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  1. #1
    Obama for president
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    Predefinito Bestiario di Giampaolo Pansa

    di giampaolo pansa

    Ho visto Piero Fassino qualche settimana fa, quando l'ho intervistato in pubblico, alla Sala Umberto di Roma, nell'incontro organizzato dal 'Riformista'. Mi è sembrato tranquillo. E anche allegro. Sapeva del sondaggio de 'L'espresso' che dava il Triciclo prodiano al 35 per cento, e di questo era molto soddisfatto. Adesso, invece, mi dicono che sia tornato nervoso. Al punto di maltrattare qualche giornalista. A uno ha dato del killer. A un altro ha chiesto se voleva i ceffoni umanitari promessi da un capetto dei no-global. Siccome stimo Fassino, gli consiglierei molta calma e tanta serenità. Anche per affrontare con nervi saldi la prova del fuoco come leader politico. Dal momento che è lui, più di altri, a giocarsi tutto nei due anni prossimi venturi, dalle elezioni europee del vicino giugno a quelle parlamentari del 2006.

    Sino a oggi, Fassino si è mosso nel modo giusto. È stato tra i sostenitori più convinti del Triciclo e ha fatto bene a esserlo. Hanno visto lontano, lui, Prodi, Rutelli, Boselli e la mini-repubblicana Sbarbati. Il Triciclo è l'unica speranza per il centro-sinistra. Se il 13 giugno avrà un buon risultato, sarà stato fatto un passo decisivo verso la vittoria contro Silvio Berlusconi. A una condizione, però, che a me sembra esclusiva. Senza la quale il centro-sinistra non ritornerà mai a essere una forza di governo.
    La condizione è che il Triciclo si liberi dall'abbraccio avvelenato dei partitini o partitucci che stanno, così dicono loro, alla sua sinistra. Per capirci meglio, faccio l'esempio più chiaro, quello di Rifondazione comunista. Sentiamo sempre ripetere da Fassino, da Rutelli, da Boselli che senza Rifondazione non si batte il centro-destra. Ma ammesso, e non concesso, che sia così, perché dirlo di continuo? Il ripeterlo ha solo due effetti, entrambi negativi. Il primo di far alzare il prezzo che il Parolaio Rosso imporrà al centro-sinistra per concedergli la sua ostica collaborazione e i suoi pochi voti in Parlamento. Il secondo è di far nascere negli elettori incerti il dubbio se votare o no per il Triciclo, dal momento che gli viene presentato dai suoi stessi leader come un mezzo di trasporto in sé troppo debole per arrivare a Palazzo Chigi senza l'aiuto di nessuno.

    Fassino sa benissimo che questi elettori incerti sono il vero fattore della vittoria. Innanzi tutto perché sono tanti. Se mettiamo insieme i propensi ad astenersi e quelli ancora indecisi se passare dal centro-destra al centro-sinistra, abbiamo un bel pacco di voti. Vogliamo respingerli ai mittenti? Il sistema più efficace è quello di dire che, senza il Parolaio Rosso, non ci sarà trippa per il gatto ulivista.
    Insomma, il Triciclo deve decidersi a non corteggiare più Bertinotti il Pugnalatore, l'uomo che aveva accoppato il governo Prodi. E a considerarlo, una volta per tutte, un avversario. Che cosa vogliono, infatti, i rifondisti e, con loro, i cossuttiani, i verdi e la strana coppia del Dipocchetto? Non certo prendersi sulle spalle la croce di governare l'Italia al posto di Berlusconi. Macché, vogliono soltanto rimpolpare i loro magri fatturati elettorali. A danno dei Ds, prima di tutto. E del Triciclo in generale. Ma questo è uno sterile gioco a somma zero. Volete una prova? I sondaggi elettorali. A ogni flessione della lista prodiana, corrisponde un aumentino dei piccoli di sinistra. Però il totale dei voti non cambia mai. E questo allontana la vittoria.

    Ecco perché Fassino deve sbarazzarsi di certi legami pericolosi. E deve rompere con questi finti alleati. L'ho scritto nell'ultimo Bestiario. Qualche lettore mi ha chiesto che cosa intendo per rompere. Provo a spiegarlo. Non stringere accordi elettorali con gruppi o liste che considerano il Triciclo un negozio da svaligiare. Non regalare collegi blindati a nessuno dei loro capi e capetti. Non costituire giunte amministrative con questi finti compagni di strada, anche perché costoro sono sempre pronti a disfarle. Non organizzare manifestazioni in comune, poiché non servono a niente, tranne che a confondere le idee agli elettori incerti.
    Che cosa deve fare, invece, il Triciclo? Deve osare e proporre agli elettori una scommessa positiva: fidatevi soltanto della lista Prodi. È un rischio? Sì, lo è. Ma chi non risica, non rosica. La scelta peggiore è accontentarsi di un generico fritto misto all'ulivista, di una ratatuia di verdure che fra loro non si combinano e rendono il piatto immangiabile. Soprattutto se il pasticcio odierno verrà riproposto alle elezioni politiche.

