Intervista a tutto campo con il rossoblù giunto cinque anni fa
Francois Modesto (“Franco” nelle magliette celebrative per la promozione del Cagliari) viene da un’altra isola bella e dannata: la Corsica, separata solo da un braccio di mare dalla Sardegna (da Santa Teresa di Gallura a Bonifacio ci sono appena nove miglia nautiche, un’ora scarsa di traghetto). Così vicine, così lontane. «Per raggiungere casa mia, a Bastia», dice Francois, «impiego sette ore tra auto e traghetto. Vi sembra possibile? Siamo così vicini e così simili, perché non ci scambiamo le culture, le conoscenze, le genti? Perché c’è un volo diretto Cagliari-Londra e non uno per Bastia, dove ci sono tanti sardi»? Infatti, la Corsica è stata sempre rifugio dei sardi, molti dei quali non precisamente in regola con la giustizia. Le origini di Modesto («senza accento sulla o, prego, non sono mica francese») sono proprio a Santa Teresa, da qui l’affinità elettiva con l’altra isola della sua vita. «Appena arrivato», racconta con la “erre” arrotondata da francese che non vuole essere, «non è stato tutto rose e fiori. La gente mi ha accolto con quel pizzico di diffidenza che si riserva normalmente agli stranieri; e poi è stata una stagione, quella ’99-2000, particolarmente difficile, perché il Cagliari è retrocesso malamente. Pensa un po’, che non avevo neanche il coraggio di uscire di casa. La mia è stata una vita felice sino all’età di tredici anni. Sono cresciuto nel quartiere Lu Pino, alla periferia nord di Bastia. Praticamente, solo pallone e niente scuole e i miei genitori a impazzire per starmi dietro. A tredici anni la mia vita è cambiata, perché ho perduto mio padre, Josef». Il papà di Modesto rimase vittima di un attentato, nell’ambito della guerra intestina all’FLNC, il Fronte di Liberazione Nazionale Corso. Le due anime del fronte, quella movimentista e quella trattativista, si scontrarono ferocemente sui metodi per continuare la lotta per l’autonomia dalla Francia. «Fu la svolta nella mia carriera di calciatore. Ricordo ancora il giorno in cui una vicina, che era quasi una parente, mi disse della scomparsa di mio padre. Ricordo che rimasi stordito e che dopo provai una grande rabbia, che trasferii sul campo. Decisi di dedicare la carriera a mio padre, il mio primo allenatore. Giurai che sarei diventato un calciatore professionista e che avrei giocato in serie A. Quella rabbia è stata la molla decisiva. La provo ancora, quella rabbia, che è il motore principale di un calciatore professionista, ciò che ti aiuta a superare i momenti difficili. Nei confronti dei separatisti, adesso, nutro diffidenza. Inizialmente ero idealmente vicino alle loro battaglie, poi, ho capito che molti di loro si sono fatti attrarre dal dio denaro e ora non mi rappresentano più niente. Mi piacevano quando lottavano contro lo scempio delle nostre coste da parte di francesi venuti a fuori». Il riferimento è ai prodromi della lotta indipendentista corsa. Il Fronte, fondato dai fratelli Simeoni, occupò, nella zona di Aleria, nel sud della Corsica, una fattoria su un terreno assegnato dal Governo di Parigi a un gruppo di francesi cacciati dall’Algeria. Era la fine degli anni 60, nel conflitto a fuoco che ne seguì morirono due gendarmi. La lotta per l’indipendenza ha segnato profondamente la Corsica. «Praticamente non c’è famiglia che non abbia avuto un morto. Una cosa tremenda che ha reso i corsi chiusi, taciturni. Anche io ero così, sono cambiato stando in Sardegna dove la gente è molto più aperta e comunicativa rispetto a noi. «Merito anche di Valentina, la mia fidanzata, che mi ha permesso di conoscere la cultura sarda e tante persone al di fuori del calcio. Pian piano mi sono integrato. Ecco perché ho deciso di aprire lo stabilimento balneare e il bar a Cala Mosca. Ho sempre creduto che sia meglio pensare al futuro quando si è giovani, perché la carriera di un calciatore finisce presto e, spesso, improvvisamente. Se non ti chiami Totti, rischi di trovarti in difficoltà. La mia vita, probabilmente, sarà in Sardegna, perché qua ho legami affettivi importanti, nonostante sia molto affezionato alla mia famiglia. Però, penso di aprire un’attività anche a Bastia, per non perdere i legami di un tempo. Francois, detto “il professore” perché ha l’abitudine di discutere