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  1. #1
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    Predefinito ...e voi, oggi, lo avete....

    ...letto il Foglio

    Scrive Ferrara, il direttore:

    "Sono arrivate molte altre lettere e ci scusiamo per la mancata pubblicazione (le solite ragioni di spazio).
    Ecco qualche precisazione su richiesta.
    1) Dire a un amico sempre più lontano che non ci si fida più di come governa se stesso e gli altri non è lesa maestà, è un atto di decenza.
    2) Da destra e da sinistra, di fronte alle nostre impennate si dice: ve ne siete accorti solo ora? Noi non faremo, sarebbe petulante, la lunga storia delle critiche puntuali, alcune sbagliate altre no, già rivolte, spesso con durezza, al Cav., però quella storia fatela voi, rileggetevi bene negli anni il giornale a cui scrivete o di cui parlate.
    3) Su Sofri il torto non era a noi né a lui, era alla sua stessa parola.
    4) Nell’articolo erano riconosciuti meriti formidabili di Berlusconi, e si ribadiva un sostegno politico, in mancanza di alternative, sempre più sfiduciato. Non è un trucco, è un sentimento profondo della cosa.
    5) Non ci sentiamo eroi del libero pensiero o della libera stampa, ci mancherebbe, e ci imbarazza un po’ l’appoggio inevitabile degli antiberlusconiani di schieramento; ma una certa rischiosa libertà di tono è necessaria ai giornali politici".

    Ne ho lette alcune e ho appreso da qualcuna che Ferrara è uomo libero solo ora che "abbandona" Berlusconi.
    Altri scoprono che finalmente Ferrara ha capito che Berlusconi non è Craxi.
    Altro ancora rinfaccia al direttore del Foglio la "mancata parola" di "abbandono" seguita al "miserabile" Berlusconi relativo al caso Sofri.
    Nessuno che sottolinea un sempice fatto: Berlusconi governa in una democrazia, dove per farlo serve una maggioranza. E serve ad essa adeguarsi, anche se si rischia di perdere la faccia.
    Dunque, che se ne vada a casa, questo "alieno" della politica, e lasci fare ai Prodi e ai D'Alema, che come Craxi sono "veri politici" venuti dalla politica e esperti nell'uccidersi "politicamente" tra loro.
    Ognuno informa Ferrara che ora ha guadagnato un nuovo lettore.

    Ferrara oggi è libero come ieri....esattamente come me, che rimango suo affezzionato lettore.

    saluti

    •   Alt 

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  2. #2
    Superpol
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    Predefinito

    Tutto sto sproloquio per una crisi di gelosia di Ferrara? Vabbè che è il più intelligente del mazzo, ma se la tira un pò troppo

  3. #3
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    Predefinito Re: ...e voi, oggi, lo avete....

    In origine postato da mustang
    ...letto il Foglio

    Scrive Ferrara, il direttore:

    "Sono arrivate molte altre lettere e ci scusiamo per la mancata pubblicazione (le solite ragioni di spazio).
    Ecco qualche precisazione su richiesta.
    1) Dire a un amico sempre più lontano che non ci si fida più di come governa se stesso e gli altri non è lesa maestà, è un atto di decenza.
    2) Da destra e da sinistra, di fronte alle nostre impennate si dice: ve ne siete accorti solo ora? Noi non faremo, sarebbe petulante, la lunga storia delle critiche puntuali, alcune sbagliate altre no, già rivolte, spesso con durezza, al Cav., però quella storia fatela voi, rileggetevi bene negli anni il giornale a cui scrivete o di cui parlate.
    3) Su Sofri il torto non era a noi né a lui, era alla sua stessa parola.
    4) Nell’articolo erano riconosciuti meriti formidabili di Berlusconi, e si ribadiva un sostegno politico, in mancanza di alternative, sempre più sfiduciato. Non è un trucco, è un sentimento profondo della cosa.
    5) Non ci sentiamo eroi del libero pensiero o della libera stampa, ci mancherebbe, e ci imbarazza un po’ l’appoggio inevitabile degli antiberlusconiani di schieramento; ma una certa rischiosa libertà di tono è necessaria ai giornali politici".

    Ne ho lette alcune e ho appreso da qualcuna che Ferrara è uomo libero solo ora che "abbandona" Berlusconi.
    Altri scoprono che finalmente Ferrara ha capito che Berlusconi non è Craxi.
    Altro ancora rinfaccia al direttore del Foglio la "mancata parola" di "abbandono" seguita al "miserabile" Berlusconi relativo al caso Sofri.
    Nessuno che sottolinea un sempice fatto: Berlusconi governa in una democrazia, dove per farlo serve una maggioranza. E serve ad essa adeguarsi, anche se si rischia di perdere la faccia.
    Dunque, che se ne vada a casa, questo "alieno" della politica, e lasci fare ai Prodi e ai D'Alema, che come Craxi sono "veri politici" venuti dalla politica e esperti nell'uccidersi "politicamente" tra loro.
    Ognuno informa Ferrara che ora ha guadagnato un nuovo lettore.