    Fassino è un dirigente di lunga esperienza che ha vissuto momenti di vittoria, ma anche di catastrofe. Dunque, si sarà già domandato che cosa accadrebbe, il 2006, nel caso di un successo da dividere con tanti fratelli-coltelli. Che governo si potrà fare? Con quale programma? Con quante possibilità di rimettere in ordine un paese nei guai? Il Bestiario la vede brutta. A meno che intervenga santa Scarabola, la santa degli impossibili. Che però si muove di rado, molto di rado.

  2. #2
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    Predefinito Re: Bestiario di Giampaolo Pansa

    In origine postato da benfy
    di giampaolo pansa

    E deve rompere con questi finti alleati. L'ho scritto nell'ultimo Bestiario. Qualche lettore mi ha chiesto che cosa intendo per rompere. Provo a spiegarlo. Non stringere accordi elettorali con gruppi o liste che considerano il Triciclo un negozio da svaligiare. Non regalare collegi blindati a nessuno dei loro capi e capetti. Non costituire giunte amministrative con questi finti compagni di strada, anche perché costoro sono sempre pronti a disfarle. Non organizzare manifestazioni in comune, poiché non servono a niente, tranne che a confondere le idee agli elettori incerti.

    A meno che intervenga santa Scarabola, la santa degli impossibili. Che però si muove di rado, molto di rado.
    Ecco un fulgido esempio autodistruttivo per restare perennemente opposizione.

  3. #3
    figo
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    pansa dice delle cose sacrosante

  4. #4
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    Voterò il Triciclo, sono sempre stato di sinistra"

