….sono perdenti
Parecchi osservatori hanno considerato la scelta del centrosinistra di accodarsi alle posizioni di Fausto Bertinotti sulla questione del ritiro delle truppe italiane dall’Iraq una disfatta dei riformisti.
Le flebili voci di dissenso, le dichiarazioni di accettare la scelta solo per “disciplina”, hanno confermato questa impressione.
Il problema che ci si pone è di comprendere la ragione che porta, sulle questioni di politica internazionale e non solo, il riformismo italiano a una condizione di inferiorità psicologica e politica nei confronti dei settori più radicali della sinistra, pure meno numerosi sul piano elettorale e organizzativo.
Vale la pena, per cercare una risposta, risalire alla lunga storia del riformismo italiano, per constatare che la subalternità al massimalismo non è un’eccezione di oggi, ma la regola largamente dominante.
Filippo Turati era già stato sconfitto nel suo partito prima ancora che la rivoluzione d’Ottobre aprisse il capitolo del comunismo.
E questa sconfitta, in un’Europa in cui la sinistra era dominata dalle grandi socialdemocrazie, era un’eccezione.
Anche allora il tema cruciale fu la pace o la guerra.
Mentre i socialisti francesi, tedeschi e britannici votavano i crediti di guerra, quelli italiani si chiusero nello slogan, sostanzialmente nullista “né aderire né sabotare”. Così si estraniarono dalla vicenda nazionale, mentre proprio nell’ala massimalista, pacifista per principio, emergevano giovani leader interventisti che avrebbero segnato il futuro. Benito Mussolini, come sanno tutti, ma anche Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, dei quali invece non si ricorda nessuno.
Nel primo dopoguerra il riformismo fu travolto, nel movimento operaio, dalle agitazioni del biennio rosso, che non seppe nè guidare (pur disponendo della guida della Cgil) nè controllare. Quando la reazione fascista divenne pericolosa i riformisti, per non separarsi definitivamente dai massimalisti, rifiutarono l’appello giolittiano a un fronte comune. E’ in quella tragedia della democrazia che le due grandi forze ottocentesche, liberali e riformisti, che non avevano saputo impedirla, persero definitivamente la guida dei processi politici.
Quando tornò la libertà, liberali e riformisti dovettero navigare sotto bandiere ombra, quella comunista a sinistra, quella cattolica nell’ambito moderato.
Questa polarizzazione, durata mezzo secolo, è anch’essa una peculiarità italiana.
Il comunismo vinse, nella sinistra, perché era riuscito a differenza dei riformisti, a sconfiggere il massimalismo anarcoide, parolaio e indisciplinato. Il Pci gestì un’azione interna costruita sui tradizionali strumenti riformisti di cui si era impadronito (le amministrazioni rosse, i sindacati, le cooperative) e coperta “a sinistra” da una collocazione internazionale nel campo sovietico e quindi ostile in primo luogo all’America.
Questo terreno, quello della scelta di campo, divenne l’unico vero terreno di distinzione del riformismo, e ogni volta che fu praticato, prima da Giuseppe Saragat, poi da Pietro Nenni e infine da Bettino Craxi, subì una furibonda ostilità e l’accusa di tradimento. In qualche modo questa accusa è stata interiorizzata.
I leader riformisti, anche quelli di più salde convinzioni occidentali, dedicarono tempo e fatica (sprecate) per cercare di dimostrare di non essere “antisovietici”.
Dopo la dissoluzione dell’Urss
La dissoluzione dell’Urss e il crollo del comunismo, che avrebbero dovuto segnare il trionfo, a sinistra, del riformismo, si accompagnarono alla distruzione giudiziaria del Psi di Craxi.
Il che consentì alla nomenklatura postcomunista di impossessarsi della bandiera del riformismo che aveva sempre combattuto. Senza più gli strumenti dell’organizzazione centralistica, i riformisti di recente conversione, però, si sono trovati impotenti a fronteggiare il massimalismo.
La Cgil si è assunta la guida di una azione sociale orientata al conflitto, mentre il pacifismo militante si impadroniva della piazza sui temi della politica internazionale.
L’ossessione di riconquistare una piazza in mano ai massimalisti ha travolto l’ispirazione riformista.
Quel che era accaduto all’inizio del Novecento si ripete.
Il compromesso sociale degli anni giolittiani non resse alle manifestazioni (guidate in Romagna da un Mussolini socialista e da un Nenni repubblicano) contro la guerra di Libia, e lì finì il ruolo centrale dei riformisti italiani.
Ora, secondo Angelo Panebianco, la rincorsa alle manifestazioni pacifiste ha indotto i leader dell’Ulivo a “strangolare in culla” il vagheggiato nuovo partito riformista.
Il destino, come diceva Saragat, coi riformisti è “cinico e baro”.
da il Foglio
saluti




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