Intervista esclusiva a Noam Chomsky, definito dal New York Times «il maggior intellettuale vivente», voce critica dell’America
Il New York Times lo ha definito «il maggiore intellettuale vivente». Che il giornale dell'establishment renda omaggio in questo modo al critico più lucido dell'Occidente americano rende l'idea di quanto eterogeneo e contraddittorio sia quel paese che chiamiamo Stati Uniti. L'etimo rivela una realtà che unisce gli opposti e associa la maggiore democrazia mondiale a politiche imperiali, il ruolo di vittima a quello di carnefice, la statua della libertà alle icone della sopraffazione di Abu Ghraib. E sugli opposti è giocato anche il titolo dell'ultimo saggio di Noam Chomsky, settantaseienne professore di linguistica al Massachussetts Institute of Technology, sacrario del sapere a stelle e strisce. In Pirati e imperator i (Marco Tropea Editore, 272 pp., 16 euro), Chomsky guarda in faccia la politica estera degli Usa con un'analisi rigorosa e documentata. Ma soprattutto ridefinisce il concetto di terrorismo internazionale filtrandolo dal pregiudizio filoccidentale corrente.
- Lei condivide l'opinione assai diffusa secondo cui George W. Bush non avrebbe mai attaccato l'Iraq senza l'11 settembre?
«Credo che sia molto difficile giudicare. Non lo sanno neanche loro. L'11 settembre ha fornito il pretesto un po’ a tutti i sistemi di potere per dare un giro di vite alle violenze e alle repressioni. Per i consiglieri alla pianificazione di Bush, l'attacco alle Torri ha fornito un’opportunità ghiotta, che peraltro l’amministrazione ha colto al volo. L'invasione dell'Iraq è solo uno dei risvolti. Ce ne sono a bizzeffe su scala mondiale: che dire del conflitto israelo-palestinese per esempio? Comunque, tutte le ipotesi sono possibili, ma credo che nemmeno i consiglieri di Bush sappiano dire se avrebbero trovato un altro modo per realizzare i loro scopi.»
- Crede che gli osservatori vicini al potere continueranno a sostenere l'attuale atteggiamento isolazionista dell'amministrazione Usa?
«Più che isolazionista lo definirei estremo nel suo unilateralismo, nonché nell'arrogante faccia tosta e nel disprezzo per gli interlocutori, alleati e non. Questo atteggiamento è stato criticato anche aspramente dalle élite degli addetti ai lavori, ma per motivi che hanno a che fare con lo stile e le modalità di attuazione. Non certo sulla sostanza e sui principi. Sono stati costretti a rivedere le loro posizioni e probabilmente questa tendenza continuerà».
- La crisi di Abu Ghraib farà cadere teste eccellenti o saranno i soliti pesci piccoli a pagare?
«Non esiste la minima possibilità che i responsabili veri che stanno ai vertici vengano puniti. Si ripeterà ciò che avvenne all'indomani di My Lai, la strage di 500 prigionieri civili vietnamiti nel 1972 ad opera di soldati americani. Oggi come allora, finirà tutto in una bolla di sapone con la solita inchiesta parlamentare. Ancora una volta, i soliti sepolcri imbiancati.»
- All'indomani dell'attacco fatale di Al Quaeda, Washington annunciò che contro i terroristi non avrebbe più adottato la Convenzione di Ginevra. Perché questo annuncio è stato ignorato dalla comunità internazionale?
«In realtà, gli Stati Uniti non applicavano la Convenzione nemmeno prima dell'attacco, quindi, dove sta la novità? Per quanto attiene alla cosiddetta comunità internazionale, la stragrande maggioranza di essa o è appiattita sulle posizioni di Bush o non se la sente di affrontare le conseguenze dell'offesa arrecata al grande capo di questo clan mafioso. Ripeto, Abu Ghraib non costituisce nulla di particolarmente nuovo nella storia americana. E comunque non si tratta certo della peggiore atrocità tra quelle perpetrate in Iraq. Falluja, per fare un solo esempio tra i tanti, è stata ben peggiore di Abu Ghraib.»
- Pensa anche lei che le torture in Iraq fossero parte di un progetto segreto dell'amministrazione Bush come suggerisce Seymour Hersh sul New Yorker? «Non dispongo di prove o testimonianze precise, ma tutti sanno che si tratta di una procedura operativa ormai standardizzata. Nessuna sorpresa, nessuna innovazione. Solo la solita routine.»
- Crede che alla fine George W. Bush verrà sottoposto a impeachment?
«Mi pare francamente impossibile. Molti osservatori citano il precedente di Nixon, ma si tratta di un abbaglio. Nixon non fu processato per i suoi reati: quelli furono sostanzialmente ignorati. Invece non gli fu perdonato di avere offeso gente che aveva un potere reale, il partito democratico. E questo è sempre un errore tattico.»
- Rumsfeld sarà l'agnello sacrificale sull'altare della rielezione?
«Ne dubito molto.»
- L'affare dei prigionieri torturati inciderà sulle elezioni presidenziali di novembre?
«Non credo. L'entourage di Kerry sta consigliando allo sfidante di evitare accuratamente ogni polemica sull'Iraq.»
- Come può questa amministrazione uscire dal pantano iracheno?
«Uscirne non è complicato, a condizione di rinunciare agli obiettivi dell'invasione. Gli eserciti occupanti hanno responsabilità, non diritti. La prima responsabilità è un ritiro il più possibile rapido e spedito, nelle modalità fissate dalla popolazione occupata. Ne consegue che gli ordini emanati dal proconsole Bremer sono illegittimi. Mi riferisco in particolare a quelli volti a porre l'economia saldamente nelle mani delle banche e delle multinazionali occidentali, soprattutto Usa.»
- Come vede il futuro dell'Iraq?
«Una previsione sensata in questo momento è praticamente impossibile. Certo, senza sovranità economica, le prospettive di uno sviluppo sano sono trascurabili e l'indipendenza politica rischia di diventare una questione puramente cosmetica».
Marco Lodi Rizzini
Fonte:www.bresciaoggi.it
30.05.04




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