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  1. #1
    Globalization Is Freedom
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    Unhappy L'IBL ricorda Ronald Reagan

    L'Istituto Bruno Leoni esprime cordoglio per la morte, a novantatré anni, del Presidente Ronald Reagan, avvenuta dopo dieci anni di lunga e penosa malattia.

    Da attore hollywoodiano a rappresentante politico di un'America che pareva lasciata senza voce, Reagan non è stato solamente "il grande comunicatore" ma ha saputo incarnare la migliore tradizione del conservatorismo americano, quella schierata a difesa della libertà individuale e della proprietà privata.

    "Reagan sarà ricordato non solo per il ruolo da lui giocato nel debellare il comunismo", dice Alberto Mingardi, direttore del dipartimento 'Globalizzazione e concorrenza' dell'IBL, "ma anche per la sua coraggiosa battaglia contro lo statalismo in patria. Nonostante, su quel fronte, i suoi risultati siano stati tutto sommato modesti, l'impatto della sua predicazione sulla retorica politica è stato davvero importante. Quelle che erano eresie liberiste prima di Reagan sono, con Reagan, entrate di nuovo nel discorso politico".

    Mingardi sottolinea inoltre come "il reaganismo è un esempio di successo del lavoro dei think tank. Reagan venne conquistato ai principi del libero mercato a fine anni Cinquanta, quando si trovò a recitare gli scritti di Frédéric Bastiat in una registrazione per conto della Foundation for Economic Education di Leonard Read. Una volta entrato nello studio ovale, non fu mai sordo alle sollecitazioni di realtà quali la Heritage Foundation di Washington, DC".

    L'esperienza di Reagan dimostra insomma che davvero le idee possono cambiare il mondo: una speranza molto cara a chi, come l'Istituto Bruno Leoni, combatte oggi, in altre parti del mondo, la sua stessa battaglia contro lo statalismo.

    http://www.brunoleoni.it/nextpage.as...ice=0000000126
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

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  2. #2
    Estremista della libertà
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    E' mancato un baluardo della libertà.
    Non lo dimenticheremo.

  3. #3
    Globalization Is Freedom
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    La pagina è continuamente aggiornata con nuovi commenti.
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

  4. #4
    Homo faber fortunae suae
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    il vero pacifista che ha sconfitto i comunisti, addio ronald

  5. #5
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    Prendo atto che qualcuno nel sito si sia convertito alla reaganomics (non parlo dell'Istituto Bruno Leoni, col quale ho condiviso negli ultimi mesi soprattutto la battaglia contro la multa a Microsoft).

    In particolar modo chiedo al carissimo Renzo Audisio di rispondere, e se non è ipocrita, di sostenere tutto il suo spirito anti-reaganomics espresso qualche mese fa in questo forum.

    Vedremo se a prevalere sarà il coraggio, o come al solito, soprattutto in persone come Audisio, avrà la meglio l'ipocrisia.

    P.S: Condivido pienamente le parole di Mingardi sul "reaganismo come successo del lavoro dei think tank".

    Ciao Ronald.
    Liberismo

  6. #6
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    Originally posted by Liberista87
    Prendo atto che qualcuno nel sito si sia convertito alla reaganomics
    Non penso.
    L'ammirazione per Reagan, come ricordato dall'IBL, è più che altro legata alla sua reintroduzione nel discorso politico di certe tematiche che sembravano scomparse.
    Lo stesso tipo di gratitudine, con le dovute proporzioni, che qui in Italia spetterebbe a Berlusconi, il che non significa certo la condivisione di certe sue politiche che di liberale non hanno nulla.

  7. #7
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    E' ovvio che non si può prendere tutto quello che Reagan fece a occhi chiusi. Su tutto, egli fu l'inventore della guerra alla droga nel senso attuale. Nondimeno, il reaganismo cambiò il mondo: restituì dignità a un'idea, quella liberale, che pareva ormai relegata ai circoli nostalgici. Grazie a Reagan, il liberalismo rialzò la cresta. Questo è un merito di lungo periodo ch'è impossibile negare.
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

  8. #8
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    Thumbs up Grande Gorgio Bianco!

