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    Predefinito I riformisti italiani? Perchè....

    ….sono perdenti

    Parecchi osservatori hanno considerato la scelta del centrosinistra di accodarsi alle posizioni di Fausto Bertinotti sulla questione del ritiro delle truppe italiane dall’Iraq una disfatta dei riformisti.
    Le flebili voci di dissenso, le dichiarazioni di accettare la scelta solo per “disciplina”, hanno confermato questa impressione.
    Il problema che ci si pone è di comprendere la ragione che porta, sulle questioni di politica internazionale e non solo, il riformismo italiano a una condizione di inferiorità psicologica e politica nei confronti dei settori più radicali della sinistra, pure meno numerosi sul piano elettorale e organizzativo.
    Vale la pena, per cercare una risposta, risalire alla lunga storia del riformismo italiano, per constatare che la subalternità al massimalismo non è un’eccezione di oggi, ma la regola largamente dominante.

    Filippo Turati era già stato sconfitto nel suo partito prima ancora che la rivoluzione d’Ottobre aprisse il capitolo del comunismo.
    E questa sconfitta, in un’Europa in cui la sinistra era dominata dalle grandi socialdemocrazie, era un’eccezione.
    Anche allora il tema cruciale fu la pace o la guerra.
    Mentre i socialisti francesi, tedeschi e britannici votavano i crediti di guerra, quelli italiani si chiusero nello slogan, sostanzialmente nullista “né aderire né sabotare”. Così si estraniarono dalla vicenda nazionale, mentre proprio nell’ala massimalista, pacifista per principio, emergevano giovani leader interventisti che avrebbero segnato il futuro. Benito Mussolini, come sanno tutti, ma anche Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, dei quali invece non si ricorda nessuno.
    Nel primo dopoguerra il riformismo fu travolto, nel movimento operaio, dalle agitazioni del biennio rosso, che non seppe nè guidare (pur disponendo della guida della Cgil) nè controllare. Quando la reazione fascista divenne pericolosa i riformisti, per non separarsi definitivamente dai massimalisti, rifiutarono l’appello giolittiano a un fronte comune. E’ in quella tragedia della democrazia che le due grandi forze ottocentesche, liberali e riformisti, che non avevano saputo impedirla, persero definitivamente la guida dei processi politici.

    Quando tornò la libertà, liberali e riformisti dovettero navigare sotto bandiere ombra, quella comunista a sinistra, quella cattolica nell’ambito moderato.
    Questa polarizzazione, durata mezzo secolo, è anch’essa una peculiarità italiana.
    Il comunismo vinse, nella sinistra, perché era riuscito a differenza dei riformisti, a sconfiggere il massimalismo anarcoide, parolaio e indisciplinato. Il Pci gestì un’azione interna costruita sui tradizionali strumenti riformisti di cui si era impadronito (le amministrazioni rosse, i sindacati, le cooperative) e coperta “a sinistra” da una collocazione internazionale nel campo sovietico e quindi ostile in primo luogo all’America.
    Questo terreno, quello della scelta di campo, divenne l’unico vero terreno di distinzione del riformismo, e ogni volta che fu praticato, prima da Giuseppe Saragat, poi da Pietro Nenni e infine da Bettino Craxi, subì una furibonda ostilità e l’accusa di tradimento. In qualche modo questa accusa è stata interiorizzata.
    I leader riformisti, anche quelli di più salde convinzioni occidentali, dedicarono tempo e fatica (sprecate) per cercare di dimostrare di non essere “antisovietici”.

