22 ottobre 2009
Morto un papello se ne fa un altro
Per Bordin il foglietto di Riina è “una bufala”, si confonde una trattativa con un’altra

Il papello, l’agenda, il post-it, la memoria selettiva di questo o di quello, le parole di Pietro Grasso, l’incaponirsi sul mistero quando magari il mistero non è così misterioso, la tragedia che vira in commedia dell’assurdo, la terminologia “fuori posto e a parti rovesciate”: a Massimo Bordin, direttore di Radio radicale, le nuove (presunte) rivelazioni sui rapporti mafia-stato fanno pensare, intanto, “a un libro esilarante di Andrea Camilleri, ‘La bolla di Componenda’, in cui si narra la storia vera delle audizioni della prima commissione parlamentare che si occupò di Sicilia, poco dopo l’Unità d’Italia, e in cui si racconta di questa tradizione di composizione dei crimini nell’isola”. Dopodiché, dice Bordin (che dell’argomento ha discusso domenica in radio con un incredulo e a tratti divertito Marco Pannella) che “c’è stato uno slittamento sulla parola trattativa”. Per arrivare al perché dello slittamento bisogna “agganciarsi ai pochi punti fermi di questa vicenda intricatissima”, dice Bordin nel giorno in cui depone a Palermo l’ex presidente dell’Antimafia Luciano Violante e in cui l’ex generale Mario Mori, imputato di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, rende alcune dichiarazioni spontanee che culminano nella frase “non ci fu nessuna trattativa stato-mafia”.

Il primo punto fermo, dice Bordin, è che il processo per l’attentato a Paolo Borsellino “è stato fatto con i piedi”: “Si è concluso con una serie di condanne ma è ritenuto gravemente insoddisfacente perché è venuto fuori un altro pentito che dice: il testimone chiave (pentito anche lui) ha raccontato un mucchio di balle. Cambia poco dal punto di vista del grande pubblico – anche questo pentito dice che Borsellino è stato ucciso dalla mafia. Resta che la procura di Caltanissetta ha sbagliato pentito. La sentenza lascia però aperta qualche via, e c’è chi si è buttato sull’ipotesi ‘Borsellino ucciso non solo dalla mafia’: questi sono gli esecutori, si dice, ma si può ben pensare che ci sia dell’altro”.
Ecco che entra in gioco la faccenda del papello, definito “una bufala”. Il quadro si complica nel filone “Ros”. “La procura di Palermo indaga i Carabinieri che hanno arrestato Riina e Provenzano”, dice Bordin: “C’è stato un primo processo contro Mori e il capitano Ultimo, terminato con l’assoluzione. Ora Mori è di nuovo sotto accusa. Perché l’accanimento? La risposta sta nell’inchiesta mafia-appalti. Ai tempi dell’indagine, i Carabinieri lamentarono una fuga di notizie dalla procura di Palermo, confermata da Mori oggi, quando dice che Paolo Borsellino, incontrato fuori dalla procura, gli raccomandò la massima discrezione”.

La rottura tra procura e Ros fu netta, dice Bordin: “Non si può dire quale sia stata esattamente la causa dell’accanimento sui Ros, ma la consecutio temporum è innegabile”. “Surreale” è la parola che il direttore di Radio radicale usa per definire il tutto: “Riina è stato arrestato, Provenzano pure. La ricostruzione di Mori è abbastanza lineare: c’è una strage, si capisce che Riina ha preso una linea colombiana con tritolo. Va fermato, si cerca un ‘confidente’. Vito Ciancimino era la persona più adatta: libero ma con enormi guai giudiziari ed economici, visto il denaro sequestrato. Si può ipotizzare che un carabiniere possa avergli fatto, grosso modo, un discorso del tipo: ‘Vuoi restare a casa tua, con i tuoi soldi? Vienici incontro, dicci dove sta Riina’. Questa è la trattativa. Una trattativa che va tutto sommato a buon fine: Mori vede Ciancimino a metà ’92 e a metà ’93 viene preso Riina. Ma che Ciancimino proponga a Mori, a quel punto, il papello con le condizioni di Riina allo stato è una cosa che urta qualsiasi logica. Che condizioni poteva dettare Riina? Era lui la posta in gioco”.

In più, dice Bordin, nel papello c’è un “piccolo problema” (oltre al post-it che “chiunque potrebbe avere aggiunto”): “Viene messa tra le condizioni la chiusura delle carceri speciali. Ma le carceri speciali non erano state ancora aperte: i mafiosi ci vanno dopo la strage di via D’Amelio”. Il tema “trattativa” mafia-stato, dice Bordin, è stato introdotto in quel periodo, ma non a proposito di Mori: “Uscì a quei tempi un anonimo, una lettera dettagliata, inviata a tutti i giornali. Quell’anonimo aveva per bersaglio alcuni colletti bianchi di Palermo, ma raccontava anche una storia anticipatrice rispetto a quello che accadrà poi. Parlava di una trattativa su mafia e politica già avvenuta tra Mannino e Riina. Ecco perché parlo di slittamento”. Due giorni fa il procuratore Grasso ha parlato di “ministri” che si sarebbero salvati grazie alla trattativa con la mafia. Per Bordin le parole “non chiarissime” di Grasso “indicano comunque che la faccenda riguarda la Prima Repubblica”. C’è poi un’altra data: “Dicembre 2007, quando il Fronte della gioventù, in giorni di polemica contro il Csm di Mancino per via del caso De Magistris, tappezza Palazzo dei Marescialli con manifesti su cui si legge ‘meglio un giorno da Borsellino che una vita da Mancino’.

E’ interessante il fatto che lì torni fuori un’altra polemica, quella sul Nicola Mancino ministro dell’Interno che, nei primi anni Novanta, aveva incontrato Borsellino e gli aveva parlato di una ‘trattativa’ che poi dirà di non ricordare. Ma nessuna di quelle complicate vicende porta all’ipotesi dei magistrati di Palermo che vogliono implicare a tutti i costi Silvio Berlusconi. Quei fatti guardano indietro: alla Prima Repubblica”.

© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

di Marianna Rizzini

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