    ROMA Giampaolo Pansa ha deciso, dopo averci pensato un po': entro un paio di settimane, dopo 13 anni, lascerà la condirezione del settimanale "L'Espresso" per andare in pensione. Anche se continuerà a tenere la sua rubrica, il «Bestiario», e a collaborare con Repubblica. Pansa pensionato fa un po' impressione, ma lui è deciso a dire basta. Per stanchezza, per voglia di scrivere i suoi libri con più calma. Perché si è chiusa un'epoca. E forse, ancora, perché Pansa è di quelli che con il tempo non riesce a collocarsi da nessuna parte.
    D'altronde quelli come lui, nati a Casale Monferrato, è difficile definirli con precisione: sono piemontesi, ma al confine con la Lombardia. Dei piemontesi hanno quella sorta di disincanto e di distacco che li rende sempre un po' perplessi su tutto. Dalla Lombardia gli arrriva il gusto di essere gente che non si tira indietro, se è necessario. Pansa è questo. Uno che di se stesso dice: «Io non appartengo neppure a me stesso, e non so mai bene come la penso». Che tradotto significa: non ho idee preconcette. Cronista e poi polemista acceso. Uomo di sinistra che ha scritto libri sulla Resistenza che hanno fatto infuriare i vecchi partigiani. Uomo di sinistra in continua polemica con la sinistra, insofferente a qualsiasi regola che non abbia un senso. Insofferenze che si possono leggere tutte assieme nel suo nuovo libro, dove ha raccolto, per la prima volta, dieci anni di «Bestiari» scritti sull'Espresso ("Bestiari d'Italia, 1994-2004", Sperling & Kupfer, pp.402, € 15.00). Per uno come lui la prima domanda è d'obbligo.
    Giampaolo, per chi voti alle prossime europee?
    «Guarda, io ho sempre votato a sinistra. Ho votato una volta per il partito socialista, tanti anni fa, quando Antonio Giolitti era uscito dal Pci dopo i fatti di Ungheria del 1956, e si era candidato con il Psi, nel collegio Cuneo-Asti-Alessandria. Poi ho sempre votato con mille "se e ma", come si usa dire oggi, per il Pci. Poi ho votato Pds, anzi, io sono stato un sostenitore della svolta di Occhetto. Poi ho seguitato a votare Ds, quando è arrivato l'Ulivo ho votato l'Ulivo. Ho persino votato a Milano, nel proporzionale, una candidata diessina che io non conosco, ma che mi è simpatica, Gloria Buffo. Che voleva querelarmi».
    Ti voleva querelare perché l'hai votata?
    «Ma no dai. Voleva querelarmi perché in un bestiario avevo scritto che lei in una trasmissione televisiva, quando si era fatto il nome di Lamberto Dini, aveva fatto una smorfia come se si fosse trovato di fronte "un topo morto"».
    Beh, ci eri andato leggero.
    «Delle goliardate da ragazzo di provincia… Comunque ho votato pure lei. E adesso andrò a votare l'Ulivo. Per chi dovrei votare scusa? Anche se devo dirti che qualche volta ho avuto la tentazione di non andare a votare».
    Tentazione a cui non hai mai ceduto.
    «Mai ceduto. E sai perché? Perché ogni volta ho pensato a mia madre. Eccola là, nella foto dietro questa scrivania: Giovanna Cominetti in Pansa. Mia madre era del 1903. E quindi la prima volta in cui è andata a votare fu nel marzo del 1946, elezioni amministrative».
    Tu quanti anni avevi?
    «Dieci anni e mezzo. Una domenica pomeriggio mia madre mi dice: "Prendi un foglio e scrivi in stampatello grande questa frase: La signora Giovanna Pansa chiude il negozio perché va a votare per la prima volta a 43 anni. Mettici un punto esclamativo. Anzi, visto che non costano nulla metticene due. Così domani tirò giù la saracinesca del negozio, e ci attacco il cartello, così tutti vedono"».
    E tu lo hai scritto, naturalmente.
    «Certo. Solo che dopo, quando è arrivato a casa mio padre ha visto il cartello e ha chiesto a mia madre: "Perché hai fatto scrivere questo cartello?". E lei: "Perché domani vado a votare e voglio che lo sappiano tutti". E mio padre: "Ma lo sai che domani, lunedì, non si vota? Si vota solo oggi". Insomma per fartela breve, mia madre ha preso cappello e cappotto è uscita, ed è andata subito a votare. Ma il cartello il giorno dopo lo ha appeso ugualmente. Ecco perché tutte le volte che ho avuto la tentazione dell'astensionismo, il ricordo di mia madre mi ha portato a votare».
    Dunque voterai Ulivo, vuoi dire il triciclo?
    «Sì voterò per il triciclo».
    Convinto o perplesso?
    «Ti confesso che le mie perplessità sulla politica italiana sono tantissime. Del resto chi legge il Bestiario queste cose le vede. Però faccio mio un motto che mi ha regalato un amico l'altro giorno: "I miei mi fanno senso, ma gli altri sono peggio e mi fanno schifo". Ma quello che non farei mai è votare per i presunti partiti e partitini di sinistra che stanno intorno al triciclo. L'unica speranza per l'Ulivo è di avere il nocciolo duro. Un pilastro centrale che regga tutto il resto. Fassino mi ha detto: mi accontenterei del 33 per cento. Ma io credo che debbano fare di più».
    Sperando nel disastro elettorale del centro destra.
    «Io penso che a Berlusconi le elezioni andranno male. Può andar bene a noi del triciclo, a condizione che riusciamo a spiegare agli elettori che non gli conviene votare per Cossutta, piuttosto che per i Verdi, Di Pietro-Occhetto, o peggio ancora per il pugnalatore di Rifondazione comunista».
    Una posizione da riformista.