    Dopo la dissoluzione dell’Urss
    La dissoluzione dell’Urss e il crollo del comunismo, che avrebbero dovuto segnare il trionfo, a sinistra, del riformismo, si accompagnarono alla distruzione giudiziaria del Psi di Craxi.
    Il che consentì alla nomenklatura postcomunista di impossessarsi della bandiera del riformismo che aveva sempre combattuto. Senza più gli strumenti dell’organizzazione centralistica, i riformisti di recente conversione, però, si sono trovati impotenti a fronteggiare il massimalismo.
    La Cgil si è assunta la guida di una azione sociale orientata al conflitto, mentre il pacifismo militante si impadroniva della piazza sui temi della politica internazionale.
    L’ossessione di riconquistare una piazza in mano ai massimalisti ha travolto l’ispirazione riformista.
    Quel che era accaduto all’inizio del Novecento si ripete.
    Il compromesso sociale degli anni giolittiani non resse alle manifestazioni (guidate in Romagna da un Mussolini socialista e da un Nenni repubblicano) contro la guerra di Libia, e lì finì il ruolo centrale dei riformisti italiani.
    Ora, secondo Angelo Panebianco, la rincorsa alle manifestazioni pacifiste ha indotto i leader dell’Ulivo a “strangolare in culla” il vagheggiato nuovo partito riformista.
    Il destino, come diceva Saragat, coi riformisti è “cinico e baro”.

    da il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Il riformismo socialista italiano è stato sconfitto per la prima volta in modo vero e clamoroso da un giovane socialista rivoluzionario, un massimalista intransigente romagnolo, un giovane maestro e giornalista antimilitarista, finito in galera per la sua opposizione radicale alla guerra di Libia del 1911. Quel socialista massimalista, marx-blanquista-nicciano si chiamava Benito Mussolini. Nell'autuno 1914 ebbe fra gli ammiratori più entusiastici della sua "svolta" dalla "neutralità assoluta alla neutralità attiva operante" uomini come Pietro Nenni, Palmiro Togliatti......lo stesso giovane Antonio Gramsci (si legga quanto scrisse su "il Grido del Popolo" scimmiottando il celebre articolo di Mussolini sull'Avanti, quello che gli costò l'espulsione). Benito Mussolini continuò a combattere il riformismo "pussista" dalle colonne de IL POPOLO D'ITALIA nato come "quotidiano dei socialisti interventisti", diventato giornale dei "combattenti e dei produttori", trasformato in organo dei "fasci di combattimento", diventato infine la voce più autorevole del Regime Fascista. Regime che nato da una "rivoluzione" (o "controrivoluzione preventiva") fu per certi aspetti .....riformatore ma non riformista. Dopo la sua caduta la sinsitra si trovò egemonizzata dagli stalinisti Togliatti e Secchia per il PCI e Pietro Nenni per il PSI. E gli stalinisti che stavano da questa parte del muro erano rivoluzionari negli obiettivi strategici e complessivamente riformatori nella tattica e nei metodi, giammai riformisti, in senso europeo, occidentale, socialdemocratico o liberal. Queste le radici di una storia che non si è davvero interrotta.
    Saluti liberali

  3. #3
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    Predefinito Sul bordo del fiume Bertinotti....

