori libertari che sono conservatori in campo economico ma in nessun modo interessati alla cultura. Il risultato è un'alleanza alquanto inaspettata tra i neoconservatori, tra i quali figurano un buon numero di intellettuali laici, e i tradizionalisti religiosi. Sono schierati insieme su questioni che riguardano la qualità dell'istruzione, i rapporti tra Chiesa e Stato, la regolamentazione della pornografia e così via, tutte cose considerate pienamente degne dell'attenzione del governo».


    "La mappa dell'America scorretta. Neocon, paleocon, tradizionalisti e liberisti"
    Prima parte
    Seconda parte
    Adam Wolfson, Public Interest, (Trad. Il Foglio, 10-11 gennaio 2004)
    Oggi è sulla politica estera che i neoconservatori si differenziano in maniera più decisa dai repubblicani tradizionali e dai paleoconservatori, i quali, al contrario dei neocons, difendono lo status quo e sono disinteressati ad esportare la democrazia.
    Il neoconservatorismo rappresenta una «risposta del conservatorismo alla modernità; una risposta dotata di proprie qualità, formulata con un proprio stile, con tutte le sue forze e le sue debolezze».
    I principali rivali all'interno del mondo conservatore: il liberismo e il tradizionalismo. « I tradizionalisti hanno il proprio modello in Edmund Burke, i liberisti in Friedrich Hayek e i neocon in Alexis de Tocqueville. Chi disprezza una buona parte della nostra vita moderna, aggrappandosi agli antichi costumi ereditati dal passato, propende per il tradizionalismo. Altri, che festeggiano le nuove libertà e le nuove tecnologie, scelgono il liberismo. E chi vede nella modernità ideali e principi ammirevoli, ma anche tendenze preoccupanti, opta per il neoconservatorismo. (...) I paleoconservatori in realtà non sono d'accordo con quelli che Kirk definisce gli autentici principi conservatori. Non sono conservatori, quanto piuttosto reazionari o pseudo-radicali. (...) A loro giudizio, i veleni della modernità hanno corroso gli antichi usi e costumi, e il progetto di conservazione elaborato dal conservatorismo non è altro che una scintillante illusione. (...) L'obiettivo di Buchanan non era quello di restaurare un più antico ideale conservatore, bensì di avviare una riforma della destra. (…) I liberisti si trovano perfettamente a loro agio nel mondo di oggi. Si fondano su John Locke, Adam Smith, John Stuart Mill, e pensatori sociali del XX secolo come Friedrich Hayek. Lo spirito dei liberisti non è né rivolto al passato né a un utopico futuro. E' progressista, e aspira ad un'estensione sempre maggiore della libertà economica e della scelta individuale. I liberisti si oppongono praticamente a ogni forma di regolamentazione, nel settore del mercato come nel campo della morale».

    «Le altre correnti del conservatorismo sono stranamente antidemocratiche. I tradizionalisti aspirano all'aristocrazia; i liberisti desiderano un governo di tecnocrati, con un'autorità alquanto limitata; e i paleoconservatori sognano vaghe utopie postmoderne. Tra tutti i contemporanei modelli teorici del pensiero conservatore, soltanto il neoconservatorismo ha firmato la pace con la democrazia americana ; (…) Una corrente sempre presente nel pensiero conservatore della nostra èra democratica, e forse persino quello più vitale. (...) Per i tradizionalisti e i liberisti, in netto contrasto con i neocon, la politica ha un'importanza secondaria. Secondo i tradizionalisti, la cultura o la storia sono il fattore primario nella vita degli uomini; per i liberisti è l'economia. (...) La caratteristica distintiva del neoconservatorismo può essere rintracciata nella sensibilità per la politica in generale e per la politica della democrazia in particolare».