    «Io mi sento un riformista. Se essere riformista significa essere il contrario dei massimalisti, il contrario degli utopisti, il contrario di quelli che sono rimasti comunisti, anche se dicono di essere postcomunisti, allora sì, è possibile chiamare il triciclo partito riformista. Anche se oggi non so se converrebbe chiamarlo così. Mi sto rendendo conto che in Europa la gente vota contro i governi perché non gli piacciono le riforme che i governi fanno. Che siano di sinistra come di destra».
    E tu come elettore che riforme vorresti?
    «Guarda se te lo dico, i lettori dell'Unità mi prendono per uno di destra. Io vorrei la riforma delle pensioni. Prima ancora che la riforma fiscale. Questo è un paese che comincia a navigare, secondo me, in una specie di mare tempestoso per le incertezze che lo scuotono e che lo travagliano».
    Proviamo a fare un Bestiario in forma di intervista, Giampaolo. Mi hai detto per chi voti. Spiega il motivo per cui non voti gli altri. Cominciando da destra, se vuoi. Gianfranco Fini, per esempio.
    «Io Fini non lo voterei mai, ma non perché sono antropologicamente un antifascista. Sono cresciuto in quell'humus cultura e politica. Poi Fini non mi piace perché ho l'impressione che sia un peso leggero. Io sono anche disposto a comprare un’auto usata da Fini. Ma non gli affiderei il condominio».
    Certo il condominio ce l'ha Berlusconi.
    «Lì c'è un problema che è quello che voi dell'Unità affrontate tutti i giorni. A volte, secondo me, nel modo sbagliato. Non c'è soltanto un partito come Forza Italia, che si regge su un uomo solo. Qui c'è una intera coalizione che si regge su un uomo solo. Io arrivo a dire che se domani mattina Prodi si innamorasse della cassiera del cinema di Bruxelles, e scappasse, non è che l'Ulivo crolla. Si troverebbe qualcun altro al suo posto. Ma il giorno che Berlusconi, per qualche motivo lascia, è una coalizione che crolla».
    Leghisti compresi?
    «Leghisti compresi».
    Ma la Lega senza Bossi è più pericolosa?
    «Io penso di sì, all'inizio. Però devo dirti una cosa controcorrente. Io penso che Publio Fiori abbia sbagliato a sospendere questo Ce' di cui non so nulla e non voglio sapere nulla. Al parlamento si dice tutto. Comunque senza Bossi chiuderanno bottega, finiranno».
    E a sinistra?
    «Non mi appassiono più alle strategie. Vedo persone che sono sempre meglio degli altri, per carità. Il triciclo è l'unica possibilità di vittoria del centro sinistra. Però il triciclo è come una carovana accerchiata dagli indiani. Gli indiani sono gli alleati di sinistra. Ufficialmente alleati, ma in realtà sono lì per svaligiare il negozio. Se la sinistra italiana non fa uno sforzo gigantesco per diventare qualcosa che non ricordi troppo gli errori del passato, parlo degli ultimi 50 anni di storia patria, è difficile sfondare sull'altro fronte».
    I soliti voti da cercare al centro.
    «Io non sono di quelli che mitizzano la corsa al centro. Perché credo che ognuno debba tenersi i propri voti. Ma sono di quelli che pensano che da sola la sinistra non va da nessuna parte. Il triciclo è già un tentativo. Questo è una paese che ha bisogno di essere rimesso in ordine. Bisogna incamminare questo paese su delle strade diverse. Se continuiamo a tenere le stesse posizioni, le stesse idee, gli stessi gruppi, le stesse persone… Noi a sinistra abbiamo dei dinosauri tremendi. Oppure degli utopisti pericolosissimi. Uno come Bertinotti ad esempio: avere al governo un ministro come Bertinotti c'è da spararsi».
    Va bene. Hai liquidato gli utopisti. Non mi dire che ti stai avvicinando ai cerchiobottisti e terzisti. Perché sarebbe una notizia, questa.
    «Beh mai voi dell’"Unità" fate male a prendervela con i cerchiobottisti. Categoria nella quale io non mi riconosco. Siccome non voglio diventare direttore di niente, non aspiro a guidare una rete della Rai, non ho mai voluto un seggio parlamentare, mi diventa inutile fare il terzista. Voglio solo anda-re in pensione. Però il Bestiario è l'anticerchiobottismo. Ma voi fate a male a prendervela con i terzisti, che è la stessa cosa, perché è meglio essere terzisti che fanatici di Berlusconi. Pigliatevela con Berlusconi».
    Ti sembra che non lo facciamo abbastanza?
    «Beh certo, stavo scherzando. Volete picchiare sui terzisti? E picchiate sui terzisti».
    Stai diventando moderato? In questo nuovo libro dove raccogli i bestiari accenni a qualche pentimento. Forse talvolta, dici, ho ecceduto nei termini…
    «Ti rispondo nel modo meno modesto possibile. Penso che siano stati soltanto degli errori lessicali. Perché io nei giudizi politici non ho quasi mai sbagliato».
    Senti, "Il sangue dei vinti", il tuo ultimo libro, ha venduto 300 mila copie. E ha scatenato polemiche durissime, per come hai trattato la storia della resistenza in Italia. A distanza di mesi, riesci a fare un bilancio di questa esperienza?
    «Le polemiche di qualche storico patentato e di qualche vecchio partigiano hanno contribuito a fare al fortuna di quel libro. Io ho scritto una storia incompleta che dice poco quando dovrebbe dire molto di più».
    Ma l'accusa più grave è che tu hai utilizzato fonti di destra per scriverlo.
    «Ma non è vera. La maggioranza delle fonti sono studi fatti dall'Istituto storico della Resistenza».
    Un'ultima domanda, hai dato del berlusconiano a Giorgio Bocca, altro grande editorialista di "Repubblica", prima ancora tu e Bocca avete polemizzato sul modo di giudicare la Resistenza, cosa hai da dire su questa polemica?
    «La mia risposta è una sola: non voglio parlarne. Puoi rifarmela trenta volte questa domanda, e ti risponderò sempre: non voglio parlarne…».

