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  1. #1
    Globalization Is Freedom
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    Predefinito Pensioni, una riforma per sopravvivere

    Istituto Bruno Leoni
    International Council for Capital Formation

    Giovedì 17 giugno 2004
    Ore 17,30
    Marino alla Scala Events
    Piazza della Scala 5
    Milano

    Programma dei lavori

    Interviene:
    José Piñera (Presidente, International Center for Pension Reform)

    Partecipano al dibattito:
    Giancarlo Pagliarini (già ministro del Bilancio)
    Margo Thorning (Managing director, ICCF)
    Tiziano Treu (già ministro del Lavoro)

    Introduce e coordina:
    Antonio Polito (direttore de Il Riformista)

    RSVP: info@brunoleoni.it

    Scaricare e presentare questo invito all'ingresso
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

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  2. #2
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  3. #3
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    Tante chiacchiere ma niente farina


  4. #4
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    Cogestione del declino

    Ma sì, facciamo scendere l'età pensionabile, seguiamo la via governativa così brillantemente sintetizzata dal ministro del lavoro, Damiano. I soldi per pagare questa roba li prendiamo da quelli che i lavoratori perderanno con il trasferimento del tfr, complice il governo stesso che avendo alle spalle il primo gennaio, e mancando d'eseguire quel che esso stesso ha voluto, ancora non ha diffuso i moduli per l'opzione. Non basteranno, quindi aumenteremo il prelievo fiscale e previdenziale in capo a chi lavora, così alimentando la cassa con la quale far riprendere vigore alla spesa pubblica.



    Non, si badi bene, a quella che la retorica definisce per investimenti ed innovazione, ma a quella concreta, quella che porta favori corporativi e vantaggi elettorali, quella corrente.
    Il tavolo apparecchiato per i sindacalisti, a Palazzo Chigi, teneva nel menù la controriforma delle pensioni e la cogestione nella riforma del pubblico impiego. Noi che criticammo per timidezza la riforma Maroni, che avremmo preferito non si adottassero scelte postdatate (anche se la ragione tecnica era proprio interna alla riforma Dini, allora votata dalla sinistra), guardiamo con orrore a chi oggi considera quelle scelte troppo severe, dimenticando che se c'è uno “scalone” nel 2008 è anche perché non vi sono stati gradini nel frattempo, che, quindi, non c'è un'ingiustizia a quella data, ma una mancata progressione nell'innalzamento dell'età pensionabile negli anni precedenti. Ed a questo si aggiunge che volendo far entrare la bandiera dell'efficienza, quindi della valutazione di produttività sui lavoratori pubblici, la si accompagna con il suo esatto opposto, ovvero la contrattazione preventiva, con i sindacati, sull'organizzazione di quegli stessi uffici.
    Nel mentre i migliori governi della sinistra europea, a cominciare da quello inglese di Blair, hanno da tempo capito che le politiche di giustizia sociale richiedono un indispensabile recupero di produttività, e che i diritti del cittadino necessitano trasparenza ed efficienza della pubblica amministrazione, nel mentre l'Europa che riprende il cammino dello sviluppo cerca di abbassare la pressione fiscale, ridando vigore ai consumi e libertà di scelta a chi produce reddito, da noi sembra quasi si vada in direzione opposta. Tutto perché è indispensabile portare a casa il consenso di un sindacato che oggi, non a caso, rappresenta più i pensionati che i lavoratori.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it

    tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=3290

  5. #5
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    Quando si vuole governare facendo opposizione si fa solo del cerchiobottismo


  6. #6
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    Anzi avere l'Inps che l'Aids


  7. #7
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    Conflitto di interessi


  8. #8
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    Previdenza
    Restano inascoltati i richiami della Bce per una riforma

    Per la maggior parte dei paesi dell'area dell'euro le riforme dei sistemi fiscali e pensionistici sono divenute "una necessità improrogabile". Lo dice la Banca centrale europea, nella sezione dedicata all'analisi della finanze pubbliche di Eurolandia nel suo ultimo bollettino mensile. La Bce, a proposito, è chiarissima come è sempre stata: bisogna "ridurre la vulnerabilità delle finanze pubbliche in vista dei significativi aumenti della spesa collegati con l`invecchiamento della popolazione previsti nei prossimi decenni". E, di conseguenza, aggiunge che "ciò richiede una maggiore determinazione nel perseguimento del risanamento mediante programmi di riforme economiche e fiscali a un tempo credibili ed esaurienti". Quindi, "riforme adeguate dei sistemi fiscali e previdenziali e aumenti della qualità della spesa pubblica migliorano gli incentivi economici e consentono non soltanto di sostenere la crescita del prodotto e dell'occupazione, ma anche di accrescere la sostenibilità dei conti pubblici". Non c'è niente di nuovo in questa posizione, e semmai verrebbe quasi da chiedersi come sia possibile che essa continui ad essere ripetuta nel tempo così monotematicamente.