    ...aspetta i riformisti

    Fausto Bertinotti amministrando con saggezza ed equilibrio la sua vittoria sulla lista Prodi dà prova di una capacità politica e di manovra con cui i suoi aspiranti alleati dovranno fare i conti.
    La formula che ha inventato, “unità nella radicalità”, esprime bene questo atteggiamento.
    In sostanza Bertinotti svolge con coerenza un disegno politico basato sulla mobilitazione di settori minoritari ma molto attivi, il pacifismo militante, il sindacalismo conflittuale, sia interno sia esterno alla Cgil, che ha l’obiettivo, finora coronato da un certo successo, di impedire ai moderati di centrosinistra di stabilizzare e rendere decisiva la loro prevalenza elettorale.
    Attribuendo ai “movimenti” il primato, definendo lo spostamento del listone un successo loro e non del suo partito, Bertinotti ottiene due risultati. Evita di diventare l’obiettivo polemico di quelli che hanno vissuto male la svolta e, soprattutto, sposta continuamente “in avanti” il terreno di un confronto programmatico con i “riformisti”, indotti in questo modo a fare continue concessioni senza contropartita.
    Quando Piero Fassino è costretto ad affannarsi a spiegare che non c’è stata alcuna “vittoria” di Bertinotti sull’Iraq, ma lo svolgimento naturale della linea precedente, senza convincere nessuno a causa dell’evidente illogicità dell’assunto, finisce per cadere ancora più profondamente nella trappola del leader di Rifondazione.
    Il riferimento ai “movimenti”, nuova edizione dell’antica linea del “fronte unico dal basso” che portò negli anni Trenta, prima dei Fronti popolari, allo scontro tra comunisti e socialisti, consente anche a Bertinotti di mantenere un rapporto intenso con la sinistra Ds, che considera “più in sintonia con noi che con il resto del listone”, senza dover sostenere operazioni apertamente scissionistiche, che provocherebbero una dura reazione di partito da parte dei Ds.
    Anche nei confronti dell’ala sinistra formalmente collocata nell’Ulivo, Comunisti italiani e Verdi, o nelle vicinanze, lista Di Pietro-Occhetto, funziona la stessa tecnica: nessuna trattativa, men che meno collegamen ti organizzativi “che fanno venire l’orticaria”, ma solo l’invito a mettersi in sintonia con “i movimenti”. Fatto questo, dice, per una volta con un filo di disprezzo, “l’intendenza seguirà”.
    In pratica Bertinotti ha trovato il tallone d’Achille del listone, che consiste nel fatto che non è in grado di controllare i tradizionali strumenti di collegamanto di massa, dalla Cgil, all’Arci, alla stessa Unità, e attraverso di essi penetra quando vuole e come vuole nella roccaforte dei concorrenti.
    Fa una certa impressione che dirigenti politici esperti, di fronte a una tattica così scoperta ed elementare, non siano in grado di mettere in campo un sistema difensivo adeguato. Questo in parte è dovuto alla loro debolezza reale.
    A Torino, la città di Fassino, la mozione “riformista” nel congresso della Fiom ha ottenuto solo il 5 per cento dei consensi (e si è sostenuto che si sia trattato di un successo).
    Qualcuno però sospetta che ci sia dell’altro, che si punti a giocare di sponda con Bertinotti per risolvere questioni di concorrenza interna nel listone.
    Dalla vicenda dell’Iraq a uscire esplicitamante isolati sono stati gli ex popolari, Franco Marini in testa, e gli esponenti dello Sdi, mentre Francesco Rutelli, costretto a una precipitosa retromarcia, non ha certo fatto una bella figura.
    Forse però l’obiettivo vero è ancora più corposo: lo stesso Prodi. Bertinotti, la cui alleanza è indispensabile per rendere competitiva l’opposizione nelle elezioni politiche, non ha rifiutato formalmente la candidatura del professore bolognese, ma non l’ha neppure accettata.
    Per ora svolge un ragionamento generale sulla necessità di innovare anche negli uomini, a cominciare da se stesso: “Pensare a una fase nuova significa anche pensare a una nuova classe dirigente”.
    Sembra di risentire il Bertinotti che nel 1998 chiedeva uno
    “spostamento a sinistra” dell’asse del governo.
    Finì, come tutti sanno, con le dimissioni di Prodi e l’uscita dell’ala di Rifondazione rimasta fedele a Bertinotti dalla maggioranza. Per ripetere manovre di questo tipo è certo troppo presto. Intanto Bertinotti loda Walter Veltroni, che “ha capito” la nuova fase.
    Due anni sono lunghi, e Bertinotti aspetta (non da solo) sul bordo del fiume.

    Sergio Soave

    saluti

  4. #4
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    Analisi molto interessante, in gran parte condivisibile. Ma non è vero che tutti "gli ex popolari" siano rimasti spiazzati. Infatti gran parte della Margherita si dimostra più in sintonia con il Bertinottismo e il Correntone che non con i liberal della quercia (destra morandiana del partito) e lo stesso gruppo dirigente riformatore del partito (D'Alema, Fassino......). Come ha detto Pietro Folena (correntonista cofferatiano) sulle grandi questioni, nell'Ulivo, "il centro è finito". Lo "spostamento a sinistra" è anche un giuoco elettorale (che si manifesta spesso nelle sinistre costrette a lunghi periodi di opposizione, anche altrove) ma che in Italia ha un'origine profonda, delle radici che affondano nella melma di una tradizione politica che ha tenuto dal 1947 agli inoltrati anni novanta del secolo scorso il più grosso partito della sinistra.... lontano dalle leve del potere esecutivo. Grazie a Dio.

