Non è terrorismo internazionale, è uno scisma all’interno dell’Islam.
Non è terrorismo: la verità è semplice e sotto gli occhi di tutti, ma è talmente grave che soltanto dopo l’ultima settimana è risultata evidente. Non stiamo assistendo a una incredibile serie di attentati di terrorismo islamico, stiamo guardando, senza vedere, un fenomeno ben più grave, complesso, radicale: stiamo assistendo al lento, inesorabile espandersi di un grande scisma islamico.
Dietro la settimana che ha visto martirikiller fare stragi in Cecenia, poi a Riad, poi di nuovo in Cecenia, poi a Hebron e infine a Casablanca, non c’è soltanto una ondata di terrorismo mai vista. Naturalmente il terrorismo c’è e fa centinaia di vittime, ma è soltanto strumento di una “teologia della morte” che va ben oltre la dimensione politica immediata dell’atto di terrore.
Assistiamo oggi all’affermazione di uno scisma che da tre decenni cova dentro l’Islam, che è nato nel dibattito teologico degli anni Quaranta, che poi ha vissuto dentro la rivoluzione islamica iraniana, che si è fatto Repubblica islamica in Iran, che si è radicato – ai livelli più militari e più volgari – nel jihad afghano, che ha sconvolto il Libano, è emigrato in Algeria e poi, soltanto alla fine, nel 1994, è arrivato in Palestina, non per contrastare la guerra degli israeliani, ma per contrastare la pace offerta dagli israeliani e accettata dai palestinesi, per combattere la stretta di mano tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat e gli accordi di Oslo.
Per decrittare i dogmi nuovi che questo scisma ha introdotto nel corpo dell’Islam si potrebbero ripercorrere le teorie di Sayyaed Qutab, Sayyd Abu al Mawdudi, Alì Shariati e Ruollah Khomeini, srotolare lo schema logico che ha introdotto la definizione di “empio”, “impuro”, “apostata” e “pagano” non soltanto contro l’avversario politico, ma anche contro chi non la pensa come te, chi non aderisce alla tua setta. Ma è più efficace partire da un altro punto di vista, dalla domanda semplice, banale e drammatica che tutti si pongono: come è possibile che tanti uomini e donne decidano di morire a freddo per uccidere – per di più – non soltanto i loro “nemici” (i russi, gli ebrei, gli americani), ma anche tanti innocenti musulmani?
La risposta altrettanto semplice e drammatica: perché per il loro Islam la morte è strumento di conoscenza e salvazione, non soltanto di lotta. Perché adorano la morte. Agognano la morte. La morte è in testa alla loro scala di valori. Perché l’ideologia del shaid-killer, del martire assassino, si basa sulla propria realizzazione nella morte, non nella vita. Perché l’attentato del shaidkiller, del martire-assassino è non soltanto un efficace strumento di lotta, ma è soprattutto anticipazione individuale, realizzazione dell’obiettivo vero della società islamica.
Attraverso l’uccisione dei nemici della fede si realizza la perfezione umana, il paradiso: si conquista la conoscenza perfetta. In termini filosofici è il trionfo di una gnosi grossolana e modernista: tutto il lungo e tormentato percorso di conoscenza che la gnosi riserva al lento cammino del saggio viene sincopato in un semplice atto di morte.
Purtroppo, con simmetrica grossolana superficialità, tutto questo non viene letto in Occidente: trionfano letture dozzinali che vedono nella mistica del martirio-assassinio la realizzazione della ribellione alla miseria, all’occupazione israeliana, all’imperialismo, russo o americano che sia.
Ma non è così, non è mai stato così.
Unifica correnti diverse La teologia della morte dello scisma islamico che sta unificando correnti sciite (Khomeini) con correnti sunnite (Qutb-Wahab) nasce dopo il trionfo della rivoluzione iraniana del 1979. La Repubblica islamica adotta una Costituzione gnostica, in cui tutto il potere è affidato a uno e uno solo, a Khomeini, perché è “saggio”, possiede al massimo livello la conoscenza (gnosi) e dichiara apostati tutti coloro che rifiutano quella Costituzione, quel potere, quella concezione della religione che si è fatta Stato. Le fontane delle piazze iraniane – complici tonnellate di volgare anilina – iniziano a zampillare acqua rosso-sangue, a celebrare l’avvento della nuova teologia, ad accompagnare i passi del nuovo scisma.