    Il rapporto con la tradizione. «Il neoconservatorismo è quasi del tutto privo di quella nostalgia per un passato pre-industriale e pre-illuministico che caratterizza il tradizionalismo. Ciò non significa che i neocon sostengano un mercato senza regole o non sappiano apprezzare la nostra eredità morale e spirituale, come nel caso dei liberisti. (...) E' vero che in America abbiamo le nostre tradizioni, ma sono per lo più di stampo democratico-liberale, come il nostro rispetto per i diritti individuali e la nostra venerazione per la salute e il benessere. Obiettivo deve essere l'educazione e la direzione della democrazia, anziché l'idea di superarla o, cosa altrettanto sconsigliabile, di disprezzarla, come fanno molti intellettuali conservatori. (…) I neoconservatori sono consapevoli che la tradizione e i costumi, in se stessi, hanno ben poca presa su un popolo democratico, e perciò cercano altri mezzi per tenere la democrazia lontana dai suoi istinti peggiori. Almeno su questo punto i neocon e i paleocon sono parzialmente d'accordo: a differenza dei tradizionalisti, entrambi ritengono che il passato non sia più recuperabile". La domanda dei paleocon è quindi: "Partendo da qui, dove andiamo? Pieni di disprezzo per ciò che considerano gli idoli democratici dell'uguglianza e del benessere, cercano non di salvare la democrazia da se stessa bensì di accelerarne il crollo, aprendo la strada a un'èra postmoderna e postdemocratica. Al contrario, i neoconservatori intendono dare nuova vita ai principi fondatori dell'America e al suo modello di vita democratico. Sono perfettamente consapevoli dei difetti della democrazia (le sue spesso basse aspirazioni e le sue tendenze alienanti), ma riconoscono anche la fondamentale giustizia dell'eguaglianza democratica».

    Capitalismo e welfare state essenziale. E' assente nei neocons «un semplice e incondizionato sostegno al capitalismo democratico. (...) Anche i neoconservatori sono stati estremamente critici nei confronti del welfare state, e soprattutto delle esagerate speranze che vi ripone la sinistra; ma le loro argomentazioni avevano una portata minore rispetto a quelle dei liberisti. L'ostilità del neoconservatorismo per il welfare state non si è mai estesa, come nel caso del liberismo, all'idea dello stesso bene pubblico. Mentre i liberisti temono che il Big Government possa cancellare praticamente ogni libertà personale, (...) per i neocon le democrazie tendono a incoraggiare la ricerca dell'interesse privato a scapito di tutto il resto; di conseguenza, è il benessere generale la più probabile vittima di una degenerazione. (...) In realtà, non esiste nessuna "strada" che, passando per il welfare state, conduca alla servitù. (...) Come ci ha spiegato Tocqueville, è la stessa democrazia che favorisce la crescita del governo e minaccia la libertà. (...) Per tutte queste ragioni, concludeva Tocqueville, nelle democrazie gli uomini "amano per natura il potere centralizzato e ne estendono volontariamente le prerogative". (...) Il problema del welfare state non riguarda tanto la libertà politica quanto piuttosto lo spettro della corruzione morale».

    «I neoconservatori non sono certo una cerchia di moralisti. Su alcuni dei più controversi temi culturali, hanno la stessa probabilità di schierarsi "pro" oppure "contro". (...) I conservatori religiosi perdono spesso la pazienza per la moderazione di molti neoconservatori su questi temi di vitale importanza. Per i neoconservatori, la vera strada per la servitù è rappresentata dagli sforzi dei liberisti e delle èlite di sinistra per cercare di imporre una politica sociale anti-democratica soltanto in nome della libertà. Ma quella che viene garantita è una libertà ristretta e privatizzata. La conseguenza è che viene scoraggiato l'affermarsi di un concreto e attivo interesse per gli affari pubblici. Tutto è permesso, tranne la possibilità di dire la propria nella formazione dell'ethos pubblico. L'ideologia liberista trasformerebbe i cittadini in stranieri che vivono felicemente, anche se in modo distratto e indifferente, nel loro paese».
    "
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    Saluti liberali

  10. #10
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    "old" or "new"?