    A volta capita che non siamo d'accordo con tutto quello che la Bce propone o dispone, ma non abbiamo certo mai pensato che in quella sede si sia perso il contatto con la realtà. Al contrario, crediamo che la ragione di questa insistenza della Bce sul problema pensioni sia dovuta al fatto che ci sono paesi europei che sono altrettanto insistenti nel volerlo ignorare.

    Il primo di questi è di sicuro l'Italia. Apriamo anche soltanto la sezione economia del "Corriere della Sera" del 15 marzo. Il titolo di apertura recita: "Pensioni, è subito scontro sui tagli alla riforma Dini". E l'occhiello: "Welfare, rivedremo i coefficienti. Poi Damiano sfuma". Senza nessuna fatica e timore di essere smentiti, assicuriamo che questo titolo è lo stesso da 11 mesi a questa parte, e non certo perché al "Corriere Economia" manchino di fantasia. Ma semplicemente perché ogni volta che il governo Prodi ha affrontato, o meglio, annunciato di voler affrontare la questione, si è riprodotto un manierato minuetto, in cui il ministro Damiano annuncia una posizione, il ministro Ferrero la smentisce, la Cgil si dice d'accordo con Ferrero, il ministro Padoa - Schioppa si mette le mani nei capelli, il presidente del Consiglio gira alla larga, il presidente della Confindustria glissa che egli preferirebbe "parlare a bocce ferme". E chi le ferma più oramai le bocce?

    Perché è evidente che nel governo sono consapevoli della necessità di un intervento. Sono o non sono un "governo europeista", con tanto di super tecnico economico che proviene proprio dalla Banca Centrale Europea? E forse possiamo mai immaginare che Tommaso Padoa - Schioppa non condivida i richiami della Banca che ha rappresentato per anni ai massimi livelli? E allora, perché mai la situazione ristagna immobile dal giorno dell'insediamento del governo a oggi, al punto che oramai sono i sindacati spazientiti a chiedere di aprire il tavolo?

    Perché non c'è una posizione unitaria. Ci sono i realisti nel governo e ci sono anche i visionari. E i visionari sono ancora di più nella maggioranza parlamentare. "Credo che sia davvero necessaria una risposta forte da parte delle organizzazioni sindacali, di fronte a queste vere e proprie provocazioni sulla pelle dei lavoratori": così Stefano Zuccherini, vicepresidente della commissione Lavoro e senatore di Rifondazione comunista, ha bollato come "inaccettabile" l'ipotesi di revisione dei coefficienti di calcolo, ovvero la quantità monetaria delle pensioni avanzata dal ministro del Lavoro, Cesare Damiano. E ha financo rispolverato il fantasma di Donat Cattin, tanto per far capire che andrà fino in fondo: "Il ministro, come ci ha insegnato Donat Cattin - ha detto Zuccherini - dovrebbe considerarsi ministro dei lavoratori e non della speculazione finanziaria dei fondi pensionistici".

    Questo il clima della maggioranza a Palazzo Madama, che si accompagna agli strali della Cgil sul ritocco dei coefficienti con tanto di minacce di ricorso alla piazza. Può forse fare qualcosa un governo in queste condizioni, senza sostegno sociale e senza numeri parlamentari? Può il ministro Padoa - Schioppa essere l'interprete dei desiderata della Bce? E più facile che, nell'attesa di una risposta, il sistema del welfare ci crolli addosso.

    Roma, 15 marzo 2007

    tratto da http://www.pri.it

  9. #9
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    Per chi suona la campana
    Quando far finta di niente non serve agli interessi del Paese

    L'ottimismo e financo la soddisfazione espresse dai principali vertici del governo sullo stato della trattativa con i sindacati sulle pensioni, hanno davvero un sapore paradossale.

    Perché è vero che una trattativa ai suoi esordi può incontrare delle difficoltà. Ha ragione il vice premier D'Alema: è il momento di partenza della negoziazione, quando la controparte esprime la sua posizione di bandiera. Ed è altrettanto vero * ha ragione anche il premier Prodi - che ciò non esclude affatto un prossimo accordo.