La vittoria del jihad afghano, il radicarsi della guerra civile in Libano e in Algeria, accompagnano il contagio di uno scisma che dal 1979 al 1994 è caratterizzato da massacri di musulmani da parte di altri musulmani. Per quindici lunghi anni non c’è la lotta all’imperialismo, non c’è Israele: nel lungo contagio dello scisma, così come oggi a Riad, in Cecenia e a Casablanca, la stragrande maggioranza delle vittime è musulmana, gli obiettivi da destabilizzare sono i governi dei “falsi musulmani”. Pure, ogni shaid-killer, ogni martire assassino gode di un bacino di approvazione, di una comunità di fedeli che lo approva, che lo segue, che lo benedice, che lo venera, estesa come mai si è visto nella storia dell’umanità.
Al Qaida, Osama bin Laden e il mullah Omar sono soltanto i più noti tra le decine e decine di profeti di questo nuovo credo che vuole imporre la Sharia, la Legge, unicamente attraverso il jihad, la guerra, la morte. La morte altrui, ma anche – e questo è il terribile – attraverso la propria agognata morte.
Per strane ragioni, l’espandersi di questo scisma islamico è stato seguito con disattenzione e si continua a prendere tempo con lagne sulla colpa dell’Occidente, sul terrorismo che nasce dalla miseria e dai campi profughi, peggio ancora, dalle responsabilità di Israele. Il meccanicismo economicista, lo stupidario antimperialista dovrebbero essere stati travolti da quella epifania universale del nuovo scisma islamico che è stato l’11 settembre. Ma purtroppo non è così, si continuano a usare quelle categorie che non spiegano nulla non spiegano come mai un saudita, centinaia, migliaia di sauditi, ricchi, spesso laureati negli Stati Uniti, siano di Al Qaida, appoggino Al Qaida. Non spiega quei martiri- killer che uccidono vecchi e ragazzini in Israele e che non vengono dai campi profughi, ma da rosse e benestanti casette a schiera della middle class inglese, col passaporto britannico in tasca. E’ fondamentale dunque iniziare a manovrare la dimensione reale del fenomeno – non terrorismo islamico, ma scisma islamico – perché soltanto dalla comprensione della sua reale estensione – anche numerica – e delle sue motivazioni, si deve partire per contrastarlo.
Oltre l’iniziativa militare
L’iniziativa militare americana ha costretto questa nuova religione della morte ad arretrare, a scegliere obiettivi “facili”, dentro le società musulmane, a uccidere islamici dopo che qualche sciagurato imam ha emesso una fatwa che ha deciso che “il loro sangue è lecito” perché sono kufr, empi. L’iniziativa militare è servita in Israele a contenere, non a battere, a contenere, gli shaid-killer, i martiri assassini mandati da Arafat, da Hamas e da Hezbollah. L’iniziativa militare sarà l’obbligata risposta che prenderanno i governi saudita e marocchino. Naturalmente non basta e non basterà. E’ necessario che lo scisma religioso sia combattuto sul suo terreno.
Negli Stati Uniti, i neoconservative tanto odiati dalle anime belle dell’asse Chirac- Schroeder-Putin stanno elaborando una strategia basata sull’esportazione dell’unico modello di paese islamico democratico, la Turchia, e stanno mettendo le mani in corpore vili, lavorando, pragmaticamente, al futuro libero dell’Iraq (fanno errori, cambiano idea, ma lavorano). Nel contrasto a questa religione della morte manca però un elemento fondamentale. Manca una risposta chiara e forte dentro l’Islam. Non è nota, non conosciamo, nessuna fatwa che dica che lo shaid-killer è contro l’Islam.
Che è contro l’Islam uccidere innocenti, anche suicidandosi, anche se sono ebrei. Questo dobbiamo chiedere, con animo di pace, al mondo dell’Islam. Solo quando tutti i più grandi uomini di religione dell’Islam contrasteranno la teologia della morte basata sul martirio-assassinio, senza eccezioni, senza parentesi, includendovi gli ebrei, gli israeliani, la lotta al terrorismo avrà possibilità di affermarsi. Fino a quel momento – di cui purtroppo non si vede traccia – il mondo sarà sulla difensiva.


Carlo Panella Il Foglio 20.5.2003


Cordiali Saluti