    Saluti liberali

  5. #5
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    dalla rete
    " Tra riformisti e massimalisti (Angelo Panebianco, Corriere della Sera, 02.04.2002)



    Che cosa vuole l'opposizione? La parte riformista vorrebbe rispettare le regole (informali) della democrazia maggioritaria, e prepararsi per la rivincita nelle elezioni del 2006. Ma i massimalisti, oggi più forti, vorrebbero altro. Vorrebbero usare la pressione della piazza per provocare, come nel '94, la caduta del governo Berlusconi. Non basta dire che la democrazia maggioritaria è giovane qui da noi e le sue regole non sono ancora assimilate. Sembra, piuttosto, che un settore ampio della sinistra pensi di avere troppo da perdere dalla democrazia maggioritaria e rimpianga l'epoca della proporzionale e della democrazia assembleare: quando gli scioperi generali facevano cadere i governi e l'opposizione condizionava le politiche delle traballanti e divise maggioranze. Il problema ha a che fare, in parte, con le risorse strategiche detenute. Se vige la democrazia assembleare, la capacità di mobilitare la piazza incide sulle politiche dei governi anche quando la sinistra è elettoralmente in minoranza: le maggioranze sono fragili e l'opposizione può intimidire i governi. In una democrazia maggioritaria, invece, la mobilitazione della piazza può non produrre risultati. E' quindi «razionale», per chi mantiene la capacità di mobilitare le piazze, sperare nel ritorno a forme di governo più permeabili alle pressioni dell'opposizione.
    Al calcolo razionale va aggiunta la passione ideologica, il fatto che la democrazia maggioritaria è sempre odiata dai massimalisti. Se è al potere la sinistra, il massimalista è a disagio perché la «sinistra di governo» non può permettersi il massimalismo. Se è al potere la destra, egli è a disagio perché la destra può governare senza che sia possibile impedirlo. Ecco perché un coerente teorico comunista come Mario Tronti, in un'intervista al Manifesto , ha auspicato il ritorno al proporzionale. Il massimalista lucido, infatti, sa che solo così la «democrazia della piazza» potrebbe avere di nuovo la meglio sulla «democrazia elettorale».
    Il massimalismo lucido è però oggi raro nella sinistra. Ha più spazio, soprattutto fra gli intellettuali, il massimalismo confuso di chi combatte la «tirannia» di Berlusconi, senza neppure sapere di lavorare per il ritorno della democrazia assembleare. Pietro Citati, su Repubblica , ha scritto magistralmente sulle sciocchezze che sono capaci di dire certi letterati quando si occupano di politica. Nonostante le periodiche ironie dei grandi studiosi della società, da Vilfredo Pareto a Max Weber, sulla «politica dei letterati», resiste, nella tradizione occidentale, una certa indulgenza per essa. Le affermazioni prive di senso, allora, sorprendono solo quando sono fatte da studiosi della società.
    Nell'intervista al Corriere del 27 marzo, ad esempio, l'economista Paolo Sylos Labini ha sostenuto cose insostenibili. Attribuendo al governo l'intento di ridimensionare il peso dei sindacati, ha detto che ciò mette in pericolo la democrazia. In quale trattato di teoria della democrazia Sylos Labini ha letto che un governo conservatore non può operare per ridimensionare il potere sociale dei sindacati senza colpire con ciò la democrazia? Dove ha letto che, a causa dell'indebolimento dei sindacati ad opera del governo Thatcher, la Gran Bretagna cessò di essere una democrazia e diventò un regime autoritario? E poi, come si fa a paragonare l'Italia di oggi con quella degli anni Venti, con il fascismo che ancora non era un regime autoritario nel ’22 «ma lo diventò nel ’25»? Sylos Labini deve sapere che non c'è paragone possibile fra le condizioni internazionali di oggi e quelle di allora. Deve sapere che, avendo in tasca l'euro, siamo al momento assicurati (in Italia come in Spagna o in Germania) contro il ritorno dell'autoritarismo. E che l'anomalia Berlusconi (il conflitto d’interessi) non basta ad annullare questa assicurazione.
    Sono davvero troppe le parole in libertà. Forse, non tutte dette in odio a Berlusconi. Forse si ritiene soprattutto insopportabile che la parte politica per cui non abbiamo votato governi da sola per cinque lunghi anni.
    Angelo Panebianco
    "

    Saluti liberali

  6. #6
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    Nel '94 il Banana I° cadde causa l'Umbert.
    La credibilità del resto del (si fa per dire) testo, ne deriva.

