.....fra Israele e il Vaticano
Gerusalemme. “E’ un cerimoniale ottomano”.
Lo dice con una punta di ironia, Pierbattista Pizzaballa.
A soli 39 anni, a sorpresa, è il nuovo custode di Terra Santa. Un’autorità, la sua, che si estende su tutte le chiese e tutti i monasteri della terra di Gesù, in pratica una delle più alte cariche religiose in medio oriente. Nel giorno dell’insediamento, esegue con distaccato zelo un rituale antico. L’ingresso ufficiale nella città vecchia di Gerusalemme avviene attraverso la porta di Jaffa.
A riceverlo, in pompa magna, ci sono i rappresentanti delle chiese cristiane. Poi il nuovo custode recita la professione di fede, al convento di San Salvatore, sede dei francescani.
Sono stati loro a eleggerlo, ma l’ultima parola l’ha detta il Vaticano.
Una scelta densa di significati.
La conferma di una svolta in atto nei rapporti tra Santa Sede e Israele.
Pizzaballa vive a Gerusalemme da 14 anni, parla correntemente l’ebraico e fino a ieri è stato parroco della comunità cattolica di lingua ebraica della Città Santa.
Ha tradotto nella lingua della Bibbia i testi liturgici.
E’ amico del vescovo Jean-Baptiste Gourion, l’ebreo convertito che dallo scorso autunno il Papa ha incaricato di prendersi cura dei cattolici di origine ebraica.
Le prime dichiarazioni del nuovo custode sono misurate.
Il muro di sicurezza che separa Gerusalemme da Betlemme, il Santo Sepolcro dalla Basilica della Natività? “Comprendo il bisogno di sicurezza di Israele – dice al Foglio – ma il muro non divide solo due società, divide anche la popolazione palestinese, le scuole dagli studenti, gli ospedali dai malati, le terre dai contadini. Noi europei sappiamo che i muri prima o poi crollano. Per questo non credo che sia una soluzione a lungo termine. Bisogna esplorare altre strade”.
Il momento è difficile per la comunità cristiana che vive nei Territori palestinesi. Un’inarrestabile emorragia l’ha ridotta a poche decine di migliaia di persone. E ad andarsene è il ceto medio, che si trova tra l’incudine e il martello, il crollo del turismo religioso e la pressione crescente esercitata dall’Islam radicale. “La radicalizzazione dell’Islam, dall’Afghanistan all’Iraq, ha un’influenza anche in Terra Santa – ammette Pizzaballa – dovere di noi leader cristiani è di promuovere il dialogo interreligioso.
L’Islam non è solo i kamikaze.
L’ebraismo non è solo l’esercito israeliano che entra nei campi profughi.
La comprensione reciproca è l’unica via per la pacificazione”.
La scelta di Pizzaballa, nelle intenzioni del Vaticano, è destinata a spegnere l’ira israeliana per le posizioni propalestinesi del patriarca latino, l’arabo Michel Sabbah.
Quanto al francescano Ibrahim Faltas, che si era schierato con i palestinesi ricercati da Israele durante l’occupazione della Basilica della Natività, si dice diplomaticamente che potrebbe presto essere destinato ad altro incarico.
Un riequilibrio che nasce anche da un’altra considerazione. Mentre la comunità cristiana araba si sta assottigliando, il futuro per la Chiesa in Terra Santa sembra risiedere nei cristiani non arabi che nell’ultimo decennio sono emigrati in Israele, dai paesi dell’ex Unione sovietica e dai paesi slavi.
Si calcola siano duecentomila.
Sono in maggioranza ortodossi, ma costituiscono un facile terreno di conquista per la Chiesa cattolica.
I segnali di un clima più disteso tra Vaticano e Israele sono confermati anche dalla ripresa dei lavori della commissione congiunta incaricata di esaminare la controversia sui visti d’ingresso che Israele ha ridotto a preti e suore di origine araba.
da il Foglio del 3 giugno
saluti




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