    Da

    SCIACALLI NEOCON, GIÙ LE MANI DA RONNIE !

    di Giorgio Bianco

    Addentrandosi nella selva di commemorazioni che, inevitabilmente, hanno seguito la scomparsa di Ronald Reagan, si rimane colpiti dalla frequenza con cui si cerca di accreditare una presunta somiglianza fra la sua amministrazione e quella di George W. Bush. E se, esplorando la stampa statunitense, ci si addentra fra le colonne portanti del pensiero neoconservatore, non si può fare a meno di notare con quanta insistenza pubblicazioni come il Weekly Standard, il Commentary, il Walll Street Journal cerchino di impadronirsi della sua eredità, riservando a Reagan un posto d’onore nel pantheon neoconservatore.
    In realtà, il tentativo di fare di Reagan un’icona del neoconservatorismo ha avuto inizio ben prima della sua morte, precisamente nel 1996, quando William Kristol e Robert Kagan resero pubblico un manifesto “post-guerra fredda” intitolato Verso una politica estera neo-reganiana. Peccato che il manifesto fosse infarcito di parole d’ordine come “benevola egemonia globale”, che non avevano mai fatto parte del linguaggio e del pensiero di Ronald Reagan, e che suoi slogan come “pace grazie alla potenza” (peace through strength) e “fidarsi ma verificare” (truts but verify) fossero stati stravolti, rispettivamente, in “pace attraverso la dominazione” e “previeni e menti” (preempt and lie). Furono molti i conservatori che, all’epoca, evidenziarono con insofferenza questo consapevole stravolgimento del pensiero dell’ex presidente, ma l’attentato dell’11 settembre finì per fornire agli ideologi neoconservatori come Richard Perle l’opportunità di afferrare la bandiera reaganiana e per cercare di dimostrare che Reagan avrebbe approvato l’invasione dell’Iraq e più in generale avrebbe sposato la virulenta bellicosità che sostanzia la loro ideologia.
    In realtà, come hanno osservato Stephan Halper, che lavorò per l’amministrazione Reagan, e Jonathan Clarke, analista politico del Cato Institute, la rappresentazione di Ronald Reagan in un’icona del neoconservatorimo costituisce, né più né meno, un tentativo di riscrivere a proprio vantaggio la storia: “si vuole insinuare che Reagan avrebbe invaso l’Iraq. Ma lo avrebbe fatto davvero? Noi sosteniamo che l’interpretazione neoconservatrice della politica estera di Reagan è, per essere schietti, un travisamento della memoria di Reagan. Per di più, il suo successo storico – la sconfitta del comunismo sovietico – fu reso in larga misura possibile dal fatto che Reagan respinse i consigli politici dei neoconservatori, non perché li avesse seguiti”.
    Nel 1985, Reagan indirizzò una lunga lettera a Mikhail Gorbachev, assicurandolo che era pronto a “cooperare al ritiro dei sovietici dall’Afghanistan”. “Nessuno di noi”, continuava, “vuole vedere armi offensive, specialmente armi di distruzione di massa, dispiegate nello spazio”. Reagan cercò ardentemente di lavorare con Gorbachev per liberare il mondo da simili armi, e di aiutare l’Unione Sovietica ad effettuare cambiamenti pacifici nell’Europa dell’est. Eppure i neoconservatori che da anni, con incredibile sfacciataggine, cercano di appropriarsi dell’eredità di Reagan, non solo si opposero ai suoi sforzi di riavvicinamento, ma si schierarono anche contro il suo personale impegno diplomatico con i leader sovietici. Consiglieri come Richard Perle, Paul Wolfowitz e Donald Rumsfeld, che ora orientano la politica estera statunitense, sostenevano che l’America doveva sforzarsi di raggiungere il “predominio nucleare” e perseguire l’obiettivo della massima potenza militare. Certo, Reagan credeva all’importanza di forze armate potenti e qualificate, e profuse notevoli sforzi in questo senso, ma non mancò di rassicurare i sovietici sul fatto che l’America non aveva intenzioni aggressive, facendo notare che tra il 1945 e il 1949 gli Stati Uniti erano l’unico Paese a possedere la bomba atomica, ma non fecero uso di questa minaccia per strappare concessioni all’Unione Sovietica.
    Questi consiglieri dell’amministrazione Bush che oggi dipingono se stessi come Reaganites passano clamorosamente sotto silenzio il fatto che Reagan smise di dar retta ai loro consigli. Secondo il libro di George Schultz, Turmoil and Triumph, Reagan si innervosiva immediatamente quando i suoi consiglieri “d’assalto” entravano nello Studio Ovale. Nella sua stessa autobiografia, An American Life, Reagan mette in ridicolo il loro “macabro gergo”, la loro incapacità di parlare di altro che di testate nucleari o della gittata dei missili. Scettico sui loro consigli politici, insofferente di loro sul piano umano, Reagan finì per sbarazzarsi degli insopportabili neocon, con la stessa determinazione con cui Bush, invece, continua a tenerseli al proprio fianco!