    Ma, tanto; il Prof. Panebianco lo si conosce...

  7. #7
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    anche Il Travaglio della Disinformazione

  8. #8
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    In origine postato da Pieffebi
    anche Il Travaglio della Disinformazione
    Hai sentito che il fondatore (mafioso) di F.M. è stato condannato a pagare 26.500 euri di spese processuali per aver intentato causa (diffamazione; pensa te!) a Ruggero e Gomez, autori del libro "L'onore di Dell'Utri"?

    Pare che per i Giudici sia tutto vero.
    Come per TUTTI gli altri libri.

    Salutami i terzisti...

  9. #9
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    Sì conosciamo quali pericoli corre la democrazia italiana, quali serie minacce corra la libertà di stampa e da quale parte provengono, quale sia lo stato della malagiustizia e come funzioni. Se non conoscessimo tutte queste cose, forse saremmo così sciocchi e masochisti da votare per il Sinistra-EstremaSinistra......e per Prodi.

    Esistono tante mafie, anche quella che consente di dare del mafioso all'avversario.... con impunità istituzionalmente garantita.

    Saluti i secondini [quando ci sarà giustizia giusta]

  10. #10
    SENATORE di POL
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    che cosa diceva rutelli..4 mesi fa?

    " "Diciamo no ai massimalisti è l'ora di una svolta riformista"

    Intervista a Rutelli su Repubblica del 17 gennaio

    (18 gennaio 2003)

    ROMA - L'Ulivo stia attento. b] Nel centrosinistra si moltiplicano le spinte massimaliste. [/b] La coalizione, tra "inutili guerre tra le persone" e "sciocche sudditanze politico-culturali", rischia un "disastroso ritorno al passato".

    Francesco Rutelli, chiuso in casa per un'influenza, lancia un allarme agli alleati: "Dobbiamo riprendere in mano l'agenda riformista. Dobbiamo fare un passo avanti in nome dell'Ulivo, e invece corriamo il pericolo di fare un passo indietro". Il referendum di Rifondazione sull'estensione dell'articolo 18 nelle piccole imprese "è sbagliato e assurdo". "Voteremo no, o ci asterremo, si vedrà al momento opportuno - dice il leader dell'alleanza - ma intanto lasciamo questo tema irrilevante ai comunisti e ai trozkisti. Noi occupiamoci delle questioni vere e irrisolte del Paese che Berlusconi non è capace di risolvere". Ma già si profila un nuovo scontro: il capo della Margherita stoppa l'idea di Fassino di un disegno di legge che eviti il referendum: "Mi pare molto difficile, anche perché dovrebbe andare nella direzione del quesito proposto da Bertinotti, e noi non siamo d'accordo".

    Rutelli, ci risiamo. Torna in ballo l'articolo 18 e il referendum. L'Ulivo continua a farsi del male.

    "Quel referendum non è dell'Ulivo, lo hanno promosso alcune forze politiche. Rispetto il voto libero di tutti i cittadini e le opinioni di tutti i partiti. La mia è semplice: si tratta di una iniziativa completamente sbagliata e controproducente".

    Una "iattura", sostiene Fassino.

    "Un errore grossolano, dico io. Se passasse il referendum, anziché la flessibilità con le tutele avremmo le rigidità con il lavoro nero. L'obiettivo è del tutto insensato: assimilare la bottega del fioraio alla Fiat, estendere lo Statuto dei lavoratori nella microazienda in cui l'imprenditore è il marito e la dipendente è la moglie. Sarebbe solo un modo per ideologizzare il mercato del lavoro, allontanando le tutele di cui c'è davvero bisogno. Non a caso il quesito si disinteressa totalmente dei collaboratori coordinati e continuativi e dei milioni di lavoratori a tempo determinato".

