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  1. #1
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    Predefinito 81 a trenta; ovvero; per l'informazione unica...

    ...conta più la "notizia" dello slogan di un gruppuscolo di disgraziati che la visita elettorale del Capo del Capo.

    Una giornata particolare
    di Antonio Padellaro

    Centocinquantamila secondo gli organizzatori (ottomila stando alla Questura) i manifestanti del Comitato contro la guerra che hanno sfilato da Piazza della Repubblica a Piazzale dei Partigiani. Qualche tafferuglio, qualche lancio di bottiglie, qualche lacrimogeno. Cinquecento i Cobas partiti dal quartiere Testaccio. Una ventina quelli che hanno gridato lo slogan, infame: «Dieci, cento, mille Nassiriya». Novemila gli uomini di polizia, carabinieri e finanza, molto ben diretti, che hanno vigilato con prudenza sul corteo.


    Il 4 giugno 2004, giorno temutissimo della visita di George W. Bush a Roma si può condensare in queste cifre.
    Di tutti gli episodi citati le urla del gruppetto Cobas avevano prodotto, venerdì sera, 81 (ottantuno) lanci di agenzia. Un’attenzione davvero straordinaria se si considera che, per fare un altro esempio, sulla visita del presidente americano al Quirinale di notizie ne sono state trasmesse non più di trenta.
    Naturalmente, allo slogan, infame e stupido, anche i tg della Rai hanno dedicato ampio spazio e rilievo nei titoli di apertura.

    Cosi i giornali radio, così i tg Mediaset.
    Visto e considerato che su tutta l’intensa giornata di Bush, sui colloqui con le autorità italiane, sul significativo incontro con il Papa che lo ha richiamato a una più energica difesa dei diritti umani, sulla visita alla Fosse Ardeatine, sulla celebrazione di Roma liberata sessant’anni fa dalle forze alleate, sul viaggio europeo del presidente Usa alla luce dell’intervento dell’Onu in Iraq, sull’atteggiamento responsabile della stragande maggioranza dei dimostranti, sulla tenuta democatica dell’ordine pubblico assicurata con encomiabile impegno dal prefetto Serra e dal questore Cavaliere; visto e considerato, insomma, che, quasi, non c’è aspetto e risvolto di questo storico venerdì 4 giugno che appaia all’informazione unica e conforme così determinante come lo slogan dei venti menetecatti intruppati nel corteo Cobas, è facile predire sull’evento una puntata speciale di «Porta a Porta».

    Sullo sfondo lo slogan riprodotto a caratteri giganteschi. Un paio di leader dell’Ulivo processati in diretta dall’equilibrato conduttore (anche se erano entrambi a deporre fiori in un cimitero alleato). L’esperto Magdi Allam che scopre inquietanti analogie tra le parole Cobas, l’ultimo video dei tre italiani sequestrati e Romano Prodi, perché ha esposto la bandiera della pace.
    È stato scritto che gli accadimenti del 2 e del 4 giugno avrebbero molto condizionato i risultati delle elezioni europee della settimana prossima. Si è detto che da eventuali violenze, il possibile annunciato successo del centrosinistra avrebbe subìto un grave contraccolpo.

    Così come, il cupo scenario di disordini, devastazioni, e peggio preconizzato dal presidente del Consiglio avrebbe dimostrato l’inaffidabilità democratica dell’opposizione e dunque rinvigorito la sfibrata maggioranza. Chi ragiona così continua a guardare questo paese attraverso la piccola lente della politica quotidiana e del tornaconto elettorale. Significa trascurare quel quadro d’insieme che chiamiamo maturità democratica, convivenza civile, rispetto del dissenso. Valori che si possono giudicare da punti d’osservazione diversi.

    Prendiamo il popolo della pace. Le centinaia di migliaia di cittadini che da più di un anno continuano a riempire le piazze di grandi e piccole città rappresentano lo stesso no alla guerra sbagliata del sessanta per cento degli italiani. Dentro questo immensa e appassionata moltitudine spesso si muovono frange minoritarie, specializzate nel deturpare l’immagine pacifica del movimento. Non è successo a Firenze quando si disse che dietro i vessilli arcobaleno c’erano dei pazzi furiosi pronti a distruggere monumenti e opere d’arte.

    È accaduto invece a Roma quando al segretario dei ds Fassino è stato impedito quasi fisicamente l’ingresso nel corteo. Erano cinquanta tra un milione di persone e però sono bastati a fare tutto il male possibile. Venerdì ci hanno riprovato ma il corteo, composto per lo più da giovani e giovanissimi no global al terzo cassonetto bruciato li ha cacciati in malo modo. Trattandoli non più da compagni che sbagliano ma da provocatori. Il movimento, adesso, sa difendersi dai suoi stessi errori. Era la prova del 4 giugno. È stata superata.

    Il secondo punto di vista è quello di chi è preposto all’ordine pubblico. I gravissimi fatti di Genova, e prima ancora di Napoli, avevano lasciato l’immagine amara di una polizia di parte e non a tutela della libertà di tutti. Ieri quella stessa polizia, quegli stessi carabinieri hanno dato ai manifestanti sicurezza e fiducia accompagnando il corteo a distanza, e senza inutili tensioni.

    Merito di una gestione rigorosa ed equilibrata dell’ordine pubblico di cui bisogna dare atto al ministro degli Interni Pisanu.
    Il terzo punto di vista è quello del popolo italiano.
    Che sa perfettamente distinguere tra l’America di Bush e l’America del ‘44. Tra chi tortura e chi versa il proprio sangue per la libertà altrui. Tra le guerre sbagliate e le guerre necessarie. Tra chi taglia la gola a degli ostaggi inermi e chi insorge contro gli occupanti. Tra chi protesta civilmente e chi spacca le vetrine.
    E' un’Italia adulta e consapevole che sa giudicare chi sparge paure e chi urla infamie.


    (fonte)

  2. #2
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    Predefinito

    Malik This person is on your Ignore List.

    Ho capito che volevi il morto ANCHE oggi, Bananik.
    Rassegnati; non c'è stato.

    Complimenti per la foto quotata da Naitmer.

  3. #3
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    Predefinito

    Giuliano Giuliani

    Ho ascoltato commenti durissimi, ho visto volti atteggiati all’indignazione, a proposito degli slogan su Nassiriya che sono diventati l’argomento principale di molta cosiddetta informazione sulla manifestazione romana per la pace e contro la visita di Bush. Quegli slogan sono a un tempo infami, imbecilli, amorali.
    Ma altrettanto oscene sono le facce di quelli che non hanno speso una sola parola quando, la sera del 20 luglio 2001, almeno un migliaio di carabinieri acquartierati alla Foce gridavano “uno di meno” e “uno, due, tre, viva Pinochet”.
    Allora io penso che chi non ha saputo o voluto condannare espressioni ancora più infami di quelle di Roma, ancora più imbecilli, ancora più amorali, proprio perché adoperate da uomini in divisa, oggi deve solo tacere e lasciare a chi ha la dignità per poterlo fare il compito di condannare con fermezza l’episodio romano.

 

 

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