    Ferrara oggi è libero come ieri....esattamente come me, che rimango suo affezzionato lettore.

    saluti
    Gli avrà aumentato l'appannaggio....

  4. #4
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    Predefinito Oggi si legge...

    ...anche questo

    Al direttore - La famiglia Biagi aveva il diritto civile e morale di manifestare le proprie intenzioni di voto. E ha fatto bene a farlo, perché Sergio Cofferati deve sapere cosa pensa di lui una parte della città della quale diventerà probabilmente sindaco.
    Trovo singolare la sorpresa di Augusto Barbera, il quale ha dato testimonianza (pochi lo fanno) – nella stessa intervista al Corriere della Sera del 29 maggio in cui ha dichiarato di stupirsi della presa di posizione della famiglia Biagi – dell’ostracismo decretato dalla Cgil di Cofferati nei confronti di Biagi.
    Nel campo della sinistra abbiamo visto mogli e sorelle di vittime del terrorismo varcare per anni le soglie del Parlamento, abbiamo assistito alla istituzionalizzazione di un associazionismo – quasi sempre in chiave antigovernativa, salvo gli anni in cui ha governato la sinistra – delle famiglie delle vittime delle diverse stragi che hanno colpito la città di Bologna, senza che nessuno facesse l’invito a un “dignitoso riserbo”.
    Che il silenzio sia una prerogativa della famiglia Biagi è proprio una pretesa assurda. Poi, se qualcuno avesse ancora dei dubbi, vada a rileggersi le lettere di Marco Biagi e si domandi perché una persona lucida, coi nervi a posto, abbia scritto quelle cose su Cofferati e si chieda ora di quali sentimenti del loro congiunto è stata testimone la famiglia.
    Comunque siamo noi, gli amici di Biagi, che non ci lasceremo intimidire da Cofferati.

    Giuliano Cazzola, Roma



    E quest’altra…con risposta

    Al direttore - Venerdì 28 maggio ho visto 8 e mezzo, e debbo dirle francamente che mi ha lasciato molto perplesso.
    Ciò che mi ha rattristato non è tanto il fatto che, a parlare della visita di Bush a Roma – e, in genere, dell’atteggiamento del nostro paese nei confronti dell’America – fossero quattro critici del presidente degli Stati Uniti (Giovanni De Luna, Miriam Mafai, Mino Martinazzoli, Peter Tomkins) e neppure il pensiero che tale scelta sarebbe stata impensabile nelle trasmissioni di un Santoro o di un Floris, entrambi di parte, come lei del resto, ma sempre attenti a dare la parola a tutti.
    In fondo, l’assenza di qualsiasi difensore d’ufficio della Casa Bianca poteva venir considerata un gesto di non conformismo o anche un’apprezzabile manifestazione di autostima: quando gli interlocutori sono quelli, basta un elefantino per metterli ko.
    Ad avermi impressionato sfavorevolmente, invece, è la sudditanza psicologica a quella che il Federico Orlando di un’altra stagione politica chiamava la cultura della resa.
    Ma è mai possibile che alle ribalte televisive debba accedere solo (o quasi) la nomenclatura intellettuale stabilita da Espresso, Repubblica, Unità, Manifesto e dalle redazioni culturali della Stampa?
    Una compagnia di giro gramsciazionista che una volta ottenuto il certificato di intellettuali militanti da quanti la sera s’incontravano in Via Veneto, occupa cattedre universitarie, ottiene accessi privilegiati a case editrici, stipula contratti vantaggiosi con la Rai (berlusconiana o ulivista poco importa) ed entra trionfalmente nello star system della cultura.
    E’ crollato, da tempo, il muro di Berlino, nuovi autori e correnti di pensiero entrano nelle pur ben protette fortezze accademiche – penso a Berlin ad Hayek, ad Aron, a storici come Furet, alla filosofia politica nordamericana contemporanea… – eppure sul piccolo schermo continuiamo a vedere i revenants di un passato culturale da dimenticare e i loro malinconici epigoni.
    Siamo al punto che persino gli esponenti culturali della destra se li sceglie la sinistra egemone, com’è avvenuto per Marcello Veneziani lanciato sul mercato televisivo ed editoriale da Alessandro Curzi e dal Tg3 (scelta felice, fuor di dubbio).
    Dispiace dirlo ma non ci siamo: se vogliamo far crescere la pianticella liberale non riserviamo i riflettori solo a chi s’è reso benemerito per aver scritto una “Storia del partito d’azione”.
    E passi pure un Giovanni De Luna ma, almeno, gli si affianchi un Francesco Perfetti o un Roberto Chiarini (che pure è di sinistra). Senza che i media quasi se ne accorgessero, nello scorcio di secolo, è maturata, a destra come a sinistra, una generazione di sociologi, di storici, di scienziati politici, di pubblicisti che hanno da dire cose molto più interessanti di quelle escono dalla bocca di Miriam Mafai o di Rossana Rossanda o di Valentino Parlato. Alcuni, certo, sono emersi e da tempo ma molti altri restano ignoti e inutilizzati.