    Quindi l'Ulivo farà campagna per il no?

    "Decideremo al momento opportuno. Nel frattempo dobbiamo replicare a questa iniziativa con molta chiarezza e senza compromessi, sfidando innanzi tutto la destra sul tema dello Statuto dei nuovi lavori, perché si investa sulla formazione permanente e proponendo vere garanzie per i precari, per i giovani condannati a vivere anni in casa con i genitori, per gli anziani 'rottamati' prima del tempo e costretti nel migliore dei casi a reimpiegarsi nel sommerso. Questi sono i temi concreti nell'agenda riformista, quelli percepiti dalla società vera, non quella immaginata da certi circoli ideologizzati, condannati a una sconfitta inevitabile perchè parlano di un'Italia che non esiste più".

    Il segretario dei Ds ipotizza un ddl dell'opposizione, che dovrebbe evitare il ricorso al referendum. La Margherita lo boccia. Ci risiamo un'altra volta?

    "Io non ho ancora parlato con Fassino. Ma è evidente che per evitare il referendum bisognerebbe varare una legge che vada in direzione del quesito proposto dai promotori. Noi non abbiamo questa intenzione. Poi c'è anche un problema di maggioranze parlamentari: un ddl di riforma degli ammortizzatori come quello di Treu e Amato può avere molti numeri, una proposta ritagliata sul quesito di Bertinotti non credo proprio. Io credo che la linea più giusta da seguire sia spiegare agli italiani che questo referendum è politicamente, culturalmente e praticamente dannoso. Ci fa fare un clamoroso passo indietro. Ma ci rendiamo conto o no che di questo passo tornano in auge slogan da anni 70? Ci rendiamo conto o no che un quesito uguale a quello proposto da Rifondazione lo presentò 20 anni fa Democrazia proletaria?".

    Preistoria politica. Dovrebbe spiegarlo a Bertinotti, e a quel pezzo di sinistra massimalista che gli va dietro.

    "Bertinotti vuole quel referendum? Affari suoi. Lasciamogli fare la sua battaglia. Del resto nel bipolarismo ogni schieramento ha le sue bizzarrie. Bossi non va forse sul Monviso a prendere con la 'sacra ampolla' l'acqua del dio Po? Non mi scandalizzo per queste posizioni radicali. Ma una cosa deve essere chiara: l'Ulivo deve riprendere in mano con forza l'agenda del riformismo. Deve rilanciare le questioni che interessano il Paese: la vera giustizia sociale, l'inflazione senza freni, il declino industriale, la concorrenza che non c'è, la libertà dell'informazione dimezzata. L'Ulivo non può camminare con la testa rivolta al passato. L'Italia è cambiata, ci chiede altre cose e si sorprende se ci vede discutere dell'introduzione dell' articolo 18 nelle botteghe dei fiorai. Non facciamo questo errore, e non facciamo questo favore a Berlusconi. Piuttosto incalziamolo: che cosa hanno portato i poliziotti di quartiere in termini di sicurezza? Che risultati ha dato la Fini-Bossi? Che ne è dei 700 mila immigrati da integrare? E perché non diminuiscono le tasse?".

    Questo referendum crea altro caos nell'opposizione. Ma non può essere anche un'occasione di semplificazione politico-culturale? In fondo dimostra che la divisione a sinistra è sempre la stessa: i riformisti da una parte, i massimalisti dall'altra.

    "A me non sembra che questo sia un test importante per fare chiarezza nell'opposizione. Certo, constato che in questo momento l'agenda politica del centrosinistra è condizionata in modo eccessivo. Da una parte, dalle discussioni sul ruolo delle persone, un vizio che va avanti da almeno un anno e che ora richiederebbe una vera e propria moratoria. Dall'altra parte, dal dibattito acceso e molto autoreferenziale che riguarda solo una parte dell'Ulivo...".

    E' per questo che ha criticato il faccia a faccia televisivo tra Cofferati e D'Alema, lamentandosi di aver sentito per almeno 150 volte la parola "sinistra"?