    Ciò che queste serafiche, per quanto razionalissime posizioni, trascurano di dire, è che per prima cosa l'accordo si sarebbe già dovuto avere a marzo, secondo i propositi dichiarati del governo. E che, secondariamente, l'attacco concertato da parte della maggioranza al ministro dell'Economia non fa ben sperare, anzi stende un velo preoccupante sulla trattativa.

    Perché non si era mai visto un governo diviso - ed in maniera così nitida - al suo interno presentarsi al tavolo con i sindacati: e sarebbe stato interessante ascoltare i principali responsabili dell'esecutivo - visto che il ministro dell'Economia si trova sotto schiaffo - dire cosa pensano di questa controversia nella maggioranza che impedisce il confronto con il sindacato.

    Bisogna prima, come è ovvio, raggiungere una posizione comune nella coalizione di governo e poi un'intesa con il sindacato. Qui manca ancora il "Prologo in cielo", per citare il Faust di Goethe, e quindi non capiamo come si possa dire che la soluzione è vicina. A meno che si pensi alle dimissioni di Padoa - Schioppa e a sostituirlo con qualche esponente di Rifondazione comunista, dei Verdi o del Pdci, che annoti diligentemente le richieste dei sindacati sulla materia e ne faccia il vademecum per l'azione del governo.

    Perché nemmeno il ministro Damiano potrebbe soddisfare le esigenze del sindacato e della sinistra radicale, in quanto anche la sua proposta di sostituire lo scalone con degli "scalini", non è contemplata dal programma dell'Unione. Per cui, cosa si fa? Si deve dimettere anche Damiano?

    Anche lui "non rappresenta il governo", come ha detto l'onorevole Migliore?

    E' chiaro che, se il governo si fa rappresentare da chi non lo rappresenta in una trattativa tanto complessa, come si fa a pensare di essere vicini all'obiettivo sperato, come pure si sono affrettati a dire Prodi e D'Alema? Meglio sarebbe stato fare quadrato intorno alle posizioni dei ministri chiamati al tavolo con i sindacati e smentiti da ambienti rilevanti della loro coalizione (per non parlare di alcuni loro colleghi) nel mentre stesso della trattativa.

    Invece abbiamo assistito ad una scelta diversa. In cui ognuno procede in ordine sparso. Padoa - Schioppa e Damiano, che hanno un'idea in testa ben precisa, cercano di concerto un accordo nel senso della riforma della previdenza da loro auspicata; ma la sinistra radicale li smentisce; il presidente del Consiglio e un suo vice * chissà che ne pensa l'altro * diffondono ottimismo. Qualcosa non torna.

    Noi crediamo infatti di trovarci di fronte ad un conflitto reale - "la prova più difficile", scrive Massimo Riva, su "Repubblica" - tale da rendere finalmente chiara al paese la labilità strategica e progettuale di questa maggioranza, che ha idee, propositi e pensieri troppo diversi per restare in sella un'intera legislatura. E se forse su una questione che riguarda i diritti civili e la propria coscienza, come i Dico o la famiglia, un conflitto può persistere, anche se non componibile, su un tema economico di tale rilevanza ci pare impossibile.

    O dal governo se ne va Padoa - Schioppa o se ne vanno Verdi e sinistra radicale. Noi abbiamo ragione di credere che, al contrario dei toni soporiferi con cui è stata commentata una situazione di questa gravità, inizi la resa dei conti all'interno della coalizione di governo. E, come si capisce, la sinistra radicale non teme di patirne le conseguenze sotto le elezioni amministrative, anzi, procede all'arma bianca. Se c'è un momento per qualificare il futuro partito democratico è questo.

    Ma dubitiamo che all'indomani di una tale contrasto l'attuale coalizione possa riprendere pacificata il cammino, piuttosto che intraprendere separata un'altra strada. Per capirci meglio: Massimo Riva nell'articolo citato, chiedendosi se Palazzo Chigi sia al fianco del ministro dell'Economia o meno - ancora infatti non si è compreso - dice che "la campana suona anche per Romano Prodi". Crediamo che abbia davvero ragione.

    Roma, 10 maggio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  10. #10
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    Intervista a Giancarlo Pagliarini: “Mandiamo in pensione il sistema contributivo”
    di Gianluca Marchi

    “Scaloni, scalini, atterraggi morbidi, tesoretti. Sono tutte balle. Il problema delle pensioni o lo si affronta in maniera radicale oppure l'esplosione è solo rimandata nel tempo”. Con la solita schiettezza, e chiarezza di linguaggio, Giancarlo Pagliarini, ex ministro leghista ai tempi del primo governo Berlusconi, commenta il tentativo del governo dell'Unione di abbassare a 58 anni l'età pensionabile che lo scalone della riforma Maroni aveva portato a 60. Fino a che lui è rimasto nel partito di Bossi, la sua posizione sulle pensioni era anche quella del Carroccio. Poi quell'amore s'è concluso anche perché il movimento, per ragioni di governo, ha finito per cambiare molte delle posizioni iniziali, che avevano fatto presa su una cospicua fetta del popolo del Nord.