    La differenza tra Reagan e il brain trust che oggi circonda Bush, è stato fatto notare, sta nel fatto che questi volevano vincere la guerra fredda, lui voleva terminarla. Per fare questo, era necessario non incutere paura all’Unione Sovietica, ma conquistarsi la fiducia dei suoi leader. Una volta che l’Unione Sovietica avesse potuto contare su Reagan, Gorbachev non solo sarebbe stato libero di intraprendere le sue riforme interne, di convincere il suo esercito ad accettare tagli al budget, di rassicurare il suo popolo sul fatto che non avrebbe più dovuto temere lo spauracchio dell’“accerchiamento capitalista”, ma, cosa più importante, avrebbe potuto annunciare ai Paesi satelliti dell’Unione Sovietica che da quel momento sarebbero stati liberi, che non sarebbero più stati mandati carri armati sovietici a reprimere le insurrezioni. La guerra fredda terminò con un atto di fiducia, non di paura e di terrore.
    Forse fu proprio per questo, ossia perché Reagan raggiunse il suo più grande risultato di politica estera seguendo una linea opposta a quella dei neoconservatori, che molti di essi lo presero in odio, sostenendo che in realtà aveva perduto la guerra fredda, avendo lasciato il suo incarico quando il comunismo era ancora in piedi. Alcuni pensavano addirittura che la guerra fredda sarebbe presto ripresa: Dick Cheney denigrò la perestrojka (“ricostruzione”) come un trucco, e la glasnost (“apertura”) come un inganno, insistette sul fatto che Gorbachev sarebbe stato sostituito da un minaccioso guerrafondaio, e ammonì l’America affinché si preparasse al riemergere di un aggressivo Stato comunista. Ancora nel 1990, i neocon sostenevano che Gorbachev stava in realtà mettendo in atto un piano per ingannare l’Occidente ed eliminare il dissenso interno.
    Di fatto, questi personaggi che ora pretendono di appropriarsi del lascito politico di Reagan, lo attaccavano con toni e termini che normalmente si riservano ai propri peggiori nemici. Già nel 1981 Nonrman Podhoretz accusò Reagan di “perseguire una strategia di appoggio nei confronti dell’Unione Sovietica”, dal momento che non aveva voluto imporre un embargo alla Polonia comunista che aveva perseguitato Solidarnosc. Nel 1983, ancora Podhoretz affermò che Reagan stava seguendo una politica di “appeasement sotto un altro nome”. L’“impero del male” si andava lentamente, quasi impercettibilmente (per il momento) sgretolando, ma nella loro smania guerrafondaia i neoconservatori non volevano e non sapevano ammetterlo. Addirittura, nel 1983, il Committee for the Free World, fondato dal solito Podhoretz e dalla moglie Midge Decter, invitò Michael Leeden, Richard Perle (oggi celebri nomi dell’intellighentzia neoconservatrice), Elliott Abrams, il sovietologo Richard Pipes e il “nonno” dei neoconservatori, Irving Kristol, ad una conferenza incentrata sulla pretesa incapacità e riluttanza dell’amministrazione Reagan a fronteggiare adeguatamente l’impero sovietico. Il Cremino si stava virtualmente sfaldando, Reagan stava negoziando con Gorbachev la resa di quest’ultimo, eppure questa setta di fanatici impastati di odio e di libidine guerresca trascorsero due giorni interi ad accusare Reagan di essere troppo “morbido” con i sovietici.
    Il tentativo dei neoconservatori di appropriarsi dell’eredità politica di Reagan, in realtà, è un pezzo di una vasta strategia che mira al controllo dei principali movimenti, istituzioni, riviste, giornali, organizzazioni e think tank generalmente considerati appartenenti alla Destra tradizionale. Ma la differenza tra loro e Ronald Reagan non potrebbe essere più profonda, addirittura antropologica, come hanno fatto notare Halper e Clarke: “Se si mettono da parte le analisi degli aspetti filosofici e pratici della politica estera di Reagan, la differenza fondamentale tra lui e gli attuali neoconservatori è di temperamento. Come osserva Schultz, Reagan era ottimista: ‘faceva appello alle migliori speranze della gente, non alle loro paure’. Al contrario, la visione dei neoconservatori fomenta la paura come fattore di adesione ad un approccio mono-dimensionale ai problemi globali. Notiamo nei neoconservatori un profondo pessimismo riguardo alla natura umana e alla società – qualcosa di più tetro del semplice scetticismo circa la perfettibilità umana che spesso si ritrova nel pensiero conservatore. Essi rifiutano la nozione – implicita nello sforzo di Reagan per giungere ad accordi con l’Unione Sovietica – che la democrazia non possa essere esportata che in punta di baionetta o su di un missile Tomahawk”.
    Reagan era un diretto erede di Barry Goldwater, un genuino conservatore visceralmente ostile al “Big Government” e agli eccessi del potere centralistico: per questo, è più che legittimo ritenere che, ci fosse stato o non ci fosse stato l’11 settembre, avrebbe guardato con orrore – come Goldwater stesso – alle restrizioni alle libertà individuali invocate dagli attuali “conservatori” al governo, ai loro peana al potere e all’autorevolezza dello Stato, ai loro incrementi della spesa pubblica.
    In politica estera, Reagan credeva ad una trasformazione pacifica, l’esatto opposto degli obiettivi di egemonia globale dei neoconservatori. L’uomo che, di fatto, scongiurò la terza guerra mondiale, non avrebbe certo dato inizio alla quarta: è questo che i neoconservatori non gli perdonano. Il tentativo di fare propria, distorcendola, l’eredità di Reagan, la loro pretesa di riscrivere la storia piegandola ai propri scopi ideologici, è soltanto l’ennesima prova della natura sovietica della cricca di ex-comunisti ed ex-trotzkisti che occupa attualmente la Casa Bianca e dintorni.