    "Il limite di dibattiti come quello dell'altra sera a Ballarò è che parlano a una sola parte dell'alleanza. E oltre tutto parlano di argomenti ristretti e anche un po' vecchi: scissionismo, processi staliniani... Badi bene che io non pongo la questione perché voglio che nella coalizione ci sia più 'centro' e meno 'sinistra'. La mia non è certo una critica a Fassino, ma quello che lamento è che in certe discussioni nei Ds, parziali nei contenuti e necessariamente limitate nella prospettiva, finisce per esserci poco Ulivo. Ed invece è proprio quello di cui abbiamo più bisogno".

    Dica la verità: tra girotondi e Cofferati, tra referendum e correntoni, lei teme che l'Ulivo rischi di radicalizzarsi un po' troppo.

    "Il rischio vero, per noi, è un passo indietro rispetto a questi otto anni di Ulivo, nei quali siamo riusciti a definire un'identità riformista che ha amalgamato culture diverse e non si è esaurita nello spazio della sola sinistra, che nella migliore delle ipotesi rappresenta il 30% dei voti. Il rischio vero è che ci sia una regressione rispetto a una fase in cui, per i nostri elettori, era persino indifferente votare Ds, Margherita o altri partiti, perché quello che contava davvero era comunque l'Ulivo".

    Referendum a parte, c'è da qualche tempo nel centrosinistra un rigurgito di massimalismo. Non è così?

    "Nel centrosinistra ci sono forze riformiste e forze massimaliste. Ma questo è normale, nel bipolarismo. Nel centrodestra non ci sono forse Borghezio e Rauti? Certo, la formula dell'Ulivo ci aveva consentito di lasciarci alle spalle i vecchi radicalismi, e di guardare avanti. Oggi non mi nascondo che certi segnali vanno in un'altra direzione. So anch'io che la Cgil, per esempio, nel suo ultimo congresso si è dichiarata contraria all'intervento delle forze multinazionali in Afghanistan. So anch'io che mentre siamo uniti contro un intervento militare in Iraq, abbiamo avuto problemi per l'invio, che io giudico doveroso, degli alpini a Kabul. Ma questo non mi preoccupa: con due Poli, ma con molti partiti vale per noi e forse ancora di più per la Destra. Chiarito questo, noi dobbiamo fare passi avanti: non possiamo volgere lo sguardo al passato".

    La rottura dell'unità sindacale, con lo sciopero unilaterale della Cgil, non aiuta per niente.

    "Gli scioperi li decide il sindacato, e la politica non si deve mettere in mezzo. Ma ora la ricomposizione con Cisl e Uil diventa ancora più urgente. E' una strada che va ripresa con pazienza, da parte di tutti. Con un governo in così evidente difficoltà, soprattutto sull'economia, non ci possiamo permettere una dispersione di energie così grave".

    Dopo Firenze, Cofferati per lei cosa è diventato? Un alleato o un competitore? Un riformista o un massimalista? E quanto influenza la linea dell'Ulivo?

    " Io sono convinto che l'Ulivo saprà confermare la sua vocazione riformista. Quanto a Cofferati, è un importante e autorevole dirigente del centrosinistra. Ci aspettiamo che esprima la sua disponibilità a partecipare in modo diretto alla coalizione".

    Vi ha posto una condizione per entrare nell'ufficio di programma: sì, a patto che dentro ci siano i rappresentanti dei movimenti. Cosa risponde?

    "Ho riparlato con Cofferati in questi giorni. La proposta che gli abbiamo fatto - che riguarda non solo i leader dei partiti e i rappresentanti degli eletti, ma anche le forze vive della società, gli intellettuali e i movimenti - è coerente con la sua idea. Sono fiducioso: nelle prossime ore conto su una risposta positiva di Sergio".

    (17 gennaio 2003)

    MASSIMO GIANNINI

    fonte: La Repubblica del 17 gennaio 2003
    "

    Ora Rutelli cavalca il massimalismo con giravolte da funambolo....

    Saluti liberali

 

 
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