A Coltano
Il campo di Coltano lo costeggiammo per un paio d'ore prima di raggiungere l'ingresso centrale. A guardarlo dal difuori, così abbandonato e lontano dai rumori della città, con le sue mille e mille tendine rigorosamente allineate, dava l'impressione di avvicinarsi ad un'isola da quarantena. Vi trovammo poche centinaia di tedeschi adibiti ai servizi del campo e, accampati fuori dei reticolati, grossi reparti di americani il cui numero ed il cui armamento ci escludevano il dubbio che un tentativo di fuga volesse significare suicidio.
Ventisettemila prigionieri varcarono, muti, la soglia del campo di Coltano. Che cosa li attendeva ancora?
Fummo divisi, dopo altre perquisizioni - in cui ci vennero tolti pure gli indumenti di riserva - in gruppi di quattro o cinquemila uomini che andarono ad occupare i diversi settori di cui si componeva il campo. Ad ogni sei prigionieri fu assegnata una tendina da bivacco la cui altezza al vertice non permetteva neppure di star seduti, la cui lunghezza costringeva quelli che dormivano ai lati, a lasciare i piedi al fresco. Quando pioveva dovevamo usare ogni precauzione per non toccare la tela, altrimenti l'acqua sarebbe penetrata all'ínterno, come all'esterno.
Tre coperte ogni due persone ed una vecchia gavetta a testa, furono il nostro equipaggiamento. La razione di cibo fu sempre insufficiente; ogni giorno dovevamo stare per lunghe ore sull'attenti e col massimo allineamento, finchè il comandante del settore - un caporale o addirittura un semplice soldato americano - si compiaceva di controllare il numero dei presenti che non doveva mai mutare, pena il taglio dei viveri. Non tutti resistevano fino al "rompete le file" irrigiditi sull'attenti, sotto il raggio cocente del sole; molti svenivano e nessuno poteva curarsi di risollevarli o sostenerli. Durante le adunate a nessuno era concesso di tenere il copricapo, per rispetto al "comandante" come era assolutamente proibito ritirarsi sotto la tenda finchè non fosse tramontato il sole.
Nessuno pensasse di contravvenire a queste regole precise, perchè cento occhi erano costantemente a scrutare le nostre azioni. Sapevano che era difficile resistere tutta l'intera giornata sotto il sole e, per spiarci, introdussero nei vari settori dei prigionieri tedeschi che facilmente si confondevano nella massa. Ma il cameratismo di alcuni prigionieri che abitavano le tendine prossime alla "tenda - comando" dove generalmente risiedevano, durante la giornata, questi "controllori" si spinse al punto di rinunciare al sollievo della tenda nelle ore più calde, pur di assicurarlo al resto del settore. Essi tenevano costantemente d'occhio la tenda-comando ed appena scorgevano i tedeschi uscire per il controllo, si mettevano a gridare: "acqua, piove". Era il segnale che s'avvicinava il pericolo di saltare il pasto, per cui tutti si allontanavano dalle tendine per evitare sospetti.
A giorni, le sentinelle erano così numerose tanto che, scherzando, ci chiedevamo: "ma i prigionieri, sono loro".
E, mentre noi circondati da quattro alti sbarramenti di filo spinato, trascinavamo il giorno tra tante privazioni e sofferenze, fuori di quegli stessi reticolati i negri si divertivano a nostre spese, organizzando rumorose orgie danzanti. Almeno una volta alla settimana, per un motivo o per un altro, un settore del campo saltava il pasto e, quanto veniva risparmiato sulla nostra fame arretrata, la città di Pisa o Livorno acquistava a borsa nera. Il ricavato serviva appunto per organizzare questi balli poco lontano dai reticolati e, logicamente, per comperare tante "segnorine" che giungevano quasi ogni sera a Coltano a bordo di automezzi americani.
Arrivavano vestite per lo più di bianco come chi va alla prima comunione: ma esse non venivano alla prima comunione, ma a vendere tutte sè stesse ed insieme il nostro orgoglio d'italiani, senza alcun pudore. Quelle sconsiderate, gridando divertite agli amplessi dei negri ci toglievano il sonno, il pensiero di quanto accadeva fuori, di quanto vedevamo e sentivamo, ci umiliava: in fondo esse erano italiane come noi ed i negri barbaramente gioivano nel vantarsi che si erano divertiti con le nostre donne: "con un pezzo di cíoccolata, dicevano, io comprare tante segnorine". Quelle parole sferzavano a sangue, e non potevamo reagire in alcun modo.
Poi vennero i reumatismi a renderci più dura la vita: l'umidità del suolo, alla notte, ci penetrava fin nelle ossa e al mattino ci svegliavamo come paralizzati.
La raffinatezza americana sembrava volesse eccellere nel porci nelle situazioni più umilianti e più crudeli, e non spettava a noi di chiedere spiegazioni al comando del campo. Anche il negro più ignorante, tanto, sapeva cosa risponderci: "tu bombardato London, tu ucciso baby, tu rubato latte vecchi e baby". Erano sempre le stesse frasi, sempre le stesse assurde calunnie ed era inutile tentare di convincerli ch'essi erano imbevuti di propaganda, che non v'era nulla di vero in quanto era stato loro suggerito. La più eloquente spiegazione ce la saremmo data noi stessi se ci fossimo convinti che Coltano era un "criminal's camp" che noi eravamo dei criminali per aver difeso in buona fede la nostra terra, per aver ritardato la loro avanzata, la loro "liberazione". Dovevamo sentirci colpevoli dei massacri provocati dai bombardamenti a tappeto, dalle bombe a spillo, dalle matite esplosive, come se gli alleati non avrebbero continuato ad usare tali mezzi micidiali se noi non avessimo continuato a combattere sempre dalla stessa parte.
Eppure ci sembrava di riconoscere quegli americani; forse erano quelli stessi dei vecchi libri di storia in cui si leggeva del mercato dei negri; e di quegli stessi negri ora si servivano contro di noi per renderci la prigionia più dura, più umiliante. Sembrava si struggessero dal desiderio di vederci prostrati ai loro piedi a chiedere pietà, ma ciò non avvenne mai.
http://digilander.libero.it/folgore4a/acoltano.htm




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