    Il coraggio del non conformismo
    Capisco le psicologie e le solidarietà generazionali e capisco pure gli imperativi di audience, ma se ci si assume il compito di creare una political culture diversa bisogna cambiare registro, uscendo, almeno con un piede, dalla summenzionata compagnia di giro. Il non conformismo paga se è finalizzato a un serio progetto etico-politico, lascia il tempo che trova se si traduce, esteticamente, in sortite da guastafeste e nella (dubbia) soddisfazione di sentirsi dire dagli antichi commilitoni: però si ricorda sempre della vecchia famiglia!
    A dirla tutta, dubito, però, che le siano grati giacché, in ogni secolo, le aristocrazie – anche quelle pretese “dello spirito” – sono abituate a considerare un diritto naturale il godimento continuativo e indisturbato dei propri privilegi. E, badi bene, non sto parlando a favore di un campo ideologico contro un altro anche perché, come si sa, non milito né mi riconosco in alcun schieramento politico. Ritengo, tuttavia, che a destra come a sinistra, ci siano dei cervelli nuovi con i quali sarebbero auspicabili confronto e dialogo. Alcuni, invero, praticano da tanti anni, con serietà e grande professionalità, il lavoro intellettuale, ma anche su di essi, come sugli altri, comunisti, postcomunisti e gramsciazionisti vecchi e nuovi hanno fatto calare la cortina di ferro del silenzio.
    Vuole anche lei dare una mano a questi immarcescibili clercs?
    Non ha che da rivolgersi a Alberto Papuzzi o ad Antonio Gnoli che le metteranno a disposizione il loro nutritissimo indirizzario.
    No, il vero non conformismo sarebbe bandire dai teleschermi di area liberale la nomenclatura scalfarepubblicana con un sonoro, napoletanissimo, liberatorio iatevenn’! Mi rendo conto di chiedere la luna e, pertanto, mi accontenterei se si salvaguardasse, sempre, la regola delle “due campane”.
    Che non è certo l’ideale della scienza né della buona informazione: in un dibattito sui progressi della chimica non si dà la parola, in nome della par condicio, all’alchimista; ma, almeno in politica, e soprattutto in quella televisiva, è sicuramente meglio di niente.
    Dino Cofrancesco

    risponde Ferrara
    Gentile professore, ha ragione. In quella trasmissione c’era uno squilibrio evidente, di cui la redazione e io stesso siamo stati consapevoli, ma a posteriori. Un errore.
    E anche il problema più generale di una maggiore attenzione all’insolito, al non-già-visto-e-sentito, è fondato.

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Oggi invece dice: stringiamo la mano....

    ...ad un presidente che merita l’inimicizia dei furbi

    In Europa e in Italia è in atto una guerra asimmetrica tra coloro, come noi, che apprezzano senza servilismi e senza paraocchi la leadership di George W. Bush, ma non si straccerebbero le vesti se in novembre fosse eletto John F. Kerry, e coloro, come i nostria
    avversari, che di Kerry e del sistema politico americano non sanno alcunché, ma sanno bene che devono odiare Bush, disprezzarlo, denigrarlo, attribuirgli un patto con il diavolo che odora di affarismo guerrafondaio, di petrolio, di crimini contro l’umanità.

    L’odio cieco per Bush è la misura precisa, insieme con l’odio per Berlusconi cui scorre parallelo, della formidabile deriva culturale e civile che ormai impedisce alle diverse sinistre, perfino a quelle più istituzionali che al presidente del D-Day non vogliono stringere la mano, di ragionare sulla storia, sulla politica e sul mondo con un minimo di serietà e di rigore intellettuale.
    Non ci vengano a raccontare che tutto dipende soltanto da un laico dissenso sulla guerra in Iraq.
    Li stanammo, i Bush-haters, il 10 novembre del 2001, quando le rovine di Ground Zero fumavano ancora, Saddam era saldo nel suo trono, nelle piazze romane si bruciavano le bandiere
    americane, e le sinistre di ogni sfumatura, da quelle postcomuniste a quelle cosiddette moderate, non furono capaci
    di reggere in piazza del Popolo una bandiera a stelle e strisce
    in segno di solidarietà con il paese attaccato l’11 settembre.
    Ma fa lo stesso.
    Su questa linea di alleanza responsabile con l’America l’Italia ha tenuto botta, e le mani da stringere sono due, quella di Bush e quella di Berlusconi, le due teste di turco su cui tirano palle ideologiche i furbi piagnoni dell’occidente.

    ma guarda stè stronzo....prima le mani gliele baciava, stè stronzo, oggi gliele vuol stringere.

    saluti

 

 

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