    dal sito del quotidiano LIBERO

    " Macché neo-con Imparate da Reagan
    di ALBERTO MINGARDI
    La scomparsa di Ronald Reagan, dopo dieci anni di logorante malattia, riaccende il "mistero Reagan". Presidente amatissimo e di successo (signor Gorbaciov, abbatta questo muro!), per gli europei e gli italiani resta indecifrabile, uno scherzo della storia. Reagan ci è misterioso perché non era solo "grande comunicatore", (...) (...) piazzista politico di successo. Conosciamo la razza. Reagan ci lascia sbalorditi per la sua granitica fede in un mazzo d'idee buone che chiamava "conservatorismo". Un po' perché nel nostro Paese c'è davvero poco da conservare. E un po' perché l'etichetta evoca biblioteche polverose, vecchi signori in panciolle, tazze di tè con mezze fette di limone e sigari di pessima fattura, ma masticati con piglio professorale. Be', c'è anche quello. Il conservatorismo è una galassia di affetti. La politica riflette il modo di essere, come fai il nodo alla cravatta, quanto zucchero metti nel cappucc i n o. Per capire Reagan e il mondo che ha saputo galvanizzare, viene in aiuto un bel libro, uscito da poco per "Le lettere", nella biblioteca della "Nuova storia contemporanea" di Francesco Perfetti, e scritto da un bravo e appassionato professore di storia dell'America del Nord, Antonio Donno . Il titolo troneggia su un'immagine di copertina che richiama "lo spirito del 1776", cioè della rivoluzione americana, e non potrebbe essere più appropriato: "In nome della libertà. Conservatorismo americano e guerra fredda" . Il saggio ripercorre i sentieri, spesso contraddittori, imboccati da quella che, per amor di sintesi, si può chiamare la "destra" statunitense. Tant'è che, precisa subito Donno, «è invalso usare il termine 'conservatorismo' per indicare tutti quei movimenti di idee che, opponendosi allo statalismo, miravano a conservare gli ideali del liberalismo americano delle origini e a riattualizzarli». Attenzione: Donno non si riferisce, qui, ai "neo-conservatori", lo sciame di trotzkysti che a un certo punto ha cambiato casacca e tanta influenza ha esercitato sulla decisione dell'amministrazione di invadere l'Iraq. Pensa invece ai conservatori senza il "neo", un movimento dalle radici ben più salde, nato con una missione spiccatamente politica. La critica serra ta dei comportamenti sociali, l'allegra fustigazione dei costumi frivoli, le pensose riflessioni sull'istituzione del matrimonio che non regge più come una volta e le mezze stagioni che non ci sono più, o tempora o mores!, non appartengono al vocabolario originario del conservatorismo. Che era liberale e libertar io. Al centro della sua indagine Donno pone due nomi pressoché sconosciuti al pubblico italiano. Albert J. Nock e Frank Chodorov . Giornalisti entrambi, il primo scrive "Il nostro nemico, lo Stato" (in Italia, edito dalla Liberilibri di Macerata). Il secondo scommette, all'alba della guerra fredda, sull'importanza di presidiare la cultura politica dall'infiltrazione statalista. Per Chodorov, le idee hanno conseguenze e, come scrisse John Maynard Keynes, «pazzi al potere, che sentono voci nell'aria, distillano la loro follia da scribacchini accademici dei tempi passati». La cinghia di trasmissione fra teoria e prassi della politica è invisibile, ma determina lo spettro di opzioni destinate a vincere nei dibattiti parlamentari. Di fronte all'indottrinamento socialista, Chodorov riconosce nei meccanismi al lavoro nella scuola pubblica «la trasformazione dei bambini in uomini sotto la tutela dello Stato». «Controllando le scuole, lo Stato può largamente controllare le menti delle future generazioni, limitando perciò la possibilità del dissenso». È qui, è con Chodorov, che scatta la controffensiva culturale che determinerà un salutare rovesciamento nell'opinione pubblica, ed il ritorno sulla breccia di parole d'ordine - libertà, individualismo, impresa - all'apparenza travolte dalla marea socialista. Chodorov, però, non ambiva a sostituire a un'ideologia un'altra, puntellando con una costruzione intellettuale diversa la posizione di un certo gruppo di potere. «Il governo non può dare libertà, può solo toglierla. Più potere esercita il governo, meno libertà ha la gente». La destra statunitense nasce con l'obiettivo di far piazza pulita del New Deal rooseveltiano, di eliminare quel tanto o quel poco di socialismo che finì per corrompere il sogno americano. A monte, c'è la consapevolezza di un fatto, ben chiaro a Albert J. Nock: « se tu dai allo Stato il potere di fare qualcosa per te, tu gli dai l'esatto equivalente potere di fare qualcosa contro di te ». Ronald Reagan poneva la questione in termini simili: lo Stato non è mai la soluzione, piuttosto [è] il problema . Sta tutto qui il senso della sua lunga predicazione.
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    Saluti liberali

 

 
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