....i funerali.
“Sembra” abbia detto, prima del colpo alla testa, “adesso vi faccio vedere come muore un italiano”.
Certamente abbiamo visto "come vive un italiano”.
rispettosamente saluto


....i funerali.
“Sembra” abbia detto, prima del colpo alla testa, “adesso vi faccio vedere come muore un italiano”.
Certamente abbiamo visto "come vive un italiano”.
rispettosamente saluto


….un pugno di voti
Fabrizio Quattrocchi non è stato un eroe come il carabiniere Salvo D’Acquisto, o il prete che pochi mesi fa, per salvare da un’improvvisa burrasca i ragazzini dell’oratorio, si è tuffato fra le onde fino a morirne di sfinimento.
Eroe non lo è stato neppure il caporal maggiore Matteo Vanzan, ucciso da una granata di mortaio ad An Nassiriyah.
Più semplicemente era un soldato, un lagunare che ha fatto il suo dovere, senza se e senza ma, fino all’estremo sacrificio della vita, perché in battaglia non sai mai quando arriva il proiettile con il tuo nome.
Tantomeno sono stati degli eroi i giornalisti morti in guerra, nonostante per Maria Grazia Cutuli e altri abbiamo assistito a un patetico tentativo di santificazione, poi sepolto nel dimenticatoio del tempo.
Per il ragazzo siciliano trapiantato a Genova e giustiziato dai boia islamici in Iraq il giudizio si complica, perché, sotto sotto, sono in molti a credere che è stato ucciso uno sporco mercenario, quindi automaticamente di destra, che a malapena ha diritto a una pietosa sepoltura.
Sul termine mercenario e sulla scelta di vita di Quattrocchi torneremo dopo, perché innanzi tutto vale la pena cominciare dalla sua tragica fine.
Fabrizio non era un eroe, ma con la famosa frase: “Vi faccio vedere come muore un italiano”, poco prima che il boia aprisse il fuoco, si è comportato da valoroso.
Ieri su questo giornale, Pietrangelo Buttafuoco ha raccontato, con un ottimo articolo controcorrente, che Quattrocchi, nel video della sua esecuzione, non a caso censurato da al Jazeera, avrebbe detto: “Adesso vi faccio vedere come muore un camerata italiano”.
Quattrocchi forse era di destra, politicamente scorretto, magari affascinato dalla bella morte in battaglia, ma resta più importante quel termine “italiano” usato come ultimo guanto di sfida nei confronti dei boia.
Un atto d’orgoglio, certo, ma che ha quel sapore patriottico, un po’ desueto e volutamente dimenticato per cinquant’anni.
Siamo conosciuti nel mondo come mangia spaghetti, mafiosi, inaffidabili e ben che ci vada come “italiani brava gente”.
Grazie all’ultima frase di Quattrocchi, chi vi scrive e anche molti nostri soldati, che avevo intervistato a caldo ad An Nassiryah, si sono sentiti orgogliosi di essere italiani e di rischiare la pelle in Iraq.
Altri, in Italia, erano quasi infastiditi da uno “sporco mercenario”, che ha trovato il coraggio di morire a testa alta.
Per cercare di capire la scelta di vita di Fabrizio Quattrocchi mi permetto di prendere spunto da una storia personale, che non ho mai avuto la fregola di raccontare.
A diciotto anni, mi rapai i capelli a zero e invece che partire per le meritate vacanze dopo il diploma, andai in guerra al fianco dei cristiani maroniti asserragliati a Beirut.
Nessuno mi offrì un contratto e tantomeno dei soldi, a tal punto che per sopravvivere tre mesi in Libano dovetti lavorare, come operaio, in una fabbrica semi clandestina di imbottigliamento di acqua minerale.
I falangisti, come venivano chiamati i miliziani cristiani, mi davano ogni tanto un kalashnikov, sbattendomi sulla prima linea che divideva in due il centro di Beirut, trasformato in uno spettrale groviera di palazzi violentati dai combattimenti.
L’addestramento era scarso, ma la convinzione di essere dalla parte giusta, quella cristiana, occidentale, contro siriani e palestinesi sponsorizzati dall’impero sovietico, colmava l’impreparazione.
Soldati, seppure di un’armata Brancaleone, però, si diventa in fretta: con una bomba a mano che ti esplode troppo vicino, un proiettile che ti fischia sopra la testa e un bambino che si salva per miracolo in mezzo al fuoco.
In breve tempo diventi adulto e ti rendi conto che i tuoi
“camerati” non sono guerrieri, ma gente che si fa di droga per sopportare anni di prima linea.
Tre mesi di guerra civile a Beirut mi sono bastati per decidere che non avrei mai più imbracciato un fucile se non per la mia patria. Invece è rimasta, come una cicatrice che non guarisce mai, l’attrazione fatale per la guerra, che sa di zolfo dell’inferno, dove incontri eroi e uomini d’onore, bestie e vigliacchi, oltre a farti amico l’orrore.
Così ho deciso di raccontarli i conflitti, prima come fotografo e poi come scribacchino.