  5. #5
    eh?
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    Panza ha detto
    Voterò il Triciclo, sono sempre stato di sinistra"

    Panza ha sdoganato i fascisti. questo basta e avanza per capire che è una merda e basta.
    forse è stato di sinistra, ma se è per quello bondi era del pci.....

  6. #6
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    Sono nato nella stessa città di Pansa. Se da un lato ne ammiro la capacità di essere pungente (o meglio tagliente) con la destra (Berlusconi in primis...) dall'altro non posso accettare questa forte mancanza di rispetto per tutte le componenti del centro-sinistra che non si riconoscono in "Uniti nell'Ulivo". Tanto più nella sua città, dove dal '94 ad oggi la destra non ha perso un'elezione (a parte le comunali, dove il vecchio blocco catto-comunista riesce sempre a stare a galla...almeno finora, vedremo quest'anno come andrà...) sarebbe più che mai opportuno predicare la collaborazione fra tutte le componenti, compresi quelli che vengono definiti adesso non solo più "parolai", ma
    anche "pugnalatori".

  7. #7
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    non fare a Baghdad


    Il primo è di lasciare da soli americani e inglesi alle prese con la terza guerra irakena

    Dunque, sono stati sbagliati i conti. Anch'io ho sperato nella rapida conclusione del conflitto in Iraq. Con la vittoria della coalizione anglo-americana e la fine della dittatura di Saddam Hussein. Invece non è andata così. Ormai siamo dentro la terza guerra irachena, dopo quelle del 1991 e del 2003. E nessuno può prevedere quanto durerà e sarà sanguinosa, se e dove si estenderà, chi la vincerà e a quale prezzo.
    Ho scritto 'siamo' non soltanto perché in Iraq ci sono anche tremila militari italiani. Questa guerra ci riguarda tutti. Senza distinzione tra chi la voleva, chi l'ha rifiutata e osteggiata, chi l'ha accettata a malincuore. E ci riguarda tutti perché quanto succede in quell'infelice paese è soltanto il riflesso di un conflitto molto più ampio: quello ingaggiato contro l'Occidente dal terrorismo islamico.

    Purtroppo, questa è una realtà di cui non tutti si rendono ancora conto. Anche dopo i duecento morti di Madrid, molti di noi tardano a comprendere che la campana è suonata pure per chi si sente al sicuro. Ma nessuno più è al sicuro. Nessuna città italiana è al riparo da attentati crudeli. Ho già citato una volta il finale del libro di George Orwell sulla guerra civile spagnola, 'Omaggio alla Catalogna': speriamo di non svegliarci dai nostri sonni tranquilli sotto il fragore degli zainetti esplosivi.
    Se le cose, come penso, stanno così, ci sono degli errori da non commettere. Il primo è di lasciare da soli americani e inglesi nel pantano iracheno. È una tentazione che sento serpeggiare tra gli italiani, e non soltanto a sinistra. E che si traduce in alzate di spalle sempre più esplicite: se la vedano Bush e Blair, e con loro Berlusconi. Hanno voluto la guerra? Adesso si arrangino. Quel che gli succede in Iraq non ci riguarda. Affaracci loro, non nostri.

    Mi sembra una pessima disposizione d'animo. E non soltanto per l'incubo del terrorismo che incombe su tutti. C'è una domanda che riguarda il passato, il nostro passato di italiani, alla quale dobbiamo rispondere. Che cosa sarebbe stato di noi, della nostra libertà, se all'inizio degli Anni Quaranta, inglesi e americani avessero ragionato nello stesso modo? Se ci avessero detto: avete accettato Mussolini e Hitler, adesso teneteveli? E se nel dopoguerra, sempre gli Stati Uniti non ci avessero difeso dall'imperialismo sovietico? Se non ci fossero stati la Nato e i missili americani a proteggerci? Persino Enrico Berlinguer si sentiva più sicuro di qua che di là, ossia sotto il Patto di Varsavia, l'alleanza militare guidata da Mosca.
    Ricordare la storia del nostro continente, non significa inchinarsi ogni volta alla volontà dei governi americani. Anche a me Bush non piace, e spero che Kerry lo batta. Ma ci sono legami che non si possono tagliare senza rischi. Il giorno che americani e inglesi abbandonassero l'Iraq, quel paese diventerebbe un enorme Afghanistan, una gigantesca base di guerra per il terrorismo islamico. Vogliamo questo, nelle nostre pacifiche città italiane? Spero di no.

