Tre settimane fa, quando ho scritto che l'Italia doveva restare in Iraq, un po' di lettori (molto pochi, per la verità) mi hanno dato sulla voce. Ossia mi hanno replicato che avevo cambiato pelle, che ero diventato berlusconiano, che ero un servo del nazista Bush. Non credo che questi amici fossero tutti fans di Fausto Bertinotti. Tuttavia, ho trovato una forte sintonia fra i più aggressivi e il modo in cui mi aveva bollato il quotidiano di Rifondazione comunista: Pansa è un agitatore di destra. Anche in quei giorni, però, non ho mai pensato di aver detto una cosa sbagliata. Anzi, intervistato da Pierluigi Battista per la sua rubrica 'Batti e ribatti', su Rai1, mi sono spinto più in là. Ho sostenuto che, se vogliamo salvare i civili irakeni dalla distruzione totale, non soltanto l'Onu, ma tutte le potenze mondiali, a cominciare dalla Francia, dalla Germania, dalla Russia e dalla Cina, dovrebbero mandare le loro truppe in quell'infelice paese.
Ne sono ancora più convinto dopo quel che veniamo scoprendo sulle torture inflitte da americani e inglesi ai prigionieri irakeni. Orrori da manicomio criminale, uno schifo senza attenuanti. Che ci ricorda quel che avveniva nei lager nazisti e nei gulag comunisti, quelli sovietici, ma anche in quelli jugoslavi, del maresciallo Tito, impegnato a distruggere la vita e l'onore di comunisti come lui. Adesso vedo che, nel mio Ulivo, si levano voci diverse dalle urla dei paciguerristi seguaci di Zapatero. Ha parlato Francesco Rutelli. Poi Romano Prodi. Il 1 maggio, il 'Wall Street Journal Europe', gli ha chiesto: "Lei è a favore del ritiro delle truppe italiane?". E il leader dell'Ulivo ha risposto: "No. Dobbiamo evitare il collasso totale del paese. E c'è un solo modo di garantire che l'attuale stato di occupazione non degeneri ulteriormente: che le Nazioni Unite si muovano in fretta e inviino nuove truppe di paesi più graditi alla popolazione irakena". Secondo Prodi, è l'unico scenario utile, anche se, allo stato dei fatti, è "estremamente difficile, quasi impossibile" da realizzare. Ma la tragedia irakena è talmente grave, e così pericolosa per la stabilità mondiale, da imporre di non fermarsi di fronte a qualsiasi difficoltà.
Mi sembra questo il senso dell'appello di Giuliano Amato, che ha parlato con lucidità e coraggio in un'intervista a 'Repubblica' del 4 maggio, di Massimo Giannini. Pure lui è contrario al ritiro delle nostre truppe dall'Iraq. E voterà no a un'eventuale mozione delle opposizioni che lo chieda. Anche per coerenza con quanto ha scritto nel programma della Lista unitaria, o del Triciclo: "Essere contro la guerra significa battersi perché le guerre finiscano, non semplicemente tirarsene fuori". Lo stesso Amato ci rivela che questo impegno etico, prima ancora che politico, non è piaciuto a molti dell'Ulivo. Per quale motivo? Qui rispondo io: forse perché pensano che il nostro sganciamento immediato dall'Iraq renda molto sul terreno del fatturato elettorale, il 13 giugno. È un sospetto confermato dalle parole che Enrico Letta, uno dei leader della Margherita, aveva consegnato a Marco Damilano, de 'L'espresso': "Pensare di sconfiggere Berlusconi sulla guerra in Iraq sarebbe un gravissimo errore. Dopo le scorciatoie giudiziarie, non vorrei che a sinistra ci fosse la tentazione della scorciatoia irakena".
Che questa tentazione ci sia, lo suggeriscono certe reazioni all'intervista di Amato, raccolte da 'Repubblica' nel giro dei Ds, ma non solo. Reazioni spesso di una meschineria che gela. Amato è stato subito accusato di voler "fare il bipartisan", magari con un occhio alla possibilità di arrivare al Quirinale. Un'altra imputazione? Di "vanità maschilista", che francamente non so che cosa voglia dire. E ancora: "È un colpo basso proprio a noi Ds. Dopo tutto quello che abbiamo fatto per portarlo alla presidenza del Partito socialista europeo...". Siamo all'Asilo Mariuccia, per di più gonfio di veleno. Eppure, nell'intervista di Amato, c'è un passaggio che dovrebbe farci riflettere tutti. Dice: "Non possiamo parlare di globalizzazione che è ormai entrata nelle nostre case, e poi, su un problema delicato come l'Iraq, chiudere la porta. Pensando così di tenerci fuori da quello che accade nel mondo". È un passo che mi ha colpito perché descrive con sintetica chiarezza un male che sta dilagando, a sinistra come a destra. Ve la ricordate l'autarchia, di mussoliniana memoria? Faremo da soli, con le nostre risorse, le nostre merci. Si arrivò a coniare uno slogan suicida, poi ripudiato: "La lana di coniglio è la lana degli italiani". Il male di oggi è l'autarchia politica e morale. Di chi dice: l'Iraq non ci riguarda, sono cavoli degli irakeni e del loro carnefice, Bush. Ma restarne fuori è impossibile, oltreché immorale. Speriamo che non ce lo ricordino altri 11 settembre e 11 marzo.




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poi si meravigliano che un venditore di tappeti diventi primo ministro.