su tutto (alle volte è anche un po’ rompipalle, definizione che lo fa sorridere e che non smentisce), è animato da volontà di ferro e dotato di grande personalità. «Se sbaglio un pallone, dieci secondi dopo lo rigioco alla stessa maniera, perché è l’unico modo per non farsi travolgere dalla paura di fare un errore. Questa determinazione mi ha permesso di resistere a sei mesi trascorsi in tribuna». Ventura - come si dice in gergo calcistico - non lo vedeva. «Io mi sono intestardito, vediamo chi vince, mi sono detto». Modesto, insieme a Abeijon, ha riconquistato il posto e il Cagliari, guarda un po’, ha iniziato a vincere. Se sbagliare è umano e perseverare diabolico, Ventura ha ignorato la lezione, e all’inizio di questa stagione calcistica ha ottenuto l’epurazione di Abeijon e ha bloccato a lungo il rinnovo del contratto di Modesto. «Stavo per firmare con il Modena, avevo già parlato con l’allenatore, Malesani, e raggiunto l’accordo economico con la società. La sera prima di partire, ho parlato con il presidente Cellino e ho deciso di restare. Non potevo mica andarmene così, con tre anni di sconfitte alle spalle. Volevo risalire in serie A con il Cagliari. Ci sono riuscito e adesso spero di restare». Già, perché il contratto scadrà il trenta giugno prossimo. «Avevo firmato solo per un anno perché in caso di mancata promozione sarei andato via per la vergogna. Adesso che l’obiettivo è stato raggiunto, per me non ci sono problemi, sono pronto a firmare». Quello che affascina Modesto è la serie A ma non soltanto. «Mi piace l’ambiente che si è creato. E’ il primo anno in cui realmente il gruppo è compatto. Non era mai accaduto prima che si andasse a cena tutti insieme una volta alla settimana. Tra chi ha giocato e chi ha giocato poco e pochissimo c’è stato sempre grande rispetto e solidarietà. L’invidia è una parola sconosciuta. Siamo felici per la popolarità di Zola e io personalmente sono particolarmente contento per l’esplosione di Suazo. Quest’anno ha dimostrato di essere un grande calciatore. Lo meritava e se continuerà a crescere diventerà un giocatore di livello assoluto». Modesto ama anche la nicchia che si è costruito a Cagliari. E’ un calciatore tutto campo, casa, cinema e letture («in italiano, rigorosamente»), che non ama la mondanità e le luci della Costa Smeralda, nonostante passi per essere il bello della squadra. «In Costa Smeralda vado solo d’inverno, e per vedere il contrasto tra il celeste del mare, il rosa del granito e il verde della vegetazione. I locali alla moda non mi interessano, esco pochissimo e sempre con i soliti amici». E’ una ricetta semplice per vivere serenamente e dare il meglio in campo. «Non ci alleniamo tre giorni e sono più stanco del solito. Il campo mi manca già. Ho già voglia di serie A, entrare a San Siro è un’emozione unica, vedere da vicino Rui Costa, non ne parliamo. E’ il giocatore che mi ha impressionato di più. L’ho affrontato quando era alla Fiorentina. Praticamente, giocava da solo contro tutti. E io avrei dovuto marcarlo». Modesto si conferma calciatore fuori dal coro, se non altro, per l’idea che ha della nazionale di quello che dovrebbe essere il suo Paese. «So che la nazionale è il sogno di ogni calciatore. Non il mio. La Francia non è la mia priorità», chiude l’argomento facendo emergere prepotentemente il suo essere corso. Modesto preferisce diventare padrone del calcio che lo ha accolto, prima con diffidenza, adesso con aperta simpatia. «Anche se voi italiani avete il vizio di credervi migliori degli altri, nel calcio, intendo. Invece, dovreste studiare i settori giovanili francesi e olandesi. Se la Francia ha iniziato a vincere campionati europei e mondiali, e l’Ajax sforna talenti in serie pur avendo a disposizione una popolazione ristretta, è perché hanno insegnato ai giovani come giocare a pallone. Con gli anni, sono arrivati i risultati». Il mestiere di allenatore è nel futuro di Modesto. «No, troppe teste da mettere insieme, troppe scelte difficili da fare. Guarda, io vorrei tanto chiudere la carriera con la maglia del Bastia, la mia città e magari con la fascia di capitano al braccio. Poi, mi trasformo in imprenditore, tra la Corsica e la Sardegna. Le mie due isole preferite. Le uniche».




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