  9. #9
    Liberale
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    Originally posted by Stonewall
    E' ovvio che non si può prendere tutto quello che Reagan fece a occhi chiusi. Su tutto, egli fu l'inventore della guerra alla droga nel senso attuale. Nondimeno, il reaganismo cambiò il mondo: restituì dignità a un'idea, quella liberale, che pareva ormai relegata ai circoli nostalgici. Grazie a Reagan, il liberalismo rialzò la cresta. Questo è un merito di lungo periodo ch'è impossibile negare.
    Reagan oltre a ciò che fece concretamente rappresentò un'immagine di liberismo. Friedman addirittura lo ha definito un libertario. Penso che pur criticando tutta la parte relativa alla politica repressiva nei confronti delle droghe leggere, debba essere apprezzata la deregulation

  10. #10
    Araldo
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    Si giustamente non va dimenticata la parte relativa alla politica repressiva nei confronti delle droghe leggere... e pesanti.

    Comunque sia, anche in politica economica lasciò a desiderare il suo liberismo a senso unico...
    Ronald Reagan ha prodotto interventi di sostegno pubblico sulle banche amiche fin dal 1980... investimenti militari che fecero sforare i tetti fissati per la spesa pubblica... poi certo diede dei tagli alla sopesa sociale ed all'innovazione tecnologica, lasciandone giustamente l'onere alle imprese... insieme alle risorse ovviamente... un quadro che lo inserisce decisamente più nel classico "conservatorismo politico" che non nel libertarismo direi.

 

 
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