Venticinque anni dopo l’esperienza libanese non mi stupirei se dei giovani di estrema sinistra e no global fossero parti partiti per l’Iraq con lo zaino in spalla per unirsi alla cosiddetta resistenza irachena.
In egual maniera non mi stupisco che dei ragazzi italiani, magari provenienti da ambienti diversi, che lavorano come guardie del corpo fra discoteche e qualche divo di passaggio scelgano il guadagno immediato, più che facile, e soprattutto l’avventura in Iraq.
Gli italiani, che non hanno tradizione e cultura nel campo della sicurezza, sono le ultime ruote del carro.
Mentre gli ex Rambo dei corpi speciali britannici e americani si beccano anche mille dollari al giorno per scortare Paul Bremer, il proconsole statunitense a Baghdad.
I nostri si accontentano di 300 dollari per fare la guardia a siti o convogli.
Non penso che Quattrocchi sia andato in Iraq soltanto per raggranellare i soldi per il matrimonio.
Questo è uno dei motivi, simile a una pietosa scusa, che nasconde qualcosa di più: l’amore per l’avventura, l’adrenalina del combattimento, la tensione dell’attesa, la sensazione di partecipare a degli eventi che faranno la storia, anziché stare in panciolle a vedere le stesse cose davanti al televisore e di poter un domani, se si ritorna a casa, raccontare come li hai vissuti sulla tua pelle.
I mercenari degli anni Sessanta, come il personaggio da film Bob Denard, che venivano chiamati spregevolmente “les affreux”, ovvero gli orribili, dalla stessa buona e colonialista società europea che accorrevano a difendere in Congo o in altri inferni africani, sono scomparsi.
Adesso ci sono gli addetti alla sicurezza, come in Iraq, meno romantici, ma più professionali, che pur diversi dal passato potrebbero ancora essere definiti “soldati di ventura”, se non fosse politicamente scorretto per certe anime belle, che non hanno mai sentito fischiare una pallottola.
Dei soldati di ventura, considerati solitamente assassini prezzolati al soldo del più ricco, esiste anche una vecchia canzone, che racconta un’altra storia:
“Avevo sol vent’anni e la fedina nera, venivo da Lucera (…) Adesso che son steso, quaggiù nel basso Congo, guardate nel mio sacco, c’è solo una bottiglia e un’oncia di tabacco (…) Evviva la morte mia, evviva la gioventù…”.
Fabrizio Quattrocchi è morto a 36 anni, da valoroso, sotto i colpi di terroristi che lo hanno ammazzato come un cane, forse perché avevano capito che a uno come lui non mettevano i piedi in testa.
Mi sono trovato in Libano, in Bosnia e in Afghanistan con un’arma puntata alla testa e non ho trovato il coraggio di compiere atti valorosi e spavaldi.
Quando venni catturato in Afghanistan da due soldati bambini, che mi avevano piazzato la canna di kalashnikov sulla nuca e discutevano se spararmi subito o dopo, ho soltanto cercato di spiegarmi a gesti e con le poche parole di farsi che conoscevo, per sopravvivere.
Fabrizio Quattrocchi aveva capito, invece, che era giunta la sua ora e non soltanto ha saputo morire con dignità, ma pure con valore.
Una vittoria almeno morale sui suoi boia, ben più importante del loro barbaro gesto.
Gli italiani hanno reagito con un comune senso di pietà nei confronti dell’ostaggio trucidato, ma poi sono saltati subito fuori i distinguo.
C’è chi su un balcone di Trieste ha esposto il tricolore con il lutto, quando la salma è rientrata in patria e chi scrive una lettera al Manifesto sostenendo di non capire perché la sua vicenda e l’autopsia eseguita sui resti di Quattrocchi dovrebbe avere importanza per l’opinione pubblica.
Importanza invece ne ha proprio per l’esecuzione decisa da una banda di boia islamici e per la fine valorosa dell’ostaggio italiano. Fa ridere, se non piangere, la polemica sottotraccia sulla concessione dei funerali di Stato.
Formalmente questo genere di esequie si concede per chi è morto rappresentando lo Stato e le istituzioni.
Fabrizio era in Iraq per conto suo, ma nel momento in cui ha sfidato i sequestratori da “italiano” ha rappresentato un po’ tutti noi e quindi la patria.
Per questo sarebbe giusto salutare per l’ultima volta un valoroso nella cattedrale di Genova, con il cardinale Bertone e qualunque politico o esponente delle istituzioni non abbia timore di intervenire, anche senza il cappello formale del funerale di Stato. In ogni caso sarà la famiglia a decidere, dopo aver dimostrato un dono raro dalle nostre parti: la dignità e il silenzio.
A certi politici di sinistra lasciamo volentieri le piccinere e i distinguo sui funerali di Stato e il ruolo di Quattrocchi in Iraq. Come qualcuno di loro sicuramente pensa, Fabrizio, in fondo, è morto per un pugno di sporchi dollari.
Quelli che sparlano dell’Iraq e non rispettano un valoroso, invece, lo fanno per un pugno di sporchi voti.
Fausto Biloslavo su il Foglio del 28 maggio
saluti