    Cosa c'è di sbagliato nelle riforme passate e dell'immediato futuro?
    E' il metodo che non funziona più. Il cosiddetto sistema a contribuzione è destinato a saltare per aria. Da anni vado predicando che l'unica soluzione è il passaggio al sistema a capitalizzazione. E' vero, richiederebbe un periodo di lacrime e sangue e probabilmente una generazione per andare a regime. Ma è anche l'unica strada perché le generazioni future possano avere la pensione.

    Parliamo del sistema inaugurato dal Cile che si è diffuso soprattutto in Sudamerica...
    Non solo in Sudamerica. La capitalizzazione è stata adottata anche in diversi Paesi dell'Est Europa, ma sta facendo breccia pure nel Nord del nostro continente, dove persino la Svezia, paese celebrato per il suo stato sociale, ha deciso di adottarlo.

    Riassumiamo in pillole le caratteristiche dei due sistemi.
    La contribuzione, che è il sistema vigente in Italia e in gran parte dell'Europa occidentale, si basa sul fatto che i lavoratori in attività pagano le pensioni per coloro che sono andati a riposo. Il problema dove sta? Sta nel fatto che, con l'invecchiamento della popolazione, lo stesso numero di lavoratori che versano i contributi deve sostenere le pensioni di un numero sempre crescente di anziani. Alla lunga, e nemmeno troppo alla lunga, il meccanismo è destinato a esplodere.

    Diamo qualche numero preciso.
    In occasione del vertice di Lisbona di qualche anno fa per un'economia europea più competitiva venne presentato uno studio che l'allora presidente della Commissione Ue Romano Prodi aveva commissionato all'olandese Koch, un sindacalista poi divenuto primo ministro del suo Paese. Ebbene quello studio, sparito ben presto dalle cronache, diceva che in Europa in generale, ma in Italia in particolare, nel 2003 cento cittadini in età da lavoro, cioè fra i 15 e i 64 anni, pagavano coi loro contributi le pensioni di 29 ultra 65enni. Lo stesso studio diceva che, parlando di proiezioni, nel 2050 in Italia i soliti 100 lavoratori verseranno i contributi per pagare le pensioni a ben 61 ultra 65enni. Sono numeri che non possono assolutamente reggere. Già oggi la situazione è in passivo, figuriamoci domani.

    In passivo di quanto?
    Su quei dati del 2003, cioè col 29% di pensionati rispetto alla popolazione attiva, in Italia abbiamo un buco di 40 miliardi di euro all'anno. In altre parole fra i contributi versati complessivamente e le pensioni pagate c'è uno squilibrio di circa 80mila miliardi di vecchie lire. E questo avviene nonostante i contributi sociali pagati in Italia ammontino al 32% delle retribuzioni, vale a dire uno degli indici più elevati al mondo. Significa che questi 40 miliardi di euro devono essere prelevati dalle tasse pagate dai cittadini. Diciamo, allora, che in questo modo non si può andare avanti a lungo. E' proprio questione di numeri. Attenzione, però, a non confondere il ricalcolo di cui si sente parlare con il cambio di sistema. Il ricalcolo avviene sempre all'interno della contribuzione ed è fatto per spostare in avanti i tempi dello show down.

    Ma passare al sistema a capitalizzazione cosa vuol dire in pratica per il lavoratore e come potrebbe essere gestito?
    Per il lavoratore significa che i soldi dei contributi sono suoi e restano suoi, li può destinare a chi vuole per farseli gestire e decide lui di andare in pensione quando considera che la rendita vitalizia assicuratagli dal gestore prescelto gli è sufficiente per continuare a vivere senza più lavorare. Il problema vero è come gestire il passaggio: se domani mattina si passa al sistema a capitalizzazione, chi paga le pensioni di chi ha smesso di lavorare? Ci vorrà un po' di tempo, probabilmente una generazione, si attraverserà un periodo di lacrime e sangue, si dovrà ricorrere alle tasse, ma la strada è obbligata se non vogliamo lasciare il deserto ai nostri figli.

    Da L'Opinione, 5 maggio 2007

 

 
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