Il governo - i nodi
Tremonti, telefonata con Berlusconi: chiarire o sono pronto a lasciare
Il ministro dopo le critiche: no alla linea della spesa pubblica
ROMA — È stato un collo*quio tesissimo. Durante il qua*le Giulio Tremonti ha chiesto a Silvio Berlusconi una scelta di campo netta e definitiva. O la linea europea, quella del rigore e della ragionevolezza sui con*ti pubblici, o quella della spe*sa. Ben interpretata, secondo il ministro dell’Economia, dai concetti espressi da Gianfran*co Fini ieri sul Corriere della Sera. È stato quasi superfluo aggiungere che lui, Giulio Tre*monti, non rimarrebbe un mi*nuto di più al suo posto nel go*verno se il premier dovesse scegliere la via facile della spe*sa pubblica. Doveva essere una telefona*ta distensiva, quella fatta ieri a tarda sera al ministro dell’Eco*nomia dal presidente del Con*siglio, che dalla Russia tornerà solo questa mattina. Il tentati*vo di rassicurarlo dopo l’an*nuncio improvviso, affidato a Gianni Letta, di una «graduale riduzione dell’Irap fino alla sua soppressione». Che dire sia sta*to accolto con sorpresa dal tito*lare dell’Economia è forse un eufemismo.
Dopo il ritorno in campo di Fini sulla politica economica e il documento dei dieci punti che chiede un cambio di pas*so, smentito da tutti ma segno evidente del clima che si respi*ra nella maggioranza, la sortita sull’Irap è stata la classica goc*cia di troppo nel bicchiere. Va bene che la riduzione «gradua*le e progressiva» dell’Irap è prevista dal programma eletto*rale del Popolo della Libertà. Ed è pure vero che lo stesso Tremonti, non più di una setti*mana fa a Milano, parlava del**l’Irap come di «una delle critici*tà del sistema». A differenza della Francia, che ha finito con il mettere tre nuove tasse, dice*va il ministro dell’Economia, «se noi eliminiamo l’Irap la eli*miniamo e basta». Il problema sta in quel «se», pronunciato dal titolare del Tesoro. Perché una discussione sui tempi, la quantità e le modalità tecniche dell’operazione non c’è mai sta*ta all’interno del governo o del*la coalizione di maggioranza. E abbattere l’Irap non è un’operazione semplice. Ogni anno quella tassa, per quanto odiata, porta nelle casse dello Stato una quarantina di miliar*di di euro. Perché il taglio sia sensibile, ed avvertibile dalle imprese che ieri si sono subito lanciate in grandi apprezza*menti al premier, servono ri*sorse che oggi è impossibile trovare nel bilancio. A disposizione ci sarebbe*ro pure il gettito dello scudo fiscale, che potrebbe anche arrivare a oltre 5 miliardi di euro, ed una parte dei fondi per i Tremonti Bond alle ban*che, che avanzano.
Ma nono*stante quel che dice qualche ministro, con le «una tantum» non è proprio possibile finan*ziare una riduzione strutturale delle tasse, come sarebbe in ogni caso il taglio dell’Irap. Si potrebbe fare in deficit, ma la tenuta del bilancio per Tre*monti è la condizione indi*spensabile per il rilancio del*l’economia, ma anche per con*tinuare a collocare tutti i mesi gli enormi quantitativi di ti*toli di Stato che servono per finanziare il debito pubbli*co. Non a caso, ieri, le agen*zie di rating hanno soppe*sato la proposta del pre*mier con grande perples*sità, parlando di «un cambio di rotta sorpren*dente ». «Finora l’Italia non ha preso misure di*screzionali di taglio delle tasse — sottolineano gli analisti dell’agenzia di ra*ting Fitch — tenendo un comportamento responsabile dato l’elevato debito pubbli*co ». Per il taglio dell’Irap servi*rebbero altrettanti tagli di spe*sa pubblica. Una scelta va fatta. Oggi Berlusconi e Tremonti, at*teso in serata a Lecce per la due giorni a porte chiuse del*l’Aspen, si parleranno. Gianni Letta, che ieri sera ha vestito di nuovo i panni del mediatore, dopo una giornata di forte ten*sione, fa intendere un certo ot*timismo. Il colloquio avverrà subito prima del Consiglio dei ministri durante il quale, sem*mai il faccia a faccia tra il pre*mier e il ministro avesse esito positivo, tutto dovrà esser mes*so ben in chiaro sul tavolo.
Mario Sensini
23 ottobre 2009
Tremonti, telefonata con Berlusconi: chiarire o sono pronto a lasciare - Corriere della Sera




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