    Un secondo errore da non compiere è abbandonare alla loro sorte gli ostaggi italiani in mano ai terroristi che li hanno catturati. Oggi sono quattro, domani potrebbero essere di più. Ormai dovrebbe risultare chiaro che le bande irachene non guardano in faccia a nessuno. Hanno ucciso o rapito anche cittadini di paesi che non erano scesi in guerra contro Saddam, come la Germania e la Francia. Di fronte alle catture di ostaggi, per ora più di quaranta, non possiamo lavarcene le mani come tanti Ponzio Pilato. E dire, per esempio, che erano guardie private o mercenari, sapevano a che cosa andavano incontro.
    Bisogna fare il possibile per salvarli. Ma con un limite: non si deve cedere al ricatto politico che ci hanno già presentato i sequestratori, chiedete scusa e andatevene subito dall'Iraq. Del resto, la strategia dell'ostaggio ci fa capire meglio che cosa sia, almeno in parte, la famosa resistenza irachena che molti giudicano simile alle resistenze nate in Europa per combattere il fascismo e il nazismo. I nostri partigiani non hanno mai praticato la cattura di ostaggi per ottenere vantaggi militari o politici. Lo facevano i nazisti, e in Italia su larga scala. E l'hanno fatto, fra gli anni Settanta e Ottanta, le Brigate Rosse. Spero che i nomi di Sossi, di Moro, di Taliercio, di D'Urso, di Cirillo, del generale Dozier, suggeriscano ancora qualcosa alla nostra memoria sempre più labile.
    La cattura degli ostaggi è un'arma sporca, che non abbiamo bisogno di cercare in qualche arsenale fantasma. Da sola dice tutto del rischio che stiamo correndo. Per questo, è sempre più urgente che, in Iraq, intervengano delle potenze oggi troppo inerti: l'Onu, l'Europa, la Nato. L'orologio corre in fretta. I margini si riducono a vista d'occhio. Kofi Annan non può cavarsela dicendo: "La mancanza di sicurezza impedisce all'Onu di ritornare in Iraq". Questa è soltanto la via della paura, dell'impotenza, del suicidio

  8. #8
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    L'eroe ci piace se la pensa come noi


    Che cosa nasconde la campagna politica contro i quattro ostaggi italiani catturati in Iraq

    All'inizio della guerra in Iraq comparve a Roma, sulla via Nomentana, un grande striscione che diceva: "Saddam regalaci un altro Vietnam". La firma era di un gruppo di estrema destra che aveva riesumato il fascio littorio. Ma anche a sinistra tanti speravano che Bush affondasse in un pantano neo-vietnamita. Nomi illustri si auguravano che Saddam Hussein ce la facesse. Era un despota spietato? Pazienza, visto che si batteva contro gli Stati Uniti. Quando Saddam cadde, le speranze si trasferirono sulla guerriglia islamica. Con campagne politiche e di stampa, ma anche con raccolte di denaro.
    Se riflettiamo su questo primo anno di guerra e di stragi, risulta evidente che esiste una bipartizione nell'area contraria al conflitto irakeno. Accanto a un settore pacifista, il più vasto e composito, ce n'è un secondo che voglio chiamare paciguerrista, più ristretto, però molto compatto. I paciguerristi vanno al di là del pacifismo immacolato. Non stanno al di sopra delle parti, bensì militano per una parte. Ieri per quella di Saddam, oggi per chiunque cerchi di mandare al tappeto il nazista Bush e i suoi alleati.

    Questi due settori di opinione pubblica hanno ritrovato un punto di contatto dopo la cattura dei quattro italiani presi in ostaggio dalle Brigate verdi di Maometto. Un contatto che non si è dissolto neppure con l'esecuzione di uno dei prigionieri, Fabrizio Quattrocchi. Anzi, la loro campagna ha preso forza dopo le parole che Quattrocchi avrebbe pronunciato prima di essere ucciso: "Vi faccio vedere come muore un italiano".
    Scrivo 'avrebbe' perché il video della sua esecuzione è conosciuto soltanto da pochissime persone. Sto peccando di un eccesso di prudenza? Penso di no. Sono disposto a credere ai testimoni, ma la vita mi ha insegnato che è sempre meglio sentire con le proprie orecchie e vedere con i propri occhi. Allo stesso modo ritengo che in quel dramma ci siano aspetti da spiegare, lati ancora nel buio. Tuttavia, quel che mi sembra chiaro è il motivo che aveva spinto in Iraq i quattro italiani. Non per combattere una guerra da irregolari, da mercenari. Bensì per fare un mestiere che si sta diffondendo in tutto il mondo: gli addetti alla sicurezza, le guardie del corpo private.

    Anche in Italia ci sono migliaia di uomini che fanno questo lavoro. Li incontriamo ogni giorno, nelle banche, negli uffici, negli aeroporti. Tutelano le nostre vite, a Roma o a Milano come a Baghdad. Mi ha colpito per l'estrema chiarezza l'esempio che, nel Ballarò di Rai3, martedì 20 aprile, ha fatto Paolo Mieli. Ha detto: se volessi aprire in Iraq un'azienda editoriale, per pubblicare giornali o libri, e in questo modo contribuire alla nascita di una democrazia irachena, dovrei difendere i miei giornalisti e i miei tipografi con guardie armate come, salvo sorprese, erano gli italiani presi in ostaggio.
    Sono del tutto d'accordo con Mieli. Eppure, su Quattrocchi e i suoi compagni, è subito partito, ed è ancora in corso, un linciaggio mediatico di una violenza che mi ha angosciato, ma non sorpreso. Mi ha angosciato perché l'accusa numero uno ("Mercenari!") è stata sparata subito. Quando il gruppo stava in mano ai sequestratori e Quattrocchi era ancora vivo. Potrei citare decine di articoli, dichiarazioni, commenti, lettere ai giornali. Non lo faccio perché tutta questa robaccia, sfornata anche da intellettuali e da politici, mi sollecita ricordi cattivi. Ricordi che mi turbano, poiché mi riportano a un tempo feroce che ho vissuto da testimone: quello del terrorismo italiano.

    Anche allora chi veniva sequestrato o ucciso dalle Brigate rosse subiva l'offesa di vedersi imporre una maschera che snaturava la sua figura. È accaduto a tutti. Carlo Casalegno venne dipinto come "un agente della controguerriglia attiva, prezzolato e cosciente", praticamente un mercenario. Guido Rossa fu liquidato come uno spione. L'ingegner Giuseppe Taliercio perché faceva morire gli operai di cancro. Il magistrato Francesco Coco perché mandava in galera i proletari senza prove... Ecco perché non mi sorprende la campagna di oggi contro Quattrocchi e i suoi compagni. Pattume già visto, schifezze che ritornano. Come una febbre malarica da cui non sappiamo guarire.
    Insomma, gli eroi ci piacciono soltanto se la pensano come noi. se appartengono alla nostra stessa parrocchia politica, se ci confermano in quella che Luciano Violante ha chiamato 'pigrizia aristocratica' (io direi ideologica): "La convinzione che il nostro pensiero interpreti così bene la realtà da poter fare a meno di guardarla". Ecco il vizio che infetta troppa gente: una masochistica cecità. Ma chi chiude gli occhi rischia sempre di finire in malo modo. E, soprattutto, non ha futuro.

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    Predefinito Re: Bestiario di Giampaolo Pansa

    In origine postato da benfy
    di giampaolo pansa

    Ho visto Piero Fassino qualche settimana fa, quando l'ho intervistato in pubblico, alla Sala Umberto di Roma, nell'incontro organizzato dal 'Riformista'. Mi è sembrato tranquillo. E anche allegro. Sapeva del sondaggio de 'L'espresso' che dava il Triciclo prodiano al 35 per cento, e di questo era molto soddisfatto. Adesso, invece, mi dicono che sia tornato nervoso. Al punto di maltrattare qualche giornalista. A uno ha dato del killer. A un altro ha chiesto se voleva i ceffoni umanitari promessi da un capetto dei no-global. Siccome stimo Fassino, gli consiglierei molta calma e tanta serenità. Anche per affrontare con nervi saldi la prova del fuoco come leader politico. Dal momento che è lui, più di altri, a giocarsi tutto nei due anni prossimi venturi, dalle elezioni europee del vicino giugno a quelle parlamentari del 2006.

    Sino a oggi, Fassino si è mosso nel modo giusto. È stato tra i sostenitori più convinti del Triciclo e ha fatto bene a esserlo. Hanno visto lontano, lui, Prodi, Rutelli, Boselli e la mini-repubblicana Sbarbati. Il Triciclo è l'unica speranza per il centro-sinistra. Se il 13 giugno avrà un buon risultato, sarà stato fatto un passo decisivo verso la vittoria contro Silvio Berlusconi. A una condizione, però, che a me sembra esclusiva. Senza la quale il centro-sinistra non ritornerà mai a essere una forza di governo.
    La condizione è che il Triciclo si liberi dall'abbraccio avvelenato dei partitini o partitucci che stanno, così dicono loro, alla sua sinistra. Per capirci meglio, faccio l'esempio più chiaro, quello di Rifondazione comunista. Sentiamo sempre ripetere da Fassino, da Rutelli, da Boselli che senza Rifondazione non si batte il centro-destra. Ma ammesso, e non concesso, che sia così, perché dirlo di continuo? Il ripeterlo ha solo due effetti, entrambi negativi. Il primo di far alzare il prezzo che il Parolaio Rosso imporrà al centro-sinistra per concedergli la sua ostica collaborazione e i suoi pochi voti in Parlamento. Il secondo è di far nascere negli elettori incerti il dubbio se votare o no per il Triciclo, dal momento che gli viene presentato dai suoi stessi leader come un mezzo di trasporto in sé troppo debole per arrivare a Palazzo Chigi senza l'aiuto di nessuno.

    Fassino sa benissimo che questi elettori incerti sono il vero fattore della vittoria. Innanzi tutto perché sono tanti. Se mettiamo insieme i propensi ad astenersi e quelli ancora indecisi se passare dal centro-destra al centro-sinistra, abbiamo un bel pacco di voti. Vogliamo respingerli ai mittenti? Il sistema più efficace è quello di dire che, senza il Parolaio Rosso, non ci sarà trippa per il gatto ulivista.
    Insomma, il Triciclo deve decidersi a non corteggiare più Bertinotti il Pugnalatore, l'uomo che aveva accoppato il governo Prodi. E a considerarlo, una volta per tutte, un avversario. Che cosa vogliono, infatti, i rifondisti e, con loro, i cossuttiani, i verdi e la strana coppia del Dipocchetto? Non certo prendersi sulle spalle la croce di governare l'Italia al posto di Berlusconi. Macché, vogliono soltanto rimpolpare i loro magri fatturati elettorali. A danno dei Ds, prima di tutto. E del Triciclo in generale. Ma questo è uno sterile gioco a somma zero. Volete una prova? I sondaggi elettorali. A ogni flessione della lista prodiana, corrisponde un aumentino dei piccoli di sinistra. Però il totale dei voti non cambia mai. E questo allontana la vittoria.

    Ecco perché Fassino deve sbarazzarsi di certi legami pericolosi. E deve rompere con questi finti alleati. L'ho scritto nell'ultimo Bestiario. Qualche lettore mi ha chiesto che cosa intendo per rompere. Provo a spiegarlo. Non stringere accordi elettorali con gruppi o liste che considerano il Triciclo un negozio da svaligiare. Non regalare collegi blindati a nessuno dei loro capi e capetti. Non costituire giunte amministrative con questi finti compagni di strada, anche perché costoro sono sempre pronti a disfarle. Non organizzare manifestazioni in comune, poiché non servono a niente, tranne che a confondere le idee agli elettori incerti.
    Che cosa deve fare, invece, il Triciclo? Deve osare e proporre agli elettori una scommessa positiva: fidatevi soltanto della lista Prodi. È un rischio? Sì, lo è. Ma chi non risica, non rosica. La scelta peggiore è accontentarsi di un generico fritto misto all'ulivista, di una ratatuia di verdure che fra loro non si combinano e rendono il piatto immangiabile. Soprattutto se il pasticcio odierno verrà riproposto alle elezioni politiche.

    Fassino è un dirigente di lunga esperienza che ha vissuto momenti di vittoria, ma anche di catastrofe. Dunque, si sarà già domandato che cosa accadrebbe, il 2006, nel caso di un successo da dividere con tanti fratelli-coltelli. Che governo si potrà fare? Con quale programma? Con quante possibilità di rimettere in ordine un paese nei guai? Il Bestiario la vede brutta. A meno che intervenga santa Scarabola, la santa degli impossibili. Che però si muove di rado, molto di rado.
    Pansa filo-ulivista ???

  10. #10
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    Predefinito Re: Re: Bestiario di Giampaolo Pansa

    In origine postato da fischiailvento
    Ecco un fulgido esempio autodistruttivo per restare perennemente opposizione.
    ...ecco un giornalista che, pur essendo di sinistra, ha il coraggio e l'onestà di dire la verità.

 

 
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